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Il primo giallo di Jarro (1883)

di Massimo Siviero

1 novembre, mattina - Televideo, Culture
“Scrittori, nel 1883 il primo giallo di Jarro”
«Pressoché sconosciuto presso il grande pubblico, Jarro, al secolo Giulio Piccini, nel 1883 creò il primo poliziotto ufficiale della letteratura italiana, il commissario Lucertolo, precorrendo così il genere giallo in Italia e anticipando Conan Doyle che “solo” nel 1887 darà vita al suo Sherlock Holmes. Oggi grazie alle ricerche di Claudio Gallo....

che ha pubblicato il romanzo di Jarro “I ladri di cadaveri”, il lettore può tornare alle origini del giallo in Italia e può immergersi in una Firenze noir inedita di fine Ottocento. Jarro trasforma la cronaca nera e giudiziaria in un romanzo che pone le basi del futuro giallo italiano»

1 novembre ore 11,29 - Intervento di Massimo Siviero su Televideo
«Devo intervenire per ristabilire una verità storica dopo la notizia da voi riportata in cultura: “Scrittori, nel 1883 il primo giallo di Jarro”. Anche perché sull’argomento ho pubblicato il mio ultimo libro “Come scrivere un giallo napoletano – con elementi di sceneggiatura (Graus editore).
Premetto che Jarro (pseudonimo di Giulio Piccini) e il suo Lucertolo gli addetti ai lavori lo hanno letto e apprezzato. Massimo rispetto per il lavoro di ristampa e valorizzazione dello scrittore fiorentino Jarro e del suo poliziotto. Tuttavia il precursore del genere giallo, del romanzo nero enigmatico in Italia fu Francesco Mastriani che nel 1852 pubblicò “Il mio cadavere”, subito seguito da “La cieca di Sorrento”. Nel mio libro, uscito alla fine del 2003, ho rivelato e documentato che Napoli è la capitale storica del giallo italiano (tra l’altro, primogenitura del romanzo enigma a parte, Salvatore Di Giacomo con l’Odochantura Melanuria scrisse il primo thriller d’azione italiano).
Nel caso che interessa, Mastriani ha anticipato di ben 31 anni “I ladri di cadaveri” di Jarro-Piccini (a parte la curiosa assonanza necrofila nel titolo). Ed ha anticipato di 35 anni “Il cappello del prete” di Emilio De Marchi e di 25 “Rina o l’angelo delle Alpi” di Carolina Invernizio. Potrei comunque ricordare che Cletto Arrighi (Carlo Righetti), un altro milanese come De Marchi, scrisse nel 1883 “La mano nera” e “Un suicidio misterioso”. Con buona pace di Jarro che resta comunque un autore molto interessante nel panorama della narrativa ottocentesca italiana. Va comunque detto che tutta la letteratura del romanzo enigma tricolore di quel periodo è pervasa di moralismi ed è - per fortuna – calata nel sociale.
Sul romanzo di Mastriani, nel mio manuale, ho anche evidenziato: «Il mio cadavere è un giallo psicologico e offre non pochi elementi dell’horror… Soprattutto nella parte centrale e nel finale del romanzo di Mastriani s’incontrano pagine di medicina legale e colpi di scena a ripetizione. L’uomo che uccide per veneficio il suo benefattore, non sapendo di commettere un parricidio, come si scoprirà poi, è un classico del doppio colpo di scena… Il dottor Weiss - una rivelazione che pochi conoscono – nel “Mio cadavere” anticipa di ben 35 anni Sherlock Holmes (e Watson) e di 31 (o forse 32) l’indagatore Lucertolo di Jarro».
Nel libro riporto alcuni passi del giallo di Mastriani a proposito del medico e del modo di condurre la detection in una morte sospetta: « Il Baronetto non era morto per istrangolamento, però che i segni esterni di questa morte sono: enfiatura del collo e della faccia, la quale è cosparsa di lividore nerastro; tumefazioni della lingua, che per il consueto suole uscir di bocca; occhi rossi e sporgenti; estremità fredde e di color violaceo… Il dottor Weiss rivolse con astuzia molte interrogazioni ai camerieri e ai domestici. Ma il Baronetto aveva cenato assieme ai suoi amici, e dopo cena non aveva preso neppure un bicchier d’acqua; la cena era stata innocua, dappoiché le altre persone che n’ebbero parte non avevano sofferto alcun male… Il dottor Weiss volle rimanere solo col cadavere del Baronetto. Egli cominciò da prima ad esplorare se fosse incominciata la latente insensibile putrefazione delle parti nobili del corpo… Il dottor Weiss notò l’incipiente sfiguramento de’ lineamenti del volto del Baronetto. Tutte le fisionomie de’ cadaveri hanno una sola espressione, la serenità. Ne’ cadaveri un colore plumbeo si spande sulle forme del volto: la pallidezza è tetra e si avvicina al giallognolo. Il dottor Weiss pose il termometro al contatto delle parti vitali del corpo del Baronetto; un freddo glaciale abbassò leggermente il mercurio. Un altro segno caratteristico della morte vera, secondo Nysten, è la inflessibile rigidezza dei muscoli. E i muscoli del Baronetto eran duri come legno. Il medico alzò la mano del Baronetto, ne riunì le dita e passò un lume dietro ad esse: nessuna trasparenza vi si notò, come vi si osserva ne’ vivi…». Questo scriveva Mastriani, tra molto altro ancora, nel 1852. Credo che la regina del thriller scientifico Patricia Cornwell e il suo alter ego Scarpetta impallidirebbero al confronto con osservazioni di centocinquant’anni fa.
Mi fermo qui non senza avere aggiunto quest’ultimo passo del mio “Come scrivere un giallo napoletano”: «L’autore dei Vermi approfondì le sue conoscenze anche sul meccanismo e l’effetto letale dei veleni. Nel “Mio cadavere” descrive con grande suspense il modo di usare le foglie dell’Antiaris Toxicaria, pianta esotica della Malesia meglio conosciuta come ùpas (nel romanzo è indicata con il termine Bohn Upas)». Conan Doyle avrà letto “Il mio cadavere”?
E potrei continuare con il coevo “La cieca di Sorrento” e la inesauribile saga nera dell’autore napoletano.
Ritengo che vada fatta un po’ di chiarezza per restituire una verità storico-bibliografica nel rispetto di quanto da me riportato e ampiamente documentato nel mio “Come scrivere un giallo napoletano”.»

Massimo Siviero
Cortesia Brivido Giallo
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                                    L'angolo giallo di Rina Brundu Eustace        
                                    L'angolo giallo di Rina Brundu Eustace         
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