Una domenica bestiale

di Niccolò Gerrei

Il sole è già alto anche se è ancora presto, neanche le otto. Una bici rossa per poco non mi stira; una montagna di capelli biondi mi chiede scusa, appoggia la bici al muro e corre dentro il bar.
Dentro il bar del distributore c’è una coda interminabile, ma ho lo stomaco che protesta e non me ne andrò da qui prima di cuccarmi un cappuccino e un bombolone pieno di crema. Ora che la vedo da vicino quella montagna di capelli sembra di paglia, e non solo per il colore. Un contadino sta comprando le sigarette e ci mette mezzo secolo a cercare i centesimi, poi neanche li trova e deve cambiare un biglietto da venti. Mi suona il cellulare, uno squillo solo; qualcuno la mattina mi pensa e mi da il buongiorno, dopo rispondo. Due ragazze dispongono piattini e taz-ze sul banco, una terza le raggiunge con gli occhi gonfi di sonno e anco-ra semichiusi. Si scambiano battute senza distrarsi dai loro compiti. La cassiera con le tette grandi batte gli scontrini e dispensa sorrisi con il resto. Mi sembrano tutti terribilmente lenti, ma è un pensiero ingiusto, la verità è che sono angosciato dalla fila. Sono le otto meno due minuti e ho già quattro lineette di stress.
Cominciamo bene!
Quando finalmente sono in prossimità della cassa una signora mi passa davanti. La tettona si accorge del blitz e mi fa cenno di ordinare, ignorando la furba che le si è piazzata di fronte. Odio questi modi di fa-re, questa furbizia da quattro soldi e la miseria umana che manifesta. Se uno mi sparasse addosso mi farebbe meno stizza.
Mentalmente gliene vomito di tutti i colori ma alla cassiera rispon-do che la serva pure: Non ho fretta!
L’orgoglio mi impedisce di sgomitare alla pari di certi minus ha-bens.
La signora finge di non aver capito, ma mi guarda con la coda dell’occhio e io mi gongolo pensando: Toucher!
Tanto per non smentirsi chiede una rivista di pettegolezzi, poi ci ripensa e ne compra una di sciocchezze. La ficca nella borsa di plastica, dove tiene il portafogli e la crema solare. Poi si decide a schiodarsi, prende il resto e va ad ordinare.
Me la rivedo mentre porgo il mio scontrino, tra me e lei c’è un benzinaio con le mani sporche che fa il cascamorto con le ragazze del bancone. La signora fa tanto la donna presa da pensieri suoi, invece ascolta attentamente e, sebbene un po’ burleschi, vorrebbe anche lei qualcuno di quei complimenti. Mangia il cornetto con esagerata attenzione a non sbriciolarselo addosso, ma si vede bene che non è allenata a queste finezze e che è tutta scena. Un foulard arancione le cinge la vita, le copre il costume e una facilmente immaginabile quantità industriale di cellulite. Ha gli occhiali da sole sulla testa, come si usa, e ai piedi un paio di giapponesine con i fiorellini sulle stanghette. Se c’è un discount dell’umanità, questo è il prodotto più dozzinale che abbia mai visto.
I bomboloni alla crema sono finiti.
Che palle!
Ripiego su un cornetto e mi consolo con il sorriso della ragazza che me lo porge solidarizzando con me e condividendo un po’ della mia delusione.
Finalmente la scìapida termina il suo pasto e se ne va, ma prima mi lancia un’occhiata di sussiego e quasi dicendo villano sparisce dietro la tenda di cordicelle colorate.
Il benzinaio continua con le sue spiritosaggini ma le ragazze non se lo filano neanche poco e rispondono solo con boccacce e smorfie. Lui però sembra convinto di fare colpo e di interessare le fanciulle, finché la cassiera, un po’ seccata, non lo smonta e gli dice di tornarsene alla sua pompa.
Io finisco il mio cappuccino ma non vorrei andarmene, c’è l’aria condizionata mentre fuori il sole comincia ad alitare lame roventi. Io non ci volevo andare al mare.
Ma chi me l’ha fatto fare?
La spiaggia mi annoia, mi sembra di essere un lucertolone messo ad arrostire, non posso fare un passo senza sentirmi goffo e impacciato. L’unico sollievo è gettarmi in acqua quando sono ben cotto, ma non voglio sentir parlare di giochi sulla sabbia perché non li sopporto. E non sopporto i bambini che mi corrono intorno increspando l’aria di granelli fastidiosi.
Vedrai che con noi è diverso mi hanno detto, vedrai che ti diverti. Eppoi hai bisogno di prendere sole, ma non ti vedi che sei bianco come un fantasma?
L’appuntamento è all’incrocio di Sant’Andrea; già vedo macchine cariche di sdraie, vettovaglie e bambini che succhiano succhi di frutta con la cannuccia. Poi li portano in palestra per dimagrire e più tardi dallo psicologo perché hanno il complesso del lardo. Chi non è in grado di allevare figli, o non fa altro che ingozzarli di pastine e cartoni giapponesi, non dovrebbe cimentarsi nell’arte del genitore. Oppure, come diceva Platone, i bambini li dovrebbe crescere lo Stato.
Nel luogo dell’appuntamento ci sono tutti, mancavo solo io.
Le macchine le lasciamo qui, tanto la spiaggia non è lontana, eppoi più avanti sarà già pieno. E’ anche domenica.
Ci sarà il mondo!
Le lineette di stress sono salite a otto. Qualcuno si accorge che non brillo di gioia mentre ci avviamo all’ingresso del lager vacanziero.
Non è pieno il parcheggio, è zeppo, la previsione era facile. Ad ogni buon conto mi sono portato gli occhiali da sole e i Racconti di Montalbano, così non perdo tempo, sempre che ci sia mezzo metro quadro per metterci la spiaggina.
Avevo paura che ci fosse il mondo? Macché! Tutte le galassie ci sono. Tanti esseri quanti neanche l’equipaggio di Star Trek ne ha incontrati. Se ci fossero delle zanzare farebbero fatica ad aprirsi un varco tra un corpo e l’altro. Impiegati che si riconoscono dalla pancetta insolente e le spalle curve. Signore bionde che fino ai quaranta erano brune. Bambini obesi e adolescenti anoressiche. Borse frigo, secchielli, pinne, maschere e cruciverba.
Un marmocchio tutto rosso per la rabbia sta strillando come un forsennato e sta facendo più cagnara di un’ambulanza con la sirena spiegata perché non ha spazio per giocare. E’ costretto a stare seduto sotto l’ombrellone e dovunque volge lo sguardo disperato vede solo yankees che gli hanno invaso la prateria. Il papà gli offre ammiccante la palettina di plastica per scavare nella sabbia, quello la guarda un attimo col visetto schifato poi riprende a strillare più forte di prima.
Figlio mio, se mamma ti metteva in giardino sotto un gazebo, magari dentro la gabbia dei canarini per non allontanarti, avresti più spazio d’azione che in questo carnaio.
Finalmente troviamo un sito dove atterrare, senza pretese naturalmente di allargarci troppo. Vicino a noi ci sono tre coppie di una certa età; da come parlano una sembra continentale, le altre sono indigene. Provo ad aprire il libro per leggere, ma il chiacchiericcio di due giovani mamme alle mie spalle che si raccontano le puntate perse di un famoso reality in TV me ne fa passare la voglia. Il marmocchio continua a strillare, anche se lontano si sente ancora e non sembra intenzionato a smettere.
Almeno lui si può sfogare!
Le tre coppie attempate stanno parlando dei figli, la signora continentale è dispiaciuta per il suo perché non si è ancora laureato e gli esami vanno a rilento.
La colpa è tua che l’hai viziato, le dice il marito.
Ma la signora ha già cambiato discorso e sta spiegando alle amiche come sia difficile oggi trattare con la servitù.
Loro ha una coppia di filippini: Bravi ragazzi per carità, ma quante pretese! Sono i sindacati che mettono in testa queste cose alla gente.
Chiudo un orecchio, ma mi si apre l’altro.
Il reality è ancora in onda: Guarda che io l’ho detto subito che quello era il più affascinante, a me mi prende troppo, che se non vince ne faccio una malattia ne faccio.
Mischina!
Il mercurio in testa mi segnale trentotto e due di stress.
Chi mi libererà da questo girone dei vaniloqui? O Caronte, mi potresti traghettare in un inferno meno frivolo per favore?
Riapro il libro e mi ci getto dentro a capofitto, seguendo il commissario Montalbano che indaga sul mistero del Cane di terracotta. Finito il racconto torno alla realtà e mi sento invadere da una strana sensazione, fresca e gradevole questa volta. Alzo lo sguardo, mi tolgo gli occhiali. Una grossa nuvola, con altre più piccole al seguito che sembrano mamma e figli a passeggio nel cielo, copre il sole.
Mamma nuvolona sembra strizzarmi l’occhio dicendo: Mi devi un favore!
Se potesse sentirmi le chiederei di chiamare a raccolta tutto il suo clan e di non muoversi da lì fino all’ora di pranzo. Ma non ce n’è bisogno: solitari o in gruppo cominciano ad addensarsi batuffoli di ogni forma e grandezza, fino a quando il colore azzurro è ormai parte esigua dello scenario celeste. Le prime gocce strappano esclamazioni e gridolini isterici alle signore tutte unte, poi il temporale improvviso getta lo scompiglio più totale fra gli ombrelloni. I bagnanti raccolgono alla rinfusa le loro cose e cominciano a correre tutti nella stessa direzione, come una mandria di bufali che se ne stavano distesi nella prateria e che il giungere inaspettato dei cacciatori ha messo in fuga.
Volere o non volere anche a noi tocca mollare la postazione. Sotto la pioggia che scroscia allegramente ci dirigiamo verso la villetta di Salva, vicino alla quale abbiamo lasciato le auto.
Qualcuno intona beffardo: Che bella cosa ‘na jurnata e sole…

