La Pergamena

di Livia Felce


Seduto sulla soglia della porta aspettava l’arrivo dei suoi clienti che, come lui, usavano carbone nelle cucine e nei braceri con cui scaldavano le camere. Il maneggio del carbone e delle patate annerí le sue mani; le screpoló con fenditure pure di colore scuro che, anche se sfregate, portavano sempre il segno del suo lavoro. Le mani gli diventarono ancora piú dure di quando era un giovane pastore. Don Francesco era cordiale, amabile con le clienti, che lo aiutavano a sostenere la famiglia numerosa. A volte faceva loro un elogio, ad altre un gesto cortese, poco abituale nel caseggiato. Tutte erano d’accordo che Don Francesco era diverso dal resto degli inquilini. Era un signore. Peró viveva come tutti  della consueta minestra, nella tristezza del risparmio costante. Era lontano dai sogni che lo portarono dall’Italia. Si; si mangiava tutti i giorni. Aveva potuto comprare un piccolo terreno in Floresta dove ancora c’era campo aperto. Stava costruendo la sua casa propria. La protezione della futura vecchiaia era  un progetto che quí poteva compiersi. Per questo era venuto da tanto lontano, per far vedere che era un uomo. Lo aveva provato  con lo sforzo giornaliero di caricare sacchi, che metteva sotto una tettoia nel fondo. Peró in questo giornaliero affaccendarsi, i sogni si sbriciolarono sulle piastrelle indurite del patio.

  Un pastore conosce altre cose. In Sardegna sapeva fiutare l’orizzonte per prevedere la pioggia scarsa; il castigo della pelle guidando le pecore sulle creste e su profili ripidi; guardare la terra incolta, generosa di pascoli secchi e induriti dal sole mediterraneo; trottare per le colline imbiancate da calce e pietre: una vita piena di mare e solitudine. Non c’era il mare, non era tornato a rivedere il río de la Plata. Non usciva da via Liniers che per andare al suo terreno in Floresta. Portava una bambina per mano: sua figlia minore, che amava vedere le farfalle danzare sul prato. Questa era la sua conquista dell’America: una casa con camere, che davano ad una galleria protettrice, il pergolato per contemplare il rampicante che cresceva al lato e la vite che ombreggiava il patio. La galleria della sera, quando il giorno fosse trascorso col suo vero peso, marcando le fenditure del tempo tra le sopracciglia, nelle mani, nel cuore e nulla di diverso potesse succedere. Rassegnato e disposto per il resto, per ció che gli restava da vivere, abiterebbe la casa.

  Aveva lasciato tutto, senza saperlo, quando lo mandarono in Etiopia a combattere. I giovani alla guerra, i forti, i sani, a morire. Lui peró sopravvisse. Anche se mangiava gallette dure come il legno; anche se vedeva morire i suoi compagni per la gloria del re, sopravvisse. Il pastore si convertí in soldato. C’é stato in lui un cambio. Sentiva come se gli crescesse un albero di dentro, che dal ventre lo manteneva diritto, che gli copriva il petto come uno scudo. Di quella guerra gli rimase un diploma d’onore che gli serví per sentirsi un uomo: per non temere nulla e nessuno. Fu come rivoltare un guanto, vuotarsi, e lí dove stava la paura, piantare l’albero della vita, perché mettesse radici in tutta l’anima, perché inondasse l’essere. Si dice che per fare un uomo ci vuole del tempo, peró  alcuni si fanno di colpo. La guerra lo preparó ad altra vita non disegnata da sua madre. Sarebbe andato in Argentina.

  Cosí tornó a Cagliari ad accomiatarsi. Lei lo aspettava -le notizie qualche volta arrivavano –con un pane appena sfornato che aggraziava l’aria. Mentre  sistemava gli utensili di cucina sopra il tavolo di legno consumato, mentre andava e veniva  ai fornelli per sistemare il fuoco, mentre ripeteva gli stessi gesti abituali, lei ascoltava: “Lui non voleva essere pastore, non voleva essere servo, cercava un altro cammino attraversando il mare”.

  Sentiva la tristezza di sua madre, conosceva le sue scarse parole e i suoi lunghi silenzi; stava per dirle che era forte, che era preparato a qualunque battaglia  e a un destino migliore, quando improvvisamente apparve sulla porta della cucina il conte D’Alessio, nelle cui proprietá vivevano. L’anziano desiderava salutare il giovane che partiva per terre lontane e consegnarli una pergamena per regalo.   Francesco, meravigliato,  la  prese  e  promise  di  non togliere il sigillo, come gli chiedeva il conte, fino a che non fosse anche lui un uomo d’ etá. La strana promessa gli fece girare il rotolo tra le mani, come se non riuscisse a capire la domanda. Lo posó in un angolo sul tavolo, vicino al suo fagotto da viaggio.

