Campagna di sensibilizzazione a favore di ogni squattrinato scrittore di talento che per sua sfortuna non scrive in inglese, non si interessa di magia, nè bianca nè nera, se non del miracolo di tirare a campare...
Non solo Harry Potter
di Rina Brundu Eustace
Mi si perdoni l’eufemismo ma mi sono rotta le balle. Il vaso è traboccato quando ho letto della ragazzina autoflagellatasi in quel di Londra, imponendosi una coda di 18 ore davanti alla libreria per essere la prima ad acquistare il libro.
Come non bastasse, ho pure appreso della “fortuna” di uno sciame di bambini invasati che sono giunti in carrozza alla fortezza medievale di Edimburgo in Scozia per assistere alla lettura del primo capitolo del romanzo da parte della signora del castello, nonchè autrice dell’opera, J.K. Rowling.
Il paragone che ho subito fatto è ingiusto, ma non sono riuscita a scacciare le immagini prodotte.
Mi si sono infatti presentati alla mente i bambini-insetto della Kabul dei tempi peggiori. Si chiamavano così (e purtroppo si chiamano ancora), perchè dopo essere saltati in aria cozzando contro un’altra mina antiuomo, non morivano ma continuavano ad esistere dentro una sorta di incubo kafkiano, monchi sia degli arti superiori che di quelli inferiori. Alla mercè di chiunque. Privati non solo di ogni fortuna, ma anche di ogni dignità.
Come detto, il paragone (per quanto ideale) è ingiusto.
Anche perchè personalmente ho sempre visto l’avventura di Harry Potter come una cosa positiva. Per svariate ragioni. Non condivido neppure le critiche mosse da certi ambienti conservatori fuori e dentro le sacre mura di ogni tempio della tolleranza che tutto fanno tranne tollerare.
Tuttavia, sarà che ho vissuto la mia adolescenza in quelli anni ’80 proiettati dentro il futuro e dentro ogni possibile dimensione fantastica, ma le storie sempliciotte del maghetto della Rowling non mi paiono neppure granchè.
Almeno non dicono nulla che in quel tempo favoloso non sia già stato detto dalla fantasia che non teme confronti dei creatori delle migliori anime giapponesi.
Penso davvero però che ci sia del buono in questo fenomeno tutto speciale. E il buono dice che la ragazzina che ha fatto la fila per diciotto ore, è poi corsa a casa a divorare il libro.
Ancora, pur avendo letto distrattamente solo alcuni capitoli di uno dei primi episodi, mi è parso che la signora sia una buona scrittrice ed è certamente vero che i suoi lettori ne amino lo stile. C’è dentro più di quanto si possa dire per qualunque scrittore.
Altro fattore positivo è la tenue speranza che nasce al pensiero di tutti questi ragazzini che entrano in una libreria. Magari sono pure accompagnati dai genitori, che nell’attesa (poco cosa se comparata alle 18 ore di cui sopra!), daranno pure un’occhiata agli altri libri sugli scaffali, o no?
C’è anche un altro aspetto che non bisogna trascurare. Lungi da me l’idea di fare l’equazione libro che vende libro che vale, ma è indubbio che queste storie lette in un’età acerba diventeranno nel lettore adulto memoria del tempo che fu, leggenda, mito cullato. Amato.
Non posso immaginare una soddisfazione più grande per uno scrittore del sapere di avere toccato tanti spiriti giovani e quindi (per certi versi) di averne modellato e determinato l’essere, gli uomini e le donne che saranno. La Rowling ci è riuscita, così come tempo prima ci riuscì una sua umile conterranea, Mary Shelley, il cui Frankenstein è sicuramente presente nella nostra memoria (forse bisognerebbe dire, purtroppo!) più della dotta poesia del suo celebrato compagno.
Detto questo però, ripeto e confermo che a tutto c’è un limite. Anche alle esagerazioni del modello culturale che il fenomeno Harry Potter tenta di imporre.
Non è facile tuttavia per il piccolo Davide vincere la battaglia, perchè è indubbio che tanta della fortuna del maghetto inglese è dovuta al fatto di esistere e di essersi proposto dentro un contesto linguistico dominante quale è quello anglossassone.
E così come nel caso della fortezza scozzese della signora Rowling, tale contesto privilegiato può accogliere con un caloroso benvenuto il visitatore in carrozza o, a discrezione, può sbattergli la porta in faccia, levandogli il ponte levatoio da sotto i piedi e costringendolo ad una infelice nuotata salvavita.
Sono quindi convinta che se la signora Rowling, nonostante la sua bravura, fosse nata in Germania, in Francia, in Italia o in qualunque altro Paese non anglofono, avrebbe forse fatto la sua fortuna, ma probabilmente si sarebbe dovuta accontentare di ammirarlo da fuori il castello dei sogni.
Solo Harry Potter quindi? Affatto. La storia ci insegna che le vie della fortuna (anche editoriale!) sono bizzarre, contorte, infinite. A volte poi accade quasi per magia (quando si dice il caso!), ma dicono che il miracolo accade.
Perciò, quando fortuna e talento si incontreranno una volta ancora, magari proprio nella compassata penisola italica, invito tutti, ma proprio tutti, a fare la fila davanti alla libreria.
Per diciotto ore, o anche di più, se fosse necessario!
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