Il vecchio della Montagna (1900)
di Grazia Deledda
Fonte: www.liberliber.it
Melchiorre Carta saliva la montagna, ritornando al suo ovile.
Era un gioane pastore biondastro, di piccola statura; una ruga gli si disegnava fra le sopracciglia folte e nere, che spiccavano nel fosco giallore del suo volto contornato da una rada barbetta rossiccia. Anche la sopragiacca di cuoio del suo costume era giallognola, e il cavallino che egli montava era rossastro, tozzo, angoloso e pensieroso come il suo padrone.
Melchiorre era un giovine di buoni costumi e d'ottima fama; molto spensierato ed allegro non lo era mai stato, ma da qualche tempo si mostrava più taciturno del solito, e si sentiva quasi malvagio, perché sua cugina Paska lo aveva abbandonato alla vigilia delle loro nozze. E senza motivo! Così, solo perché ella si era improvvisamente accorta di essere graziosa e corteggiata anche da giovani signori.
Il cavallino saliva con prudente lentezza, scuotendo la testa tenuta alta dal freno. Dopo le falde sassose, olezzanti di cespugli aromatici, dalle quali si scorgeva Nuoro e un panorama di valli selvaggie e di montagne lontane, il pastore s'inoltrò nei boschi d'elci.
Il mattino d'agosto era purissimo: il giorno prima aveva piovuto, e nel bosco regnava una dolce frescura: le felci, l'erba, i tronchi umidi, le roccie lavate, esalavano un profumo quasi irritante; la brezza dava marezzi argentei alle chiome degli elci; il cielo sorrideva azzurro come un lago negli sfondi sereni. E Melchiorre saliva triste e truce fra tanta dolcezza di cielo e di bosco; sentiva un indistinto vocìo, un riso di donne, che lo precedevano su per il sentiero; gli sembrava di riconoscere il riso fresco e sonoro di sua cugina, e si rodeva d'ira.
«È lei! E ride!», disse a voce alta, fermando il cavallo; e stette ad ascoltare.
Le voci s'allontanarono; il riso si spense con la vibrazione dell'eco. Melchiorre sospirò e spronò il cavallo.
E il cavallo riprese a salire, a salire, con ritmico ondeggiar della groppa, con lento sbatter della coda sui fianchi ossuti: su per le chine rocciose, dalle quali il vento aveva spazzato le foglie e denudato le grandi radici degli elci, rossastre contorte e avviluppate come serpenti, il suo passo risuonava metallico e il suo ferro lucente traeva scintille dal granito.
Dopo le chine s'aprirono silenziose radure, circondate d'alberi che si slanciavano sui limpidi sfondi. Qua e là le roccie accavalcate parevano enormi sfingi; alcuni blocchi servivano da piedestalli a strani colossi, a statue mostruose appena abbozzate da artisti giganti; altri davano l'idea di are, di idoli immani, di simulacri di tombe dove la fantasia popolare racchiude appunto quei ciclopi che in epoche ignote sovrapposero forse le roccie dell'Orthobene, traforandole nelle cime con nicchie ed occhi, attraverso cui ride il cielo.
Dopo le radure, di nuovo il bosco: sentieri umidi, piccoli corsi d'acqua, profumo di giunco, erbe calpestate da greggie ed armenti; e sempre ombra, tremuli rabeschi di sole, qualche grido di gazza, qualche picchio di accetta ripercosso da due, tre, quattro echi. Poi ancora la salita, ma dolce, molle di felci fresche.
Guadagnata anche questa, il pastore incontrò alcune donne e fanciulli che scendevano carichi di sacchi di carbone. Fermò il cavallo per lasciarli passare. In quel tratto il sentiero serpeggiava fra rupi aride, e il sole batteva già caldo sul terreno sassoso e privo d'alberi.
La montagna appariva improvvisamente desolata; era un adeguato sfondo al triste gruppo di quelle donne lacere e scalze, con la testa conficcata nei gravi sacchi neri; di quei fanciulli che scendevano curvi sotto l'enorme carico, con le manine nere penzolanti, la testa tirata indietro dalla corda dei sacchi, e gli occhi e la bocca spalancati per il calore e la fatica. Donne e fanciulli scendevano cauti, silenziosi, coi visi rossi lucenti di sudore, e gli occhi nuotanti in un sogno di dolore malvagio. Vedendo il pastore, tranquillo e seduto a cavallo, lo invidiarono, e glielo dimostrarono gridandogli rudemente di scostarsi, aizzando il cavallo e imprecando.
Due donne, rimaste ultime, gli si fermarono davanti, ridendo di un riso spezzato e maligno:
«Vai all'ovile, Merzioro Carta?».
«Così pare!»
«Se aizzi il cavallo farai un bell'incontro.»
«Io non devo incontrar nessuno!», diss'egli, duro.
Ma, dentro, il cuore parve saltargli alla gola. «È dunque lei!», pensò con rabbia.
Le donne intanto, ripresa la discesa, fermarono un ragazzo per il sacco.
«Grida così: tanti saluti a Paska Carta!»
Il ragazzo si volse in faccia al sole, socchiuse gli occhi, si portò le mani giunte alla bocca, e gridò:
«Faccia di volpe, ohè, tanti saluti a Paska Carta!».
Il maligno grido finì d'inviperire Melchiorre: tuttavia non si volse, non rispose, e non si fermò finché non giunse ad una fontana. Grandi elci immobili ombreggiavano la radura coperta di tenere erbe bionde: davanti alla rozza fontana di pietre si scorgevano le traccie di un banchetto; macchie nere ove era stato acceso il fuoco, felci appassite su cui erano state distese le tovaglie, avanzi di frutta, frantumi di stoviglie, e in giro alcune pietre, che avevano servito per sedili sembravano ancora accolte a muto convito.
Il pastore e il cavallo parevano piccolissimi in quella solenne grandiosità d'alberi e di sfondi azzurri.
Melchiorre smontò, e tirando il cavallo per la briglia si avanzò fino alla fontana. S'inginocchiò sulle pietre, rigettò indietro sul capo la berretta, e curvandosi sino a baciar la sua figura riflessa dall'acqua, bevette a lunghi sorsi. Si rialzò coi baffi stillanti, s'accomodò la berretta, e fece bere il cavallo alla fontana, invece che alla pozza praticata apposta per abbeverar le bestie.
Mentre il cavallo s'abbeverava, egli guardava intorno sospettoso, provando un gusto dispettoso nel veder l'acqua intorbidata dall'animale. La fontana era stata pulita pochi giorni prima, per uso di alcune famiglie che facevano la novena nella chiesetta in vetta al monte. Paska serviva in una di queste famiglie, e ogni giorno scendeva alla fontana, per attinger acqua, con la rossa anfora di creta sul capo; i suoi adoratori, certo, la rincorrevano fin laggiù.
Che dunque il cavallo bevesse, che intorbidasse, che, potendo, inquinasse la fresca acqua pura, come quei signori avevano avvelenato l'anima del pastore.
Che bevesse! Anzi, in un impeto d'ira, che diede un giallo fulgore ai suoi occhi, Melchiorre si curvò, aprì le mani, afferrò uno, due, tre massi, dalla base nera di fango, e li gettò entro la fontana. L'acqua gorgogliò, sprizzò, traboccò, si sparse sulle pietre circostanti.
Egli riprese la briglia, risalì rapido in sella e s'allontanò.
Tutto ritornò nel grave silenzio di prima; s'udiva solo il crepitar delle foglie secche e dei ramoscelli spezzati dalle zampe del cavallo.
Un po' più su Melchiorre si fermò: il suo ovile era a levante, un po' lungi dalla chiesetta, davanti alla quale non occorreva passare. Eppure, per un momento, egli fu tentato di salire lassù; ma poi rallentò la briglia, e lasciò che il cavallino seguisse da sé la via. E il cavallino rizzò le orecchie, e attraverso i laberinti del bosco e delle rupi s'avviò all'ovile.
Allora, riprendendo la solita via, Melchiorre tornò alla realtà, e si sdegnò della sua debolezza. Gli accadeva sempre così.
«Sta quieto», gli diceva il vecchio padre, «meglio <I>prima</I> che <I>poi</I>.»
Ma questo conforto era come il sale sopra una ferita; gli destava spasimi feroci. E sempre, senza volerlo, si trovava sulle traccie della ridente creatura, che pareva lo affascinasse appunto con l'insultante letizia della sua giovinezza libera e leggera. Gli sembrava di aver diritto ancora su di lei, come parente, e senza l'idea del padre vecchio e cieco, si sarebbe compromesso.
Giunse all'ovile a sole alto: il cavallo si fermò al solito posto, presso una mangiatoia di pietra, sotto un elce. Un piccolo cane nero dai limpidi occhi castanei, e un gatto tigrato dagli occhi celesti, gli vennero incontro, silenziosi, l'uno saltellando, l'altro a passettini lenti e leziosi.
S'udiva il tintinnìo delle capre al pascolo, e il grido del giovane mandriano, che, in assenza di Melchiorre, custodiva l'ovile e il vecchio cieco.
In quel versante l'Orthobene guardava l'oriente, chiuso dalle azzurre montagne della costa, fra le quali intravedevasi il mare, confuso col cielo in una zona grigio-perla. Terre solitarie e ondulate si stendevano ai piedi della montagna; e lassù, intorno all'ovile, l'Orthobene era tutto un incanto di roccie, di boschi e di radure. La capanna sorgeva in uno spiazzo dal libero orizzonte: il sentiero che là conduceva, insinuavasi nel bosco, rasentava precipizi, chine coperte d'erba bionda, scendeva e saliva per scalinate, antri, archi di granito. Il musco copriva i tronchi e le pietre; l'edera, sugli alti crepacci abbandonava i suoi ciuffi alle carezze del vento.
