TERZA PAGINA presenta:

BIOGRAFIE

MARCO RUFINI


A sette anni lessi “Le mie prigioni” di Silvio Pellico. Poi scrissi una poesia in cui definivo “una fontana di sorriso” mia madre (napoletana). Infine vinsi 500 lire in un libretto della Cassa di risparmio, con un tema non ricordo su che. Si gridò al miracolo. Precoce e fulminante carriera letteraria? Macchè: destino borghese. E dire che ero nato il 29 giugno, lo stesso giorno di Giacomo Leopardi. In provincia, a Perugia (1947, inutile negarlo), da una famiglia benestante, autoctona e laica. Per giunta restai figlio unico e frequentai le Montessori.
    Continuai a disegnare, scrivere poesie, racconti, canzoni, ma quasi clandestinamente. Fogli volanti, feuilles mortes. Intanto la mia biografia si dipanava in perfetta antitesi al modello letterario. Niente maledettismo, niente scapigliatura, anche perché ho perso presto i capelli. Ero orribilmente sano, tranquillo, sportivo; diventai marito e padre con una precocità allarmante, e avvocato, come mio padre, specializzato in tecnica legislativa. Ho fatto quel lavoro per trent’anni, sempre nello stesso posto, in provincia, stesso orario, senza neanche eccellere troppo.
    Ho cercato, però, di non far asfissiare nel pozzo il famigerato bambino che era in me, nella speranza di dedicarmi un giorno a inconfessabili pulsioni creative. Leggevo, narrativa e poesia, fantasticavo, prendevo appunti. 
    Arrivato ai fatidici quarant’anni, decisi di immolare il mio tempo libero alla scrittura e buttai giù un primo romanzo, che poco dopo fece schifo persino a me. Non mollai. Buoni consigli, buona volontà, autocritica, orgasmo espressivo: maneggiai l’impasto di materia verbale fino a tirar fuori qualcosa di meno indecente, da artigiano. Mi sentii “realizzato”, tanto che collezionai una decina di lettere di rifiuto da parte di editori di tutta Italia. Non mollai. Continuai a scrivere come un matto, incompreso, tignoso, titanico. Intanto studiavo i grossolani meccanismi dell’editoria nostrana, mondo poco ospitale verso chi non ha già avuto successo, magari come puttana o serial-killer. “L’unica è andare al Maurizio Costanzo”. Infine identificai la mia vittima, l’editore che faceva per me, specialista in narrativa, miracolosamente qualitativo e indipendente, un po’ snob, cacciatore di nuovi autori in giro per il mondo: le Edizioni e/o di Roma. Mi proposi così tanto da essere accettato, nonostante fossi irreparabilmente italiano e poco personaggio, oltre che parecchio inattuale nella scrittura e nei temi. La cosa sembra funzionare.
    Detto questo e taciuto del resto, risponderò ad alcune domande che nessuno mi ha fatto. Segno zodiacale: cancro, ascendente acquario. Vivo in campagna, a Capocavallo, un paesino tra Perugia e il lago Trasimeno. Gli hobbies? Equitazione e calcio, viaggi (in specie Africa, come Moravia) e agricoltura. Dieta mediterranea, olio e vino di casa. Colore? Verde scuro. La quercia, la magnolia, il glicine fugace, la melanzana. Predilezione per gli animali. Auto fuoristrada. L’autunno mi seduce. Amo la mia terra, le radici, le pozzanghere, la vecchia casa di famiglia e i suoi allocchi. Stabilità, identità, ma anche mobilità e contaminazione, ci mancherebbe altro! Spesso ho bisogno del mare, ma sempre fuori stagione: San Nicola alle Tremiti, o anche Vernazza, Castro, Ravello. Allergico, sostanzialmente anarchico, agnostico, asociale, anaffettivo. Terribilmente attratto dall’incomprensibile mondo femminile. Molta musica, da Puccini a Elvis Costello, da Battisti/Mogol a Roberto Murolo, Bill Evans, Mozart, Debussy. Molto cinema (De Sica e Kubrik su tutti).
    Tornando alla letteratura, modelli forse conflittuali: Simenon, Mann, Verga. Nabokov. Gadda, Céline, Faulkner, Guimarès Rosa. Prima di tutti Cechov.

