Le donne sarde nella storia dell'emigrazione

di Sara Cossu

L’incontro con Angiolina Arru, docente sarda di Storia contemporanea e di Storia delle donne e dell’identità di genere, avviene nel cuore di Napoli, in uno dei tanti palazzi storici che ospitano le sedi dell’Università Orientale, tra i suoni della disperata allegria del popolo napoletano, parte integrante della vita studentesca.

Racconta del libro L’Italia delle migrazioni interne, di cui è curatrice insieme Franco Ramella, docente di Storia contemporanea all’Università di Torino.

Che cosa distingue un immigrato sardo da un qualsiasi immigrato meridionale?

Il libro cerca di colmare una lacuna storiografica riguardante gli spostamenti interni alla penisola e nega che ci sia una distinzione di strategie, logiche e pratiche tra l’immigrazione a breve e a lunga distanza. Non si sapeva bene come avvenissero gli spostamenti tra regioni diverse nel periodo pre-unitario e come questi avevano comportato modificazioni nella città d’arrivo. Fino all’Unità d’Italia tutti gli assetti giuridici degli stati sono completamente differenti, per esempio, alcune leggi che regolano il regime della dote erano diverse da regione a regione. In Sardegna non esisteva la dote e sarebbe interessante sapere come le donne immigrate sarde entravano nel mercato matrimoniale del paese ospite: portavano la propria legge o sottostavano alla legge del luogo?

Un invito a nozze per qualche storico sardo?

Certamente. Facendo ricerca d’archivio, nelle fonti del vicariato e nelle fonti parrocchiali, a Roma, ho scoperto che erano migrate nella città tante famiglie sarde, non facenti parte degli strati popolari ma legate a una parentela di ecclesiastici. Bisognerebbe studiare i movimenti dei sardi nella penisola in età pre-unitaria. Hanno modificato l’ambiente in cui sono arrivati o si sono adattati del tutto? Studiando gli immigrati delle città si nota che non esiste una dicotomia tra immigrati e nativi, esiste tuttavia una differenza tra chi ha creato una rete di relazioni e chi no. Queste reti sono necessarie per entrare nel mercato matrimoniale e in quello del lavoro, ma anche per risolvere problemi giudiziari. Un sardo può costruire le stesse relazioni di qualsiasi altro immigrato, trame larghe o strette, a seconda delle sue capacità. Anch’io sono un’immigrata, infatti la mia famiglia è migrata da un piccolo paese della Sardegna, Pozzomaggiore, verso Sassari. E noi figli, ma anche i nostri genitori, abbiamo dovuto creare reti forse non tanto ampie come quelle che abbiamo lasciato al paese.

Verso quali parti dell’Italia migrano i sardi?

Non esiste una logica funzionale solo all’economia. Ne esiste una funzionale ad un nucleo precedente che offre una catena di relazioni più semplice ed immediata.

Che cosa determina l’integrazione?

Questo libro capovolge gli approcci tradizionali. Integrarsi non significa sposare un nativo. Studiando le singole biografie, mi sono resa conto che la situazione è più complicata. Le coppie di immigrati non hanno meno difficoltà d’inserimento rispetto alle coppie formate da un immigrato e una nativa. Ho notato che nel primo caso si aprono strategie d’integrazione più ampie perché è coinvolta una doppia rete migratoria, quella del marito e quella della moglie. Il terzo punto di riferimento è la città d’arrivo. Questo determina anche una maggiore circolazione di crediti a differenza di quanto si possa pensare, infatti sposare una nativa non facilitava l’ottenimento di prestiti dalle banche locali. Era più facile ottenerli all’interno delle trame di conoscenze e non si tratta necessariamente di usura. Chi faceva il facchino e sposava una domestica poteva farsi conoscere in città come prestatore di soldi e fare fortuna. Quindi non è importante dove si è nati ma come ci si è inseriti.

Da che cosa è caratterizzato il mercato matrimoniale?

Essenzialmente dalle relazioni. Le reti sono trasversali e attraversano le classi sociali, la provenienza, l’etnia. Ecco perché per un sardo non è difficile sposare un’olandese. Quello che importa è quanto si è disposti a cambiare.

Le reti di relazioni dei sardi sono più limitate a causa dell’insularità?

Assolutamente. Le situazioni di maggior difficoltà negli spostamenti comporta un maggior impegno e solitamente una riuscita nel progetto migratorio .

Parliamo di donne immigrate.

Le donne migrano in numero inferiore. Questo è dovuto alla protezione da parte delle famiglie. Le donne che migrano hanno solitamente una certa età, non sono mai giovani. Questo comporta una maggiore difficoltà ad inserirsi nel mercato matrimoniale. Quante donne tornano in Sardegna per sposarsi? Il pericolo, ma anche la scelta, potrebbe essere il nubilato.

Dietro una scelta del genere non potrebbe invece nascondersi una professione come la prostituta, come spesso nei paesi si mormorava dell’emigrata non sposata?

Questo è un grande stereotipo. La donna lavoratrice, solitamente domestica, è stata spesso sospettata di essere una prostituta. Vale anche per le operaie che dovevano alzarsi presto la mattina e uscire per andare in fabbrica quando faceva ancora buio. La donna non doveva lavorare. Anche il movimento socialista ha peccato di antifemminismo. Troviamo le stesse posizioni sia tra la classe operaia che tra i borghesi. Dovremmo piuttosto domandarci chi sia la donna che migra, che cosa ha in mente e che cosa succede nel paese da cui è partita, grazie ai soldi che riesce a inviare a casa.

Come vengono utilizzati?

Le rimesse sono l’unica possibilità per non impoverirsi, l’unico modo per non dover vendere tutto per saldare un debito. La donna è sempre vista con sospetto e mai come colei che assicura e salva il prestigio della famiglia e la sua integrità, pagando i debiti e inviando il denaro. La migrazione, anche quella femminile, è indice di chi sta più avanti, di chi non vuole impoverirsi, di chi vuole cambiare la propria storia.

Come cambia il ruolo della moglie di un immigrato rimasta a casa con i figli?

In età moderna questa condizione determina un grande protagonismo femminile. Le donne, benché attraverso l’autorizzazione maritale, incominciano ad occuparsi di questioni patrimoniali per stretta necessità.

Qual è invece il suo percorso?

Mi sono laureata a Sassari, con professor Pigliaru, che si occupato di vendetta barbaricina. Ho sempre pensato di lavorare in biblioteche e archivi più accessibili con trame relazionali più ampie. Tra la scelta di Roma e Milano ha prevalso la capitale, dove incominciai a lavorare in una biblioteca che oggi è la Fondazione Basso. Lì ho costruito tutta la mia biografia personale, culturale e accademica, incominciando ad occuparmi di classe operaia per approdare allo studio della donna.

L’ha fatto allontanandosi dalla Sardegna…

Studiare un’altra cultura non significa rompere con la propria, ma è mescolarla,sovrapporla. Questo arricchisce. Quando torno in Sardegna torno con un altro sguardo, quello è il mio passato dove c’è anche un presente e un futuro.

Sara Cossu - Paraulas n. 18
Cortesia www.paraulas.it


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