L’alluvione: il giorno in cui Trebisonda cominciò a morire

di Barbara Cannas

Trebisonda vagava nei tuoi pensieri come una folle quale era; tu avresti voluto immaginare un abito bianco di una tela diafana che le svolazzava intorno e un candelabro in mano, ma i capelli erano di un deprimente colore grigio topo e gli occhi sbarrati contenevano circolarmente i sensi smarriti, le speranze mai espresse, un orizzonte maligno e imbelle. A volte le convulsioni la sconquassavano, la schiena robusta si piegava avanti e indietro, e ti ritrovavi a pensare che non avrebbe retto, che si sarebbe spezzata, che le guance sarebbero state inghiottite dalla chiostra dei denti, gli occhi sarebbero schizzati come due biglie… e invece tornavano sempre a posto. Eppure la sua persona emanava una delicatezza che avresti pensato fosse frutto dell’educazione, delle sue nobili origini, da prinzipales, non della sua follia. Periodicamente lo sguardo le si riempiva di un velo gelatinoso, quando guardava dalla terrazza con puerile meraviglia il mare che si increspava nel Golfo di Arbatax, le ciotole di basilico profumato, il ruscello ingabbiato che scorreva sotto casa sua, e ascoltava, sgranando gli occhi annacquati da pecora mansueta, i suoni della natura, tranne che del vento. “Deo mi soe ammalaidada cando nc’appo ingurtiu su ‘entu!”.
Non si può ridere di queste convinzioni, i familiari si limitavano ad accostare le imposte quando di volta in volta, maestrale, scirocco o tramontana facevano roteare la sua testa in un tormento infinito. Di contro bisognava quasi legarla quando pioveva… adorava la pioggia, si animava e sollevava le gonne facendole svolazzare per mostrare allegria, poi appariva furbescamente quieta, si avviava silenziosamente verso la porta e fuggiva per potersi bagnare, quando gli altri non riuscivano ad acciuffarla per tempo.
Quella mite giornata autunnale fece capolino quasi  intimidita, con una pioggerellina stanca che gli altri neppure sentirono; solo Trebisonda sentì e subito ne approfittò per se stessa. In breve, a tradimento, inaspettati, i boati cupi e sordi del cielo inviarono la loro maledizione.
Trebisonda ora ha paura anche dell’acqua, per quella forza straordinaria che dà l’istinto, è riuscita a trovare un cantuccio in una vecchia casa abbandonata dove trascorre la notte a guardare il fiume fangoso che passa sotto i suoi occhi - “ il mare è inquieto” - pensa.
Il giorno successivo afferra il fragile filo che ci lega alla natura che esiste malgrado noi, prima di noi e della dimensione così meschinamente piccola che il padre, venuto a cercarla, le aveva costruito addosso.
La nuova coscienza è ciò che più la spaventa, mentre lo stupore la ammutolisce di fronte a quel paesaggio mutato, ai fossati diventate pianure, agli alberi sradicati, ai muri sfondati, alle automobili accartocciate o ribaltate, ai cumuli di fango, alle voragini che nessuno potrà mai descrivere in modo esaustivo… Ogni passo reticente è accompagnato dallo sguardo basso, dalla pioggia debole e continua, dai brividi umidi del terrore mal represso del pessimismo, perché ogni sforzo dei suoi arti e del suo pensiero, che non si piega alla tolleranza, la può portare sull’orlo dello SPROFONDO SUD. E invece mentre prosegue ingabbiata da pensieri torbidi, le schiene curve le suggeriscono che ha sbagliato qualcosa… che forse il buon senso non sempre viene meno, che forse nella montagna, le mani avvezze a lavorare non si sono fatte drogare del tutto dalle creme sintetiche, che il disastro non ha annebbiato la mente, che si spalerà incessantemente fino ad un’accettabile normalità, che si è troppo impegnati con il lavoro per sbraitare con i Soccorsi che non arrivano, (perché ci sono, ma non sempre questo basta a salvarli dagli strali della folla), che non sente urla isteriche, ma al più pianti rassegnati, che non serpeggerà la frase: “Piove, governo ladro!” 
… Tutto questo la inorgoglisce…
Una settimana dopo il paese era ferito, ma vivibile e come spesso succede dopo la tempesta non arrivò la quiete, ma il caos: il cicaleccio delle donnicciole, le maniacali sentenze degli scansafatiche, il buonismo privo di assunzione di responsabilità che fa da volano al rampantismo politico. Anche Trebisonda precipitò nuovamente nella indeterminatezza, ripeteva continuamente le frasi convulse del padre, il vociare della gente arrivava fino alle sue orecchie, spezzettato, agilitando il suo cervello all’oratoria e agli scioglilingua, mentre il padre, scrutava con avidità miope e meschina quella ricchezza preziosa che è la terra, beneficiando nel contempo quella sua figlia scema, di un misto di compassione e di ribrezzo.  Arrivavano spesso in azienda, l’unico luogo dove Trebisonda ora si nascondesse volentieri, giornalisti incuriositi dalla vicenda, o nella migliore delle ipotesi gli allevatori delle zone vicine, giustamente sospettosi, subodorando le mire dell’onnipotente padre, il quale approfittando dell’alluvione avrebbe potuto estendere i confini della proprietà fino ad arrivare al fiume. E così ha fatto… e amen… e anche Trebisonda è più felice anche se è indeterminata, perché ha più spazi dove correre, più profumi da assaporare, più animali che stiano a sentire la sua nenia…