Indovinello (di chi parlo?)
La prima cosa che mi colpì di loro furono i colori. Vivaci, decisi, ma non vistosi. Gli accostamenti insoliti. Anche la foggia, il modo di vestire, era fuori del comune.
Così volli conoscerle, e mi resi conto che erano eleganti non solo all’apparenza. E raffinate, cosmopolite in modo addirittura inquietante. Fra me e me borbottai che forse erano un pizzico esterofile. Per di più erano di Roma, anche se di romano non avevano molto.
Molto giovani, ventenni, però mature, profonde, emancipate. Idee chiare fino alla temerarietà.
La cosa cominciò a prendermi sempre più. Volevo conquistarle, essere qualcosa per loro. Ma sembravano quasi irraggiungibili, nella loro implacabile dimensione elitaria.
Amavano le storie, storie di ogni tempo, di ogni maledetto angolo del globo. Tanto che desiderai essere circasso o sudanese, o magari israeliano.
Erano fantasiose, bizzarre, ma soprattutto indipendenti, capaci di rifiutare le più allettanti proposte. Sapevano far quadrare i loro bilanci senza svendersi. In molti le consideravano engagées, progressiste – come si diceva una volta.
Quando mi accorsi che ne ero innamorato, fui colto da un senso d’inadeguatezza. Mi vidi così, provincialotto, non più giovane, decisamente demodé. Però era troppo tardi, e non potevo che andare fino in fondo. Sparai la mia proposta.
Caspita, furono cortesi, cortesi da morire, mostrando di considerare la mia offerta attentamente. Si riservarono una risposta.
Si fecero attendere, attendere, attendere. Tanto che temetti di essere annegato nel loro Mediterraneo molto mosso popolato di navi fenice e caldee. Ma in quell’attesa continuavo a studiarle, affinavo, affilavo le mie armi, pur mitridatizzandomi in vista di un prevedibile NO.
Infine la dettero, quella benedetta risposta: il no arrivò a segno come un missile telecomandato. Ma fu quasi amabile, in verità, frutto di una serena, argomentata valutazione. Tanto che mi sembrò di essermelo detto io stesso, quel no, in autocritica, un autogol. Eppure…, eppure la loro non era totale indifferenza.
Sta di fatto che non mollai. Manco morto! Vivevo la faccenda come la Prova, il salto, il sogno.
La seconda proposta la sparai con rabbia, forse geloso di quelli che avevano il privilegio di frequentarle, gente di tutte le nazionalità e di tutte le risme, dai gangsters marsigliesi, alle femministe teutoniche, ai muezzin. Volevo anche provocarle, offrire qualche cosa che mi pareva fuori dal loro repertorio. E mi sa che un po’ riuscii a colpirle. Me lo confessarono una sera d’estate. Per congelarmi subito dopo dentro una nuova attesa.
Tentennavano, senza più manco il timore di mostrare la loro indecisione. Quella famigerata iperselettività era messa a dura prova. Detestai la micidiale cortesia con cui gestivano quella che in me era divenuta una vera ossessione. Soffrivo. Tanto che a un certo punto io stesso feci marcia indietro. Per rassegnarmi alla sconfitta? Assolutamente no! Per prendere la rincorsa.
Mi studiai a lungo, inventai nuove formule, idee mie. Non ebbi fretta. Non si deve aver fretta. Quando fui pronto, scoccai le mie frecce con freddissima consapevolezza del bersaglio. Ormai le conoscevo bene, la mie esotiche creature.
Eppure resistevano. Blandamente, trascinavano i loro “nì”. Infine confessarono: <Ci piaci un po’…>, ma rimandavano il sì.
Una sera ero seduto davanti al fuoco – classico di fine novembre – sommerso da una necessaria malinconia, quando, in un silenzio gigantesco, risuonò il telefono. Seppi subito che non era routine. Infatti erano loro. Accordarono quel sì, al volo, semplicemente sì, con la naturalezza naturalmente cinica delle belle ragazze. Col senso pratico di chi sa valutare i pro e i contro.
Non potei che rispondere OK, anche se non mi sarebbe dispiaciuto spiazzarle con un “no grazie”. Ci mettemmo insieme. (Risposta : le edizioni e/o)




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