Nella radura intorno alla mandria sorgeva un solo elce: davanti, l'orizzonte: dietro, il bosco; a destra e a sinistra, enormi roccie sovrapposte, forate in alto da occhi che per lo sfondo del cielo sembravano azzurri, e più giù da nicchie inghirlandate d'edera, e dalle quali pareva fossero scomparsi idoli antichi. Qualche roccia si slanciava sottile come un obelisco; oltre giacevano su enormi piedistalli, come sarcofaghi coperti da drappi di musco verde. E tutte le cose, alberi, roccie, macchie, in quel luogo di solitudine, parevano immerse nella contemplazione dei solenni orizzonti.
Anche le capre, allor che salivano sulle roccie, volgevano il viso di sfinge barbuta e gli occhi melanconici alle lontananze marine; anche il gatto, nei suoi lunghi sogni sulle pietre, fissava le pupille diafane all'oriente; e il vecchio cieco, e il mandriano e Melchiorre guardavano sempre laggiù, come in attesa di qualche cosa.
La capanna, di rami e di pietre, era abbastanza vasta e pulita, con un gran focolare nel centro. Dai rami sporgenti pendevano recipienti di sughero, per il latte, e i gabbani dei pastori.
Al giunger di Melchiorre, zio Pietro uscì dalla capanna. Era alto e rigido, con qualche cosa di ieratico nel volto roseo dalle palpebre abbassate, col profilo aquilino e una lunghissima barba, di un candore metallico; calvo con una corona di riccioli argentei sulla nuca. Le folte sopracciglia bianche aggrottate, tradivano l'intensa, continua attenzione ai suoni e alle impressioni esterne. Indossava il costume di vedovo nuorese, ma sul capo, invece della berretta sarda aveva un tocco di pelle di volpe. Col suo leggero bastone di legno d'oleandro, sul cui manico era rozzamente incisa una testa di cane, parve volersi far largo, protendendolo in avanti e di fianco, alla ricerca di un invisibile ostacolo. Anche la sua mano sinistra, rossa, rugosa e tremante, brancicava cercando un appoggio, spingendo un ostacolo. Sebbene calmo in apparenza, non sorrideva, e solo quando sentì che Melchiorre arrivava, spianò le sopracciglia: e il suo bel volto parve quello di un patriarca.
Dal suono rimbalzante delle staffe e del freno si accorse che Melchiorre toglieva la sella al cavallo, e si fece un po' indietro per lasciarlo passare.
L'altro entrò, senza dir parola, e depose bruscamente per terra la bisaccia: intorno alla quale il cane s'aggirò fiutando.
«Cosa ha?», pensò zio Pietro, accorgendosi subito che il figliuolo era più irritato del solito. Ma tosto sentì un profumo di frutta e si rallegrò come un bimbo.
«Cosa hai portato?», chiese.
«Toccate», disse Melchiorre.
«Questo è un cocomero. E questo è un popone! Bene!»
«Dove è quello scimmiotto?», domandò Melchiorre, buttandosi sulla stuoia, accanto alla porta.
Sporse il capo, fischiò, gridò:
«Basilio o Basiliooo?».
Anche zio Pietro sedette. Il cane e il gatto, da buoni amici, fiutavano assieme le frutta recate da Melchiorre.
«Basiliooo?...»
Il mandriano rispose con un <I>bèèè</I> tremulo e prolungato, che pareva il belato d'una capra, poi fischiò, e arrivò saltellando e correndo, con una lepre sotto il braccio.
Nel lasciare il suo villaggio, che si scorgeva dall'Orthobene, Basilio aveva preso con sé una lepre di nido, così piccola che stava entro il pugno; e il padrone gli permetteva di allevarla, col patto di arrostirla un giorno o l'altro. Dopo i primi tentativi di fuga, la palpitante bestiola dalle lunghe orecchie bionde parve addomesticarsi; bevette il latte, rosicchiò il pane, raspò le ghette di zio Pietro, morsicò le dita di Basilio; e quando credeva di non esser veduta giocava e saltellava, strofinandosi il musino con ambe le zampette anteriori. Ma i suoi grandi occhi dolci, sempre aperti e intenti, meditavano la fuga, e guardavano lontano, come assorti nel ricordo della libera vigna natia, dove i fratelli dovevano danzare alla luna e rosicchiare i primi acini violetti dell'uva che maturava.
Basilio però la teneva sempre legata e spesso la prendeva con sé, a guardare le capre.
Entrato nella capanna, la legò ad un piuolo, emettendo piccoli gridi di contentezza alla vista dell'anguria, sulla quale si gettò, fiutandola e morsicandola per ischerzo.
Mangiarono in fretta il grigio pane d'orzo, silenziosi. Accanto alla solenne figura del vecchio, contrastava quella bronzina e ridente del giovinetto dai begli occhi neri, dall'ondulata capigliatura d'oro bruciato e gli splendidi denti che, nel riso, apparivano tutti, fino ai molari, nella rosea cornice delle gengive.
«Sarebbe tempo di finirla con la tua lepre!», disse a un tratto Melchiorre.
«Cosa volete farne?»
«Questo», disse il padrone: e con la mano fece atto di praticare un buco.
«Prima facciamolo a questa!», rispose Basilio, mettendosi l'anguria fra le gambe.
«Oh, lo faremo anche alla lepre!»
«Altro bene voi non abbiate!»
«Lo dicevo io! Mi meraviglio, scimmiotto! Alla tua età si amano le donne, non le lepri!», disse ironicamente Melchiorre. «Ma forse le vuoi bene perché ti somiglia.» Porse un pezzetto di pane alla lepre e proseguì: «Sì, con quelle orecchie somiglia a te e all'asino. Diavolo!», gridò ritirando la mano, «mi ha morsicato! Tutta te, ecco, che sembri sciocco e sei una volpe!».
Basilio rise, tutto intento a bucar l'anguria col suo coltello.
«Lepre... volpe... bah!», disse zio Pietro, cui non piaceva il linguaggio aspro del figlio. «Del resto», aggiunse, «anche la lepre ha la sua parte di perfidia. Ha l'alito pestilenziale: se sugge le mammelle d'un'altra bestia il latte di questa si dissecca. Una volta una pecora trovò un nido di leprotti, la cui madre era stata uccisa. Cosa fa la pecora, stupida? Li allatta. Ebbene, il suo agnello comincia a deperire, a deperire...»
«La pecora non aveva più latte?», chiese Basilio, attentissimo.
«Sì.»
«Conti d'Isoppo!», (Esopo) disse Melchiorre sprezzante.
«Eppoi, eppoi? Raccontate, zio Pietro. E la lepre? E l'agnello?»
Ma zio Pietro tacque, risentito, poi chiamò il gatto:
«Tortorella?... Basilio, dà da mangiare agli animali».
«Zio Melchiorre ha già mangiato!», disse Basilio ridendo.
Intanto sbatteva lievemente per terra l'anguria finché questa non s'aprì in due stelle carnose d'un rosa pallido, sparse di sementi bianche.
«Acerba?», domandò zio Pietro.
«Pur troppo!», grugnì Melchiorre, comicamente desolato. Tuttavia prese una fetta, e vi tuffò ferocemente la bocca, imprecando fra sé perché nessuna cosa gli andava a seconda.
Dopo il pasto, tutti uscirono fuori. Basilio riprese a fischiare e a belare, e Melchiorre portò al cavallo gli avanzi dell'anguria.
Da lontano arrivava il tintinnar delle capre; ma voci e suoni sfumavano nel gran silenzio, nell'immensa serenità del paesaggio: e fra gli alberi e le rupi enormi, le figure dei pastori apparivano piccolissime, nere sui limpidi sfondi.
<B>II.</B>
Un po' giù dalla radura, sotto le roccie dalle quali scaturiva un filo d'acqua, Melchiorre aveva pazientemente formato un piccolo orto e una rozza vasca di pietre. Piante di fagiuoli dai fiorellini scarlatti s'attortigliavano a lunghe pertiche, e i grappoli dei pomidoro cominciavano, nella frescura del luogo, a imporporarsi.
Come usava tutti i giorni, egli si arrampicò sulle roccie, e là ritto fischiò e batté le mani per radunar le capre onde s'abbeverassero senza saltar la siepe dell'orticello.
Zio Pietro scese il sentiero, fermandosi ogni tanto, tastando il terreno col bastone. Trovato il suo posto favorito, una pietra scavata in forma di sedia a bracciuoli, accanto alla vasca, sedette. Sentì l'odor fresco dell'orto, del musco bagnato; sentì le capre che saltellavano, scendevano dalle alture, salivano le chine, urtandosi, spingendosi, con un tremulo tintinnìo di campanelle. Nell'accostarsi all'acqua si facevano tranquille, e bevevano pacatamente una dopo l'altra. Stendendo la mano, zio Pietro poteva toccarle: gli passavano davanti con leziosa andatura di gatte.
Melchiorre intanto le contava, distinguendole una per una coi suoi occhi di falco; e continuava a fischiare e a battere le mani, mentre la voce, i belati e i fischi di Basilio spingevano quelle che erano rimaste indietro. Egli le chiamava con nomi bizzarri; ultimo a salire fu <I>Zio Frate</I>, un vecchio caprone nero dalla barba bianca, che aspettò si abbeverassero tutte le sue compagne, poi s'avvicinò alla vasca, cozzandole un po', benevolmente, e spingendole alla discesa. Qualche capretta s'indugiava, rizzandosi sulla siepe, ma un feroce <I>hoc!</I> di Melchiorre e la fronda di Basilio l'allontanavano.
