L'augurio di Ninniri (1)
di Luciana Cannas
L’ammirazione o la nostalgia per il passato ci consente di avere continuità con esso per organizzare e capire formalmente la realtà.
Il 6 dicembre 2004 è il giorno della memoria di un paesello dove, ammirando spazi di sovrumana bellezza silenziosa, si naufraga nelle morte stagioni, nell’immensità del mare che gli sta di fronte: Villagrande.
In questa data, in un’ora compresa fra le 17 e le 18, l’acqua è piovuta dal cielo in una concentrazione tale che in pochi minuti ha inondato l’abitato. Altre volte era piovuto in maniera memorabile, nel 1940 e nel 1951, quando le abitazioni erano costruite con tettoie in canne e tegole, ma mai le piogge avevano provocato vittime. Il 6 dicembre, in una situazione di impotenza delirante, gli abitanti hanno visto i canaloni di Mesu idda, Tomai, S’arrescottu, Bau argili, gonfiarsi ed esplodere. L’acqua straripava, mentre i rumori di sottofondo erano di schianti, di macchine portate via, di porte sfondate, di parole urlate. Inarrestabile, l’onda trascinava ogni sorta di detrito, persino la merce dei negozi danneggiati, persino i freezer con il loro contenuto.
Pensare che a Villagrande il congelatore è il PIL!
Finito il temporale, la notizia si diffonde: ALLUVIONE.
Elicotteri, militari, volontari, sirene, bandi; la distribuzione del pane e dell’acqua potabile furono il triste scenario contro il quale si mosse un’intera comunità che, due giorni dopo l’infausto evento, e nonostante l’acqua cadesse ancora abbondante, lascia pale e zappe per dare l’ultimo saluto alle vittime.
Da quel tempo in poi, individuare il colpevole di questo disastro è diventato il fine, lo scopo, la sola risposta da trovare per lenire il dolore e mitigare la paura che si è insediata in ognuno di noi. Ricondurre una calamità di tale portata ad un monito divino, significherebbe permettere al colpevole di farla franca.
“Is errios non si serranta”(2). Questa è la frase che ci ripetono logorroicamente, volendo individuare nel passato prossimo un colpevole, e soprattutto, un capro espiatorio, perché i villagrandesi sono convinti che la natura sia stata “disturbata” da pochi.
Mi torna alla mente la celebre frase del capitano del Titanic: “Nemmeno Dio la farà affondare”; ma mi tornano alla mente anche gli elogi agli ingegneri delle Torri Gemelle circa la sicurezza per eventuali crolli, i camini che ardono, bruciando e divorando lecci, il bosco di S.barbara ed il suo sottobosco di immondizie, le chiare fresche dolci acque delle sorgenti naturali, alimentate dai ruscelli dove ci si recava un tempo a lavare i panni.
Con l’arrivo dell’acqua corrente nelle case, arrivarono anche le proposte degli addetti ai lavori, proposte accettate all’unanimità, per i ruscelli maleodoranti: “ Le proposte al Comune, come Ufficiale Sanitario, sono: la costruzione di un canalone di guardia a monte dell’abitato, la copertura dei fiumi, l’eliminazione dei maiali e delle capre dall’abitato, una migliore progettazione delle case, il reperimento di una zona bene esposta per l’ulteriore sviluppo urbanistico, con piano regolatore. Le attrezzature e strutture sanitarie carenti, da risolvere, sono: l’ultimazione della rete fognaria, l’approvvigionamento dell’acqua, la costruzione del mattatoio, degli edifici scolastici ben funzionali. Occorre fare un accurato servizio di nettezza urbana, per il rispetto dell’igiene” (3).
A mio modo di vedere, il problema è che abbiamo disatteso l’augurio semplice di un tempo andato, cantato durante la festa di S. Gabriele da un tale Ninniri: “ Su pastore appa sorte in su masone, latte meda e salude in s’aumentu, e su massaiu su milli pro kentu, su inzateri fortuna in sa cuba, s’artista biva bene in s’arte sua e s’impiegadu attere tantu” (4).
