Una torrida estate siciliana
di Mariaconcetta Casabona
Il sole era ancora alto, imperioso, cocente. E il sudore imperlava la fronte di Nino, la sua schiena abbronzata. Le sue guance erano imporporate dall’afa della torrida estate siciliana e dalla fatica del lavoro dei campi. Era il tempo della mietitura e Nino si accingeva a compiere con merito il suo lavoro per non far torto a don Antonio Belluca, il quale anni fa per pietà lo aveva preso con sé e, adesso, dopo una faticosa giornata di lavoro lo ricompensava con un tozzo di pane duro, delle olive, una cipolla e un piccolo fiasco di vino così aspro da sembrare aceto. La domenica sera, invece, lo aspettava la zuppa di fagioli che donna Pina, moglie di don Belluca, preparava con le sue mani tozze e ruvide.
Tutti in paese consideravano il povero Nino fortunato a vivere con i Belluca e di poter godere e usufruire delle loro ricchezze. Ma non era così.
Don Antonio Belluca era forse il più ricco possidente dell’entroterra siciliano e, nonostante donna Pina non gli avesse dato nemmeno un figlio, lui era molto geloso delle sue ricchezze. E Nino lavorava duro per potersi meritare quel tozzo di pane duro, quel povero companatico che, come fosse un’angusta pietanza, divorava rotto dalla fatica.
Eppure era molto riconoscente verso don Antonio e non aveva mai mirato alla sua roba.
Il povero Nino era rimasto orfano a soli undici anni. Colpa della malaria che, come una falce nera e potente, aveva strappato alla vita il suo povero padre, sua madre e la piccola Angelina di soli sei anni, tutto ad una volta.
Il padre era stato, prima di morire, l’ortolano di don Antonio, e dopo la tragedia, il piccolo Nino si era trasferito in casa dei Belluca, accompagnato dalla pietà dei compaesani.
Si era sentito spaesato in quella grande casa, aveva avuto paura, aveva pianto. Ma nessuno, nemmeno donna Pina, aveva asciugato le sue lacrime, era stato vicino in quella sua solitudine, in quella sua tristezza.
Eppure Nino era riconoscente, quasi devoto a quella famiglia.
Adesso Nino aveva diciannove anni. Lavorava sodo, come una bestia da soma caricata di un enorme fardello, troppo pesante per le sue spalle un po’ gracili. E non aveva mai chiesto loro un soldo. La sera andava a dormire in un cantuccio dove donna Pina aveva steso un vecchio lenzuolo rattoppato su di un mucchio di paglia. Sfinito si addormentava subito dopo la cena, con la consapevolezza che un’altra interminabile giornata di duro lavoro l’aspettava. E puntuale, all’alba, il canto del gallo lo richiamava all’usuale lavoro, più preciso di un boia che si appresta a compiere il suo spietato compito. Così egli andava a lavoro. Stanco e assonnato saliva sulla mula e si dirigeva nei campi.
Non possedeva niente, ma fino a quel giorno la sua vita lo aveva reso ricco. Era la cosa più preziosa per lui, dopo la tragedia cui era sopravvissuto. Ma quel giorno qualcosa cambiò. Quel giorno quando si fermò con la mula all’abbeveratoio, usuale sosta della sua quotidiana occupazione, e si accinse ad andare a riempire la sua borraccia con l’acqua fresca, trovò un’altra persona che l’aveva preceduto. Era una ragazza, Maria, la figlia di Pasquale il calzolaio. Stava prendendo l’acqua da portare alla madre.
Di colpo un sentimento strano e insolito per lui devastò il suo cuore, gli rubò anche l’aria che stava respirando. Qualcosa cambiò nella sua vita, che egli considerava preziosa fino a quel momento. Solo adesso si rese conto di quanto fosse solo in realtà, di quanto avesse avuto bisogno di un abbraccio, di quanto fosse importante un gesto affettuoso, che gli desse l’adrenalina giusta prima di andare a lavoro, che lo rifocillasse la sera, quando stanco e rotto dalla fatica andava a dormire.
Solo adesso si rese conto di quanto la sua vita fosse vuota. Adesso c’era qualcosa di più prezioso della sua misera esistenza. Adesso c’era Maria. E per Nino questo era più importante di qualsiasi altra cosa.
Si era innamorato di quella fanciulla a prima vista!
E questa è una passione che non può e non vuole stare in silenzio.
Così Nino le chiese di poterla aiutare a portare l’acqua a casa.
E Maria accettò, quasi con sollievo. Anche lei era rimasta colpita dalla bellezza, dalla semplicità, dalla gentilezza di quel giovane, di cui tanto aveva sentito parlare, ma che mai aveva potuto godere in prima persona.
Maria camminava davanti, muta, timida perché sentiva addosso a sé quello sguardo bramoso della sua bellezza.
