Il mistero dello specchio

di Viviana Di Vara

Era una notte d’inverno, il vento spirava prepotentemente, i vetri cadevano in frantumi, le fronde degli alberi proiettavano le loro ombre spettrali sullo specchio del laghetto antistante il porticato, i lupi ululavano alla luna, che mostrava uno dei suoi volti piu terribili ed era coperta da nubi che minacciavano un forte temporale.
      Quella notte, il castello, avvolto dalla selva, sembrava scomparire nella tetra oscurità; la contessa Lavinia Dafne Clara di Castelnuovo, quella sera si era ritirata prima del solito nei suoi appartamenti e avvertiva un qualcosa di strano, di sensazionale, sentiva quasi una morsa avvinghiarlesi attorno, le mancava il respiro, correva per i lunghi corridoi, avanzava, ma non era tranquilla, si guardava alle spalle, scrutava ogni angolo, aveva paura, non sapeva spiegarsi il perchè di quel turbamento insolito. Giunse nella sua camera, entrò, si accinse a prepararsi per la notte. Chiamò Ebe, la sua dama di compagnia, la più fidata fra i suoi servitori, la chiamò nuovamente, ma questa si attardava. La sua irritazione crebbe ancor più allorquando si avvide che il suo piccolo specchio da camera si era irrimediabilmente frantumato. Qualcuno era stato lì prima di lei, aveva frugato fra i suoi oggetti e, urtando contro l’elegante pettiniera, aveva causato la caduta dello specchietto. Si avvicinò al balcone, neppure Ettore, il custode, si vedeva nei dintorni.
      La contessa sentì sotto la pelle un tremito, un brivido freddo che la scosse tutta e la gettò nella desolazione.
      Si sentiva abbandonata da tutti, sola, in quella notte “infernale”, in quella camera che odorava di petali di rosa, in quel luogo circoscritto che le era divenuto improvvisarnente ostile, che recava le tracce di un visitatore notturno che si era appropriato di qualcosa di SUO,
      Apparentemente lì non mancava nulla, ma ella ancora non riusciva a capacitarsi del ritrovamento di quello specchio.
      Era quello la chiave del mistero.
      Improvvisamente, si sentì usurpata, privata di qualcosa che le apparteneva intimamente, che si insinuava profondamente nei suoi ricordi d’infanzia, un passato remoto le riaffiorava vivamente, quel brivido era quasi un presagio, un triste presagio...
      Cominciò ad alzare la guardia, non era più sicuro rimanere lì, ma non poteva neppure ripercorrere il corridoio che aveva attraversato poco prima; le gambe mostravano i primi cedimenti, aveva il cuore in gola, i denti le battevano, un sudore freddo le scendeva dalla fronte.
      Decise di chiudersi dentro, si sentiva in trappola, ma non poteva fare a meno di compiere quel gesto istintivo che aveva suggerito la sua mente terrorizzata. Dalla porta si avvide del candelabro che era poggiato sul comò accanto al balcone; solo quel candelabro poteva costituire la sua salvezza. In un impeto di foga si gettò accanto al comò, ma, l’urto che ne provocò, fece oscillare la fiammella delle candele così violentemente che si spensero. Adesso si era immediabilmente compromessa.
      Il silenzio regnava attorno a lei; in tanti anni di vita vissuta al castello, mai si era verificata una situazione del genere. La servitù sembrava sparita; il buio della stanza la opprimeva, cominciò a respirare affannosamente, era in delirio. Gridò con quanta più forza aveva, le corde vocali sembravano spezzarlesi, piangeva a dirotto, ma nessuno giungeva in suo soccorso.
      Le sue forze erano al limite, si sentiva spossata, cadde sul letto svenuta. Rinvenne dopo qualche ora, le tende erano aperte e i primi raggi del sole sfioravano il suo dolce volto. Aveva la sensazione di sognare, stava vivendo un incubo, ma non ne era ancora cosciente.
      Si guardò intorno, tutto taceva, ma, a differenza della notte, aleggiava nella camera un’atmosfera serena, rilassante, a dir poco rassicurante.
      Non sapeva quale trappola le stava tendendo una mente perversa, un individuo spregevole, non era uomo, non era donna, non era animale, non aveva consistenza, ma la sua presenza si avvertiva, aderiva su ogni cosa, lasciava la sua orma; a tale essere nessuno poteva sottrarsi, era pura essenza.
      La contessa, ristabilitasi, poggiò le gambe sul letto, si sedette e cercò con le punte dei suoi piccoli piedi e torniti, le pantotole di seta. Ricordava di averle lasciate al solito posto, continuò a tastare per terra. ma non sentiva nulla di morbido; si sporse, le pantofole si erano dissolte.
      I sospetti cominciarono a riaffiorare e i timori della notte si ripresentarono. In quel momento si rese conto che lo specchio si era risanato; non capiva, era smarrita, confusa, non sapeva cosa pensare.
      Estrasse la chiave dalla tasca con le mani che avevano ripreso a tremare, tentò di inserirla nella serratura, si fece forza con ferma volontà, si costrinse con la mano sinistra la mano destra che impugnava la chiave; riuscì nel suo intento.
      Girò con fervore quella chiave, pose la mano sulla maniglia e, tirando un lungo sospiro, aprì la porta, che in quella notte l’aveva separata dalle tenebre dell'intero edificio. Spalancato l’uscio, vide tutte le finestre aperte, una gran luce che la riempiva di sicurezza. Con passo deciso si avviò verso la sala della colazione sperando di trovare la tavola imbandita o di incontrare almeno le cameriere; nulla, nessun’anima viva, nessun movimento.
