SETTE CHILOMETRI DI DIFFERENZA
di Barbara Cannas
“Villanova è la metropoli del futuro! Siete incapaci di comprenderne il valore! E’ difficile trovare una posizione geografica così dolce seppur in montagna. Villagrande non potrà mai offrire quanto offre Villanova. A Villagrande ogni scavo è un tormento: ogni casa è una valanga di denaro buttato via nel tentativo di domare le rocce!”
Gli astanti increduli, allibiti, quasi clementi nei confronti del fervente predicatore che andava esprimendo queste certezze, ricambiavano con il silenzio. L’uditore più fantasioso, fantasticando sulla futura carriera giornalistica, già vedeva i caratteri cubitali della sua inchiesta-denuncia: “Villanova, promettente centro ai piedi del Gennargentu, oggetto di una crudele speculazione edilizia”. Un espediente narrativo irrompeva razionalmente a ricordare il come e il perché l’edilizia a Villanova sia ferma da un pezzo. Gli altri, tuttavia, si limitarono a pensare che l’uomo non stesse troppo bene, incoraggiati anche dalla tesi che in Sardegna le rocce più difficili da domare sono le teste!
Villanova… la frazione, la colonizzata, l’arretrata, la rozza, l’agglomerato di non più di novecento anime, destinata per la maledizione di un prete probo a non dover mai crescere: “Po more de su Santu, non morgianta e non campente” . La figura di un vecchio si materializza d’incanto e mormora: «Se fossi giovane, i villanovesi non riuscirebbero ad appropriarsi della terra, come fanno ora, non avrebbero i pascoli migliori, non farebbero i padroni, sarebbero sottomessi come allora! I villagrandesi si sono rammolliti, sono dei poltroni, sempre dietro alle gonne, o alle scrivanie. Hanno perso i boschi, hanno perso le pecore, ma ciò che meno sopporto è la terra…. è la terra… Quando io ero giovane non credere che potessero affacciarsi alla terra come volevano… ».
Aleggia puntuale il fardello dell’uomo bianco che in realtà non si identifica con alcuna missione di civiltà, ma con il possesso della terra, o con il possesso e basta. Dire che non siamo noi a prendere la terra, ma che sarà la terra stessa, prima o poi, a prendere noi! Questa però è un’altra storia… o è solo un principio tra i tanti?
Esiste forse un principio più spaventoso di quel “sottomessi”?
Cosa vuol dire sottomessi? In che senso, sottomessi?
Sottomessi, perché non facevano quello che volevano!
D’accordo, ma cosa volevano?
Volevano quello che spettava a noi per diritto.
Cioè?
Cosa vuol dire questo cioè? Ma come parli?
Beh, quali erano questi diritti?
Sei proprio sciocca, come tutte le donne! Volevano portare le pecore al pascolo esattamente come noi!
E quale era il motivo per cui non potevano?
Non potevano perché non c’era spazio per tutti. Lo spazio era prima di tutto dei villagrandesi. Non eravamo di Villagrande mica per scherzo! Lo dice il nome stesso: Villa Grande! Mica si azzardavano ad arrivare a Quirra e, quando ci provavano, li facevamo tornare indietro. Anche qui, sul Monte, noi sceglievamo per primi. Una frazione è una frazione: non può scegliere! Volevano avere peso persino in Consiglio Comunale!
Incredibile! Inaudito, che si volessero occupare di politica! Molto più saggio che la politica si occupasse di loro! Da quanto tempo Villanova è frazione di Villagrande?
Da sempre!
Il sempre deve insospettire. Sempre. Chi non ha memoria, non ha confini, dilata il presente al punto da renderlo eterno, spesso pericoloso, come una galera, dove, talvolta, stanno i sottomessi. I sottomessi… sì, appunto, perché cambiano i luoghi, ma i desideri sono sempre gli stessi, le violazioni eterne.
La ricerca è una scomunica. Niente di risolutivo.
“Villa Strisaili… XIII secolo: si tratta di Villagrande o di Villanova?”;
“Non sappiamo chi fondò le villenove medievali”;
“Villanova sorge nel XVI secolo ad opera di immigrati. Nel 1504 abbiamo Villa Nuova de Strisaili; no, abbiamo Biddanoa, ma nel 1579 Villa Manna de Strisaili”;
“I registri parrocchiali di Villanova hanno una data d’inizio anteriore a quelli di Villagrande”;
“Villanova diventa frazione nel 1857”;
“Nel 1813 un atto ufficiale sancì l’unione di Villagrande e Villanova; ma quando mai… appaiono censite assieme con l’unità d’Italia!”.
