Elias Portolu (1903)

di Grazia Deledda


Giorni lieti s'avvicinavano per la famiglia Portolu, di Nuoro. Agli ultimi di aprile doveva ritornare il figlio Elias, che scontava una condanna in un penitenziario del continente; poi doveva sposarsi Pietro, il maggiore dei tre giovani Portolu.
Si preparava una specie di festa: la casa era intonacata di fresco, il vino ed il pane pronti [1]; pareva che Elias dovesse ritornare dagli studi, ed era con un certo orgoglio che i parenti, finita la sua disgrazia, lo aspettavano.
Finalmente arrivò il giorno tanto atteso, specialmente da zia Annedda, la madre, una donnina placida, bianca, un po' sorda, che amava Elias sopra tutti i suoi figliuoli. Pietro, che faceva il contadino, Mattia e zio [2] Berte, il padre, che erano pastori di pecore, ritornarono di campagna.
I due giovanotti si rassomigliavano assai; bassotti, robusti, barbuti, col volto bronzino e con lunghi capelli neri. Anche zio Berte Portolu, la vecchia volpe, come lo chiamavano, era di piccola statura, con una capigliatura nera e intricata che gli calava fin sugli occhi rossi malati, e sulle orecchie andava a confondersi con la lunga barba nera non meno intricata. Vestiva un costume abbastanza sporco, con una lunga sopragiacca nera senza maniche, di pelle di montone, con la lana in dentro; e fra tutto quel pelame nero si scorgevano solo due enormi mani d'un rosso-bronzino, e nel viso un grosso naso egualmente rosso-bronzino.
Per la solenne occasione, però, zio Portolu si lavò le mani ed il viso, chiese un po' d'olio d'oliva a zia Annedda, e si unse bene i capelli, poi li districò con un pettine di legno, dando in esclamazioni per il dolore che quest'operazione gli causava.
«Che il diavolo vi pettini», diceva ai suoi capelli, torcendo il capo. «Neanche la lana delle pecore è così intricata!»
Quando l'intrico fu sciolto, zio Portolu cominciò a farsi una trecciolina sulla tempia destra, un'altra sulla sinistra, una terza sotto l'orecchio destro, una quarta sotto l'orecchio sinistro. Poi unse e pettinò la barba.
«Fatevene altre due, ora!», disse Pietro, ridendo.
«Non vedi che sembro uno sposo?», gridò zio Portolu. E rise anche lui. Aveva un riso caratteristico, forzato, che non gli smoveva un pelo della barba.
Zia Annedda borbottò qualche cosa, perché non le piaceva che i suoi figliuoli mancassero di rispetto al padre; ma questi la guardò con rimprovero e disse:
«Ebbene, cosa dici, tu? Lascia ridere i ragazzi; è tempo che si divertano, loro; noi ci siamo già divertiti».
Intanto giunse l'ora dell'arrivo di Elias. Vennero alcuni parenti e un fratello della fidanzata di Pietro, e tutti mossero verso la stazione. Zia Annedda rimase sola in casa, col gattino e le galline.
La casetta, con un cortile interno, dava su un viottolo scosceso che scendeva allo stradale: dietro il muro assiepato del viottolo si stendevano degli orti che guardavano sulla valle. Pareva d'essere in campagna: un albero stendeva i suoi rami al disopra della siepe, dando al viottolo un'aria pittoresca: l'Orthobene granitico e le cerule montagne d'Oliena chiudevano l'orizzonte.
Zia Annedda era nata ed invecchiata là, in quel cantuccio pieno d'aria pura, e forse per questo era rimasta sempre semplice e pura come una creatura di sette anni. Del resto, tutto il vicinato era abitato da gente onesta, da ragazze che frequentavano la chiesa, da famiglie di costumi semplici.
Zia Annedda usciva ogni tanto sul portone aperto, guardava di qua e di là, poi rientrava. Anche le vicine aspettavano il ritorno del prigioniero, ritte sulle loro porticine o sedute sui rozzi sedili di pietra addossati al muro: il gatto di zia Annedda contemplava dalla finestra.
Ed ecco un suono di voci e di passi in lontananza. Una vicina attraversò di corsa il viottolo e mise la testa entro il portone di zia Annedda.
«Eccoli, son qui!», gridò.
La donnina usci fuori, più bianca del solito e tremante; subito dopo un gruppo di paesani irruppe nel viottolo, ed Elias, assai commosso, corse da sua madre, si curvò e l'abbracciò.
«Fra cento anni un'altra, fra cento anni un'altra...», mormorava zia Annedda piangendo.
Elias era alto e snello, col volto bianchissimo, delicato, sbarbato; aveva i capelli neri rasati, gli occhi azzurri-verdognoli. La lunga prigionia aveva reso candide le sue mani e la sua faccia.
Tutte le vicine si affollarono intorno a lui, respingendo gli altri paesani, e gli strinsero la mano, augurandogli:
«Un'altra disgrazia simile fra cento anni».
«Dio voglia!», egli rispondeva.
Dopo di che entrarono in casa. Il gatto, che all'avvicinarsi dei paesani s'era ritirato dalla finestra, venuto alla scaletta esterna saltò giù spaventato, corse di qua e di là e andò a nascondersi.
«<I>Muscì, muscì</I>», cominciò a gridare zio Portolu, «che diavolo hai, non hai veduto mai cristiani? Oh che siamo assassini, che fuggono anche i gatti? Siamo gente onesta, galantuomini siamo!»
La vecchia volpe aveva una gran voglia di gridare, di chiacchierare, e diceva cose inconsistenti.
Seduti che tutti furono in cucina, mentre zia Annedda versava da bere, zio Portolu s'impadronì di Jacu Farre, un suo parente, un bell'uomo rosso e grasso che respirava lentamente, e non lo lasciò più in pace.
«Vedi», gli gridava, tirandogli la falda del cappotto, e accennandogli i suoi figli, «li vedi ora i figli miei? Tre colombi! e forti, eh, e sani, e belli! Li vedi in fila, li vedi? Ora che è tornato Elias, saremo come quattro leoni; non ci toccherà neppure una mosca. Anche io, sai, anche io sono forte; non guardarmi così, Jacu Farre, io di te me ne infischio, intendi? Mio figlio Mattia è la mia mano destra; ora Elias sarà la mia sinistra. E Pietro, poi, il piccolo Pietro, Prededdu mio? Non lo vedi? è un fiore! Ha seminato dieci quarti d'orzo e otto di frumento e due quarti di fave: eh, se vuol sposarsi, può tenerla bene la moglie! Non gli mancherà la raccolta. È un fiore, Prededdu mio. Ah, i miei figli! Come i miei figli non ce ne sono altri a Nuoro.»
«Eh! eh!», disse l'altro quasi gemendo.
«Eh! eh! Cosa vuoi dire col tuo eh! eh!, Jacu Fà? Dico bugie forse? Mostrami altri tre giovani come i miei figli, onesti, laboriosi, forti. Uomini sono, essi, uomini sono!»
«E chi ti dice che siano donne?»
«Donne, donne! Donna sarai tu, pancia di cassetta», gridò zio Portolu premendo con le sue grosse mani sulla pancia del parente, «tu, non loro, i miei figli! Non li vedi?», proseguì, rivolgendosi con adorazione verso i tre giovanotti. «Non li vedi, sei cieco? Tre colombi...»
Zia Annedda s'avvicinò, col bicchiere in una mano e la caraffa nell'altra. Colmò il bicchiere e lo porse al Farre, e il Farre lo diede cortesemente a zio Portolu. E zio Portolu bevette.
«Beviamo! Alla salute di tutti! E tu, moglie mia, femminuccia, non aver più paura di nulla: saremo come leoni, ora, non ci toccherà più neanche una mosca.»
«Va! va!», ella rispose.
Versò da bere al Farre e passò oltre. Zio Portolu la seguì con gli occhi, poi disse, toccandosi l'orecchia destra con un dito:
«È un po'... qui; non sente bene, infine, ma una donna! Una donna buona! Fa il fatto suo, mia moglie, altro che fa il fatto suo! E donna di coscienza, poi! Ah, come lei...».
«Non ce n'è altra in Nuoro!»
«Pare!», gridò zio Portolu. «Forse che la sentono a fare dei pettegolezzi? Non temere, che se Pietro porta qui la sua sposa, ci stia male, qui, la ragazza!»
E tosto cominciò a lodare anche la ragazza. Una rosa, un gioiello, una palma! Essa cuciva e filava, essa buona massaia, essa onesta, bella, buona, benestante.
«Infine», disse il Farre ironico, «non ce n'è un'altra in Nuoro!»
Intanto il gruppo dei giovani parlava animatamente con Elias, bevendo, ridendo, sputando. Il più che rideva era lui, il reduce, ma il suo riso era stanco e spezzato, la voce debole; il suo viso e le sue mani spiccavano fra tutte quelle facce e quelle mani bronzine; sembrava una donna vestita da uomo. Inoltre il suo linguaggio aveva acquistato qualche cosa di particolare, di esotico; egli parlava con una certa affettazione, metà italiano e metà dialetto, con imprecazioni affatto continentali.
«Senti tuo padre che vi vanta», disse il futuro cognato di Pietro. «Egli dice che siete dei colombi, e in verità che sei bianco come un colombo, Elias Portolu.»
«Ma ridiventerai nero», disse Mattia. «Da domani cominciamo a trottare verso l'ovile, non è vero, fratello mio?»
«Ch'egli sia bianco o nero poco importa», disse Pietro. «Lasciate queste sciocchezze, lasciategli raccontare quello che raccontava.»
«Dicevo dunque», riprese Elias con la sua voce fiacca, «che quel gran signore compagno di cella, era il capo dei ladri di quella grande città, come si chiama... non ricordo più, via. Era con me, mi confidava tutto. Quello sì, che si dice rubare: cosa contano i nostri furti? Noi, per esempio, un giorno abbiamo bisogno d'una cosa, andiamo e rubiamo un bue e lo vendiamo; ci prendono, ci condannano, e quel bue non basta a pagare l'avvocato. Ma quelli là, quei grandi ladri, altro che! Pigliano dei milioni, li nascondono, e poi quando escono di prigione diventano ricchissimi, vanno in carrozza e si divertono. Cosa siamo noi, Sardi asini, al loro confronto?»
I giovanotti ascoltavano intenti, pieni d'ammirazione per quei grandi ladri d'oltremare.
«Poi c'era un monsignore anche», riprese Elias, «un riccone che aveva nel libretto tante migliaia di lire.»
«Anche un monsignore!...», esclamò Mattia meravigliato.