Zio Pietro ascoltava, e quando il suono dei campanacci si sparse nuovamente per le chine, sentì Melchiorre scendere il sentiero e passar oltre.
Dove andava? Zio Pietro provava sempre una vaga inquietudine, quando il figlio s'allontanava. In quei giorni, poi, Paska non era lontana... Dove andava adesso Melchiorre? Forse in cerca della ragazza e di uno scandalo?
In alto, al di là delle roccie, il vecchio sentiva il bosco stormire, percosso da un brivido di brezza: e questa voce lamentosa e monotona gli echeggiava dentro, nel buio dell'anima inquieta, dandogli un senso disperato di tristezza e di abbandono. Per lui la luce era la presenza del figliuolo. Ma da qualche tempo sentiva che Melchiorre, incalzato dalla sua passione, lo abbandonava anche lui, e talvolta provava un terrore simile a quello d'un bimbo smarrito in luoghi deserti.
S'alzò, e stette in penoso ascolto. Solo il bosco continuava a mormorare. E di qua e di là, i cristallini tintinnii delle capre. Ma quando tornò alla capanna i soliti rumori, il ruminar del cavallo, il guaire del cane, il rosicchiar della lepre, lo rassicurarono. Sentì la bestiuola raspargli le ghette, la prese fra le mani e la carezzò.
«Malignaccia, malignaccia», mormorò, sentendole batter forte il cuoricino. «Anche tu hai paura.» Poi cominciò a preparare il pranzo, cercando a tastoni i pochi utensili domestici che erano nella capanna. Si curvò sul focolare, avvicinò la mano alla cenere, e sentendo calore scoprì una grossa brage con la punta del bastone forato che serviva anche da soffietto: mise una manata di fuscelli secchi e soffiò; la cenere si sparse intorno al focolare, il gatto scappò scuotendo le zampe, e la fiamma brillò.
Al suo ritorno, Melchiorre trovò i maccheroni conditi entro la casseruola, la stuoia spiegata, il pane preparato nel canestro.
Era passato mezzogiorno: l'elce descriveva appena un cerchio d'ombra intorno al suo tronco, e il sole penetrava per tutte le fessure della capanna. Dentro e fuori faceva caldo; l'azzurro del cielo vaporava chiaro all'orizzonte; sotto la luce fiammante del sole allo zenit le roccie parevano fatte di cenere ardente.
Ma intorno i boschi fremevano con un sonoro susurro. Di nuovo i pastori sedettero per terra, e pranzarono, tornando ai soliti discorsi: le capre, i pascoli, i pastori amici o vicini. E Basilio rideva sempre. Melchiorre raccolse su un pezzo di sughero le sementi dell'anguria, mentre con la buccia il mandriano intagliava statuette piatte che parevano idoletti fenici e componeva una dentiera dai feroci denti verdi, che s'applicò sotto le labbra ridendo grottescamente.
Dopo pranzo Melchiorre e zio Pietro se n'andarono a meriggiare sotto gli alberi. Il vecchio pose il berretto sotto il capo, il bastone a fianco e in breve, cullato dallo stormire del bosco, si addormentò. Una chiazza di sole gli calava sul dorso, e la brezza smuoveva le candide ciocche della sua barba: pareva un vecchio santo, addormentato nella serena solitudine del bosco. Melchiorre, supino, con le gambe accavallate e le mani sotto il capo, non poteva assopirsi.
Sotto il cielo luminoso le foglie degli elci investiti dalla brezza parevano perle; e con la voce canora e sonnolenta del bosco, s'accompagnavano sempre i tintinnii argentini delle capre, e le gazze tessevano liquidi fili di armonia. E Melchiorre non poteva trovar riposo. Il riso di Paska lo perseguitava. Che faceva essa nella capannuccia di frasche, a fianco della chiesetta? Col fazzoletto graziosamente ripiegato sulla sommità del capo, il volto roseo per il calore del fuoco, forse cucinava svelta il succulento pranzo del padrone...
Un violento desiderio di recarsi lassù, di entrare, di afferrarla e trascinarsela dietro, lo vinceva.
«Se non fosse per quello lì!», pensava; e fissava la macchia di sole che, lentamente, dal dorso saliva alla nuca di zio Pietro.
Durante la mattina, si era aggirato intorno alla chiesa con la scusa di cercare un pastore amico, avvicinandosi al punto d'attrazione sino a scorger la capannuccia di Paska. Aveva sentito voci di donne che attingevano acqua al pozzo della radura; e fra le erbe gialle e le pietre aveva veduto un bambino vestito signorilmente che dava la caccia alle cavallette, e acchiappatane qualcuna la portava ad un piccolo falco addomesticato. Il falco aspettava, fermo sopra una pietra, seguendo il bimbo coi suoi rotondi occhi gialli: avuta la cavalletta la premeva con la zampa, e la beccava crudelmente stringendo e starnazzando le ali fulve.
Melchiorre aveva lanciato una feroce occhiata sul bimbo, sul falco, sulla chiesa, sollevando le sopracciglia come per stender meglio il suo amaro sguardo fino all'orizzonte.
Ed era tornato dal padre.
Si volse sul fianco, continuò a fissare la macchia di sole che saliva verso i riccioli argentei di zio Pietro. E gli parve di provare un improvviso benessere fisico e morale.
«Come sono matto!», pensò. «Ho cento capre, sono giovine, sano, onesto. Qual donna non mi vorrebbe? Io m'infischio di mia cugina e dei signorotti suoi innamorati. Vadano al diavolo! Finiscila, Melchiorre; non vedi che stai diventando stupido come una pietra?»
Ma a un tratto le tempie cominciarono a martellargli, e un calore molesto gli punse tutta la persona. Fra il susurro del bosco giungeva un suono di flauto, fino, tremulo, che or pareva morire tristemente, or s'avvivava di gorgheggi saltellanti e liquidi.
Melchiorre sollevò la testa per ascoltar meglio. Il suono, trasportato dalla brezza, oscillava, veniva ora sì, ora no, insinuandosi nel bosco, come ricamando una striscia serpentina di melodia sul fondo cupo del susurro degli elci. A intervalli, quando il mormorio del bosco era meno forte, qualche nota di chitarra vibrava grave e lenta fra i gorgheggi argentini del flauto.
Erano certo i signori del monte, che dopo il lauto pranzo suonavano e si divertivano: e Paska era forse fra loro. Melchiorre ardeva d'ira e d'odio.
«Io vado!», urlò fra sé: si sollevò ma vide il viso del padre illuminato dal raggio di sole, e non s'alzò.
Ma anziché calmarsi si buttò nuovamente per terra, bocconi, con le braccia aperte, mordendo il fieno e gemendo come una belva legata. Per tutto il resto della giornata fu cupo e taciturno: andava e veniva dalla capanna al bosco, coglieva virgulti per il cavallo, si arrampicava sugli alberi e le roccie, e dall'alto guardava sempre verso la chiesetta: nella diafana serenità pomeridiana gli giungeva ancora, pungendogli il cuore, qualche trillo di chitarra.
Col tramonto un nuovo incanto dilagò intorno; gli alberi tacquero; dall'occidente il cielo di corallo versò una misteriosa luce rossa fra i colonnati del bosco, sulle roccie, sull'edera. E ogni cosa s'imporporò nel silenzio solenne dell'ora. Il fuoco del tramonto giungeva sino all'oriente, smorzandosi in vaporosità rosee, e gettando veli pavonazzi sulle montagne lontane.
Zio Pietro, seduto davanti alla capanna, pregava. Anch'egli nella dolcezza del tramonto pensava alla chiesetta, dove in quell'ora si recitava la novena: e ricordava le preghiere e i <I>gosos</I> dalla cadenza melanconica, e rivedeva la porta spalancata sul rosso occidente.
«<I>Segnoredda 'e su Monte</I>», diceva fra sé, «piccola Signora del Monte, fammi la grazia di venirti ancora a laudare nella tua chiesetta. Fammela questa grazia, <I>Segnoredda</I>, fammela. Basilio mi guiderà; vedrò... quella ragazza, e chissà che non possa dirle una parolina... Paska, ricordati del vecchio zio Pietro, che ha gli occhi chiusi; non tormentarlo oltre, figlia mia! Ave Maria, grazia piena, il Signore è teco...»
A momenti, qualche tintinnìo di capra gli sembrava lo squillo del campanello della chiesetta; e vedeva sempre quello sfondo di porta, quel cielo color fragola velato di violetto; e sull'altare le fiammelle dei ceri, tremule come foglie d'oro, con fragranza di ginepro arso.
«Paska, figlia di mio fratello, dove sei tu? Sei lì, inginocchiata? E preghi? Come puoi pregare, dopo tutto quello che ci fai soffrire? Ti ha veduto, Melchiorre? No? E allora, perché è così cupo? Ave Maria, grazia piena, il Signore è teco... Se domani potessi andare a vederla? Forse potrei accomodare ogni cosa. Cosa ne dici, vecchio Pietro? Nostra Signora del Monte, concedetemi questa grazia; piccola rosa mia, piccolo giglio mio, concedimi questo miracolo! Ave Maria, grazia piena...»
S'acquetò in questa speranza. Intanto udiva i tintinnii delle capre avvicinarsi, fondersi in un solo suono melanconico. La greggia tornava alla mandria: Melchiorre e Basilio gettarono fasci di fronde sulla siepe; poi chiusero i rozzi cancelli, e il mandriano entrò nella capanna per riaccendere il fuoco, mentre il padrone giovane si sdraiava accanto a zio Pietro.
