Dura madre di Marcello Fois
una recensione di Roberto Mistretta
Tre fratelli e una madre, Maddalena Mulas Marongiu, dura come ferro temprato nel fuoco liquido della Sardegna pastorale. Donna bella e terribile che il suo stesso padre chiamava “generale”.
Tre fratelli. Il più grande Ettore morto suicida, Raffaele il più piccolo invischiato in un gioco più grande di lui, e Michele trovato assassinato a ridosso di un muro. Ha indosso una giacca crivellata di colpi ed è inzuppato di sangue.
“Troppo sangue per terra e troppo poco sul petto”.
Tutt’attorno non ci sono tracce dell’assassino, neppure una, e sul muro non ci stanno macchie di sangue né pietre scheggiate dai proiettili.
Il commissari Angelo Sanuti, nato e cresciuto nella vacanziera e godereccia Rimini, non si capacita del linguaggio non detto dei sardi, il magistrato Salvatore Corona che invece sa conoscere certi segnali inequivocabili, sa che quell’omicidio nasconde un messaggio. Ma quale?
Il maresciallo in pensione, Pili, che non si è mai tolto del tutto la divisa che gli fu compagna di una vita, viene coinvolto dal giudice Corona e comincia ad indagare e scopre che...
E su tutti l’alito del vento. Quel soffio leggero che mischiandosi alle voci degli uomini racconta di passioni mai sopite e di storie di ieri e di oggi che si sgranano come rosari nella cadenza di giorni solo apparentemente uguali. Giorni che si coagulano come un grumo purpureo di sangue attorno a Sa ‘e Marongiu e che già si annunciano dall’incipit, quella frase scritta sulla maglietta indossata da Costantino, un amico di Raffaele: “Quello che il bruco chiama morte, gli uomini chiamano farfalla”.
E mentre il gruppo informatico terroristico “Cosmo Good” di cui Costantino fa parte vuole “Costruire il caos. Sfilare la sedia da sotto al culo dei soliti noti. Armarli l’uno contro l’altro. Togliergli le certezze: via fax, via e-mail, via internet ed ethernet”, la docile Palmira assiste l’anziana e svanita Mariangela Mulas Marongiu: “Dal profondo della casa arrivò l’urlo della vecchia, ruggito di gola, grido d’aiuto. lamento di coniglio: giornata no. Lo sapeva”.
Anziana e svanita? Non tanto visto che Mariangela Mulas, vedova del calzolaio Marongiu, tutte le sere si reca al cimitero, si ferma su una tomba uguale a tante altre e insulta e sputa. Quella tomba custodisce un giovane morto molti anni addietro. Si chiamava Cosimo Mele.
“Sappiamo che la conoscenza non è di questo mondo. E che le spiegazioni sono voci, voci del luogo. Sono i canti di un coro che modula ai quattro venti. Sappiamo che tutta la verità è sulla bocca di tutti”.
E’ la Sardegna, autentica e dura della Barbagia, terra bellissima e avariata dall’arrogante stupidità degli uomini quella raccontata da Fois, scrittore nato a Nuoro nel 1960 e residente da tempo a Bologna, considerato uno dei massimi esponenti del noir italiano.
“Dura madre” colpisce per l’intreccio che si snoda tra passato e presente, con sovrapposizioni di personaggi collegati da un invisibile filo che prendono la parola e danno la loro personale visuale della storia, ma più ancora Dura madre colpisce per la scrittura di Fois che si incunea nel lettore come spina in un’unghia. E come una spina continua a sentirsi quando la si toglie, così la scrittura di Fois rimane dentro a libro chiuso.
E l’intreccio continua. Il commissario Sanuti conosceva Ettore Marongiu (ma si è davvero suicidato?), lo confiderà al giudice Corona in un momento di intimità. Lo conosceva dai tempi di Rimini ed aveva motivo di odiarlo.
Ma anche la vecchia dura madre Mariangela Mulas aveva conosciuto in gioventù Cosimo Mele.
“Mariangela apre gli occhi in quel momento, lo vede talmente vicino da sembrare ancora un residuo del sogno in cui l’aveva appena baciato, così si passa una mano sul labbro e socchiude la bocca. Cosimo ancora indugia, ché già poterla guardare gli basterebbe, a quella distanza la sua pelle sembra un merletto regolare, dalla bocca esce un sottile fiato di corbezzolo. Sono talmente vicini che il momento di toccarsi sembra non arrivi mai: la corsa di Achille contro la tartaruga”.
Ed è conoscenza fatale, che saprà di fuoco e morte.
“Così si arriva al giorno del matrimonio di Cosimo. I Mulas arrivarono a Sarule quasi al completo, tutti i maschi di famiglia, s’intende: quattro giovanotti. Bella razza quei Mulas, bella razza davvero: alti e compatti, modellati dalla campagna e dal bestiame”.
E più avanti la tragedia si consuma: “Tra il primo e il secondo i Mulas tirano fuori le armi. Non hanno quasi toccato cibo e il vino non l’hanno nemmeno assaggiato: sono lucidi e determinati. Cominciano a sparare sugli sposi”.
Marcello Fois con Dura madre ha conquistato il premio “Franco Fedeli”i a Bologna per il miglior poliziesco 2002. Lo scrittore conferma la sua vena noir ma qua e là affiorano sprazzi del poeta che si agita in lui: “Luce rapita, ostaggio di una sera torbida, oscurità senza riscatto”.
Roberto Mistretta