Pietro lo guardò ridendo e volle fare il disinvolto, sebbene si meravigliasse anche lui.
«Ebbene, un monsignore? Oh che i monsignori non sono uomini come gli altri? La prigione è fatta per gli uomini.»
«Perché c'era quello lì?»
«Ma... pare perché voleva che si mandasse via il Re e si mettesse per Re il Papa. Altri però dicevano che anche lui era in carcere per affari di denaro. Era un uomo alto coi capelli bianchi come la neve; leggeva sempre. Un altro venne a morire, e lasciò ai detenuti tutto il denaro che aveva nel libretto. Volevano darmi cinque lire; io però le rifiutai. Un Sardo non vuole elemosine.»
«Stupido! io le avrei prese!», gridò Mattia. «Mi sarei preso una sbornia solenne alla salute del morto.»
«È proibito», rispose Elias; e stette un momento in silenzio, assorto in vaghi ricordi, poi esclamò: «Gesù! Gesù! Quanta gente c'era, d'ogni qualità! C'era con me un altro Sardo, un maresciallo; lo imbarcarono a Cagliari la stessa notte che imbarcarono me: egli credeva lo rilasciassero, invece lo presero ch'egli neanche se ne accorse».
«Oh, io dico che se ne sarà accorto!»
«Oh, anch'io!»
«Egli si vantava che l'avrebbero presto graziato, che era parente del ministro, e che aveva un altro parente alla Corte del Re: invece io l'ho lasciato laggiù; nessuno gli scriveva, nessuno gli mandava un centesimo. E in <I>quei luoghi</I>, se non si hanno dei soldi, si crepa di fame, che Dio mi assista! E i carcerieri!», esclamò poi facendo una smorfia, «tanti aguzzini! Sono quasi tutti Napoletani, canaglie, che se ti vedono morire ti sputano addosso. Ma prima d'andar via io dissi ad uno di loro: "Prova a passare dalle nostre parti, marrano, che ti accomodo io l'osso del collo".»
«Sì», disse Mattia, «provi un po' a passare vicino al nostro ovile, che gli diamo un po' di siero!»
«Oh, egli non passerà!»
«Chi non passerà?», domandò zio Portolu, avvicinandosi.
«No, un guardiano che sputava addosso ad Elias», disse Mattia.
«No, diavolo, non mi sputava affatto: cosa stai dicendo?
Tutti si misero a ridere: zio Portolu gridò:
«E poi Elias non l'avrebbe permesso; gli avrebbe rotto i denti con un pugno. Elias è un uomo: siamo uomini, noi, non siamo bambocci di formaggio fresco come i continentali, anche se essi sono guardiani di uomini...».
«Macché guardiani!», disse Elias alzando le spalle. «I guardiani sono canaglie; ma ci sono poi i signori; avreste visto voi! Grandi signori che vanno in carrozza, che quando entrano in carcere hanno migliaia e migliaia di lire nel libretto.»
Zio Portolu si stizzì, sputò, e disse:
«Cosa sono essi? Uomini di formaggio fresco! Va e mettili un po' a gettar il laccio ad un puledro indomito, o a chiappar un toro, od a sparare un archibugio! Muoiono prima di spavento. Cosa sono i signori? Le mie pecore sono più coraggiose, così Dio mi assista.»
«Eppure, eppure...», insisteva Elias, «se voi vedeste...»
«Cosa hai veduto tu?», ribatteva zio Portolu, sprezzante. «Tu non hai veduto nulla. Alla tua età io non avevo veduto nulla; ma ho veduto dopo e so cosa sono i signori, e cosa sono i continentali e cosa sono i Sardi. Tu sei un pulcino appena uscito dall'uovo.»
«Altro che pulcino!», mormorò Elias, sorridendo amaramente.
«Un gallo, piuttosto!», disse Mattia.
E il Farre. con finezza:
«No, un uccellino...».
«Uscito dalla gabbia!», esclamarono gli altri, ridendo.
La conversazione si fece generale. Elias proseguì a narrare i suoi ricordi, più o meno esatti, sul luogo e le persone che aveva lasciato: gli altri commentavano e ridevano. Zia Annedda ascoltava anch'essa, con un placido sorriso sul viso calmo, e non riusciva ad afferrar bene tutte le parole di Elias: ma il Farre, sedutole accanto, le avvicinava il viso al collo e le ripeteva a voce alta i racconti del reduce.
Intanto veniva altra gente, amici, vicini, parenti. I nuovi venuti si avvicinavano ad Elias, molti lo baciavano, tutti gli auguravano:
«Fra cent'anni un'altra».
«Dio lo voglia!», gli rispondeva, tirandosi la berretta sulla fronte.
E zia Annedda versava da bere. In breve la cucina fu piena di gente; zio Portolu gridava incessantemente, facendo sapere a tutti che i suoi figli erano tre colombi, e avrebbe voluto trattenere a lungo tutta quella gente; ma Pietro smaniava di far conoscere ad Elias la sua fidanzata, e insisteva per uscire e condurlo con sé.
«Andiamo a pigliar aria», diceva. «Questo povero diavolo è stato ben rinchiuso perché lo vogliate tener qui tutta la sera.»
«Ne vedrà bene dell'aria!», rispose un parente.
«Quel suo volto di ragazza diventerà nero come la polvere da sparo.»
«Lo credo bene!», gridò Elias, passandosi le mani sul volto, vergognoso della sua bianchezza.
Ma finalmente Pietro riusciva a farsi intendere, e stavano per uscire, quando sopraggiunse la futura suocera, una vedova magra, alta e rigida, col viso terreo avvolto in una benda nera: la accompagnavano i suoi due più giovani figli, una fanciulla ed un giovinetto già pieno di boria.
«Figlio mio!», declamò con enfasi la vedova slanciandosi a braccia aperte verso Elias. «Il Signore ti mandi fra cento anni un'altra di queste disgrazie.»
«Dio lo voglia!»
Zia Annedda andava premurosamente dietro la vedova, desiderosa di complimentarla; ma zio Portolu s'impadronì della donna, le prese le mani, la scosse tutta.
«Lo vedi?», le gridò sul viso, «lo vedi, Arrita Scada! Il colombo è tornato al nido. Chi ci tocca, ora? Chi ci tocca? Dillo tu. Arrita Scada...»
Ella non seppe dirlo.
«Lasciatelo dire», esclamò Pietro, rivolto alla vedova. «È allegro oggi.»
«Perché deve essere allegro!»
«Sicuro che sono allegro. Cosa ne dici, tu? Non devo essere allegro? Non lo vedi il colombo? È ritornato al nido. È bianco come un giglio. E belle storie ne sa raccontare, ora. Arrita Scada, sentito hai? Siamo una famiglia, una casa di uomini, noi: e diglielo a tua figlia, che essa sposerà un fiore, non una immondezza.»
«Lo credo bene.»
«Lo credi? O che credi che tua figlia venga qui a far la serva? Verrà a far la signora: e troverà pane, e troverà vino, e troverà grano, orzo, fave, olio: ogni ben di Dio. Lo vedi tu quell'uscio?», gridò poi, facendo volger zia Arrita verso un usciolino in fondo alla cucina. «Lo vedi? Sì? Ebbene, sai cosa c'è dietro quell'uscio? Ci sono cento scudi in formaggio. Ed altre cose ancora.»
«Finitela, finitela», disse Pietro, un po' mortificato. «Ella non sa che farsene del vostro ben di Dio.»
«Del resto», osservò Elias, «Maria Maddalena Scada non sposerà Pietro per il nostro formaggio.»
«Figlio del mio cuore! tutto è buono nel mondo!», declamò zia Arrita, sedendosi fra i suoi figlioli, dei quali il maschio non parlava ma sorrideva beffardo.
«Andiamo, andiamo, finitela!», ripeteva Pietro.
Intanto zia Annedda, visto che non le lasciavano dire una parola, s'era messa a preparare il caffè per la <I>socronza</I>. [3]
«Mio marito», le disse, appena poté averla tutta a sé, «è troppo attaccato alle cose del mondo: non pensa affatto che il Signore ci ha dato i suoi beni, senza che noi li meritassimo, e che il Signore ce li può togliere da un momento all'altro.»
«Annedda mia, gli uomini son tutti così», disse l'altra per confortarla. «Non pensano ad altro che alle cose del mondo. Lasciamo andare. Ma cosa stai facendo? Non pigliarti alcun disturbo. Sono venuta per un momentino, e me ne vado subito. Vedo che Elias sta bene, è bianco come una ragazza, Dio lo benedica.»
«Sì, sembra che stia bene, grazie al Signore: ha tanto sofferto, povero uccello!»
«Ah, speriamo che tutto sia finito: egli non tornerà ai cattivi compagni, certamente; perché sono stati i cattivi compagni a procurargli la disgrazia.»
«Che tu sia benedetta, le tue parole son d'oro, Arrita Scada mia. Ma cosa stavamo dicendo? Gli uomini non pensano che alle cose del mondo: se pensassero appena appena al mondo di là, andrebbero più dritti in questo. Essi pensano che questa vita terrena non debba finir mai; invece è una novena, questa vita, una novena ed anche corta. Soffriamo in questo mondo; facciamo sì che questa pulcina qui», si toccò il petto, «sia tranquilla e non ci rimproveri nulla; il resto vada come vuole andare. Metti dunque lo zucchero, Arrita; bada che il tuo caffè non sia amaro.»
«Va bene così; dolce non mi piace.»
«Bene, stavamo dicendo che basta aver la coscienza tranquilla. Invece gli uomini non ci badano, a questo. Basta loro che l'annata sia buona, che facciano molto formaggio, molto frumento, molte olive. Ah, essi non sanno che la vita è così breve, che tutte le cose del mondo passano così presto. Dàlla a me la tua chicchera, non disturbarti. Ah, non è nulla, è il cucchiaino che è caduto. Le cose del mondo! Va tu, Arrita Scada, mettiti sull'orlo del mare, e conta tutti i granelli della rena: quando li avrai contati saprai che essi sono un nulla in confronto degli anni dell'eternità. Invece i nostri anni, gli anni da passare nel mondo, stanno dentro il pugno di un bambino. Io dico sempre queste cose a Berte Portolu e a tutti i figli miei; ma essi son troppo attaccati al mondo.»
«Essi sono giovani, Annedda mia, bisogna considerare questo, che essi sono giovani. Del resto vedrai che Elias ha messo giudizio; è serio, molto serio: la lezione non è stata piccola, e gli servirà per tutta la vita.»
