Mea culpa
Serviva a favorire la ricerca sulle staminali onde combattere malattie come il cancro, la sclerosi, l’Alzheimer, il diabete; serviva a meglio tutelare la salute di noi donne, serviva a garantire la libertà di scelta di quelle tra noi che da sempre coltivano il sogno di diventare madri, serviva ad evitare che quel desiderio legittimo restasse sempre e soltanto tale. A tutto questo, e molto altro ancora, serviva il voto al Referendum sulla fecondazione assistita. Invece, mea culpa...
di Rina Brundu Eustace
Sono una di quei milioni di Italiani all’estero che beneficia del diritto/dovere di votare fuori dalla madrepatria.
Non lo ho mai esercitato. Ho sempre pensato che il minimo che potessi fare per quel mio Paese lontano, nonostante tutto immensamente amato, fosse rispettarlo. Nel caso specifico, rispettarlo significa evitare, per quanto possibile, di guardare alla terra natale come fosse una vacca da mungere.
Ne ho conosciuti parecchi di moderni emigrati italiani che non perdono occasione di sputare veleno sulla loro nazione d’origine, quasi a voler giustificare con l’acredine covata la propria incapacità di far fronte alle difficoltà e alle avversità che l’esperienza di vita pone loro davanti, salvo poi tentare, senza vergogna, di succhiarle il sangue nel momento del bisogno. Naturalmente, ho conosciuto anche un altro genere di emigrato, ma questa sarebbe un’altra storia.
Mi sono trasferita a Dublino subito dopo la Laurea e da dieci anni a questa parte ho sempre lavorato nella capitale irlandese. Questo significa che in tutto questo tempo, oltre ad essermi fatta una buona idea della disposizione dei sempre più numerosi potholes (NDA buche sul manto stradale) sull’intricata rete di strade, stradette, straducole dublinesi ed oltre ad avere lanciato maledizioni a destra e a manca ogni qualvolta la mia auto sussultava al cozzare con quelli, ho pure versato la mia quota all’Erario locale nella vana speranza che qualcosa venisse fatto per risolvere il problema.
In altre parole, io le tasse le pago qui, non in Italia. In altre parole, la mia vita quotidiana si estrinseca qui, non in Italia. In altre parole il mio commitment civile, se esistesse e per ovvie ragioni, potrei portarlo avanti solamente qui, non Italia.
Con questo non intendo dire che lo status quo faccia di me una cittadina italiana di serie B ma che comunque ponga dei limiti a quelli che sono i miei diritti almeno fino al momento in cui io non decida di tornare a casa. Si tratta di una posizione assolutamente personale, che posso intuire non popolare ai fini di una data propaganda , ma è proprio in virtù di questa posizione che io trasferirei ben volentieri quei diritti/doveri che mi vengono garantiti, ai molti emigrati regolari che da decenni vivono nel mio Paese di origine, che contribuiscono alla sua crescita in mia assenza e che a mio modo di vedere hanno ogni diritto ad esistere anche politicamente.
Risiedo all’estero, esisto come cittadina fiscale solo all’estero, dunque non posso, in coscienza, avvalermi del mio diritto di voto, questa è stata la mia posizione fino a questo momento. O meglio, fino ad un mese fa circa, cioè fino a quando l’Ambasciata non mi ha fatto avere le schede con cui avrei potuto partecipare al Referendum sulla fecondazione assistita e, tramite quello, modificare parzialmente la Legge 40.
Non avendo ancora del tutto perso il lume della ragione tra le imperscrutabili vie delle dinamiche culturali-religiose-civili (e non) irlandesi, ed essendo sempre stata convinta che ogni posizione (convinzione, dirittura di vita), per quanto radicata, possa (debba) essere modificata in virtù della necessità contingente, non ho avuto esitazione nel dire a me stessa che questa volta avrei votato.
Non lo ho fatto. Perchè? Perchè non ho avuto il tempo di farlo, perchè ho lasciato trascorrere quello stesso tempo anteponendo a tale fondamentale necessità civile molte altre necessità di importanza relativa per il mio prossimo ma apparentemente più pregnanti per il privato fine egoistico.
Soprattutto, non lo ho fatto, perchè in perfetto stile italiota avevo mentalmente delegato il compito agli italiani della madrepatria, seguendo la logica viziosa del non prendo non do, forse sinceramente convinta dentro che ci avrebbero pensato i connazionali di quel mio Paese proiettato verso il futuro a dare con voce tonante l’unica risposta possibile a quei quattro quesiti primari.
Ma i fatti hanno purtroppo dimostrato che le mie convinzioni trovavano il tempo che trovavano. Ed è stata con questa realtà che la mia coscienza ha dovuto infine confrontarsi. A che pro lamentarsi di essere caduti dentro un gigantesco pothole senza fondo, se non si è avuta l’accortezza di sterzare all’ultimo momento o meglio ancora di imboccare tutt’altra strada?
Perciò, nel silenzio cosmico che ha seguito la propaganda di convenienza, nella totale assenza di voci che oggi fa da contrappunto alle mille imbarazzanti dichiarazioni politico-religiose che sono state le responsabili ultime del fatto che un’altra possibilità di civiltà sia andata infine perduta nel Bel Paese, voglio approfittarne per rendere pubblico il mio privato mea culpa.
Mea culpa se quei molti bambini (e non), affetti da malattie rare, che riponevano l’unica speranza di sconfiggere il proprio male nella ricerca genetica sulle cellule staminali embrionali, dovranno confidare in chissà quale altra possibilità per iniziare anche solo a sperare.
Mea culpa se molte altre mamme che hanno visto i figli morire perchè affetti da malattie congenite rare e che loro malgrado sono dovute ricorrere all’aborto terapeutico perchè anche il feto che portavano in grembo non era sano, dovranno attendere ancora prima di avere la gioia di essere nuovamente madri.
Mea culpa se noi, tutti noi, dovremmo un giorno sopportare il dolore, la sofferenza, la disperazione che può generare la vista di una porta chiusa, sbarrata. Di quella porta chiusa che solo una seria ricerca scientifica avrebbe avuto una qualche possibilità di aprire, di dischiudere alla speranza, permettendo ad un’inaspettato raggio di sole di illuminare il nostro sorriso svanito, una volta ancora.
Mea culpa: ma davvero solo mia?
Rina Brundu Eustace