Una serie di notizie che necessitano di mitezza, lucidità e, soprattutto, di tempo! Sulle prime due si ha l’impudenza di poter contare, quanto al tempo ci permettiamo di sperare nel futuro e non solo in un presente ostico che ci fa sentire al centro di tutto, che da adulti ci fa dimenticare che, piacendo a Dio e ai Carabinieri, saremo vecchi, così come siamo stati bambini.
E va bene, affrontiamo l’onta del disprezzo e dell’incredulità. Oggi facciamo un’operazione chirurgica del presente, una patria galera di sette chilometri.
Quante volte li avrà percorsi quel vecchio, uomo notoriamente saggio, che stigmatizzava i sottomessi?
E noi?
Siamo in grado di vedere il confine materiale tra i due centri?
Il confine materiale no; oggi vogliamo essere buoni, vogliamo evitare di vedere le chiudende abusive, l’immondezza spalmata ovunque, le macchine abbandonate, le discariche legalizzate a cielo aperto, gli animali privi di governo che scorrazzano indisturbati, il taglio criminale dei boschi, le spianate rocciose insultate, tutti contorni che ben si adattano ad entrambi gli indigeni. Inutile girarci attorno.
Sulla differenza culturale si può rimanere più perplessi. L’onomastica ne è la prima spia.
Quasi tutti cognomi strani, quelli dei Villanovesi.
Si sente che sono stranieri!
Ma la peculiarità sta tutta nella lingua, tant’è che Villagrande si è fatta promotrice di uno studio sul sardo-villagrandese escludendo Villanova. Tali e tante erano le differerenze che non consentivano analisi adeguate.
Sarebbe stato come porre a confronto il rione di Santu Giaccu con quello di Cuccurone!
Appunto…
No, torniamo agli stranieri…. e quindi, legittimamente sottomessi, è più semplice…
Ad onta degli sguardi torvi, sono i deboli ad essere sottomessi, quelli che non hanno voce in capitolo, e che quando cercano di averla infastidiscono. Il potere quando non si logora, sfocia spesso nella prevaricazione, di contro, quando si logora, nell’anarchia, quella condizione che ci fa credere che le nostre pretese, per quanto assurde, siano legittime.
Villagrande degrada violentemente verso il mare, la costa, verso i luoghi della perdizione e del progresso un po’ sgangherato, dai quali spirano venti di modernità, di vita più armonica, più giusta, più di tendenza, più cittadina, più vicina ai cibi confezionati, agli odori standardizzati, all’italiano condito di parole inglesi; insomma, più vicina ad una vita borghese, in grado di bastare a se stessa perché ha raggiunto la tranquillità che sfocia spesso nell’apatia e nell’omologazione.
Villanova è distesa su una piana morbida. I boschi ed i monti le stanno addosso impedendo che arrivi l’aria di mare a mitigare un certo temperamento, più genuino, ma più irritante, fatto di tinte forti, prive di disincanto, forse più ingenuo. Attaccato alla terra in modo veemente, primordiale, concreto, paesano, spesso inquinato perché privo di consapevolezza.
Sette chilometri! Sette chilometri di differenza, di diffidenza, di vite che scelgono percorsi diversi: l’uno stizzito e arrogante, l’altro superbo e nutrito del desiderio di rivalsa; entrambi poco lungimiranti e abbastanza scontati, proprio come accade tra Nuoro e Oliena, Fonni e Gavoi, Cagliari e Sassari, Roma e Milano. I soliti rapporti di “buon vicinato” qui probabilmente aggravati da una dimensione insulare che ingigantisce le solitudini e dalla dipendenza amministrativa. In realtà, Villanova potrebbe risolvere molte delle sue legittime recriminazioni con l’autonomia. Persisterebbe però il problema della terra. Ritorniamo quindi all’atavico senso del possesso.
Come suddividere questo territorio immenso?
Ora il vecchio emerso dalla memoria è in buona compagnia.
A metà!
Eh! Come, a metà? Mare e montagna?
Diecimila e diecimila
E le servitù militari?
Boh!