«Maria di Valverde lo voglia! Ah, Elias è un giovine di cuore; quando era ragazzo sembrava una femminuccia; non diceva una imprecazione, non una cattiva parola. Chi l'avrebbe creduto che appunto lui mi avrebbe fatto versar tante lagrime?»
«Basta, ora è tutto passato: ora i tuoi figli sembrano davvero dei colombi, come dice Berte tuo marito. Basta che fra loro regni sempre la concordia, l'amore...»
«Ah, per questo non c'è pericolo, che tu sia benedetta!», disse zia Annedda sorridendo.
Dopo cena zia Annedda poté finalmente trovarsi con Elias, seduti entrambi al fresco nel cortile. Il portone aperto, il viottolo deserto: sembrava una notte d'estate, silenziosa, col cielo diafano fiorito di stelle purissime. Dietro gli orti, dietro lo stradale, in lontananza, si sentiva uno scampanio argentino di pecore al pascolo; veniva nell'aria un aspro profumo d'erba fresca. Elias respirava quel profumo, quell'aria pura, con le narici dilatate, con un istinto di voluttà selvaggia: sentiva il sangue scorrer caldo nelle vene, e il capo oppresso da un piacevole peso. Aveva bevuto e si sentiva felice.
«Siamo stati dalla fidanzata di Pietro», disse con voce vaga, «è una ragazza assai graziosa.»
«Sì, è bruna, ma è graziosa: inoltre è assai savia.»
«Sua madre mi pare un po' boriosa: se ha un soldo fa vedere d'avere uno scudo; ma la ragazza sembra modesta.»
«Che vuoi? Arrita Scada è di razza buona e ne va superba: del resto», disse zia Annedda, entrando nel suo argomento favorito, «io non so cosa si ricavi dalla boria e dalla superbia. Dio disse: "tre cose solamente deve aver l'uomo, amore, carità, umiltà". Cosa si ricava dalle altre passioni? Tu ora hai sperimentato la vita, figlio mio; cosa ne dici tu?»
Elias sospirò forte; sollevò il viso al cielo.
«Voi avete ragione; io ho sperimentato la vita; non che meritassi la disgrazia che ho avuto, perché, voi lo sapete, io ero innocente, ma perché il Signore non paga il sabato. Sono stato cattivo figliolo, e Dio mi ha punito, mi ha fatto invecchiare innanzi tempo. I cattivi compagni mi avevano traviato, ed è perché praticavo con male compagnie che sono stato travolto in quella disgrazia.»
«E quei compagni, mentre tu soffrivi, non chiedevano neppure tue notizie. Prima, quando eri libero, non lasciavano in pace quel portone là: "Elias dov'è? dov'è Elias?". Elias andava ed Elias veniva. E dopo? Dopo si allontanarono, o se dovevano passar per la via, calavano la berretta sulla fronte perché noi non li riconoscessimo.»
«Basta, mamma mia! Ora è tutto finito; comincio una vita nuova», diss'egli, sospirando ancora. «Ora per me non esiste altro che la mia famiglia: voi, mio padre, i miei fratelli: ah, credete, vi farò dimenticare tutto il passato. Starò come un servo, all'obbedienza vostra, e mi parrà di essere rinato.»
Zia Annedda sentì lagrime di dolcezza salirle agli occhi, e poiché le sembrava che anche Elias si commovesse troppo, sviò il discorso.
«Sei stato sempre sano?», domandò. «Sei molto dimagrito.»
«Che volete? In <I>quei luoghi</I> si dimagra anche senza essere ammalati: il non lavorare ammazza più di qualunque fatica.»
«Non lavoravate mai?»
«Sì, si fanno dei lavoretti manuali, da calzolaio o da donnicciuola! Così pare che il tempo non passi mai: un minuto sembra un anno: è una cosa orribile, mamma mia.»
Tacquero. La voce di Elias si era fatta profonda nel pronunciare quelle ultime parole. Durante il pomeriggio, nella prima ebbrezza della libertà, egli aveva parlato facilmente della sua prigionia e dei suoi compagni di sventura, sembrandogli una cosa già lontana, quasi piacevole a ricordarsi. Ma adesso, in quell'oscurità silenziosa, nel sentire l'odore fresco della campagna che gli ricordava i giorni felici della sua prima giovinezza trascorsa nell'ovile, nella sconfinata libertà della <I>tanca</I> paterna, davanti a sua madre, a quella vecchierella buona e pura, improvvisamente, il ricordo degli anni perduti invano nell'angoscia del penitenziario, gli destava orrore.
«Io sono assai debole», disse dopo qualche momento, «non ho forza per nulla: è come se mi avessero troncato la schiena. Eppure non sono mai stato ammalato; solo una volta ho avuto una colica tremenda, e mi pareva di morire, "<I>Santu Franziscu</I> mio", dissi allora, "fatemi uscire da quest'orrore, e la prima cosa che farò, tornando in libertà, sarà di venire alla vostra chiesa e portarvi un cero."»
«<I>Santu Franziscu bellu!</I>», esclamò zia Annedda, giungendo le mani. «Noi ci andremo, noi ci andremo, figlio mio! Che tu sii benedetto, tu ripiglierai le tue forze, non dubitarne. Noi andremo a far la novena a San Francesco: e Pietro verrà alla festa e porterà in groppa al suo cavallo la fidanzata.»
«Quando si sposa Pietro?»
«Si sposerà dopo la raccolta, figlio mio.»
«La porterà qui la sposa?»
«Sì, la porterà qui, almeno per i primi tempi; io comincio ad esser vecchia, figlio mio, e ho bisogno d'aiuto. Finché vivo io, voglio che restiamo tutti uniti: dopo, quando io tornerò nel seno del Signore, ognuno di voi piglierà la sua via. Anche tu ti ammoglierai...»
«Oh, e chi mi vuole?», egli disse con amarezza.
«Perché parli così, Elias? Chi ti vuole! Una figlia di Dio. Se tu ti emenderai, se farai vita onesta, nel timor di Dio, lavorando, la fortuna non ti mancherà. Io non dico che tu debba cercare una donna ricca; ma una donna onesta non ti mancherà. Il Signore ha istituito il matrimonio perché si uniscano santamente un uomo e una donna, non già un ricco e una ricca, o un povero e una povera.»
«Ecco!», diss'egli ridendo. «Non parliamo di questo! Io ritorno appena oggi, e parliamo già di matrimonio. Ne parleremo un altro giorno: ho ventitré anni soltanto, e c'è tempo. Ma voi siete stanca, mamma mia. Andate, andate a riposare. Andate.»
«Vado; ma ritirati anche tu, Elias, l'aria ti potrebbe far male.»
«Male?», diss'egli spalancando la bocca e respirando forte. «Come mai può far male? Non vedete che mi ridona la vita? Andate. Rientrerò subito.»
Dopo un momento egli si trovò solo, semisdraiato per terra, col gomito appoggiato sullo scalino della porta, Sentì sua madre salire la scaletta di legno, chiuder la finestruola e levarsi le scarpe. Poi tutto fu silenzio. L'aria si faceva fresca, quasi umida, aromatica. Egli ripensò alle cose che sua madre gli aveva detto: poi disse fra sé:
«Mio padre e i miei fratelli dormono tranquilli sulle loro stuoie: li sento di qui. Mio padre russa, Mattia dice di tratto in tratto qualche parola; sogna, di certo, e anche nel sogno egli è un po' semplice. Ma come dormono bene, essi! Si sono ubriacati, ma domani non sentiranno più nulla. Anch'io mi sono un po' ubriacato, ma ne sentirò la traccia. Come sono debole! Non sono più un uomo, io: non sarò più buono a nulla. Ah, e mia madre vuole ammogliarmi! Ma qual donna mi vuole? Nessuna. Basta, l'aria si fa umida; ritiriamoci».
Ma non si mosse. Giungeva sempre il tintinnio delle greggie pascenti, che pareva or vicino, or lontano, trasportato dalla brezza umida e fragrante. Elias si sentiva stanco, col capo pesante, e non poteva muoversi, o gli pareva di non potersi muovere. Confuse visioni cominciarono a ondeggiargli davanti alla fantasia: ricordava sempre l'ovile, la <I>tanca</I> coperta di fieno altissimo, e vedeva le pecore, ingrossate dal lungo vello, sparpagliate qua e là tra il verde della pastura; ma queste pecore avevano visi umani, i visi cioè dei suoi compagni di sventura. E provava un'angoscia indefinibile. Forse era il vino che fermentandogli nel sangue gli causava un po' di febbre. Ricordava tutti gli avvenimenti della giornata, ma gli pareva di aver sognato, di trovarsi ancora in <I>quel luogo</I> e di provarne un cupo dolore.
Le immagini fantastiche del suo sogno ondeggiavano, s'allontanavano, svanivano. Ecco, ora gli pareva che quelle strane pecore dal volto umano saltassero sul muro che chiudeva la <I>tanca</I>; ed egli andava lor dietro, affannosamente, saltando anche lui il muro e inoltrandosi nella <I>tanca</I> attigua, folta di soveri alti, verdissimi. Un uomo alto, rigido, grosso, con una barba grigio-rossastra, una specie di gigante, camminava lentamente, quasi maestosamente, sotto il bosco. Elias lo riconobbe subito: era un uomo d'Orune, un selvaggio sapiente, che vigilava l'immensa <I>tanca</I> d'un possidente nuorese, perché non estraessero di frodo il sughero dei soveri. Elias conosceva sin da bambino quell'uomo gigantesco, che non rideva mai e forse per ciò godeva una certa fama di saggio. Si chiamava Martin Monne, ma tutti lo chiamavano il «padre della selva» (<I>ssu babbu 'e ssu padente</I>), perché egli raccontava che, dopo la sua infanzia, non aveva dormito una sola notte in paese.
«Dove vai?», chiese ad Elias.
«Vado dietro queste pecore matte. Ma sono così stanco, padre della selva mia! Non ne posso più; sono debole e sfatto; non valgo più a nulla.»
«Eh, se tu non vuoi aver fastidi va a farti prete!», disse zio Martinu con la sua voce possente.
«Eh, eh, quest'idea mi è venuta qualche volta in <I>quel luogo!</I>», gridò Elias.
Si scosse, si svegliò e provò un brivido di freddo.
«Mi sono addormentato qui», pensò sollevandosi, «coglierò qualche malanno.»
