Dopo la ferita, l'urlo
di Giampiero Finocchiaro
Ho visto le menti migliori della mia generazione sgonfiate dei loro polposi globi dalle orfiche membra del Male che abita la nostra terra succhiandone tutte le energie vitali ovunque tentino di radicare
Li ho visti spostarsi ad onde amalgamate inseguendo le dune portate dal vento cercando la forza nella sabbia e progettando sontuosi palazzi ed alcove al centro di spire e mulinelli di arie e di rena
Li ho visti staccarsi a pezzi l’uno dall’altro mirando dritto negli occhi la luce del sole scordando l’ombra tra le pieghe del cammino che a capo sicuro volgevano verso un orizzonte di pece ed amianto
Li ho visti bucare distratti coi piedi la terra cercando una strada per loro soltanto e armati di lancia bastone e coltello li ho visti inseguire le orme lasciate cadere dal passo degli altri vicini o coetanei
Li ho visti bluffare piegando le palpebre sul cielo di carte lasciando le mani a tamburellare cantando un motivo perduto distante incompreso e persino incompiuto tra i gesti passati
Li ho visti mutare nei segni del viso che un tempo allagati sui piani distesi adesso si avvertono rughe di solco profonde che restano incise sui quadri morenti affiancati sul volto
Li ho visti aggrumarsi di nuovo con moto sollecito quando dal bosco è partito uno sparo sentendo tra sé quanto fosse insicuro il riparo prescelto a spiccare il gran volo che attende
Li ho visti afferrare le mani tra loro spremendo la mente affinché si sentisse anche un grammo del loro perdono dell’uno per l’altro e dell’altro per l’uno nel gioco reciproco dell’indifferenza
Li ho visti sudare di freddo e di morte silenti e pacati con l’occhio domato ad ogni albeggiare di forza contraria invadente e invasiva
Li ho visti inchinare la testa col collo saldato in un solo pomello ubbidiente capace soltanto di dire di sì nel molle abbandono alla corte del re
Li ho visti strisciare pedanti e servili coi culi grondanti del seme vincente che un tempo ha portato il disprezzo galante di genti lontane venute a far censo
Li ho visti piegare i ginocchi celare le mani fissare per terra lo sguardo al volgere ancora d’una prepotenza che avesse di mira un vicino
Li ho visti appiattire sui muri grondanti felici di udire che il colpo mortale li aveva sfiorati seppure morente sfibrava d’accanto la vita d’un altro
Li ho visti applaudire alla fine soltanto di ogni battaglia da altri perduta da altri voluta da altri pagata col sangue di Dio da loro lasciato a essiccare sui campi
Li ho visti girare intorno alle tombe cantando danzando e gridando parole brillanti di cielo e d’immenso col suono fangoso degli antri d’inferno
Li ho visti specchiarsi tra vetri e obiettivi ciascuno giurando che l’essere vivi lasciava un impegno a combattere i vili a stanare i cattivi
Li ho visti tornare negli anni a seguire contando sul tempo che lascia lenire l’impianto di colpa che pure s’attesta nel cuore pauroso degli uomini falsi
Nel verso e nel ritmo raccolgo quel pianto che è sorto inaudito nell’eco agghiacciante dei morti ammazzati da mano mafiosa ma presto sepolti da menti codarde
Nel peso parlante di questa poesia raccolgo la croce e l’esempio dei forti spariti per sempre e senza memoria nell’acre salsedine dell’Isola morta.
II
Dopo la ferita ho udito il lamento scaldato dal pianto che scivola lento nell’aria di piombo che copre d’un velo morente le forme del mondo
Dopo la ferita si è aperta una rosa di roccia nascosta ch’è apparsa dal suolo sorgendo al delirio dei corpi straziati dal fuoco codardo
Dopo la ferita ho ascoltato la terra e il tamburo di lava nascosto e pulsante che tum e ta-tum furente scoppiava di rabbia canina per l’oro rapito
Dopo la ferita ho disteso le mani nell’aria e sentito il silenzio palpare le facce le pietre le piante persino la coltre del mare che azzurro e distante covava dolore
Dopo la ferita si è incisa una ruga sul volto quieto che nella città con un’ulcera in fuori prendeva la sagoma di un luogo per bene
Dopo la ferita ho sentito vibrare tra i vetri a pezzetti confusi nel sangue le ali d’un volo migrante per sempre lontano da questa città rassegnata
Dopo la ferita ho visto le sabbie riunirsi tra loro chiudendo la foce del gorgo infernale che aveva inghiottito la parte migliore
Dopo la ferita si sono dispersi milioni d’inchiostri vaganti bugiardi venali correi ed alcuni sapienti ma presto aggrediti dall’odio di classe
Dopo la ferita si sono richiuse le porte di casa custodi silenti di ombre e di armadi fremendo l’attesa di un nuovo ritorno nell’alba e nel verbo lavato dal tempo
Dopo la ferita riuniti tra muri di spesso cemento le solite toghe con l’alibi al petto mestanti grovigli di note nascose in danno dei pochi col cuore di sangue
Dopo la ferita tonanti palloni le voci raccolte in assise o emicicli frodando le menti rubando risorse mentendo a occhi aperti sul ruolo e l’impegno
Dopo la ferita cautele striscianti nei talk che lo show ripropone col fiele del trucco e belletto signori anzitutto ponendo la legge del show must go on
Dopo la ferita non resta nient’altro sepolta la luce che incarna speranza tradita la fede che nutre la vita smarrita la pace che muove il pensiero
Dopo la ferita dopo la ferita dopo la ferita… l’urlo soltanto che a onde si allarga, s’invola e si espande ma piano s’infiacca nell’eco che a tonfi rimbalza durante il destino che porta lontano dal luogo di morte di questa Palermo perduta per sempre in cui tutto tace restando il silenzio in cornice perpetua dell’ultimo grido fatale che lascia quest’urlo.
tra marzo 1993 e ottobre 1994