Più tardi la tempesta si calma, ma ora pare di essere in un campo nomadi o in un centro di raccolta per clandestini. Funicelle di emergenza uniscono gli alberi del giardino e fanno da stenditoio improvvisato, è tutta una esposizione di costumi e magliette di tutti i colori. Per questa mattina la tintarella è persa, ma le vettovaglie sono intatte, così ci pre-pariamo uno spuntino. Qualcuno invoca il bel tempo almeno per il pome-riggio. Non è giusto costruire la propria felicità sulla scontentezza degli altri, perciò mi unisco anche io all’augurio che torni il sole.
Che falso che sono!
Mamma nuvolona e il suo clan, però, sono diventati un lenzuolo bianco e di sole, per il momento, non se ne vede neanche uno spicchio. Intanto salta fuori un pentolone, acqua, sale e vai che ce n’è! Dopo una sazzata di tortellini con la panna mi appiòcco sopra una sdraia nella ve-randa. Le lineette di stress sono calate notevolmente, direi che siamo a zero.
Tornerà il sole?
Non tornerà?
Tra questi quesiti esistenziali mi addormento e sogno di sbarcare sopra un’isoletta in mezzo ai fiordi norvegesi.
Ma qui comincia un’altra storia, ve la racconto un’altra volta!


QSE 25 maggio 2005
Nicolò Gerrei



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