  Il conte montó a cavallo e un sorriso sopra il mento fine fu l’ultimo gesto di addio. Ritto, salí sulla collina fino a scomparire come una nuvola di polvere.

  Francesco non conobbe padre; adesso lui era suo padre. Ora, si, poteva partire.

  Viaggió fino a Genova per prendere il barco che lo avrebbe portato a Buenos Aires. Qui si innamoró di una giovane, figlia e sorella di marinai. Della vecchia stirpe di marinai. Lui veniva dalla terra, lei veniva dal mare. Nel passaporto lei figurava come sua moglie ma senza nome. Come se facesse parte del suo bagaglio.

  La moglie senza nome aveva ricevuto sette vestiti e sette anelli per le nozze. L’intero paese partecipó alla festa e gli auguri caddero sulla coppia come pioggia d’estate. Tutti sentirono l’allegria del festeggiamento e il dolore dell’addio. Le vecchie, con il lutto premonitore e dolente, tacevano o sorridevano soavemente assorbendo tutta la tristezza dall’allegria, con occhi che guardavano da lontano.

  Durante i lunghi giorni sopportarono la nausea, l’affollamento, e condivisero le aspirazioni. A volte il dubbio appariva sul volto di lei e lui le stringeva la mano per darle forza. ”Andrá tutto bene”, le diceva, “…E’ questione di arrivare fino al río de la Plata”.

  Quella mattina aveva una strana debolezza. Lo scudo nel petto si era fissurato col tempo: le malattie di sua moglie, i ripetuti parti, la minaccia della  tubercolosi nel “conventillo”, la stessa povertá, il risparmio costante, fecero che di quell’albero interiore poco restasse ai sessanta anni. Soltanto un riflesso di signorilitá nei suoi baffi, nel suo sguardo e qualcosa di indefinibile nel comportamento. Il lento abbattimento non aveva raso al suolo tutto, restava una dignitosa tristezza nei suoi occhi, come chi,  ricordando tutti i piaceri, vede che non sono altro che fatuitá. Miraggi.

  All’ora della siesta si sdraiava come d’abitudine. Si fermó davanti alla cassapanca. L’aprí e prese nel fondo, sotto le lenzuola, la pergamena. La trattenne tra le mani e incominció a togliere il nastro sbiadito, lo stesso che aveva messo quando sua madre si offrí per conservarla e lui disse;”Stia tranquilla che non l’apriró prima”. Sentí che gli voleva dire qualcos’altro, peró si portó il grembiule alla bocca e cancelló le parole. Lo turbó il ricordo di quel giorno, quando, ferma sulla porta della tenuta, tutta in nero, anche il viso avvolto di nero, consumato dal vento, che le aveva portato freschezza e fulgore, lo osservava al partire.

  Si sdraió e la appoggió sul petto con tenerezza. Era ora di sapere cosa diceva. Peró si addormentó senza fatica.

  Quando aprí gli occhi e vide la pergamena tra le sue mani, ruppe il sigillo e la lesse. Uno stemma   araldico intestava il testo.


                                                                                      Cagliari, 13 agosto 1891


Figlio mio, con la distanza sento il valore che non avevo quando ti vedevo crescere. Quante volte ho carezzato la tua testa per dirti che ero tuo padre… e tu sempre, me lo chiedevi. Sono chi avrei dovuto essere, e comunque non sono stato. Avrei dovuto farlo. Ora potrai comprendere la prudenza di tua madre. Chissà, mi dicevo, lo avrà intuito…ho sempre gradito il tuo silenzio. T’ ho visto diventare uomo e questo mi é bastato; ti ho saputo eroico in guerra e ne sono stato orgoglioso, e ti ho visto partire senza dovere nulla a nessuno. Hai preso il meglio, da me.

  Devi sapere che ti ho stimato molto.

E se un giorno tu decidessi di tornare, sará questa, la tua casa.

                                                        Ti abbraccia, tuo padre,

                                                      Conte Pasquale D’Alessio



I.S.B.N. 950-850-196-0-  Traduttore: Giuseppe Felce


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