Imbrunì: il fuoco dell'occidente si smorzò in luminosità violacee; qualche stella apparve come goccia di rugiada sugli estremi rami degli alberi neri. Le montagne ed il mare, ad oriente, svanirono nel sogno cinereo della sera. Era una pace sovrana; eppure da quel silenzio profondo, da quella immobilità delle cose che il crepuscolo rendeva gigantesche, da quell'incipiente mistero della notte, spirava un senso vago di angoscia.
L'oscura linea del bosco pareva una nuvola; e in quella immensità di paesaggio, nel silenzio, nella solitudine, i pastori, la capanna, le bestie, sembravano ancor più piccoli, punti smarriti sotto i profili di sfinge delle roccie enormi chiare all'ultima luce. Col cader della notte Melchiorre si fece ancor più cupo.
Il rumore delle pallottoline del rosario sgranato da zio Pietro lo irritava.
«Non vi stancate, voi, di pregare?», chiese ruvidamente.
Zio Pietro baciò la crocetta di metallo del rosario, si segnò con essa, si levò il berretto e disse: «Dio sia lodato».
«Perché lodato?», domandò la voce acre del figlio.
«Per i beni che ci manda, per i mali che ci risparmia.»
Dopo un momento di silenzio, Melchiorre proruppe:
«Vostra nipote è al Monte!».
«Ci sei stato?»
«A far che? A cavarle gli occhi? Me lo hanno detto.»
«Anche a me.»
«Anche a voi? E chi?»
«Basilio.»
«Basilio? E come le sa queste cose, quella faina? Basilio, Basilio, vieni fuori, piccola volpe: hai abbandonato il gregge, forse, per andar lassù? Bada che io non ti tronchi le gambe, un giorno o l'altro.»
Basilio apparve sull'apertura illuminata della capanna, e rise maliziosamente.
«Che andare? Che andare, zio Merzio? Sono venute qui le serve, e le signore anche, e i signori, in cerca di latte! Non ce n'è, ho risposto. "E di chi è quest'ovile?" "Di Melchiorre Carta." "Ebbene, allora faremo venire la cugina, a domandare il latte." "E perché non è venuta oggi?" "Perché è scesa a Nuoro e risalirà più tardi" - hanno detto loro.»
«Ah, han detto queste cose? Perché non vengono quando ci sono io? Che vengano, che vengano!... Che venga!», ruggì Melchiorre.
«Oh, non verrà, state tranquillo!»
«Cosa ne sai tu, piccolo falco? Va e fa il fatto tuo; altrimenti ti faccio rider il riso sardonico! E non sapete, padre», disse poi, rivolto al vecchio, «mi dimenticavo di dirvi le prodezze di questo piccolo astore. Ho trovato una capra legata, dalla quale egli cercava di far suggere la lepre, per esperimentare la vostra storiella!»
«Cattivi esperimenti!», disse zio Pietro.
Poi tacque, col viso sollevato. Melchiorre lo guardò; quel viso atteggiato a pace melanconica, quella bocca dolce e triste gli dicevano in silenzio mille cose buone, che gli echeggiavano entro il cuore oppresso.
Ricordò d'avergli, durante la giornata, parlato sempre aspramente, e provò un impeto di rimorso e di pietosa tenerezza.
«Padre», domandò a un tratto, con voce mutata, non sapendo che altro dire, «ma è proprio vera la storia della lepre?»
«Vera», disse il vecchio, e raccontò altre storielle, finché giunse l'ora di ritirarsi nella capanna e di andare a dormire. Melchiorre pareva rasserenato; ma svegliatosi dopo breve sonno, zio Pietro s'accorse che la stuoia accanto era vuota; nel posto ove Melchiorre soleva coricarsi, zio Pietro palpò il corpo molle e attorcigliato del gatto.
«È andato!», gridò: ed ebbe paura. «Basilio?»
Ma questi dormiva il profondo sonno dei felici, e zio Pietro lo dovette cercare e pungere col bastone, per farsi sentire.
«Chi mi tocca? Cosa volete?»
«Dov'è andato Melchiorre?»
«Ne so molto! È uscito, non c'è o ci sarà; non lo so. Lasciatemi dormire.»
Zio Pietro si sentì paurosamente solo.
S'alzò, si sedette sul limite della capanna, e ascoltò.
Il mistero della notte era completo; il bosco rombava di nuovo, col fragore di un torrente: un roteare d'acque fredde, torbide, che si perdevano in nere lontananze. Nessun altro rumore. Il cieco ricordava altre notti, e gli sembrava di vedere le roccie nere nell'ombra, e nel cielo incolore la Via lattea che descriveva appena una traccia di candore vaporoso: ad oriente una nebbia grigia e triste, e sulle montagne, fra la nebbia un fuoco vermiglio che sembrava un fiore di melograno.
Altri lavoratori erano lassù, e dissodavano la montagna; e la luce dei lentischi incendiati mandava un saluto ai solitari pastori dell'Orthobene.
Ma zio Pietro, nella sua tenebra profonda, dava ascolto solo al lamento di solitudine e d'abbandono del bosco, e gli sembrava d'esser circondato da un freddo gorgo d'acque nere.
Un'angoscia mortale lo opprimeva: pensava puerilmente che Melchiorre non sarebbe tornato mai più, che egli sarebbe rimasto solo su quel limitare, davanti al buio eterno.
Gli sembrava di piombare in un abisso: ed aveva due grandi occhi spalancati, ma con essi non vedeva che una immensità vuota e nera, solo in quella sua notte eterna, più angosciosa della morte stessa.
<B>III.</B>
Melchiorre attraversò a passi rapidi ed agili la radura, fermandosi nel sentiero accanto alla chiesa, dietro un tronco d'elce biforcuto che gli permetteva di assistere, non veduto, come da un finestrino, alla scena che gli si svolgeva davanti.
Un gran fuoco rischiarava il bosco: quasi tutti i <I>novenanti</I> stavano là attorno aggruppati e ridevano. Un cagnolino nero, il cui collare di ottone scintillava al riflesso del fuoco, abbaiò dietro Melchiorre, facendo atto di slanciarglisi contro, senza osarlo.
Egli si volse; disse piano piano, con disprezzo:
«Aspetta, marrano!», e accennò a corrergli appresso. La bestiola scappò: una voce nasale gridò:
«Te', Leone!».
«Leone! Te'», disse fra sé Melchiorre; e raschiò e sputò al di là del tronco; ma la sua sfida sprezzante più che al cagnolino pauroso era rivolta a tutta quell'allegra gente.
Dall'ombra egli vedeva un quadro fantastico. Il gran fuoco di tronchi e di rami crepitanti, le cui fronde si cangiavano in brage, mandava in alto lunghe fiamme rosse, illuminando a sprazzi la parte inferiore degli alberi e gli scorci di figure aggruppate qua e là, per terra, sulle pietre, a ridosso dei tronchi.
Il bosco pareva una fantastica e mostruosa costruzione sorretta da nodose colonne e i cui intercolunni, le vôlte e gli sfondi si perdevano in un vuoto oscuro. Nel circolo rosso descritto dalla luce della fiamma passavano correndo e traendosi dietro le loro lunghe ombre ragazzi che attizzavano il fuoco con bastoni e rami: altri stavano appollaiati sugli alberi, con le gambe ignude penzoloni.
Melchiorre riconobbe il fanciullo delle cavallette, che emetteva stridi acuti trascinando un ramo le cui fronde lasciavano intorno al fuoco una traccia di terreno spazzato. Risate allegre, cantilene, voci, grida, si univano al crepitar della fiamma.
Sulle prime Melchiorre attratto dal bizzarro spettacolo provò un gusto quasi fanciullesco a contemplarlo. Il leggero vento che passava stormendo fra gli alberi gli batteva alle spalle, mentre al viso gli giungeva il calore del fuoco.
Un gruppo di signore, col capo avvolto da fazzoletti di seta e da scialletti di lana, sedeva sopra un tronco rovesciato: alcune ridevano, coi denti scintillanti: una, con le gambe accavalcate e le mani strette intorno al ginocchio, sonnecchiava abbassando e rialzando la testa; un'altra pareva sognasse, col viso sollevato e la gola illuminata dal fuoco. Sedevano per terra, e su pietre, e addossate ai tronchi, paesane con bimbi in grembo; e alcuni uomini stavano sdraiati a pancia a terra, col volto eretto e il mento appoggiato alle mani intrecciate. Ritto, accanto al fuoco, un giovinotto accordava un flauto la cui canna sembrava di corallo e mandava il suo riflesso sulle mascelle gonfie e sulle mani del suonatore.
Dopo aver fissato il bimbo delle cavallette e il ramo che spazzava il terreno intorno al falò, Melchiorre mise attenzione agli striduli accordi del flauto, seguendo con gli occhi i movimenti delle mani rosse del suonatore. E provava un impulso d'ira e di sdegno ricordando la melodia lontana udita al meriggio, e l'impressione di gelosia che ne aveva provato. Era costui che allora suonava? Questo giovanotto basso e scarno, dai capelli così rasi che lasciavano scorger la cute del cranio, dalle orecchie enormi e dalla scarsa barbetta rossa irta sul mento? E costui, col ridicolo gonfiar delle scarne guancie, era stato capace di attoscargli il cuore per tutta la sera?
«Dov'è Paska?», ruggì il suo cuore. E i suoi occhi s'accesero, e lo sguardo vagò dall'una all'altra delle paesane sedute per terra e sulle pietre, e più su sulle panchine addossate al muro della chiesa.