Oggigiorno sembra quasi che quest’augurio non sia stato fatto a Villagrande, che non sia un augurio locale (5), un riferimento preciso ad una comunità con un ambiente definito (6).
Ormai la nostra memoria è deformata, l’augurio di Ninniri non lo ricorda più nessuno. Abbiamo rovesciato i codici della visione e dell’ascolto. La memoria si misura in RAM e sta dentro un floppy. I pastori villagrandesi hanno foraggiato i figli all’università, perché non proseguissero la loro attività. Hanno mandato i figli a scuola e hanno visto realizzarsi il cambiamento che i libri portano, perché “un libro è men che niente se non cambia la gente”.
Ma il nostro è stato, purtroppo, un cambiamento totale che ha portato alla cancellazione della tradizione. Tempo fa, la gente faceva passeggiate interminabili lungo la strada che attraversa il centro del paese. Si andava avanti e indietro consumando una pavimentazione che risaliva all’infanzia degli attuali ottantenni. Oggi non si passeggia più, ma ci sono le palestre, mentre il lastricato obsoleto è stato sostituito, con uno più moderno, al passo coi tempi.
Villagrande era il Comune italiano con più macchine, ma alla scuola dell’obbligo ci si andava a piedi, ed era quello un momento assai rumoroso a causa del cicaleccio dei molti bambini che affollavano le strade con le loro piccole borse a tracolla. Oggi, i nati in un anno, sono meno di una sola classe di 30 anni fa, ma sono notevolmente aumentate le dimensioni degli zaini.
I bambini imparavano a nuotare nelle piscine naturali, spesso di nascosto dai genitori che, nello scoprirlo, organizzavano spedizioni punitive; oggi, i figli si accompagnano in piscina e le mamme sono formate dal manuale Montessori (7).
Si andava all’asilo ed il cibo era essenzialmente di due tipi: un giorno pasta, un giorno minestra. Si metteva nella valigetta di plastica il panino, talvolta la banana, e chi era possidente di galline aveva l’uovo. Oggi è pericoloso mangiare troppe uova e che dire dell’aviaria?
Più indietro nel tempo, a Villagrande veniva “su stracci becci”, una sorta di merciaio ambulante che barattava con le donne del paese sa thudda (8) del maiale con un servizio di bicchieri e altre vettovaglie. Oggi i maiali si comprano nelle porcilaie, si nutrono col mangime, perché su coxinau (9) richiede troppo tempo, e si allevano nelle zone periferiche; quanto alla thudda, non so che fine abbia fatto. Con le ragioni del cuore Ninniri augurava semplicemente: “…e a su paraliticu sos brios e potan tenne sa salude arrios…” (10).
Vita e vicende di un passato non tanto lontano dunque che abbiamo sacrificato per un miglioramento del vivere civile; poi però vediamo un ruscelletto che abbiamo coperto di cemento e usato come pattumiera, gonfiarsi e risputare con rabbia tutto ciò che non era naturalmente suo.
Aveva tollerato le nostre angherie, ma poi ci riporta brutalmente al passato e alla sua saggezza: “erriu mudu inde leada s’omini”(11).
L’augurio di Ninniri ci riconduce dunque ad una realtà inesistente, ad un’esperienza di modernità che abbiamo vissuto senza paura, ma che all’improvviso ci porta a fare i conti con la nostra debolezza culturale e l’incapacità di produrre in proprio.
Debolezza culturale determinata anche dal fatto che sempre più spesso ricorriamo agli intellettuali e agli studi a tavolino, trascurando il nostro vero patrimonio che sono le menti e la memoria dei nostri anziani.
In passato, parlare sardo identificava subito l’origine e, purtroppo, anche la vergogna di un’appartenenza. Oggi, il bambino che parla sardo è protetto da una precisa volontà intellettuale.
Cittadini del mondo siamo diventati! Troppo impegnati ad attribuire questa o quella colpa senza pensare di eliminarla perché comunque esiste e continuiamo a perpetrarla. Anche qui Ninniri ci aveva augurato semplicemente : “a sos mudos sa favella torrede a sos surdos l’uditu lis torrede ” (12).
Il nostro giorno della memoria, il 6 dicembre, ci ha fatto accantonare problemi altrettanto grandi perché, inevitabilmente, ogni paura ed ogni critica si è riversata su quella calamità naturale.