Entrò in cucina un po' barcollando: il padre e i fratelli dormivano pesantemente sulle loro stuoie; un lume ardeva posato sulla pietra del focolare. Per Elias, poveretto, così deboluccio, era stato preparato un letto in una cameretta terrena. Egli prese il lume, attraversò una stanzetta nella quale, sopra larghe tavole, stava una grande quantità di formaggio giallo e oleoso che esalava un odore sgradevole, ed entrò nella cameretta.
Si spogliò, si coricò, spense il lume. Si sentiva la schiena rotta, il capo pesante: eppure non gli riusciva di addormentarsi, di nuovo oppresso da un dormiveglia quasi affannoso, pieno di sogni confusi. Vedeva ancora la <I>tanca</I>, il fieno, le pecore grosse di lana gialla intricata, la linea verde del bosco vicino. Zio Martinu era ancora là; ma stava adesso accanto al muro, alto, rigido, sporco, maestoso.
Ritto anche lui accanto al muro, dalla parte della loro <I>tanca</I>, Elias gli raccontava molte cose di <I>quel luogo</I>. Tra l'altro diceva:
«Ci portavano sempre a messa, ci facevano confessare e comunicare spesso. Ah, laggiù si è buoni cristiani. Il cappellano era un santo uomo. Io gli dissi una volta, in confessione, che avevo studiato fino alla seconda ginnasiale, che poi mi ero fatto pastore, ma che molte volte mi ero pentito di non aver continuato a studiare. Allora egli mi regalò un libro, scritto da una parte in latino e dall'altra in italiano, il libro della Settimana santa. Io l'ho letto più di cento, che dico? più di mille volte: e l'ho portato qui, anche. Lo so leggere tanto in latino che in italiano».
«Allora tu sei un sapientone!»
«Non quanto voi! Però ho il timore di Dio.»
«Ebbene, quando si teme Dio si è più sapienti dei re», diceva zio Martinu.
Qui il sogno di Elias si confondeva, s'intrecciava con altri sogni più o meno stravaganti.


<B>II.</B>

Sebbene Mattia insistesse perché Elias si recasse tosto con lui all'ovile, il reduce per qualche giorno restò a casa, ricevendo visite di amici e parenti, e riposandosi.
Zio Berte e Mattia ritornarono all'ovile, Pietro ai suoi lavori; ma or l'uno or l'altro rientravano in paese, di sera, per rivedere Elias e tenergli compagnia. Allora erano grandi chiacchiere e racconti, intorno al focolare, o nel cortiletto nelle sere limpide primaverili. Elias non subiva la sorveglianza speciale che di solito adesso segue e rincrudisce la pena; ma, almeno per i primi tempi, era tenuto d'occhio dalla questura; e spesso, di sera, due carabinieri percorrevano con passo pesante il viottolo, si fermavano, mettevano la testa entro il portone di zio Berte.
Se zio Berte era in casa e i suoi occhietti malati di volpe distinguevano i carabinieri, tosto si alzava tra il rispettoso e il beffardo, veniva sul portone e li invitava ad entrare.
«Ben venuto il Re, ben venuta la forza!», gridava. «Entrate dentro, qui, giovani, venite a bere un bicchiere di vino. Oh che non volete entrare? Oh che credete d'essere in una casa di assassini o di ladri? Galantuomini siamo noi, e voi non avete da porre il naso nelle nostre faccende.»
Quelli, due giovanotti rossi e grossi, si degnavano di sorridere.
«Entrate o non entrate?», proseguiva zio Portolu. «Vi tiro? Volete che vi tiri? Ma badate che io resto col pezzo in mano. Se non volete entrare andate al diavolo. Vino buono ha, zio Portolu!»
Quelli finivano per entrare: ed ecco tosto zia Annedda con la famosa caraffa.
«Viva il Re, viva la forza, viva il vino! Bevete, che la giustizia vi percuota...»
«Oh, oh», osservava Mattia, se c'era, «cosa dite, babbo mio! Allora si percuotono da se stessi.»
«Ah, ah, ah!»
«Non c'è da ridere. Bevete, figliuoli miei. E bevi anche tu, Mattia, ché ti fa bene alla testa, e bevi anche tu, Elias, che hai in viso il color della cenere. Rossi bisogna essere per esser uomini. Li vedi tu questi giovanotti? Così rossi bisogna essere. Ebbene, voi diventate anche più rossi, che diavolo! Vi vergognate per le parole di zio Portolu, forse? Eh, egli ne ha fatto arrossire altro che voi! Ha fatto arrossire dei dragoni, zio Portolu. Voi non sapete chi è zio Portolu? Ebbene, ve lo dico io: sono io.»
«Con piacere!», dicevano i due giovanotti, inchinandosi e ridendo. Si divertivano, e il vino di zio Portolu era davvero buono, frizzante e aromatico.
Zio Berte si pigliava la libertà di mettere le mani addosso ai carabinieri.
«Che vi credete, voi? La forza! Un corno di capra! Aspettate che vi tolgo questo coltello lungo, questa pistola, questi bottoni: che resta di voi? Un corno, ve l'ho detto. Proviamo a mettere queste cose a Elias, a Mattia, a Pietro mio: eccoli, sono migliori di voi. Tre fiori, tre colombi. I figli miei! Ai figli miei voi non avete da dir nulla. Essi non hanno bisogno di andar a rubare, perché noi ne abbiamo della roba, anche da gettarne ai cani ed ai corvi.»
«Bumh!...», diceva Elias, seduto silenzioso in un cantuccio. «Questo poi è troppo, babbo mio.»
«Lascialo dire...», mormorava Mattia, tutto contento per le spacconate del padre.
«Tu sta zitto, figlio mio, tu di queste cose non ne sai, tu sei nato ieri. Ma che state facendo, giovanotti? Bevete, bevete, che diavolo! L'uomo è nato per bere, e noi siamo uomini.»
«Siamo tutti uomini», concludeva filosoficamente, con accento persuasivo, «uomini voi e noi, e bisogna compatirci a vicenda. Oggi voi avete le spade e rappresentate il Re, che il diavolo lo fugga, ma domani? Ebbene, domani può darsi che rappresentiate un corno, e può darsi che zio Portolu allora vi sia utile. Perché io sono di buon cuore, ah, questo può dirvelo tutto il paese; come zio Berte ce ne son pochi. Ma anche i figli miei son di buon cuore; hanno il cuore come colombi. Ebbene, se voi passate nel nostro ovile, nella <I>Serra</I>, noi vi daremo latte, formaggio, ed anche miele. Eh, abbiamo anche miele, noi! Ma voi, giovanotti, chiudete un occhio, o magari tutti e due, non spiate al Re tutte le cose che vedete, perché infine tutti siamo uomini, tutti siamo soggetti all'errore...»
I due giovanotti ridevano, bevevano, e se occorreva chiudevano davvero un occhio e magari tutti e due sulle debolezze dei Portolu e dei loro amici.
A proposito di amici, vennero a trovar Elias anche quelli dalla cui mala compagnia egli e la famiglia facevano dipendere la <I>disgrazia</I>: e nonostante i suoi propositi, di non riceverli, anzi di chiuder loro il portone sul muso se si azzardavano di venire, egli li accolse cristianamente, e zia Annedda diede loro da bere.
«Che cosa si vuol fare?», disse lei, quando se ne furono andati.
«Bisogna esser cristiani, bisogna compatire. Che Dio li perdoni!»
«Eppoi è meglio star in pace con tutti. Il Signore comanda la pace», rispose Elias.
«Che tu sii benedetto, Elias, tu hai detto una grande verità.»
Ah, come si sentiva contenta zia Annedda quando il figliuolo parlava di Dio! E quando lo vedeva tornar dalla messa; e quando egli leggeva in quel grosso libro nero, portato da <I>quel luogo!</I>
«Che Dio sia lodato!», pensava tutta commossa, «egli torna ad esser buono come lo era da bambino.»
Intanto madre e figlio si preparavano a sciogliere il voto a San Francesco.
La chiesa di San Francesco sorge sulle montagne di Lula. La leggenda la dice edificata da un bandito che, stanco della sua vita errabonda, promise di sottomettersi alla giustizia e di far sorgere la chiesa se veniva assolto. Ad ogni modo, vera o no la leggenda, i priori, cioè quelli che dirigono la festa, vengono ogni anno sorteggiati fra i discendenti del fondatore o dei fondatori della chiesa. Tutti questi discendenti, che si dicono anche parenti di San Francesco, formano, al tempo della festa e della novena, una specie di comunità, e godono certi privilegi. I Portolu erano nel numero. Pochi giorni prima della partenza, Pietro si recò a San Francesco col suo carro e i suoi buoi, e prestò gratis l'opera sua, assieme con altri contadini e muratori, alcuni dei quali lavoravano per <I>voto</I>. Accomodarono la chiesa e le stanzette costrutte intorno, e trasportarono la legna che dovevano ardere durante il tempo della novena. Zia Annedda, per parte sua, mandò una certa quantità di frumento dalla prioressa, e assieme con le altre donne della <I>tribù</I> dei discendenti dei fondatori della chiesa, aiutò a pulir la farina ed a fare il pane da portarsi alla novena. Una parte di questo pane fu, da un messo del priore, recato in dono agli ovili della campagna nuorese. Ad ogni ovile un pane. I pastori lo ricevevano con devozione, e in ricambio davano quanto più potevano dei loro prodotti: alcuni anche denaro e agnelli vivi: altri promettevano di donare intere vacche che andrebbero ad aumentare gli armenti del Santo, già ricco di terre, denari e greggie. Quando il messo arrivò nell'ovile dei Portolu, zio Berte si scoprì il capo, si segnò, baciò il pane.
«Ora non ti do nulla», disse al messo, «ma il giorno della festa io sarò là, presso la mia piccola moglie, e porterò al Santo una pecora non tosata e tutta l'<I>entrata</I> [5] di un giorno delle mie greggie. Zio Portolu non è avaro e crede in San Francesco, e San Francesco lo ha sempre aiutato. Ora va con Dio.»
Zia Annedda intanto continuava i suoi preparativi: fece del pane speciale, biscotti, dolci di mandorle e miele; comprò caffè, rosolio, altre provviste. Elias seguiva con occhio affettuoso l'affaccendarsi calmo di sua madre: talvolta l'aiutava. Egli non usciva quasi mai di casa; si sentiva sempre fiacco, debole, e spesso i suoi occhi azzurri-verdognoli, un po' infossati, avevano una fissazione vitrea, e si smarrivano nel vuoto, nel nulla: parevano gli occhi d'un morto.
Finalmente giunse il giorno della partenza. Era una domenica, ai primi di maggio. Tutto era pronto entro le bisaccie di lana; e qua e là per le vie si vedeva qualche carro carico di attrezzi e provviste, coi buoi aggiogati per la partenza.