Paska non c'era: ed egli ne provò sollievo, ma non si mosse dal suo posto d'osservazione.
«Efisio», gridò la voce nasale che aveva chiamato il cagnolino, finiscila con quel ramo, e buttalo sul fuoco.
Ma il bambino continuò a correre, e per giunta il cagnolino andò dietro al ramo abbaiando.
«Che polvere!», si lamentò una signorina.
«Efisiooo! Leoneee!» La voce nasale s'alzò così minacciosa che il cagnolino scappò e il bimbo cessò di correre.
I monelli appollaiati sui rami cominciarono a fischiare e a sputare dall'alto.
«Figli d'un capricorno, finitela!», gridò il suonatore di flauto, che sentiva qualche cosa d'umido sul collo.
«Finiscila tu, corno di capra!...»
Tutti ricominciarono a ridere e la signora che sonnecchiava si svegliò.
«Efisio, getta quel ramo sul fuoco!»
Il bimbo obbedì: la fiamma s'abbassò divampando poscia più alta e più crepitante. Insultati e presi di mira con pietruzze dal basso, i monelli fischiavano e sputavano con maggior violenza.
Le paesane gridavano vituperi e imprecavano, col viso rivolto in su.
«Al diavolo che vi ha mandato là sopra! Vuoi finirla mendicante?»
«Mendicante sei tu!»
«Pieno di pidocchi...»
«Pieno di pidocchi sei tu!»
«La questione viene spostata!», gridò la voce nasale. «Vediamo se si può definirla altrimenti.»
Melchiorre vide un grosso uomo giallo e calvo, dalla lunga barba nera, ergersi gigantesco e minaccioso.
«La finisca lei, prima di tutto!», disse volgendosi al suonatore. «Faccia un po' il piacere!»
Ma il giovinotto continuò a solfeggiare e i monelli fischiavano e gridavano imitando la voce nasale del grosso signore.
Paska non si vedeva: che fosse scesa a Nuoro anche quella sera?
Melchiorre cominciò a stancarsi: provava un senso di disprezzo per tutta quella gente che passava così scioccamente il tempo e pensava di andarsene, quando la scena mutò. Una signorina aveva gridato a un giovinotto che fumava tranquillamente la sua pipa di creta:
«È arrivato un bastimento carico di...».
Nel ricever il molle proiettile il giovinotto trasalì comicamente, destando nuovi scoppi di riso, ma ebbe la prontezza di spirito di lanciarlo a sua volta sulla gola della signorina che sognava.
«Di impertinenti!», rispose. «È arrivato un bastimento carico di...»
La sognatrice si scosse, raccolse il fazzoletto e non seppe subito rispondere: ma il gioco banale era cominciato, e il fazzoletto continuò a volare da un punto all'altro, destando risate e malumori per la difficoltà dei carichi in <I>I</I>. In breve tutti presero parte al gioco; anche i monelli si gettavano manate di foglie gridando arrivi di bastimenti carichi di impertinenze.
«Impossibile!», gridò il signore dalla voce nasale, raccogliendo con le mani sul petto la palla bianca. «Io sono fuori di giuoco.»
«Penitenza! Penitenza!»
«Cambiamo la lettera. Con l'<I>I</I> non si trovano vocaboli adatti.»
«Penitenza! Penitenza! Mi dia quell'anellino che ha, lei.»
«Ch'io possa un giorno darglielo ai piedi dell'altare!», disse galantemente il giovine suonatore, traendosi con due dita l'anello, fatto con un chiodo, e mettendolo sulla palma della rosea mano aperta verso di lui.
«Cambiamo questo stupido <I>I</I>. Mettiamo il <I>P</I>.»
«Pulcini, pulcini!», insolentirono i monelli.
«Porchetti... porchetti...»
«Pasque! Pasqueee! Viva! Viva! Arrivato un bastimento carica di Pasque! Viva Pasqua, viva!...»
Melchiorre sollevò gli occhi ardenti. Paska era finalmente apparsa, e dritta davanti al fuoco, piccola e snella, con le maniche della camicia rimboccate e le cocche del fazzoletto nero rigettate sulla sommità del capo, cercava con gli occhi un posto ove sedersi.
«Vieni qui, vieni qui, agnella mia», la invitò il suonatore. «Vieni e siediti al mio fianco.»
«Al suo fianco il coltello!», ella rispose; ma la sua voce era così dolce, il suo riso così sonoro, che a Melchiorre parve di sentir davvero un coltello al fianco; e si portò il pugno alle labbra in atto di mordere.
«Cosa mi tiene, cosa mi tiene, anima maledetta, che hai il miele in bocca e in cuore un serpente!...»
Ella si guardava sempre attorno sorridendo a tutti con civetteria: il ciuffo dei suoi lucidi capelli castanei, rialzato sulla breve fronte bianca che splendeva come l'avorio, aveva riflessi di rame dorato; e riverberi rossastri sfioravano il suo corsetto aperto sul davanti, e il petto della sua camicia dalle pieghe inamidate e sapientemente disposte.
Quando ebbe scelto il posto, attraversò con baldanza di giovine gazzella dai fianchi ondeggianti tutto lo spiazzo illuminato dal fuoco, e balzò felinamente su una sporgenza di roccia. Di là dominò la scena col fulgore dei suoi limpidi occhi castanei dalle lunghe ciglia. Le fu subito gittato il fazzoletto sul seno, e uno studente si sdraiò supino ai suoi piedi e cominciò a stuzzicarla con un bastoncino.
«Stia secco, lei», ella disse, raccogliendosi le sottane intorno alle gambe; e gli scaraventò il fazzoletto sul volto.
«Penitenza!», urlarono d'ogni parte.
«Io non gioco! Non è vero che non gioco, padrone?», gridò Paska.
«No, tu fai davvero!», rispose la voce nasale.
«È colui il suo padrone?», si domandò Melchiorre: e capì subito l'istintiva antipatia che il fanciullo delle cavallette, il cagnolino e la voce nasale gli avevano destato.
«No, ella non gioca; ella fa davvero!», ripeté fra sé amaramente.
Di momento in momento egli sentiva crescere la sua collera rabbiosa: le orecchie gli tinnivano e gli ardevano, e gli pareva che la fiamma e il calore del fuoco gli serpeggiassero nelle vene.
«Dov'è il falco?», domandò Efisio, aggrappandosi alle gambe di Paska, col viso sollevato.
«Non lo so: va e cercalo!», ella rispose con impertinenza, pur tenendo presso di sé il bambino per salvarsi dai proiettili che dall'alto i monelli, e dal basso i giovinotti le lanciavano.
Il gioco proseguì. Quando tutti, compresa lei, ebbero dato un pegno, si formò un comitato di ragazze e di giovanotti per le penitenze: Paska fu invitata a prendervi parte, ma ella disse:
«Sto bene qui, non mi muovo! Vengano qui se mi vogliono!».
Il comitato le si avvicinò, e i giovanotti la circondarono strettamente.
Ella rideva, emettendo piccoli stridi di gazza in amore: Melchiorre vedeva le paesane curve l'una su l'altra mormorare e ridere fra loro, certo per il contegno sconveniente di Paska; e fremeva e a momenti stringeva i pugni fino a conficcarsi le unghie nelle palme delle mani.
Furono lasciati in grembo a Paska i pegni del gioco, e le persone del comitato si disposero in fila.
«Di chi è questo pegno?», ella domandò, sollevando e sventolando un fazzolettino bianco con la cifra rossa.
«È mio», rispose una voce sottile.
«Vuol riaverlo?»
«Sfido, se è mio!...»
«Allora bisogna che ella si alzi e vada a dar un bacio al mio padrone.»
«Quello puoi farlo tu!»
«Brava, bravaaa!», gridarono molte voci; e tutti risero sguaiatamente.
«Bravissima!», pensò anche Melchiorre, ma la sua collera crebbe.
«Se me lo impongono, lo faccio!», rispose Paska arditamente.
«Ma fatelo tutte; si può far benissimo!», esclamò la voce nasale.
«Per penitenza!», rispose il suonatore.
«Che puzza di spirito; via, finiamola!», disse una signora, seccata che si desse tanta attenzione ad una serva. «Non usciamo dai limiti del galateo!»
«Cominci lei!», rispose una voce.
Gli animi s'inasprirono; ma il comitato si riunì di nuovo, e chi più chi meno volentieri tutti eseguirono le banali penitenze.
Al suonatore toccò di ballare con la scopa, e se la cavò allegramente: gli venne restituito il flauto, ed egli credeva finita la sua parte, quando Paska gridò:
«Di chi è questa?», e agitò in alto, tenendola con due dita per il corto picciuolo, una grossa pera verde e lucente.
«Diavolo!», esclamò il suonatore, battendosi le mani sulle tasche della giacca. «Quella è mia! Me l'avete rubata!»
«Come? Lei ha di queste provviste in saccoccia? Che altro ha? Altre frutta? Pane? Formaggio? Faccia vedere!... Con tutta la sua poesia!...»
«È mia! È mia! Non è vero che è sua! Dalla a me, Paska Carta, dalla a me», gridavano i monelli.
Il suonatore arrossì, ma per puntiglio e per riaver la pera si sottomise alla penitenza della lettera.
Fu fatto stupidamente inginocchiare, e un giovane lungo e scarno, in maniche di camicia nonostante il fresco della notte, gli scrisse sulle spalle alcune righe insultanti, e per virgole e punti somministravagli pugni sonori.