E, infatti, lui la osservava mentre lei camminava poco disinvolta davanti a lui. Oh, quanta grazia in quell’incedere!
I suoi capelli neri e lucenti erano raccolti sulla nuca, ma ribelli tendevano a liberarsi dalle forcine cadendo asimmetricamente alla base del collo. I suoi grandi occhi neri mostravano grazia e una grande vitalità I suoi sedici anni avevano un sapore fresco e genuino, più della brezza serale..
Per Nino si trovava già estasiato in Paradiso, e quella dolce Maria le appariva come una beata vergine, forse proprio come la Madonna.
Qualche metro prima di arrivare a casa, Maria tolse quel carico a Nino e si apprestò a proseguire il tragitto, dopo averlo garbatamente ringraziato. Nino, con una vampa nel cuore, le chiese se l’avrebbe rivista. Lei rispose di sì.
Poi andò al lavoro con una carica nuova. La sera non era stanco come al solito. Quando andò a letto non si addormentò subito come di consueto. Pensava alla sua Maria.
Adesso la luna non terminava mai il suo notturno corso, non lasciava mai il suo posto al sole. Adesso Nino aspettava con impazienza il canto del gallo. Non gli importava se questo avrebbe segnato un altro duro giorno di lavoro. Voleva solo rivedere Maria.
Fu così per quasi due mesi. Ogni mattina i due giovani s’incontravano all’abbeveratoio, poi Nino l’aiutava a portare l’acqua a casa. Ma quel tragitto per lui era la via del Paradiso.
I due si amavano, ma di un amore puro, platonico. Non per questo poco intenso. Era una vampa che riscaldava i loro cuori più di quanto non lo facesse il sole di quell’agosto che non voleva dar tregua all’autunno ormai prossimo.
Un giorno, prima di arrivare a casa di Maria, Nino si fermò di scatto. Poggiò per terra la sua brocca ricolma d’acqua, attento a non farla vacillare.
Maria, credendo che fosse solo stanco, asciugò con il suo fazzoletto il sudore nel bel viso del giovine. Ma Nino non era stanco, egli la guardò intensamente, le prese la mano con delicatezza e con passione allo stesso tempo e gliela baciò. Era la prima volta che questo accadeva.
Maria con l’altra mano si coprì il volto fattosi improvvisamente rosso.
-Maria- disse tutto d’ un fiato Nino- io ti sposo!-
Lei rimase come fulminata. Sapeva dell’amore che Nino provava per lei anche se lui non l’aveva mai dichiarato. Poi disse seria:
-No Nino. Don Belluca non ti darà mai il permesso.-
-Perché dici questo?Se solo tu volessi…io ti sposerei subito! E’ vero, non ho niente con me, ma ho sempre lavorato duro e don Antonio dovrà darmi qualche ricompensa!-
-Non è così, Nino. Io vorrei sposarti…ma don Belluca non vorrà perdere due braccia forti come le tue… il tuo lavoro per lui è molto prezioso.
Senza di te tutto andrebbe in rovina. Ma non vedi come ti tratta?-
-Ma no, lui è fatto così. In fondo mi vuole bene, a suo modo. Maria, io ti amo e ti sposerò. Solo la morte potrà impedirmelo, non don Antonio. –
Poi andò al lavoro. Ma nel suo cuore c’era ancora Maria e nella sua mente frullavano quelle parole: e se avesse avuto ragione Maria? E se don Belluca non avesse dato loro il suo consenso? Si rifiutò di crederci.
La sera, quando arrivò a casa, informò i Belluca della sua decisione. Don Antonio ebbe uno scatto d’ira.
-E così tu vorresti sposarti! Bella ricompensa è la tua dopo quello che io e mia moglie abbiamo fatto per te. Ma dimmi, dove andrai a vivere? Come la sfamerai? Perché da me non avrai niente! Tu sei solo un approfittatore… ma la roba è mia, e resterà soltanto mia! E poi, da quando gli animali come te si sposano, Nino? Le bestie come te nemmeno la malaria li vuole!-
Il povero Nino non ebbe il coraggio di replicare. Non era così, lui non voleva la roba dei Belluca. Lui voleva solo sposare Maria, l’amore della sua vita. E nessuno avrebbe potuto impedirglielo. Adesso si sentiva come un cane tratto in trappola, e quel povero giaciglio ora gli sembrava troppo duro per potervi dormire. L’indomani mattina, Maria non si presentò all’usuale appuntamento. Né i giorni dopo. E Nino era disperato. Come poteva Maria essersi dimenticata di lui? Lui avrebbe dato la vita per lei, senza nemmeno pensarci due volte. E lei? Magari si era innamorata di un altro e non aveva avuto il coraggio di dirglielo!
Niente riusciva a consolarlo. Ogni mattina l’aspettava per più di un’ora all’abbeveratoio. Ma di Maria nessuna traccia.