Zia Annedda ed Elias, prima di partire, andarono ad ascoltar la messa nella chiesetta del Rosario: poco prima che la messa cominciasse venne un uomo, un paesano, andò davanti ad un altare e prese una piccola nicchia di legno e vetro; dentro c'era un piccolo San Francesco: mentre stava per uscire, alcune donne gli fecero cenno perché si accostasse e porgesse da baciare la nicchia: anche Elias lo chiamò con un cenno del capo e baciò il vetro ai piedi del Santo.
Poco dopo tutti erano in viaggio. Il priore, un paesano ancor giovane, con la barba quasi bionda, montava un bel cavallo grigio, e portava lo stendardo e la nicchia: seguivano altri paesani, con donne in groppa ai cavalli; donne che cavalcavano da sole, donne a piedi, fanciulli, carri, cani. Ciascuno però viaggiava per conto suo, chi più in là, chi più in qua della strada.
Elias, con zia Annedda in groppa ad una mansueta cavalla balzana, era fra gli ultimi: un puledrino, figlio della cavalla, poco più grande d'un cane, li seguiva da vicino.
Era un mattino bellissimo. Le forti montagne verso cui si viaggiava sorgevano azzurre sul cielo ancora acceso delle fiamme violacee dell'aurora. La valle selvaggia dell'Isalle era coperta di erbe e di fiori; sul sentiero roccioso spiovevano, come grandi lampade accese, le ginestre d'oro giallo. Il fresco Orthobene, colorato del verde dei boschi, dell'oro delle ginestre, del rosso fiore del musco, si allontanava alle spalle dei viandanti, sullo sfondo perlato dell'orizzonte. D'un tratto la valle s'aprì: apparvero solitarie pianure coperte di messi ancor tenere, brillanti di rugiada, che, sotto i raggi del sole non ancora alto, avevano un luminoso fluttuare di argento. I prati coperti di papaveri di timo, di margherite, esalavano irritanti profumi.
Ma i viandanti dovevano salire le montagne e lasciarono di fianco le pianure conducenti al mare. Il sole cominciava a batter forte; e i rozzi cavalieri nuoresi cominciavano a bere, per «rinfrescare la gola», fermando di tratto in tratto i cavalli e arrovesciando il viso sotto le zucche incise dove tenevano il vino. Una grande allegria era in tutti. Alcuni spronavano ogni tanto i cavalli, slanciandosi ad un agile galoppo, poi ad una corsa sfrenata, arrovesciandosi un po' indietro, emettendo grida selvaggie di gioia.
Elias li seguiva con occhio fisso, e il suo viso s'illuminava; anche lui aveva voglia di gridare; sentiva un brivido per le reni, un istintivo ricordo di corse lontane, un bisogno di slanciarsi ancora all'agile galoppo, alla corsa inebbriante e libera; ma il braccio sottile di zia Annedda gli legava la vita, ed egli non solo frenava il suo istinto d'uomo primitivo, ma rimaneva assai indietro a tutti i cavalieri, perché la polvere da essi sollevata non offendesse la vecchietta.
Finalmente cominciarono a salir la montagna. Fitte macchie di lentischi salivano e scendevano tra il fosco brillar dello schisto, costellate di rose canine in piena fioritura. L'orizzonte stendevasi ampio e puro, il vento odoroso passava ondulando le verdissime brughiere: ineffabile sogno di pace, di solitudine selvaggia, di silenzio immenso appena rotto da qualche richiamo lontano di cuculo, e dalle voci sfumate dei viandanti. Ed ecco, d'un tratto, il sublime paesaggio profanato e desolato dalle bocche nere e dagli scarichi delle miniere: poi di nuovo pace, sogno, splendore di cielo, di pietre fosche, di lontananze marine: di nuovo il regno ininterrotto del lentischio, della rosa canina, del vento, della solitudine.
A un certo punto, in un'altra spianata, fra i lentischi, tutti si fermarono: alcune donne smontarono di sella, gli uomini bevettero. La tradizione dice che là volle fermarsi la statua del Santo mentre la trasportavano alla chiesuola, e che volle da bere! Si scorgeva la chiesa, coi suoi muri bianchi e i tetti rossi, adagiata a mezza china tra il verdeggiar delle brughiere.
Dopo una breve sosta si riprese il viaggio. Ed Elias Portolu e zia Annedda restarono gli ultimi. La mèta s'avvicinava; il sole s'avviava allo zenit, ma il vento gradevole, odoroso di rose canine, ne temperava l'ardore.
Ecco il fondo d'una piccola valle, ecco di nuovo la salita: i bianchi muri, i rossi tetti si avvicinavano. Coraggio, la salita si fa aspra ed arida, attaccatevi bene alla vita di Elias, zia Annedda! La cavalla è stanca, tutta lucente di sudore; il puledrino non ne può più. Coraggio. L'accampamento è vicino; ecco la bella chiesa, con le casette intorno, col cortile, col muro di cinta, col portone spalancato. Sembra un castello tutto bianco e rosso sull'azzurro intenso del cielo, sul verde selvaggio delle brughiere ondulate.
Dal basso Elias e zia Annedda vedevano i cavalli e i cavalieri spingersi, aggrapparsi, entrar compatti per il portone spalancato, tra un nugolo di polvere. Gli uomini perdevano le berrette, le donne i fazzoletti; alcune tenevano i capelli sparsi, scioltisi nel moto affannoso del cavalcare. Una campana stridula suonava dall'alto, e i suoi piccoli rintocchi di gioia si spezzavano, si smarrivano in quell'immensità di cielo azzurro e di paesaggio verde.
Elias e zia Annedda entrarono ultimi. Nel cortile invaso d'erbe selvaggie, pieno di sole cocente, era un affannarsi d'uomini e di donne, una confusione di bestie stanche e sudate. Qualche bimbo strillava, qualche cane abbaiava. Le rondini passavano stridendo sopra il cortile, quasi spaurite nel vedere quella grande solitudine di montagna così improvvisamente animata. E invero pareva che una tribù errante fosse venuta di lontano per dare l'assalto a quel piccolo villaggio disabitato. Le porticine s'aprivano, le tettoie risuonavano di grida e di risate.
Elias aiutò tranquillamente sua madre a smontare, poi smontò egli stesso, legò la cavalla e si caricò sulle spalle, una dopo l'altra, le colme bisaccie che contenevano provviste e coperte. E i Portolu, come tutti gli altri della tribù dei fondatori della chiesa, presero posto nella <I>cumbissia maggiore</I>. È questa <I>cumbissia</I> una lunghissima stanza, semibuia, rozzamente selciata, col sotto-tetto di canne. Di tratto in tratto, infisso al suolo, c'è un focolare di pietra, e sulle rozze pareti un grosso piuolo. Ognuno di questi piuoli indica il posto ereditario delle famiglie discendenti dai fondatori.
I Portolu presero possesso del loro chiodo e del loro focolare in fondo alla <I>cumbissia</I>, che in vero quell'anno non era molto animata. Solo sei famiglie l'abitavano, il resto dei novenanti era gente non appartenente alla tribù, e quindi abitava le altre numerose stanzette.
Il priore con la sua famiglia, il cui posto d'onore era distinto da un armadietto praticato nel muro e chiuso, prese però posto per due o tre famiglie. Era una famiglia numerosa quella del priore, con una prioressa magnifica, grassa e bianca come una vacca, con due belle figliuole e una nidiata di bimbi già vestiti in costume. Il più piccolo, ancora fasciato, aveva appena un anno; meno male che fra le masserizie appartenenti alla chiesa c'era anche una piccola culla di legno bianco, ove il bimbo fu subito deposto.
L'installamento dei Portolu fu in breve fatto. Zia Annedda depose in un buco del muro il suo canestro di dolci, il suo pane, il suo caffè: sul focolare mise la caffettiera e la pentola; lungo la parete distese il sacco, la coperta, il guanciale di stoffa rossa, e collocò il cestino di canna con le chicchere e i piatti. E fu tutto. Per prossimi vicini i Portolu avevano una piccola vedova curva, con due nipotini; fecero subito amorevole relazione, scambiandosi regali e complimenti. Subito dopo Elias tolse la sella alla cavalla, e questa col puledrino sfrenò al pascolo nella vicina brughiera.
Mentre nel cortile e nelle stanzette continuavano le grida, il via vai, la confusione, zia Annedda se n'andò a pregare in chiesa; una chiesetta fresca, pulita, col pavimento di marmo, e un gran Santo barbuto che in verità inspirava più paura che affetto. E poco dopo ecco in chiesa anche Elias; s'inginocchiò sui gradini dell'altare, con la berretta gettata sull'omero, e pregò.
Zia Annedda lo guardava intensamente, pregando con fervore: pareva fosse lui il Santo a cui le sue materne preghiere venivano dirette. Ah, quel profilo delicato e stanco, quel viso bianco e patito, quanta tenerezza le destavano! E vederlo lì, il diletto figliuolo, inginocchiato ai piedi del Santo, compiendo il voto fatto in terre lontane, in luoghi ingrati, ah, era una cosa che struggeva il cuore di zia Annedda.
«Ah, <I>Santu Franziscu bellu</I>, piccolo San Francesco mio, io non ho parole per ringraziarti. Pigliati la vita mia, se ti piace, tutto quello che vuoi, ma che i miei figli sieno felici, che vadano per le rette vie del Signore, che non sieno troppo attaccati alle cose del mondo, <I>Santu Franzischeddu</I> mio!»
A poco a poco il via vai, il chiasso, la confusione cessarono: ciascuno aveva preso il suo posto, anche l'illustrissimo signor cappellano, un prete alto appena un metro e trenta, molto rosso in viso, molto allegro, che fischiava ariette di moda e canterellava canzonette quasi di caffè-concerto.
I cavalli furono portati al pascolo; s'accesero i focolari; e la magnifica prioressa e le donne della tribù cominciarono a cuocere certe spaventose caldaie di minestra condita col cacio fresco. Che vita gaia cominciò allora per quella specie di <I>clan</I> pacifico e patriarcale! Si sgozzavano pecore e agnelli, si cuocevano molti maccheroni, si beveva molto caffè, molto vino, molta acquavite. Il cappellano diceva messa e novena, e fischiava e canterellava.