      La sala era pronta, curata nei minimi dettagli: fiori freschi, che emanavano un odore potentissimo e affascinante, adornavano tutti i vasi presenti. Era apparecchiato per due, ma lei non ricordava  di aver invitato alcuno per la colazione.
      La situazione era incresciosa. Tutti quei dettagli sembravano ncondurla a una sola e cruda realtà.
      Attese per più di un quarto d’ora seduta, contemplava quelle cibarie succulente, quelle posate, quei calici d'argento nei quali si rifletteva il suo volto stanco, pallido e impaurito. Si sentiva prigioniera di un labirinto di specchi che proiettavano la sua immagine in sequenza ossessiva; era come se ogni oggetto della vecchia dimora fosse posto sotto i suoi occhi per farle ricordare qualcosa del suo passato che non poteva,  o meglio, non doveva essere rimosso.
     La contessa era sempre stata sin dalla giovinezza una donna a modo, educata secondo una rigida disciplina; aveva coltivato uno spirito duttile attraverso lo studio dei classici, la musica, la poesia e il canto.
      Prima fra tre figli, rimase sola all’età di quindici anni; i genitori erano morti entrambi di tisi; i fratelli, prima l'uno, poi l'altro, di tubercolosi.
      Da quel momento in poi aveva sempre vissuto “al castello”, come soleva definirlo. Sebbene l’affetto dei suoi congiunti fosse venuto a mancarle troppo presto, non si era mai scoraggiata, aveva saputo amministrare con dovizia i suoi possedimenti e adesso, all’eta di trent’otto anni, paga e nauseata della vita mondana, si era ritirata in solitudine riducendo la servitù e facendo chiudere un'ala del castello ormai inutile.
      Non erano di certo mancati ricchi pretendenti, avventori della sua fortuna, ma ella, conoscendo la sua indole, aveva sempre prontamente rifiutato.
      Era divenuta la sua scelta di vita. nessuno avrebbe potuto dissuaderla e così, adesso, si ritrovava sola e abbandonata da tutti.
      Consumò con voracità i pasti e si precipitò, come richiamata da una voce interiore, verso l’uscio della sala. Ripercorse a ritroso il lungo tratto che la separava dalla sua alcova sempre più  velocemente, animata da una forza irresistibile.
      Trovò la porta della camera spalancata, ebbe timore, ma ormai non poteva più tirarsi indietro e si sedette di fronte alla pettiniera di legno dorato e marmo e impugnò con vigore lo specchietto; non riusciva più a controllare i movimenti. dettati da una volontà che non era la sua e la spingeva ad agire istintivamente. Non appena vide se stessa nel piccolo specchio, ebbe un moto di repulsione, lo respinse, nascose inorridita il volto con le mani grondanti di sudore.
      Cosa l’aveva spaventata?
      Non c’era nessuno in quella camera eppure non riusciva a darsi pace.
      Nonostante tutto cominciava a capire cosa le stesse accadendo: era arrivato il momento della grande rivelazione.
      Solo lei era la protagonista di ciò che stava avvenendo, erano la solitudine e il silenzio che l’avevano indotta alla riflessione.
      Nello specchio aveva visto se stessa, o meglio, ciò che di lei non aveva mai voluto vedere: quei ricordi tristi e distanti di un passato che non voleva essere dimenticato.
      Il suo destino stava per compiersi.
      Sfregandosi gli occhi, si guardò nuovamente allo specchio, scoppiò in un pianto convulso e disperato; non voleva finire come i suoi cari, le sembrava di vivere ancora un incubo interminabile, eppure bisognava, ormai, affrontare la realtà.
      Era giovane, ma non aveva più timore, le sue paure si stavano inspiegabilmente dileguando e andò incontro al suo destino con grande consapevolezza.
      Rivolgendo lo sguardo verso il vuoto, pronunciò parole solenni: “Non c’e peggior cosa di una sventura assegnata dal destino, gli uommi sono larve di sogni ed ombre vuote e nessuno di loro puo sfuggire al fato ineluttabile”.
      Spirò gettandosi sul letto e portando con se, stretta al cuore, la sua ossessione che è la fonte perpetua del genio e della follia e un nembo scuro l’avvolse.
      Il giorno seguente la sua dama di compagnia si recò come di consueto nell’appartamento della contessa, ma non c'era più nessuno, il balcone era aperto e lo specchietto “rotto” era là, poggiato accanto al candelabro.
      Non capì, chiamò gli altri, nulla.
      Da quel giorno nessuno parlò più della nobildonna Lavinia Dafne Clara di Castelnuovo.
      Ella si era dissolta nell’aria, non aveva lasciato alcuna traccia di sé, era divenuta pura essenza; continuò a regnare, non si allontanò dal castello e vagò libera fra quelle mura per tantissimi anni.
      Finalmente era riuscita a cogliere il bene supremo, si era liberata delle sue passioni, delle sue paure e aveva lasciato la vita terrena senza remore e ripensamenti e come un vero saggio non aveva temuto la Morte.


Viviana Di Vara
      Nata a Mazzarino (CL) il 27/11/1987 e ivi residente. Ama gli studi umanistici ed è iscritta al II Liceo Classico dell’Istituto Superiore “A. Cascino” di Piazza Armerina.
Sin dall’età di sei anni, appassionata della musica e del canto, aveva esordito sul palcoscenico partecipando ad un Concorso Canoro “L’Ugolino D’Oro”, tenuto a Mazzarino.
Oggi frequenta il Conservatorio “V. Bellini” di Mazzarino, da tre anni ha conseguito l’esame di teoria e solfeggio.


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