«Se ci arrivassi io!», pensò Melchiorre. «Ma perché quella bestia si lascia picchiare così! Ed è di uno scemo simile che quella sciocca è innamorata? Ma non è più bello il mio caprone? E le mie capre non hanno più serietà di tutta questa torma di matti?»
«La pera sia restituita al padrone», sentenziò Paska, quando il giovine si sollevò scuotendo le spalle indolenzite.
Ma la pera se l'erano divisa e mangiata due ragazze del comitato, e fra sonori sghignazzamenti furono restituiti al suonatore solo la buccia e il picciuolo.
Egli non protestò, ma riprese a suonare il flauto e non la smise più.
«Di chi è questo ditale?»
Un ditale d'alluminio scintillò sulla punta del mignolo del giovine in maniche di camicia.
«È mio!», disse Paska.
«È mio!», pensò Melchiorre, riconoscendo con tristezza l'ultimo suo regaluccio alla fanciulla. E cominciò ad agitarsi, punto dai ricordi, umiliato nel veder il suo dono fra le mani di coloro che lo rendevano infelice.
«Se vuoi riaverlo, Paska di rose, raccontaci una novella.»
«Una novella? Quale?», diss'ella, come fra sé, sollevando le braccia per accomodarsi il fazzoletto: in quell'atto il suo busto svelto e pieno apparve stupendamente modellato dalla camicia e dal corsetto di velluto rosso, e Melchiorre, alle amare angoscie che lo tormentavano, sentì mescersi lo struggente desiderio di quel corpo flessuoso che tante volte aveva sentito palpitare fra le sue braccia.
Chi adesso li divideva? Chi gl'impediva di saltare al di là del tronco e di correre e sentir ancora, col dolce abbandono antico, il lieto cuore di Paska palpitar contro il suo, e la fresca bocca di lei rider contro le sue labbra? Chi li aveva divisi? Quella gente ridicola e sciocca che si aggirava intorno al fuoco come le farfalle attorno al lume! Egli si sentiva la forza e il coraggio di passare attraverso tutta quella gente e di urtarla, spingerla, gettarla sulla fiamma; e farne un fuoco alto alla cui luce restar soli lui e Paska, e rivolgersi a lei urlando: «E adesso?».
«Racconta la storia della gallina», disse Efisio, tirando le sottane della ragazza.
«No, quella del gallo», gridarono i monelli.
«Quella della gallina che aveva fatto l'uovo...»
«No, quella del gallo che non aveva fatto l'uovo...»
«Chicchirichì...»
«No», disse Paska dominando il chiasso con la sua bella voce sonora, «racconterò la storia del <I>magro</I>» (voleva dire del mago).
«No, quella del grasso, quella del grasso!» Si ricominciò a ridere e a fischiare. Un ragazzo batteva una fronda sul fuoco e la fiamma percossa si divideva, sollevandosi ed abbassandosi rossa sanguinante.
La scena cangiavasi in tregenda: le figure apparivano e sparivano fra sprazzi di luce sanguigna, e i portici e gl'intercolonni del bosco si sprofondavano in antri misteriosi e in caverne scure.
Paska cominciò la fiaba.
«Dicono che una volta c'era un ragazzo chiamato...»
«Antoneddu...», disse la caustica voce del padrone.
«No, non così, ma...»
«Mel...chi...or....reee...?», gridò una voce vibrante.
Melchiorre vibrò assieme con la voce che pronunziava il suo nome. Chi lo pronunziava? Chi lo derideva? Chi lo provocava?
La voce era come salita dal suolo: e per quanto guardasse, Melchiorre non riuscì a distinguere il suo provocatore.
«Ebbe'? Sì, Melchiorre!», disse Paska guardandosi attorno con uno sguardo di sfida. «Egli un giorno andò a portare legna dal monte...»
«Oh come? Non era un pastore?», chiese la voce vibrante.
«Ma che pastore d'Egitto! Era un ragazzo, un contadino. E incontrò zia Orca. Dunque, quando incontrò zia Orca, il ragazzo si spaventò...»
«Sfido io!»
«Com'era fatta l'Orca?», domandò sommessamente Efisio, che ascoltava stringendosi alle gambe della ragazza. «Denti ne portava?»
«Altro che denti! Aveva spiedi per denti, e le ciglia così lunghe che se le rialzava con due stanghe...»
«Povero Melchiorre!»
«Il cuore mi dice che in questa storia si parla di chiavi», disse la voce nasale.
Il flauto suonava sempre.
«"Dove vai, agnellino mio?", domandò zia Orca. "Se vieni con me e mi vendi questa legna, ti do un canestro pieno di pane che per quanto ne togli resta sempre pieno." Il ragazzo, che aveva sempre fame, si lasciò tentare e le andò dietro, curvo sotto il fascio di legna. Zia Orca trottava avanti, spazzando il terreno con le ciglia... Finiscila tu, con questa fronda, che il diavolo ti metta ad affumicare; non vedi che mi viene tutto il fumo in viso?», gridò Paska, chiudendo gli occhi e torcendo la testa.
«Il fumo va verso le belle e le giuste...», disse il padrone.
«Giuste... in direzione del fumo!», osservò la voce vibrante.
E il flauto suonava sempre una nota acuta e lamentosa che saliva, saliva fra gli alberi oscuri, sperdendosi in alto, nel vuoto infinito del cielo nero.
Melchiorre guardava e ascoltava; ma vedeva rosso e sentiva come un rombo lontano.
Qualcuno afferrò il ragazzo che batteva la fronda sul fuoco e lo spinse lontano: la fiamma si riunì, corta e violacea, e il fumo salì dritto come una colonna nera.
Paska riprese la sua storiella.
«Dunque zia Orca trottava avanti, spazzando il terreno con le sue ciglia. E cammina cammina dicono che arrivò a casa sua: prese il ragazzo e lo chiuse entro una cassa. Voleva farlo ingrassare per poi mangiarselo; ma lui ogni giorno, quando l'Orca gli diceva di mostrare il mignolo per un bucherellino, mostrava la coda d'un topo che aveva trovato entro la cassa.»
«Ma... e come mangiava?», domandò piano piano Efisio, tirando la sottana di Paska. «E l'Orca non poteva vederlo quando apriva la cassa?»
«Lasciami stare, non lo so! Dunque, quando mostrava la coda del topo, dicono che zia Orca, vedendo che non ingrassava mai, lo tirò fuori dalla cassa e lo mise a fare il servo. Dicono che gli consegnò cento e una chiave...»
Il padrone cominciò a ridere di un riso nasale rumoroso.
«L'ho detto io che c'entravano chiavi...»
«La finisca lei, signor padrone! Dunque gli consegnò cento e una chiave, e gli disse: "Vedi queste cento e una chiave? Apri tutte le porte che s'aprono con queste cento chiavi, ma guai se apri quella che s'apre con...".»
«Quella cento e una! Che cosa s'apriva con quella cento e una?», gridarono da ogni parte, e ricominciarono a fischiare, a ridere, e dire impertinenze e peggio. «Oh, povero Melchiorre... povero disgraziato!»
Melchiorre socchiuse gli occhi per fissar meglio Paska, e gli parve di vederla arrossire, forse perché arrossiva lui. E sentì la gola stretta da un'ira feroce contro coloro che, credendolo lontano, vigliaccamente lo sbeffeggiavano, e contro Paska che tanto permetteva.
«Non la finisci la tua stupida storia?», gemeva fra sé. «Te la farò finir io stanotte, scimmia, rana, vipera!»
«...Dunque dicono che il ragazzo pigliò le chiavi, e non apriva mai quella porta. Però pensava sempre a quello che doveva esserci là dentro, e di giorno in giorno cresceva la sua curiosità. Un giorno non seppe resistere e aprì; ma fuggì via inorridito perché vide la camera piena di cristiani rosicchiati dall'Orca. In fondo c'era un diavoletto che pestava le ossa entro un mortaio di pietra...»
«Diavolo!», disse il giovine in maniche di camicia. «Le utilizzavano anche!»
«L'avranno poi venduta, questa polvere, per mischiarla allo zucchero e alla farina dei maccheroni...»
Il piccolo Efisio aprì le labbra, ma non poté parlare, non meno inorridito del giovine servo dell'Orca.
Il flauto suonava sempre.
«...Dunque, quando il ragazzo fuggì inorridito, il diavoletto fece la spia a zia Orca, dicendole come il servetto era penetrato nella stanza. Zia Orca allora prese il ragazzo e voleva ucciderlo; poi lo lasciò vivo a questo patto: che ogni notte le cuocesse per cena un cristiano. E come fare? Il ragazzo...»
«Ma come lo voleva? Allo spiedo, lessato o al tegame, Paska o Paska?»
«Cotto, cotto; semplicemente cotto come lei», ella gridò, destando nuove risate. «Il ragazzo non sapeva come fare. Pensatelo voi! preparare ogni notte la cena con un cristiano, dopo averlo anche ammazzato, non è cosa molto facile, tanto più per un ragazzo. Zia Orca se ne andò fuori dicendo: "Guai se non trovo la cena pronta!". E l'altro a piangere, a piangere. Veniva la notte, intanto, le stelle spuntavano...»
«Cosa c'entrano le stelle?»
«Ma proprio! Cosa c'entrano le stelle quando viene la notte?», diss'ella, ironica. «...Il cielo sembrava un vaglio, così tutto bucherellato di stelle...»
«Originalissimo paragone...»
«...Infine era notte, e il ragazzo non sapeva come fare. Quando si sente un rumore.»
«Sarà stato il rumore del mortaio.»
«...No, era un uomo che passava cantando. Cosa fa il ragazzo? Prende una stanga e si mette in agguato dietro un albero.»