Il divertimento maggiore era però nella grande <I>cumbissia</I>, di notte, attorno agli alti e crepitanti fuochi di lentischio. Fuori la notte era fresca, talvolta quasi fredda: la luna calava sul vasto occidente, dando alla brughiera un incanto selvaggio. O pallide notti delle solitudini sarde! Il richiamo vibrato dell'assiuolo, la selvatica fragranza del timo, l'aspro odore del lentischio, il lontano mormorio dei boschi solitari, si fondono in un'armonia monotona e melanconica, che dà all'anima un senso di tristezza solenne, una nostalgia di cose antiche e pure.
Raccolti attorno al fuoco, i paesani della <I>cumbissia</I> maggiore narravano storie argute, bevevano e cantavano. L'eco delle loro voci sonore si perdeva al di fuori, in quella grande solitudine, in quel silenzio lunare, fra le macchie sotto cui dormivano i cavalli.
Elias Portolu prendeva parte al divertimento con piacere intenso, quasi infantile. Gli pareva d'essere in un mondo nuovo: raccontava le sue vicende, e ascoltava i racconti degli altri quasi commosso.
Inoltre aveva stretto relazione col signor cappellano, e questo nuovo amico gli parlava un linguaggio divertente, incitandolo a goder la vita, a dimenticare, a spassarsi.
«Servi Dio in letizia», gli diceva. «Balliamo, cantiamo, fischiamo, godiamo. Dio ci ha dato la vita per godercela un poco. Non dico peccare, veh! ah, questo no! Eppoi il peccato lascia il rimorso, un tormento, caro mio... basta, tu lo avrai provato. Ma divertirsi onestamente, sì, sì, sì! Io mi chiamo Jacu Maria Porcu, ovvero prete Porcheddu perché son piccolo. Ebbene, Jacu Maria Porcu s'è divertito assai in vita sua. Ben fatto! Una notte torno a casa dopo la mezzanotte. Mia sorella dice che ero ubriaco; ma a me pare di no, caro mio. "Cosa mi dài da cena, Anna?" " Nulla ti do, nulla Jacu Maria Porcu svergognato: mezzanotte è passata, nulla ti do." "Dammi da cena, Annesa; ad un prete si deve dar da cena." "Ebbene, ti do pane e formaggio, svergognato, Jacu Maria Porcu, svergognato, mezzanotte è passata." " Pane e formaggio ad un prete, a Jacu Maria Porcu?" "Sì, pane e formaggio, eccolo se lo vuoi, se no lascialo." " Pane e formaggio a Jacu Maria Porcu? a prete Porcheddu? <I>Tè, tè, ziriu, ziriu</I> [6] prendete"; e getta tutto ai cani, prete Porcheddu! Così si deve fare, giovinotto dalla faccia pallida! E che, perché son prete, non mi devo divertire? Divertire sì, peccare no!

     L'amore si fa per ridere,
     L'amore si fa per ridere,
     Solo per ridere.
     Oggi te, domani un'altra!»

«Costui è matto!», pensava Elias, ridendo, ma si divertiva, e le parole di prete Porcheddu lo colpivano, gli portavano un soffio di vita, un desiderio di cantare, di godere, di spassarsi.
Quasi ogni giorno, lui, prete Porcheddu, il priore e qualche altro amico se n'andavano lontano, all'ombra delle alte macchie. Tutto taceva nella metallica quiete del pomeriggio; davanti a loro i monti pittoreschi di Lula si profilavano nitidi e turchini sul cielo puro, e in lontananza, tra il verde della brughiera, i cavalli correvano agilmente, inseguendosi in rapidi giri. Pareva un quadro. E gli amici, piacevolmente sdraiati sull'erba, si raccontavano l'un l'altro il loro passato più o meno avventuroso, le leggende della chiesa, storielle di donne, vicende epiche accadute ai Sardi antichi. Spesso la conversazione veniva interrotta da un gorgheggio, da una fischiatina di prete Porcheddu: qualche volta anzi il signor cappellano balzava improvvisamente in piedi e dava in isgambetti, oppure cantava accompagnando con mimica grottesca le sue libere canzonette.
Un giorno, l'antivigilia della festa, stavano appunto così, all'ombra d'un gruppo d'enormi lentischi, ed Elias finiva di raccontare come una volta un detenuto suo compagno aveva bastonato un aguzzino, perché costui aveva sdegnosamente rifiutato l'invito di bere con certi reclusi, quando s'udì un fischio tremolante, acuto, che veniva come una freccia dalla parte della chiesa.
Elias balzò in piedi, gridò:
«Questo è il fischio di Pietro mio fratello».
«<I>Ebbé</I>», disse prete Porcheddu, «se è tuo fratello vi vedrete bene! Per ciò ti commovi?»
«Deve esser giunto anche mio padre, e forse c'è anche la fidanzata di Pietro. Andiamo, andiamo...», disse Elias, ed era turbato davvero.
«Quando è così, andiamo», disse il priore. «Bisogna far loro onore. Berte Portolu è un buon parente di San Francesco. Eppoi Maria Maddalena Scada è una bella ragazza.»
«Una bella ragazza?», esclamò prete Porcheddu. Quando è così andiamo.
Elias lo guardò con sdegno; ma prete Porcheddu affrontò quello sguardo, e poi rise, e poi canterellò la sua canzonetta favorita:

     L'amore si fa per ridere,
     Solo per ridere,
     Solo per ridere...

Intanto s'avviavano verso la chiesa per un sentieruolo appena tracciato fra le macchie e i cespugli, tra il verde dell'erba fragrante. Il fischio si ripeteva, sempre più vicino e insistente. Elias non s'era ingannato. Davanti al pozzo, stavano Pietro e zio Portolu; e in mezzo a loro la luminosa figura di Maria Maddalena. Elias sentì un colpo al cuore. Prete Porcheddu schioccò la lingua sul palato, e stette zitto, non avendo termini per esprimere la sua ammirazione. E sì che lui diceva d'intendersene!
Maddalena non era molto alta, né veramente bella, ma piacentissima, svelta, con una finissima carnagione bruno-rosea, gli occhi lucenti sotto le folte sopracciglia, e la bocca sensuale. Il corsetto rosso-scarlatto, aperto sulla candida camicia, e il fazzoletto fiorito d'orchidee e di rose, la rendevano abbagliante. Tra le rozze figure di Pietro e di zio Portolu ella sembrava la grazia tra la forza selvaggia. Da vicino i suoi occhi lucenti, dalle grandi palpebre, dalle lunghe ciglia, un po' obliqui e socchiusi, un po' voluttuosi, affascinavano nel vero significato della parola.
«Bene arrivati», disse Elias avanzandosi e stringendole la mano. «Siete qui da molto? Non vi si aspettava fino a domani.»
«Domani od oggi fa lo stesso», rispose zio Portolu. «Salute a tutti, salute al priore, salute a quel piccolo prete rosso. Dio lo guardi, si vede che è un prete, sebbene sia in pantaloni.»
«Prete Porcheddu, eh, che ne dite?»
«Con pantaloni o senza, siamo tutti uomini», egli rispose un po' piccato. Poi si volse a Maddalena e le fece dei complimenti.
«Bada a te», le disse Elias sorridendo, «prete Porcheddu è terribile con le donne.»
«Non più di te», rispose pronto il piccolo prete.
«Ah, ah!», rise soavemente Maddalena. «Io non temo nessuno.»
E zio Portolu:
«Non temer nessuno tu, figlia mia, colomba mia, non aver paura di nessuno: c'è zio Portolu qui, e se non basta zio Portolu, c'è anche la sua <I>leppa</I>».
E sfoderato dalla guaina il grande coltello che portava infilato alla cintura, lo brandì in aria. Prete Porcheddu indietreggiò, parando innanzi le mani con un finto comico gesto di terrore.
«Questo è Maometto! Questa è una scimitarra! <I>Allargaribus</I>.»
«Cosa vuole?», disse zio Portolu, rimettendo la <I>leppa</I>. «Questa ragazza, questa colomba, mi è stata consegnata da sua madre, una colomba vedova. "Arrita Scada", le dissi io, "sta tranquilla, la colomba non avrà danno alcuno in mani mie. Io la difenderò anche contro il figlio mio, Pietro d'oro, nonché contro gli altri nibbi ed avvoltoi."»
Zio Portolu parlava sul serio; e ogni tanto volgeva sguardi di selvaggio affetto alla fanciulla.
«Quando è così stiamo attenti», avvertì prete Porcheddu. «E adesso andiamo a bere.»
«A bere, sì, bravo prete Porcheddu. Chi non beve non è uomo, e neppure sacerdote.»
Intanto camminavano. Zia Annedda li attendeva con le sue caffettiere e le sue caraffe e i suoi panieri di dolci. Maddalena e il suo corteggio irruppero nella <I>cumbissia</I> ridendo e chiacchierando; in breve fu una confusione di voci, di grida, di risate; un tintinnio di bicchieri e chicchere. S'udiva zio Portolu raccontare che aveva fatto tutto il viaggio con la pecora, già promessa a San Francesco, legata sulla groppa del cavallo.
«Era la mia più bella pecora!», diceva al priore. «Così di lana lunga. Eh, zio Portolu non è avaro.»
«Va al diavolo!», gli rispondeva il priore. «Non vedi che è una pecora canuta, vecchia come te!»
«Canuto sei tu, Antoni Carta! Se m'insulti ancora, t'infilo nella mia <I>leppa</I>.»
E prete Porcheddu teneva alto il bicchiere, la testa un po' reclinata sull'omero, gli occhi lusinghieri rivolti a Maddalena e alle graziose figlie del priore.

     Sulla poppa del mio brik,
     Buoni sigari fumando,
     Col bicchier facendo trik,
     Bevo rum di contrabbando.

«Ah! ah! ah!», ridevano le donne.
Elias solo taceva. Seduto su una delle molte selle sparse per la <I>cumbissia</I>, egli centellinava il suo vino, abbassando e sollevando di tanto in tanto la testa. E ogni volta che sollevava gli occhi incontrava gli occhi ridenti di Maddalena, sedutagli di fronte, a poca distanza, e quegli occhi obliqui ardenti gli penetravano l'anima. Egli provava una specie d'ebbrezza, un rilassamento di tutti i suoi nervi, un piacere quasi fisico, ogni volta che la guardava.
Le voci, le chiacchiere, le risate, le canzonette di prete Porcheddu, le esclamazioni delle donne, gli giungevano come di lontano: gli sembrava che ascoltasse da un luogo remoto, senza prender parte al divertimento. Ma d'un tratto qualcuno gli rivolse il discorso, lo richiamò a sé; egli si vegliò come da un sogno, si rabbuiò in viso, s'alzò ed uscì rapidamente.
«Dove vai, Elias!», gridò Pietro raggiungendolo.