La verità è che siamo tutti colpevoli, in diverse forme e gradi di peccato, di un cambiamento che abbiamo subito, suggestionati da una globalizzazione che ci ha indebolito culturalmente e ci ha reso incapaci di produrre in proprio. Auguriamoci di entrare nel nuovo mondo con la nostra zavorra di sardità e di identità, non come un’enclave. Non so dove sia la nostra potenza, ma vedo la nostra incapacità a reagire se non versando altre lacrime.
“Asciughede sa mamma su piantu de frades sorres caras e isposas, mammas chi cun sas iras sambenosas, giuttu (13) biada sposa sorre e frade, e aggiude s’ autoridade, cun boghes veramente religiosas (14)” è invece l’augurio di un Ninniri che guarda al futuro.
Una speranza di convivenza locale e globale: “S’artista biva bene in s’arte sua …e nasca s’arte noa “a su separatismu s’unione pro Biddamanna e Biddanoa (15).
(1) Andrea Ninniri (Thiesi 1890 – 1969), fu uno degli improvvisatori di una gara poetica tenutasi a Villagrande presumibilmente nel quinquennio successivo alla fine della seconda Guerra Mondiale. Le parole dell’augurio che riporto sono le stesse che mi ha gentilmente cantato un anziano villagrandese. La traduzione è libera date le incongruenze grammaticali presenti e tipiche di ogni testo trasmesso oralmente.
(2) “I fiumi non si chiudono”.
(3) A.Cannas-A.Rubiu - Villagrande Strisaili tra storia e leggenda, 1977, pag. 54
(4) Il pastore abbia fortuna nel gregge, latte in abbondanza e la salute non lo abbandoni mai, il contadino produca il mille per cento, il vignaiolo abbia sempre la botte piena, l’artigiano viva con prosperità della sua arte, così come l’impiegato.
(5) Sul concetto “locale” vedi B. Bandinu, Lettera a un giovane sardo, 1997, Edizioni Della Torre, Cagliari
(6) Si progredisce, si costruisce e si cambia, in una ingegneria e un’architettura globale.
“La filosofia rende l’architetto magnanimo e fa sì che non sia arrogante, ma invece cortese, sereno, leale e - ciò che più conta - non avido (infatti nessun lavoro può essere fatto senza buona fede e onestà); fa anche sì che non sia bramoso né abbia l’animo tutto intento a ricevere compensi, ma invece conservi seriamente la sua dignità col godere d’ una buona reputazione; questi precetti infatti dà la filosofia. Inoltre la filosofia spiega la natura, che in greco si chiama fisiologia. Questa è necessario conoscerla profondamente, perché studia diverse questioni naturali, come per esempio a proposito degli acquedotti…..”.
De architectura 1,1,7
Abbiamo disatteso anche quest’augurio scientifico del periodo di Augusto!
(7) Maria Montessori (Chiaravalle 1870 – L’Aia 1952), pedagogista che elaborò un metodo fondato sul libero della personalità in un ambiente stimolante e adatto. Vitruvio - De architectura 1,1,7.
(8) Le setole della schiena del maiale che venivano strappate e vendute.
(9) Impasto di crusca, patate, zucche, acqua e grasso di maiale.
(10) E al paralitico le gioie e possa avere la salute a fiumi (ipotesi di traduzione).
(11) Fiume silenzioso, travolge l’uomo.
(12) Possa tornare la parola ai muti e l’udito ai sordi.
(13) Questo participio passato di giughere, portare, non concorda col soggetto e crea una frase incomprensibile grammaticalmente, probabilmente per questioni di rima.
(14) La mamma asciughi le lacrime di fratelli, delle amate sorelle e delle spose; mamma che nonostante la rabbia cruenta …possa vedere il futuro di sorelle e fratelli, e aiuti l’autorità con parole e sentimento pio.
(15) Ognuno svolga il suo compito e possa sorgere un’idea nuova: l’unione vera fra Villagrande e Villanova.
Luciana Cannas per ISOLE - La prima antologia della nuova provincia d'Ogliastra