“Tutti sono disonesti, ma io no; tutti rubano, ma io no; tutti ci devono qualcosa, ma io no, io non devo niente neppure alla natura, solo il rispetto che le do. Gli alberi esistono per essere tagliati e mandati in fumo per scaldare le nostre case o, nella peggiore delle ipotesi per essere venduti. Chi se ne frega se li stiamo consumando in fretta, io non ci sarò quando presumibilmente vivrete in un deserto, io come tutti gli uomini sono arrivato ieri e me ne andrò domani, perché non si muore per andare in paradiso, si muore perché si è stati vivi… e quando si vive si deve vivere bene con il culo al caldo e la pancia piena… per esempio di trote… non c’è rigagnolo dove io non sia arrivato, basta una bella botta di polvere da sparo o al più un po’ di varechina e sono tutte morte pronte per una bella frittura, certo poche! Perché poi ci si mette anche la siccità, quando non arriva qualche coglione che deve dare le scariche e così trote non se ne vedono più, bisogna andare in pescheria, ma mica sono così buone… è che non se ne trova più, esattamente come le anguille, anche le anguille sono sparite, prima ricordo certe anguille belle grasse, ora, anche quelle in pescheria! Per fortuna ci sono i mufloni … eh eh … quelli in macelleria non ci sono, ma ce ne sono tanti e io non mi do pace finchè non vedo almeno cinque di loro morti per volta, perché quando si caccia si caccia. Una volta ne ho preso otto, otto ne ho preso e che beffa! non sono riuscito neppure a caricarli in macchina, un paio li ho buttati nel fiume a putrefarsi lì, a casa mia l’odore non arriva di sicuro, io abito lontano anche se a volte, siccome ho dei vicini stronzi che non hanno il tempo di portare i rifiuti nel cassonetto, li buttano nel ruscello che passa sotto casa, ma io mi sono incazzato col sindaco e gli ho detto che se non copriva subito il ruscello con una colata di cemento per evitare che maleodorasse , gli ho detto che gli davo due sventole gli davo, e balla lo ha coperto subito, e mi ha fatto pure molto comodo perché una parte degli inerti della costruzione della mia casa li ho buttati dentro… Se ci avessi pensato prima a farmelo costruire, non avrei avuto un sacco di problemi, invece ne ho fatto viaggi…  e ogni volta devi scaricare in un posto diverso, in alcuni punti ho fatto quasi dei monti, ora non si vedono bene perché ogni volta che piove l’acqua si porta via un po’ di quella sabbia, un po’ di quel cemento, un po’ di quel silicone, un po’ di quei coloranti che una volta hanno reso la terra blu per un paio di giorni, un po’ di quei ritagli di piastrelle che mi sono costate un occhio della testa, tutta roba firmata eh… meglio di queste pietre sarde che oramai non se ne trovano più come un tempo. Prima facevi un giretto e trovavi queste pietre di nuraghi o di tombe di giganti, pietre lavorate bene mì. Questi sardi antichi altro no, non facevano, ma pietre già ne hanno lavorato, le lisciavano bene bene e noi perché le usiamo? E noi mica come loro, noi le possiamo mettere solo per bellezza, nel giardino, nel caminetto… ma ora le dicevo non se ne trovano, adesso bisogna andare sulle spianate rocciose e lavorare a fatica e in più c’è gente che porta via troppe pietre, spianate intere, non fa così, non fa. Io mi sono fatto solamente la cucina rustica, tutta di pietre vedesse com’è bella, neanche in Costa Smeralda così, anche se le nostre pietre sono arrivate fin lì. E adesso, adesso non ce ne sono, io volevo farmi un altro caminetto e ho dovuto prendere quelle del ponte, almeno erano già pronte, ma senza fare danno per carità, ho tolto alcuni pezzi della chiave di volta, belli tersi sembrano nuragici, sì sì del ponte che è crollato con l’alluvione! Tanta l’acqua, tanta, ha portato via tutto, pensi che nei fiumi ricoperti dal cemento e incanalati non è riuscita a defluire e ha divelto le coperture di cemento armato, ma il letto del fiume era invaso dai detriti e si è fatto posto di fianco ora non trova neppure un pezzo delle mie piastrelle… e la mente le si fa vuota nuovamente… allora negli spazi angusti e sempre più folli della sua mente Trebisonda pensa che tra noi e la realtà esterna non c’è alcun legame, se noi non lo creiamo, se non lo sentiamo,  se non lo rattoppiamo, se chiudiamo la porta a chiave per non guardare, se non andiamo alla ricerca dei pezzi che ci toccano, la sabbia fine, bagnata, i giochi estivi in cui basta poco a darti refrigerio, gli inverni gelidi, gli ululati del vento che va a fare il solletico alle piante, la brina argentea, su mare pintau, l’orizzonte pacato, lo stesso che la pazza guardava quando, in un impeto di puerilità e di incoscienza, si sporse un poco di più oltre la balaustra, un ragno verdolino si stagliava sul rosso di un geranio, Trebisonda cominciò a saltare battendo a intermittenza i piedi sul pavimento, la sua mano prese con una delicatezza liquorosa il piccolo animale che disegnò un percorso anulare frenetico prima di cadere all’improvviso senza avere il tempo di improvvisare la sua tela e Trebisonda si precipitò a raccoglierlo. Salta, salta, salta, il suo corpo asimmetrico e sproporzionato non trovò l’equilibrio giusto e cadde giù senza neppure assaporare il piacere del volo, tu pensavi che se l’attimo fosse stato più lungo ne avrebbe goduto certamente. E invece pamh, non ebbe il tempo di sollevare la sua testa deforme, le sue fragili ossa si sfracellarono sul cemento sottostante, il sangue schizzò dappertutto assieme alla materia cerebrale che sembrò una torta friabile, facendo un rumore sordo. Fu uno strazio raccogliere il corpo. Anche il dottorino ebbe conati di vomito… e con lui tutto il paese.



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