Qui Paska fece pausa, quasi per indicare l'ansiosa attesa del ragazzo appiattato: s'udiva intorno solo l'incessante fischio del flauto, per cui l'ironica voce nasale domandò:
«Ma dimmi un po', Paska, il malcapitato che passava, cantava o suonava? Suonava, vero?».
«Sì, suonava. Suonava il flauto!», rispose la voce vibrante. «Sta attento dietro l'albero, Melchiorre!»
Melchiorre si tirò istintivamente indietro.
Impassibile, il suonatore raddoppiò le note acute, che si slanciavano su come razzi.
«...Dunque, quando l'uomo passò, il ragazzo balzò fuori e gli ruppe la stanga sulla testa. L'altro cadde a terra morto...»
«Bel colpo!»
«Non c'è male, per un ragazzo di quell'età! Ma già, abitando con chi abitava...»
«...L'altro cessò di cantare...»
«Sfido! Anche un suonatore avrebbe smesso di suonare!»
«...Cessò di cantare. Allora il ragazzo tutt'allegro...»
«Bell'allegria! Si vede che zia Orca gli dava una buona educazione!»
«Da delinquente! Che ne dice, cavaliere?»
«...Tutt'allegro cominciò a tirare, a tirare...», proseguì Paska, stringendo i denti e facendo atto di chi con grave sforzo trascina un peso.
Col bianco visino spaurito, Efisio, sempre aggrappato alle sottane di lei, ne seguiva con gli occhi spalancati tutti i movimenti delle mani e della bocca: gli pareva di vedere il ragazzo a trascinare l'uomo morto per metterlo a cuocere, e il suo terrore aumentava.
Anche il cagnolino, posato colle zampine anteriori tese in avanti, sollevava la testa fissando su Paska gli occhietti rossastri entro cui il riflesso del fuoco accendeva una favilla d'oro.
«...Dunque, tira che ti tiro, il ragazzo riuscì a trascinare dentro l'uomo che cantava...»
«Cioè, che non cantava più.»
«...Accese il fuoco, mise su un gran paiuolo colmo d'acqua e gettò dentro l'uomo morto...»
«Con le vesti e con tutto, vero?»
«E anche le scarpe?»
«Bel brodo doveva riuscire...»
«Non aveva bisogno d'altro condimento!»
«...Quando zia Orca tornò, trovò la cena pronta. Mangiò tutta contenta, poi andarono a letto. Ma ecco sul più bello <I>dun dun</I> alla porta.
"Chi è?"
"Il Re!"
Era la moglie dell'uomo morto che veniva coi carabinieri per vedere se era stata l'Orca ad ammazzare il viandante. L'Orca prese gli avanzi della cena...»
«Forse le scarpe cotte, ma non abbastanza per essere masticate, vero?»
«...Gli avanzi della cena e li gettò in un profondo pozzo nero: poi gettò lì un caprone. Poi aprì la porta. Entrò tutta la Giustizia, entrò la donna che piangeva e si tirava i capelli. Guardarono dappertutto, e non trovarono nulla...»
«E le cento e una stanza? Perché la perquisizione non fu regolare?»
«Forse l'Orca aveva protettori fra i giustizieri: anche allora la Giustizia non funzionava molto bene...»
«Per i farabutti!», disse la voce nasale, con mal celato dispetto.
«Già, c'è lei; scusi, cavaliere!»
«Prego!»
«...Basta, non trovando nulla stavano per andarsene, quando la donna, uscita nel cortile, gridò: "E questo pozzo? In questo pozzo guardate". "È vero", disse il pretore: e comandò ai soldati di scendere nel pozzo, ma nessuno obbedì.»
«Lo dicevo io che si andava male!»
«...Allora presero il ragazzo, gli legarono una corda alla vita e lo costrinsero a scendere nel pozzo. Quando fu sceso gli gridarono: "Che c'è?". Egli rispose: "Un cadavere!". La donna allora cominciò a piangere, a piangere, a strapparsi i capelli e le vesti, e ad urlare. Ne aveva ben ragione, poveretta. Allora il pretore gridò al ragazzo di dire i connotati della vittima; il ragazzo gridò alla donna:
"Tuo marito quanti occhi aveva?".
"Mio marito aveva due occhi."
"Anche questo ne ha due. Tuo marito quante orecchie aveva?"
"Mio marito aveva due orecchie."
"Anche questo ne ha due. Tuo marito quanti nasi aveva?"
"Mio marito aveva un naso."
"Anche questo ne ha uno. Tuo marito quanti piedi aveva?"
"Mio marito aveva due piedi."
"E questo ne ha quattro! Tuo marito vello aveva?"
"Mio marito vello non aveva."
"E questo ha il vello! Tuo marito corna aveva?"
Tutta la Giustizia cominciò a ridere, a ridere: il pretore si gettò pancia a terra per non scoppiare.»
Anche gli ascoltatori della graziosa narratrice fecero eco alle risate delle poco serie e poco accorte Autorità della storiella. I monelli ora ascoltavano attenti, sporgendo i visi rossi fra i rami oscuri. All'improvviso scoppio di riso degli astanti, il cagnolino abbaiò, volgendo qua e là la testina; ed Efisio ebbe un pallido sorriso sul visetto smorto.
Solo il suonatore rimase impassibile, e le note del suo strumento continuarono a salire come zampilli cristallini su per il cielo nero.
Paska riprese:
«"Mio marito corna non ne aveva!", cominciò a gridar la donna, imprecando e battendosi i pugni sul volto. "Mio marito non ne aveva corna: tu le avrai, non mio marito, le avrai tu..."
"E questo ha le corna..."».
Le risate raddoppiarono: la voce vibrante disse:
«Sfacciato quel Melchiorre!».
«Povero Melchiorre! Che stupido!»
«Paska di rose, levalo fuori dal pozzo...»
«<I>Paska e rosas</I>, affogalo, se lo merita...»
Ella capì le allusioni, e ridendo e gettando un po' indietro la testa in modo che si vedeva la sua bianca gola gonfiata dal riso, disse sfacciatamente:
«L'ho già affogato!».
Allora Melchiorre credette di impazzire: gli parve di saltare al di là del tronco; di piombare sul fuoco e di scottarsi una mano. Aveva schiaffeggiato a sangue la bella Paska: aveva percorso lo spazio che li divideva e le era balzato addosso prima che alcuno degli astanti, sorpresi, si movesse. Ella si portò le mani al viso, tirandosi indietro e gridando: «Aiuto! Aiuto!», e il bambino anziché abbandonarla, parve volesse difenderla agitando le piccole mani e gridando anche lui: «Aiuto! Aiuto!».
Melchiorre si vide circondato da volti feroci, e sentì sulle spalle grossi pugni che risuonavano sul duro cuoio della sua giacca.
«Vigliacco!... Miserabile!...»
«Bestia!»
«Infame!»
Paska si mise a piangere di dolore e di terrore: e il bambino cominciò anche lui a strillare, mentre il cagnolino abbaiava ferocemente, facendo atto di slanciarsi nella mischia, senza osarlo.
«Vigliacchi siete voi!», gridò Melchiorre con voce rauca, divincolandosi. «Lasciatemi andare, altrimenti stanotte finite male il divertimento.»
«Mascalzone!» Un poderoso pugno gli cadde come una pietra sulla nuca. Egli si divincolò, furioso, con gli occhi splendenti; con uno slancio felino si gettò ancora su Paska e la schiaffeggiò con violenza, poi ebbe di nuovo l'impressione d'un salto, d'una fuga pazza, e si trovò fra le roccie al di là della radura. La sua persona vibrava tutta, le orecchie gli ardevano, le labbra frementi pronunziavano vituperi ed imprecazioni. Provava uno spasimo senza nome: avrebbe voluto gittarsi per terra, morder le pietre, sbatter la fronte al suolo, spaccarsela e morire.
Nell'oscurità che lo circondava, distinse la massa nera del bosco; e gli pareva di veder ancora il lontano barlume del fuoco, di sentir ancora lo strillo del bimbo, l'abbaiare del cagnolino e il singulto spezzato di Paska. Ma il flauto maledetto taceva: ed egli si rimise a correre, fra il monotono sussurro del vento che ogni altro rumore dominava.
<B>IV.</B>
Grande e sanguigno il sole sorgeva dal mare lontano quando squillò il campanello della messa. Tutto taceva nella nitida frescura del mattino, sotto il cielo puro e chiaro: qualche donna vagava qua e là, assonnata e silenziosa, e nelle capannuccie di frasche odoranti, le caffettiere gorgogliavano e saltellavano sulle brage.
Il secondo squillo di campanello risuonò come un piccolo nitrito metallico; vibrò impaziente fuor della chiesa e si spense fra gli alberi. Il sole pendeva ancora sul mare, incendiandolo con la sua luminosità di fuoco.
Le porticine delle stanze (<I>cumbessias</I>) addossate alla chiesa si spalancarono, e nel vano apparvero figure assonnate di bimbi, di ragazzi e di giovanotti.
Al terzo squillo di campanello tutti entrarono in chiesa; di nuovo un gran silenzio regnò al di fuori, sotto il bosco rischiarato dal sole senza raggi e sulla spianata ove le pietre scintillavano di rugiada.
Zio Pietro venne di là, dal bosco umido e brillante; scese dalle roccie come una Deità montana, cieca e forte come le pietre, solenne e mite come gli elci eretti al puro cielo del mattino. Aveva lasciato il berretto di volpe: il cerchio nero della berretta sarda stringeva i suoi capelli argentei. Lo guidava Basilio, che se lo traeva dietro trascinandolo un po', ridendo, curvando la testa alla ricerca di lembi di suolo meno pietrosi. Giunti a mezzo della radura zio Pietro alzò il bastone, e tenendolo in avanti disse:
«Siamo vicini, vero? Ho sentito il campanello».