Dopo quindici interminabili giorni si decise. Doveva andare a casa di Maria, doveva chiederle spiegazioni, doveva rivederla.
Così l’indomani mattina presto, prima di andare a lavoro, ora solita del loro furtivo appuntamento, Nino andò a casa di Maria. Esitava ad ogni passo, si fermava ad ogni metro, con la paura di scoprire che Maria non l’amava più, ma con nel cuore la voglia divampante di rivederla.
Giunse finalmente alla casa di Maria. Bussò. Venne ad aprire una donna, vestita di nero. Era ancora giovane, ma il dolore la rendeva più vecchia di quanto in realtà non fosse. Si notava nel suo sguardo una disprezzo per la vita che solo un grande lutto avrebbe potuto renderle. Quando il suo volto si affacciò dalla porta e vide quel bel giovine, disse: -Tu devi essere Nino. Vieni, entra. -
Nino entrò. Voleva parlare con Maria. Ma fu allora che la povera donna le raccontò ciò che era successo. Tra le lacrime e i singhiozzi che le si formavano in gola, terminò la sua storia. Maria era andata via per sempre. Era morta. La malaria l’ aveva portata via con sé. Era morta invocando il nome del suo Nino, del suo amato Nino.
E adesso Nino era frastornato. Il sangue si era ghiacciato nelle sue vene. Non riusciva a parlare, a dire una parola. Era come anestetizzato. “Maria, io ti sposo. Solo la morte potrà impedirmelo, non don Antonio” le sue ultime parole rivolte a Maria continuavano a ronzare nella sua mente. Come api assetate che cercano nettare, quelle parole cercavano di fare impazzire Nino, e ci stavano riuscendo.
Adesso la Morte aveva portato con sè Maria, in silenzio. L’ aveva strappata via, come fa una fanciulla con i primi boccioli di marzo. Maria era stata una preda troppo ambita per la malaria e Nino non era stato in grado di difenderla. Anzi aveva dubitato di lei, del suo amore. Non le era stato accanto mentre lei soffriva, mentre lei invocava il suo nome, mentre lei lentamente si spegneva. Ma lui non sapeva… altrimenti l’avrebbe strappata anche alla Morte. O forse don Belluca aveva ragione, le bestie come lui nemmeno la malaria li vuole!
Prima la sua famiglia, poi Maria. Perché la malaria lo lasciava sempre vivo in queste tragedie?
Si precipitò nella stalla di don Belluca, ignorando i ciottoli che ostacolavano la sua precipitosa e frenetica corsa. Strappò dal muro dov’era riposta la vecchia lupara di don Antonio.
-No, non voglio la tua maledetta roba, la prendo solo in prestito!- pensò Nino stravolto dal dolore e si precipitò nel cimitero dove adesso si trovava anche la sua dolce Maria. Frenò la sua corsa solo davanti alla tomba della sua famiglia, s’ inginocchiò dolcemente e recitò una piccola preghiera per loro. Quando si alzò:- A presto…- disse con la voce rotta dai singhiozzi. Poi con passo veloce e sguardo attento iniziò a cercare la lapide di Maria tra le mille altre.
Quando la trovò, il suo cuore tremò nel suo petto. Due lacrime sgorgarono dai suoi occhi e poi giù un torrente che niente e nessuno avrebbe potuto fermare.
Come era bella Maria, anche nella foto sulla lapide. Quell’ovale in bianco e nero mostrava la purezza di quel viso candido, quei riccioli ribelli, ma non le sue risate sincere, calde… Il suo sguardo era spento; i suoi occhi non brillavano più alla luce del sole…
Adesso Maria lo guardava seria, fissa… forse osservava la fugacità della vita, di cui era stata protagonista per pochissimo tempo, o forse contemplava l’eternità paradisiaca. Nino non lo sapeva.
-Perdonami Maria, scusa se non ti ho difesa, se non ti ho protetta. Io ti amo Maria –disse tra i singhiozzi che quasi gli impedivano di parlare e lo rendevano tristemente balbuziente -ma se nemmeno la malaria mi vuole con sé, ci sarà un altro modo per raggiungerti…-
Il sole era alto e nemmeno una nuvola oscurava quella bellissima giornata di fine agosto. Un colpo di lupara profanò la sacralità e il silenzio di quel camposanto. Adesso non era il sudore ad imperlare la fronte di Nino, ma un rivolo di sangue, che ben presto si tramutò in torrente.
Sotto il bel volto di Nino si era raccolto un lago di sangue, ma adesso lui sorrideva.
Forse era già in Paradiso, forse aveva rivisto la sua famiglia, forse aveva rivisto la sua Maria tra la moltitudine beata nelle dimore angeliche.
Forse adesso nemmeno la Morte faceva loro più paura.
Mazzarino,13/07/2005