«Vado a guardare i cavalli: lasciami andare!», egli rispose quasi rudemente.
«I cavalli sono accomodati. Perché sei di malumore, Elias? Ti dispiace che sia venuta Maddalena?»
«Macché! Perché mi dici questo?», chiese Elias guardandolo.
«No, mi pareva che tu le tenessi il broncio: mi pare che essa non ti piaccia. Cosa ne dici, fratello mio?»
«Tu sei matto! siete tanti matti! anche lei, con tutta la sua decantata saviezza, ride troppo.»
Pietro non s'offese. D'altronde egli e tutti in casa sua trattavano Elias come un bimbo, anzi come un malato: temevano di recargli dispiacere, e lo contentavano in ogni cosa. Anche in quel momento, vedendo che egli desiderava esser lasciato tranquillo, Pietro ritornò presso la fidanzata.
«Son tanti matti», pensava Elias, vagando di qua e di là. «Ma anch'io? Ah, essa è sposa di mio fratello: perché son così pazzo da guardarla?»
Rimase fuori tutta la sera.
«Dov'è mai Elias?», chiedeva ogni tanto zia Annedda, guardando intorno inquieta. «Dove sarà andato quel benedetto giovine? Va a cercarlo, Pietro.»
Ma Pietro badava a Maddalena - che a dire il vero non pareva molto innamorata di lui, o almeno non dimostrava, forse per tenersi nella compostezza consigliatale da sua madre, - e rispondeva: «Vado vado», ma non si muoveva.
«Dove sarà mai Elias?», ripeté zia Annedda, giunta l'ora della cena.
«Portolu, va un po' a vedere dov'è tuo figlio.»
Zio Berte, seduto per terra accanto al focolare, arrostiva un agnello intero infilato in un lungo spiedo di legno. Egli si vantava che nessuno al mondo arrostiva meglio di lui un agnello o un porchetto.
«Andrò, andrò», rispose a sua moglie, «lasciami prima aggiustare i conti con quest'animaletto.»
«L'agnello è arrostito, Berte; va in cerca di tuo figlio.»
«L'agnello non è arrostito, mogliettina mia: cosa te ne intendi tu? Oh che hai da dar consigli anche su ciò a Berte Portolu? Lascia divertire i ragazzi, del resto; essi devono divertirsi.»
Ma ella insisteva, e zio Berte stava per muoversi quando Elias rientrò. Aveva gli occhi brillanti, il volto acceso: era bellissimo. Tutti lo guardarono, e zia Annedda sospirò, e zio Berte si mise a ridere dal piacere, riconoscendo ch'Elias era un po' ubriaco.
Ma Elias non vide che gli occhi obliqui e ardenti di Maddalena, e sentì voglia di piangere come un bambino.
«È matta!», pensò. «Perché mi guarda così? Perché non mi lascia in pace? Io lo dirò a Pietro, lo dirò a tutti. Ebbene, se non lo ama, perché lo inganna? Essa è matta, è matta, ma anch'io sono pazzo, io non devo guardarla, io mi devo strappare il cuore. Ora vado laggiù, dove è Paska, la figlia del priore, e le faccio la corte... Paska», disse infatti, avvicinandosi al focolare del priore, «tu sei la più bella parente di San Francesco.»
«E tu il più bello», rispose pronta la ragazza, che stava tutta affaccendata attorno ad una caldaia.
Elias si sedette accanto a lei, guardandola con intensità strana: ella rideva tutta contenta, ma dentro il cuore egli si sentiva morire.
In fondo alla <I>cumbissia</I> Maddalena guardava, e ogni tanto chinava le larghe palpebre, le lunghe ciglia, e sembrava allora una Madonna melanconica e rassegnata. Quando la cena fu pronta, zio Berte chiamò Elias.
«Io resto qui», gridò il giovine, «la più bella parente di San Francesco mi ha invitato al suo focolare.»
«Tu vieni qui!», gridò zio Portolu. «Nessuno ti ha invitato, ma anche ti avessero invitato, io non ti permetterei... Se non vieni con le buone, zio Portolu tuo padre ti fa venire con le cattive.»
Elias s'alzò e obbedì: ma non volle mangiare né bere, e rispondeva male se gli rivolgevano il discorso.
«Perché sei di malumore?», gli chiese Maddalena con buona maniera, mentre finivano di cenare. «Perché ti abbiamo tolto dal focolare del priore? Va, va e ritorna, stai allegro.»
«Ebbene, e se ritorno?», egli rispose ruvidamente, «che cosa te ne importa?»
«Ah, nulla!», ella disse, irrigidendosi. Poi si volse a Pietro, gli sorrise, badò a lui solo.
Elias balzò in piedi, s'allontanò; ma invece di fermarsi di nuovo al focolare del priore uscì fuori e sedette nel cortile. Sentiva un'angoscia confusa, febbrile, un desiderio di mordersi i pugni, di gridare, di gettarsi per terra e piangere. Eppure, nell'ebbrezza del vino e della passione, serbava ancora coscienza di sé, e pensava:
«Io mi sono innamorato di lei; perché me ne sono innamorato, San Francesco mio? Aiutatemi, aiutatemi voi! Io sono un pazzo, San Francesco mio, ma sono così infelice!».
Dalle <I>cumbissias</I> venivan fuori, vibranti nel silenzio della notte tiepida e pura, confusi rumori di voci e di canti, di grida e di risate. Elias distingueva la voce di suo padre, il fischiettare di prete Porcheddu, il riso di Maddalena, e fra tanta festa si sentiva triste, disperato, come un bimbo lasciato solo nella selvaggia solitudine notturna della brughiera.


<B>III.</B>

Lentamente i rumori si spensero, e tutto fu silenzio su quella specie di <I>clan</I> addormentato. Elias rientrò e si coricò a fianco di Pietro, sullo stesso fascio di erba ch'esalava un acre profumo. Tutta la <I>cumbissia</I> era sparsa di giacigli erbosi; qualche fuoco brillava ancora, spruzzando tremuli chiarori rossastri su quel vasto quadro silenzioso: si vedeva or sì or no una lunga barba, un costume lanoso, un volto di donna, una sella, un cane accovacciato accanto ai focolari, un fucile appeso alla parete. Elias non poteva dormire; e gli pareva di respirare l'alito di Maddalena, coricata fra zia Annedda e zio Portolu, e continuava a sentire un disperato desiderio di lei; ma lo combatteva.
«No, non temere, fratello mio», diceva mentalmente rivolgendosi a Pietro, «anche se essa venisse a gettarmisi fra le braccia, io la respingerei. Non la voglio: è tua. Se fosse di un altro, anche a costo di tornare in <I>quei luoghi</I>, gliela toglierei; ma è tua: dormi contento, fratello mio. Anch'io prenderò moglie, presto, subito. Chiederò Paska, la figlia del priore.»
«Ebbene», pensava poi, «sono un idiota. Che bisogno c'è di prender moglie, che bisogno c'è di pensare alle donne? Si può vivere anche senza le donne. Oh che non sono vissuto tre anni senza neanche vederne? Forse è per questo che, appena tornato, la prima che vedo mi fa innamorare? Ma io sono un matto: lasciamo star le donne, che fanno diventar matti. Dormiamo.»
Ma si voltava e rivoltava, e non poteva dormire. Così passò quasi tutta la notte, e fu anche fra i primi a svegliarsi. Dal finestrino aperto su uno sfondo argenteo penetrava la frescura rorida dell'alba; zia Annedda e Maddalena, ancora assonnate, preparavano già il caffè. Elias si sollevò, pallido come un cadavere, coi capelli arruffati e la gola chiusa.
«Buon giorno», disse Maddalena sorridendogli. «Guardate, zia Annedda, vostro figlio ha in volto il color della cera. Dategli subito subito il caffè.»
«Stai male, figlio mio?»
«Credo di essere raffreddato», egli disse con voce rauca, raschiando. «Datemi da bere. Dov'è la nostra brocca?»
Cercò, prese la brocca e bevette molto, avidamente. Maddalena lo guardava e rideva.
«Perché ridi?», diss'egli deponendo la brocca. «Perché bevo appena alzato? Vuol dire che ieri sera mi sono ubriacato. Ebbene, il vino è fatto per gli uomini.»
«Tu non sei un uomo», intervenne zio Portolu, che aveva già bevuto dell'acquavite, «tu sei un bamboccio di formaggio fresco; basta che una donnicciuola ti soffi addosso, puf..., perché tu sii atterrato, morto, disfatto.»
«Ebbene, sia pure», disse Elias, indispettito, «basti che una donnicciuola mi soffi addosso perché io caschi morto, ma lasciatemi tutti in pace.»
«Ah, che terribile malumore ti opprime!», esclamò Maddalena. «Forse perché ci sono io?»
«Sì, precisamente, perché ci sei tu.»
«La colomba!», gridò zio Portolu, aprendo le braccia. «La colomba che rallegra i luoghi dove passa. E mio figlio, questo bamboccio dagli occhi di gatto, dice che lo mette di malumore? Va, va, va, fammi il piacere, va via, figlio del diavolo! Se sei di malumore, va e appiccati; ma certo è che tu a zio Portolu non porterai mai un'altra rosa come questa, da rallegrargli la casa.»
Queste parole colpirono Elias al cuore; perché improvvisamente egli ricordò che Maddalena doveva andar ad abitare nella loro casa, sposa di Pietro, fra poche settimane. Ah, quale martirio doveva essere! No, egli non avrebbe potuto sottoporvisi.
«Bevi il caffè, figlio mio», disse zia Annedda. «Prendi questo biscotto, sta allegro ché siamo alla festa, e San Francesco si offende se ci rattristiamo.»
«Ma io sono allegro, mamma mia, sono allegro come un uccello. Ohi!», gridò poi, volgendosi verso il focolare del priore, «buon dì, Pasqua fiorita.»
Dopo ciò nulla d'interessante accadde quel giorno e l'indomani, nel focolare dei Portolu. La vigilia della festa arrivò molta gente da Nuoro e dai paesi vicini; da Lula specialmente, per il sentiero erto, incassato nella montagna fra luminose macchie di ginestra fiorita, scendevano lunghe file di donne vestite d'un costume un po' caricaturale, con la testa esageratamente allungata da una cuffia sottoposta al gran fazzoletto frangiato, con le pesanti gonne d'orbace cortissime, con lunghi rosari incatenati da strani ornamenti d'argento.