«Siamo vicini, ma io non ho sentito nulla. Ci avete buone orecchie, voi!»
«Si vede nessuno?»
«Si vede... si vede...», disse Basilio, sollevando la testa e guardando qua e là, «si vede... un cagnolino nero. Oh, che bellino! Te' te' te'!», gridò scoccando le dita verso la bestiola che rispose abbaiando e dimenando la coda ritta, ma senza avanzarsi.
«Non ti ho chiesto se si vedono cagnolini neri; ti ho chiesto se si vedono cristiani.»
«Nessuno, zio Pietro, nessuno!»
Ma dopo qualche passo Basilio socchiuse gli occhi, rise fra sé, e disse con malizia che rasentava la malignità:
«Eh, eh, zio Pré, si vede Paska!...».
Il vecchio ebbe un lieve tremore fra le sopracciglia; ma tosto disse severo:
«Bugiardo: tu non la conosci neppure. Bada che non sono venuto per scherzare con te. Tira avanti, la sorte ti tiri».
«Non ho scherzato, zio Pré, m'è parso proprio di vederla. È piccola, non è vero? Ha il volto roseo lucente, gli occhi neri lucenti, non è vero? E due grandi sopracciglia nere come ale di corvo, non è vero? Era là, dietro quel cagnolino, e quando ci ha visto è scappata.»
«Tira avanti. Non è vero!», gridò il vecchio.
Basilio guardava il cagnolino, e gli rivolgeva continui cenni di richiamo; quindi non badava più al suolo, e il vecchio, sebbene tastasse il terreno col bastone, inciampava sovente.
«La messa è cominciata; non si sente più il campanello. Tira avanti, scimunito, e lascia stare quel cane. Non si vede nessuno?»
«Neppure una gamba di cristiano vivo. Oh, come è bellino quel cane, ha un collare d'oro e una campanella. Sentite, zio Pietro... Drin, drin, drin, drin. Te', bellino, te', piccolo sorcio. Se fossi stato solo me lo avrei rubato.»
«Bravo! E stiamo per entrare in chiesa!»
«Che male c'è? L'avrei messo con la lepre.»
«Pare impossibile che tu sii così ragazzo!», esclamò zio Pietro. Pure dopo un momento domandò: «Dove l'hai lasciata?».
«Chi? la lepre? Oh», disse il servetto, ricordando la bestiola nascosta nel cavo d'un elce, «l'ho lasciata in un luogo dove nessuno, neppure le fate, possono trovarla. Lo so io solo.»
«Dove, dove?»
«Se ve lo dico, lo sapete voi pure, e qualche giorno me la rubate, ve la arrostite, e poi dite che è scappata.»
«Non c'è pericolo!...», esclamò zio Pietro tristemente.
Intanto s'accorse che erano giunti perché, dopo una piccola salita, stendendo il bastone aveva toccato un muro, e col suo odorato finissimo sentiva il profumo del caffè bollente che usciva dalle capannucce di frasche.
«Il cagnolino ci vien dietro, ma non vuole avvicinarsi», disse Basilio volgendosi ogni tanto. «Bau, bau, bau, drin, drin, drin. Perché non ti avvicini, marrano? Vieni qui che ti faccio la festa. Datemi il bastone, zio Pré.»
Il cagnolino, irritato dalle smorfie e dalle grida di Basilio, abbaiava forte; e il piccolo Efisio uscì correndo da una capanna.
«Leone, qui, Leone!»
«Leone, qui, Leone!», imitò Basilio. «È tuo quel cane, ragazzino?»
«Sì, è mio, non è tuo!», gridò Efisio inviperito.
«Se alzi la voce, gli do tante bastonate che gli faccio cacciar le viscere per gli occhi.»
«E finiscila, finiscila!», ammoniva zio Pietro.
Efisio mostrò la lingua, e Basilio gli fece le corna, e non contento di ciò, appena ebbe condotto il vecchio in chiesa, tornò fuori per continuare a insolentire contro il ragazzetto.
Zio Pietro si trovò solo, inginocchiato per terra, col braccio sinistro appoggiato al sedile, lungo la parete. La poca gente che assisteva alla messa si volse a guardarlo; egli lo <I>sentì</I>, e provò una tristezza, uno smarrimento profondo. Il cuore gli batteva forte, ma il volto roseo, sollevato verso l'altare e illuminato dalla luce della porta rimaneva sereno.
Dov'era Paska? Era in chiesa? Egli aveva sperato che ella, nel vederlo, sarebbe corsa a salutarlo. Ignorava lo scandalo della notte scorsa, e veniva a insaputa di Melchiorre per visitare ancora una volta la Madonna, ed anche per tentare un colloquio con Paska.
Ma Paska non veniva. E il cuore del vecchio si calmò, e il suo pensiero si sollevò tutto alla Piccola Signora, il cui roseo visino lucente pareva assorto nella contemplazione di una cresta azzurra di monte e di una cima d'elce che si disegnavano sullo sfondo della porta.
Le donne salmodiavano con voce monotona, e la loro cantilena aveva tutta la melanconica dolcezza dei susurri notturni del bosco. Zio Pietro ricordava, rievocate da quella cantilena, altre messe, ascoltate lassù in tempi lontani; e rivedeva i luminosi sfondi delle porte, le donne curve sotto la porpora dei loro corsetti di scarlatto; e più su qualche testa nuda di paesano, dai lunghi capelli unti, raccolti in treccioline, lucenti al chiarore dei ceri; e il lento sacerdote che andava e veniva con le mani sollevate, con la tunica d'un equivoco candore tanto rialzata dietro da lasciar vedere l'orlo dei calzoni neri.
Dopo le litanie le donne intonarono i <I>gosos</I>, cambiando tono, ma sempre con cadenza monotona e nostalgica.
Zio Pietro sentì un leggero brivido alla nuca, e un'onda di tenerezza, di ricordi, di rimpianti, gli coprì il cuore. Appoggiò le mani al bastone, si sollevò, sedette, e la sua voce sonora s'unì alla cantilena popolare: e i versi ch'egli cantava gli ridiscendevano sul cuore con ineffabile dolcezza:
<I>Imploranos, de su Monte
Reina, s'eterna vida.</I> [1]
Il ritornello veniva ripetuto due volte; le voci infantili s'acuivano, diventavano piccoli gridi rauchi: poi all'improvviso si fece silenzio, e zio Pietro tornò a inginocchiarsi per la benedizione. Coi gomiti appoggiati al sedile nascose il volto fra le mani, e attese e ricominciò a turbarsi. Sentì la gente andarsene; i ragazzi e gli uomini scender i gradini dell'altare; ma nessuno s'avvicinava a lui, nessuno gli badava. Ella dunque non c'era? Attese ancora, finché la chiesetta non rimase deserta: sentì la tosse rauca d'una vecchia che usciva ultima, e il lievissimo passo d'un bimbo scalzo che attraversava di corsa la chiesa: poi più nulla. Allora s'accorse che anche Basilio lo aveva abbandonato, e sentì una grave tristezza, un doloroso senso d'umiliazione. Le labbra continuavano a pregare, ma l'anima era fredda e vuota come la vecchia chiesa, e la preghiera vi si smarriva tristemente. Sentì Basilio rientrare in punta di piedi, avvicinarglisi alle spalle, e toccarlo al braccio.
«Zio Pietro, volete che andiamo? Non c'è più nessuno.»
«E tu dov'eri?»
«Io? Qui, zio Pietro.»
«Non è vero! Sei bugiardo anche in chiesa? Non hai ascoltato la santa messa. Inginocchiati. Subito.»
Gli prese la mano, lo fece inginocchiare, e nel sentirlo sospirare e pregare fervorosamente a bassa voce, gli accordò il suo perdono.
«Zio Pietro, che bei fiori sull'altare! Sono veri? Mi lasciate andare a vederli?»
Il vecchio pensò che Basilio poteva far anche a meno del suo permesso, e quindi credé bene di darglielo.
«Va pure; e non toccar nulla.»
Ma dopo averlo sentito salire a passi leggeri ed elastici i gradini dell'altare fu colpito da un tintinnio di vasi mossi e rovesciati. Immediatamente Basilio fu di nuovo al suo fianco.
«Che hai fatto? Hai toccato nulla?»
«Nulla, zio Pietro. Andiamo, adesso.»
Se lo tirò dietro e uscirono.
Paska stava un po' curva sull'apertura d'una capannuccia, quando vide la rigida figura dello zio. Presa dalla paura d'un nuovo incontro con Melchiorre, ella non era discesa in città per le provviste, ma era stata alla fonte in buona compagnia, e non aveva assistito alla messa, né ancora veduto zio Pietro; e nel vederlo si sarebbe volentieri eclissata se Basilio, fissandola intensamente, non l'avesse riconosciuta <I>agli indizi</I>.
«Sei Paska Carta?», le domandò maliziosamente, scuotendo la mano del vecchio nella sua, quasi per dirle: «non riconosci quest'uomo? Non lo inviti ad entrare?».
Paska uscì dalla capanna: se zio Pietro non fosse stato cieco, né in balìa di un monellaccio, ella, dopo lo scandalo della notte prima, si sarebbe creduta in diritto di voltargli le spalle; ma poiché egli era la più debole e infelice delle creature, non poteva negargli il saluto: e lo salutò, infatti, con un amichevole cenno di testa.