On voting rights
And wrongs. Ovvero, se sia moralmente lecito che il destino di una nazione venga deciso dai suoi cittadini residenti all’estero
di Rina Brundu Eustace
Sono ormai più di dieci anni che vivo e lavoro in Irlanda. Durante tutto questo periodo e fino allo scorso Aprile, non avevo mai votato: né alle precedenti Politiche, né alle Europee, né in occasione dei vari Referendum, ma neppure quando, qui a Dublino, si sono svolte delle consultazioni amministrative locali e la Repubblica graziosamente concedeva a noi foreigners residenti di avere voce in capitolo.
Forse per una storia d’emigrazione a suo modo privilegiata, forse perché in verità non ho mai (mentalmente) lasciato le mie bellissime montagne in quel d’Ogliastra, certo è che io non mi sono interessata troppo alle cose politiche (e non) di questa meravigliosa isola che mi ospita e che si è conquistata, nel tempo, la sua nicchia nel cuore.
Il mio ragionamento aveva una logica interna: non conoscendo le ragioni importanti dietro un voto fondamentalmente regalato a questo o a quel Signor Nessuno (ai miei occhi) era meglio che ne stessi fuori. Un peccato di omissione il mio. Può darsi. Non escludo però di ricevere, un giorno, sentiti ringraziamenti per la scelta fatta, da parte del Taoiseach (Primo Ministro) di turno.
Diverse erano le motivazioni che mi portavano a non votare in Italia. Ma pure quella linea di pensiero aveva una sua ragion d’essere: io non risiedevo più nel mio Paese, soprattutto il mio obolo fiscale non è mai finito nelle tasche dello Stato italiano, lo Stato italiano non mi doveva nulla, neppure il diritto di voto.
Ancora, mi piaceva pensare che quel mio privilegio non esercitato lo stessi idealmente regalando ai tanti, tantissimi immigrati regolari che vivono in Italia da decenni, che pagano le tasse nel Bel Paese e che da questo vengono puntualmente ignorati, 365 giorni all’anno.
Questi erano i miei pensieri di allora e fondamentalmente questi sono i miei pensieri di oggi, sebbene adesso li senta gravati, inquinati, dalla decisione presa alle ultime Politiche, ovvero quella di riappropriarmi di quel mio diritto e quindi di esercitarlo.
A foolish decision I made! Quali che fossero le ragioni, le pulsioni del momento, queste non avrebbero dovuto avere la meglio sui pensieri più ragionati che mi avevano accompagnato lungo il cammino nella decade precedente.
Ma mentre il re è di solito uno, l’esperienza insegna che i fools abbondano e le peculiari dinamiche dell’ultima tornata elettorale lo dimostrano. Questo per dire che, non importa quale parte politica ne abbia tratto vantaggio, io trovo immorale che il governo di un Paese (il mio è un ragionamento etico quindi nessuno è autorizzato a trarre da questa affermazione equazioni e/o sillogismi da bar dello sport) possa essere deciso da una manciata di suoi cittadini che da anni, decenni, alcuni da una vita, vivono oltre confine e che, per la maggior parte, non hanno mai versato il loro obolo (di nuovo) nelle casse dell’Erario di riferimento.
Questa mia ferma convinzione è anche figlia dell’esperienza vissuta. Durante il periodo universitario, ebbi mio malgrado modo di viaggiare a lungo in Europa e quindi di incontrare anche altri italiani all’estero (si chiamano così ora, mica emigrati e la differenza la fa il portafoglio!).
Ma, a dispetto dei molti, tra loro, che nutrivano un sincero affetto per l’Italia, a me sono purtroppo rimasti impressi nella mente i tanti (si, i tanti, non i pochi!), che l’italietta la guardavano dall’alto in basso, sputando veleno e sentenze. Quelli che dell’italietta ridevano, insieme ai locali, salvo poi non dimenticare di fare la coda davanti all’Ambasciata se c’era da vantare diritti di qualunque natura, soprattutto pensionistici. Però gli schei li pago in Germania. E che? Scherzi?
Ripeto, questa mia non è una dissertazione sullo status quo politico, né, tanto meno, un abbozzo di discussione sugli shortcomings della vigente legge elettorale. La mia tesi portante si limita invece a proporre un ideale civile e politico, nello specifico, un’idea di cittadino italiano residente all’estero (altro è il caso dei ragazzi che stanno via per motivi di studio, o simili) che è purtroppo molto diversa da quella reale, verificata sul campo.
Ciononostante, io resto dell’avviso che un emigrato (non deve essere necessariamente un emigrato italiano, ma è difficile ipotizzare dati scenari quando si parla della Francia o dell’America!), che abbia davvero a cuore l’interesse del suo Paese d’origine, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di non sentirsi elemento di serie B solo perché privato di una rappresentanza politica momentanea.
Perché il concetto di nazionalità non è un’idea peregrina, né una merce da barattare in cambio di questo o di quel privilegio; ad un tempo, il sentirsi cittadini che appartengono, se non una condizione dello spirito, dovrebbe essere almeno una certezza nel cuore.
Rina Brundu Eustace
Dublin, May 2006
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