La maggior parte del territorio deve andare a Villanova. La disamistade nasce per questo. I villagrandesi ci hanno preso tutto con l’inganno! Hanno distrutto i documenti e Villanova, che era vittima di una pestilenza, perdendo molti dei suoi uomini di valore, non ha potuto far niente per fermarli!
No, un po’ di mare e un po’ di montagna all’una e all’altra…
Tu devi stare zitto. Sono stanco di sentirti dire cose stupide! Zitto, o ti spacco la faccia!
Sì, così poi vogliono anche la collina e si prendono pure le vigne!
Macché metà e metà; la terra è nostra, non hanno diritto alla terra! Ne hanno preso abbastanza! Noi non siamo più padroni vicino alle loro case! Il mare? Ma siamo matti?
Cosa ci hanno fatto i villagrandesi col mare? Molti non sanno neppure di averlo…
Lo so, o non lo so, è mio e me lo tengo.
Come? Potremmo chiudere la terra con il filo spinato?
Io chiuderei anche il cielo con il filo spinato se fosse in terra…
Già nota questa frase, ma Melchiorre voleva dire tutto il contrario!
Ma a cosa serve questa benedetta politica del territorio, se l’unica ambizione è quella di porre i sigilli della proprietà?
E chi l’ha mai vista la politica del territorio? E poi, tu, a casa tua, nelle stanze vuote che hai, ci fai entrare qualcuno?
No, certo!
E io che non ho stanze vuote?
Puoi sempre prenderti quelle degli altri!
Prendere per prendere, preferisco prendermi la terra e guardarmi quella!
Esiste un ordine naturale delle cose? Esistono dei principi in base ai quali una società viene regolamentata?
Ma certo, è in base ai principi che si fanno le leggi!
Bene, e cosa dice la legge?
Non abbiamo bisogno della legge! Basterebbe usare un po’ di buon senso!
Bene, e cosa dice il buon senso?
Le leggi stanno dalla parte del più forte, non del buon senso!
Fate come vi pare, basta che diciate quello che volete!
Vorremmo un gregge di ragazze!
Le donne, nei sogni, danno sempre una certa armonia, nella realtà, invece, malgrado mostrino maggiore concretezza degli uomini, sono spesso portatrici di odio… assieme agli uomini. L’odio non è torbido come spesso si crede, anzi tanto più è limpido quanto più è intenso. Torbidi sono i motivi che lo generano.
In fondo, cos’è un disaccordo? La rivalsa delle proprie ragioni, o il concretizzarsi del male? Nel primo caso, l’odio non ha motivo di essere, nel secondo l’odio è il male stesso. Di fatto, qui ci si odia davvero per poco. Un problema per quanto piccolo possa essere, diventa oggetto di estrema concentrazione, un caso molto personale, perché conosciamo sempre il nostro nemico e ai nemici non si fanno favori. Anzi, più le persone si conoscono, più sono oggetto d’invidia. Ecco perché, come manichini ingessati, siamo sempre alla ricerca di nuove soluzioni che adattiamo ad effimeri contesti opacamente uguali, mentre eterni siamo noi con la nostra narcisistica e codarda ritrosia al cambiamento.
Forse è perché siamo sempre stati dignitosamente poveri, ma spaventosamente soli; anziché relativizzare questa povertà, abbiamo tentato di scrollarcela di dosso con tentativi di equiparazione malsana che sono sfociati, da un lato, in modelli di vita italo-americana, dall’altro, in un ribellismo fine a se stesso, teso a non piegarsi mai neanche di fronte alla ragione.
Una ragione che vagabonda lungo strade che si snodano artificiosamente tra pascoli desertificati, alberi che si estendono a perdita d’occhio fino alla prossima mannaia, acque adamantine fino alla prossima deviazione, nemici al prossimo angolo; banalità che hanno importanza solo qui e ora, mentre le giogaie ostinate, stagliandosi su un cielo che si fatica a trovare da altre parti, plumbeo o azzurro che sia, trascurano il nostro immobilismo fossilizzato da un sentimento amaro, incapace di adattarsi a occhi nuovi, di mostrare benevolenza verso questo lembo di terra che, intenta ad acconsentire, suo malgrado, a nuovi scempi, non si rassegna a far comprendere quanto sia bella.
Barbara Cannas per ISOLE - La prima antologia della nuova provincia d'Ogliastra