Anche i Portolu di Nuoro ebbero molti ospiti, ed Elias e Pietro furono tutto il giorno trascinati qua e là dai giovanotti nuoresi venuti per la festa. Tutti si ubriacarono fino a perder la ragione, cantarono, ballarono, urlarono. A momenti Elias pareva impazzito; rideva fino a diventar paonazzo, con gli occhi verdi, ed emetteva strane grida di gioia, degli <I>uaih</I> lunghi, gutturali, trillanti, che parevano richiami di battaglia di qualche guerriero selvaggio.
Maddalena, che aiutava zia Annedda a preparare i pasti, a servire vino e caffè agli ospiti, ogni tanto lo guardava di traverso e mormorava:
«È molto allegro vostro figlio, zia Anné, guardate come è rosso. Come ride!».
Zia Annedda guardava Elias, sospirava e si sentiva una spina nel cuore; e un momentino che ebbe tempo, entrò in chiesa e pregò.
«Ah, <I>Santu Franziscu meu</I>, San Francesco bello bello, toglietemi questa spina dal cuore. Elias, il figliuolo mio, sta ritornando nella mala via: ecco che egli si ubriaca, che si strapazza, che non è più quello. E pareva così buono al suo ritorno, e prometteva tante cose! Abbiate pietà di noi. San Francesco mio, piccolo San Francesco mio, fatelo rientrare nella buona via, convertitelo voi, distaccatelo dai vizi, dai cattivi compagni, dalle cose del mondo. San Francesco, fratellino mio, fatemi questa grazia!»
Il gran Santo severo, quasi truce, ascoltava dall'alto del suo altare rozzamente adorno di fiammanti fiori d'ogni mese. E parve esaudire la preghiera di zia Annedda, perché quella sera stessa, a cena, Elias manifestò una sua idea. Si parlava di prete Porcheddu: alcuni lo criticavano, altri lo deridevano.
Elias, ancora ubriaco è vero, ma non molto, prese a difendere il suo amico, poi disse:
«Ebbene, abbaiate pure, cani rognosi, sparlate pure, egli s'infischia di voi, egli sta meglio del Papa. E anch'io mi farò prete».
Tutti risero. Egli disse:
«Perché ridete voi, pezzenti morti di fame, cani rognosi, animali, che altro non siete? Ebbene, sì, mi farò prete: e cosa ci vuole? il latino lo so leggere. E spero di portare a voi tutti il viatico e di sotterrarvi morti di fame».
«Anche a me, fratello mio?», gridò Pietro.
«Sì, anche a te.»
E Maddalena:
«Anche a me?».
«Anche a te!», gridò Elias, inferocito. «E a te perché no? Perché sei una donna? Per me donne e uomini sono la stessa cosa, anzi le donne sono più spregevoli degli uomini.»
«Tutto questo non importa», disse zio Portolu, che ascoltava con molta attenzione le parole d'Elias. «Torniamo all'argomento. Dunque tu ti faresti prete?»
«Pare così!», gridò Elias versandosi da bere. «Bevete, bevete, versate, trinchiamo.»
Vennero colmati i bicchieri.
«Piano, piano», gridò zio Portolu, fra l'allegria generale, «ragioniamo, prima di bere...»
«Chi non beve non è uomo, babbo mio», disse Pietro, ripetendo l'assioma tante volte pronunziato da suo padre. Ma questi s'adirò sul serio, e più che gridando disse:
«Anche le bestie ragionano, figlio del diavolo! E tu rispetta tuo padre, e ringrazia la presenza di questi amici e di questa colomba, altrimenti ti darei tanti schiaffi quanti capelli hai sulla testa».
«Bumh! Bumh! zio Portolu! Questo poi è troppo! Ad uno sposo parlare così!»
«Maddalena mia, io sono morto se non mi aiuti», gridò Pietro ridendo.
«Colomba, aiutalo!», disse zio Portolu con ironia; poi si volse di nuovo ad Elias e lo interrogò se davvero aveva parlato sul serio. Ma Elias beveva, rideva, gridava, e non rispose a tono, e l'annunzio del suo bizzarro disegno era già svanito fra la rumorosa allegria dei convitati.
Ma qualcuno l'aveva accolto con trepidanza: zia Annedda. Essa taceva, un po' per compostezza, un po' perché non riusciva ad intender bene quello che si diceva, ma guardava intorno con occhi attenti. Maddalena le avvicinava ogni tanto il viso all'orecchio, ripetendole questa o quell'altra cosa: zia Annedda assentiva col capo e sorrideva. Ah, se Elias avesse parlato sul serio! Ma era mai possibile? Un miracolo così grande! Ah, ma San Francesco poteva fare quello ed altri miracoli. Elias era ancor giovine, poteva studiare, poteva riuscire. Ed era quella la sua via, la via del Signore, perché se egli restava nel mondo era un giovine perduto. Zia Annedda pensava così, perché conosceva il suo figliuolo.
Un momento ch'ebbe tempo, ella entrò in chiesa per ringraziare il Santo dell'idea mandata ad Elias. Era notte; le lampade oscillavano davanti all'altare, spandendo ombre e luci tremule nella chiesa deserta: il gran Santo, cupo, pareva assopito tra i suoi fiori d'ogni mese. Zia Annedda s'inginocchiò, poi sedette in fondo alla chiesa, pregando. Il suo pensiero era sempre rivolto ad Elias: le pareva già di vedere il figliuolo sacerdote, le sembrava già di ricevere i doni di frumento, le anforette di vino turate con fiori, le torte e i <I>gattòs</I> [7] che gli amici avrebbero regalato al prete novello.
Mentre così sognava e pregava, vide entrar Maddalena. La giovinetta veniva a cercarla, le si accostò e le sedette accanto.
«Ah, siete qui!», disse. «Vi cercavamo, ma io ho pensato subito ch'eravate qui.»
«Verrò fra poco.»
«Resto qui anch'io un poco.»
Tacquero. Dal cortile arrivavano confusi rumori, canti e melodie melanconiche, vibranti nella notte pura. Una voce armoniosa di tenore cantava in lontananza, tra il coro triste e cadenzato dell'accompagnamento vocale dei canti nuoresi. E quei canti nostalgici e sonori che parevano impregnati della solenne tristezza della brughiera, della notte, della solitudine, salivano, si spandevano, attraverso i rumori della folla riempiendo l'aria di fiori di sogni.
Maddalena ascoltava, presa da un senso profondo di tristezza. Or sì, or no, le pareva di riconoscere quella voce. Era Pietro? Era Elias? Non sapeva, non sapeva, ma quella voce e quel canto corale, sfumati nella notte, le davano una voluttà di tristezza quasi morbosa. E zia Annedda continuava nel suo sogno, nella sua preghiera, senza accorgersi che Maddalena le fremeva e palpitava accanto come davvero una colomba in amore.
Ma ecco, improvvisamente, i pensieri delle due donne sospesero il loro corso; un uomo entrava e si avanzava con passo incerto verso l'altare. Era la figura che occupava tutta l'anima loro: Elias. Elias s'inginocchiò sui gradini dell'altare, con la berretta gettata sull'omero destro, e cominciò a picchiarsi il petto, la testa, e a gemere sordamente. La luce rossastra oscillante della lampada lo illuminava dall'alto, dando un lucido riflesso sui suoi capelli; ma egli non pensava che potessero vederlo e continuava nel suo fervore doloroso a gemere e picchiarsi il petto e la fronte.
Le due donne guardavano, trattenendo il respiro, e zia Annedda si sentiva quasi felice del dolore di suo figlio.
«Egli si pente d'essersi ubriacato», pensava, «egli fa buoni propositi: che voi siate benedetto, San Francesco mio, piccolo San Francesco mio.»
«Vieni, usciamo, egli potrebbe vederci e vergognarsi», disse sommessamente a Maddalena, tirandola fuori della chiesa.
«Cosa ha Elias?», domandò Maddalena, turbata.
«Si pente dello stravizio fatto; egli è molto devoto, figliuola mia.»
«Ah!»
«Qualche volta è impetuoso, ma è un giovine di coscienza, figliuola mia. Ah, molto di coscienza.»
«Ah!»
«Sì, molto di coscienza, figliuola mia. Egli può essere indotto alla tentazione, perché tu sai che il diavolo è sempre all'erta intorno a noi, ma Elias sa combatterlo e morrebbe prima di commettere un peccato mortale. A volte la tentazione lo vince in piccole cose, come oggi; tu hai veduto come si è ubriacato e come ha parlato male; ma poi egli si pente amaramente.»
«Ah!», disse Maddalena per la terza volta; e non sapeva perché, ma si sentiva gli occhi arsi dalle lagrime.
Attraversarono il cortile e rientrarono nella <I>cumbissia</I>, dove zio Portolu, Pietro e gli amici, seduti per terra attorno al focolare, cantavano e giuocavano. Maddalena sedette nella penombra, accanto al finestrino, seria e composta più del solito; Pietro le andò vicino e la guardò intensamente.
«Sei seria, Maddalena. Perché? Hai veduto Elias? Ti ha detto qualche cosa?»
«No, non l'ho veduto.»
«È di malumore, Elias. Lascialo dire, sai, non badargli; egli tratta tutti così.»
«Ma non m'importa!», ella esclamò con vivacità. «Eppoi egli non mi disse nulla di scortese.»
«Eppoi tu sei prudente! Non è vero che sei prudente?», disse Pietro tutto carezzevole, passandole una mano sulle spalle.
«Lasciami!», diss'ella di cattiva maniera. «Va e gioca.»
«No, io resto qui, Maddalena.»
«Va!»
«No!»
«Zio Portolu, dite a vostro figlio che ritorni a giuocare.»
«Pietro, figlio mio, lascia in pace la colomba. Vieni qui, subito! O vuoi che mi alzi col bastone e mi faccia obbedire?»
Pietro riprese il suo posto,
«Eh, eh, la vecchia volpe si fa obbedire!», disse qualcuno.
Maddalena si volse tutta verso la finestra, e guardò di fuori, col pensiero ben lontano dalla scena rumorosa che le si svolgeva alle spalle, i begli occhi smarriti in un triste sogno. Era una notte tiepida, velata; la luna navigava verso il sud, in un lago di argentei vapori: i cespugli neri della brughiera, sfumati su sfondi cinerei, odoravano più del solito.
Maddalena pensava ad Elias; ed ecco, per la seconda volta, quasi evocata dalla inconscia suggestione di lei, la figura di Elias le sorse davanti. Egli passò sotto la finestra; s'allontanò in quel chiarore vaporoso di luna. Dove andava? Dove andava egli? Maddalena sentì un fiotto di lagrime salire agli occhi e un fremito percorrerle le viscere e gonfiarle la gola.