La letteratura per ragazzi tra passato e presente

di Anna Maria Piccione


      Alessandro Manzoni in una lettera ad Adelaide Montgolfier del 1836 rifiutò di comporre “inni per fanciulli” perché sosteneva che questo tipo di letteratura contenesse una contraddizione: lo scontro della libera scelta creativa con il vincolo didattico-morale. Anche Benedetto Croce nel secolo successivo escluse che la vera letteratura potesse essere “oggetto di fruizione per i fanciulli”, perché nello scrivere per loro si era troppo soggetti a regole.
      Il mondo cambia e con esso anche i libri, compresi quelli per ragazzi. Ma sono scomparse le regole? Chi scrive oggi per ragazzi è “libero” da un punto di vista creativo?
      Premetto subito che quel che segue è un punto di vista assolutamente personale relativo alla questione, scaturito dalla mia esperienza nella scrittura per i ragazzi, da come scrivo io, dalle regole che mi pongo o mi impongono e, infine, dal perché scrivo per i bambini.
      Per quel che mi riguarda, il mio approccio col racconto per ragazzi non è mai stato frutto di intervento divino o di pura creatività fantastica, ma di anni di studio, magari non sempre giunto a buon fine. Sono infatti del parere che la “letteratura d’istinto” o che dir si voglia automatica - quella in cui le mani vanno prima della testa - non è consigliata quando si vuole scrivere per bambini.
      La lettura è infatti un processo sia cognitivo (da cui si impara) sia emotivo (che suscita emozioni), processo che, quando avviene, va a scontrarsi o integrarsi con tutto il bagaglio esperienziale di una persona. Il bagaglio esperienziale dei bambini è vulnerabile oltre che facilmente condizionabile: come scrittrice devo tenerne conto, se non voglio combinare guai.
      Quando si scrive per ragazzi, dunque, bisogna aver sempre chiaro l’utente, ossia a chi ci si sta rivolgendo, non ultimo per costruire un registro adeguato all’età. Per citare Bruno Bettheleim, i bambini possiedono menti “in boccio” e i danni che può provocare un cattivo libro sono numerosi e in agguato. La produzione di libri relativi allo sviluppo psichico dei bambini cresce in proporzione alle nuove interpretazioni e ai nuovi progressi che si fanno giorno dopo giorno nella comprensione dei processi infantili, materia che va costantemente aggiornata. A mio avviso occorre leggere il più possibile sull’argomento, sebbene spesso alcune teorie vadano prese con le molle. A volte persino in questo campo trionfano le mode, come ad esempio alla fine degli anni ’80 in cui il grido di battaglia era “morte alla fiaba”.
      Secondo Rodolfo Marchisio che ha prodotto molto sulla scrittura creativa per bambini, non si può scrivere per loro se: 1) Non si è letto molto. 2) Non si è molto sperimentato in termini di scrittura. 3) Non si ha qualcosa da comunicare che sia di interesse generale (vanno evitati gli eccessivi autobiografismi; anche se i bambini pensano sempre che lo scrittore racconti solo di sé). 4) Non si è molto perfezionato (per ragazzi si può anche scrivere di getto, ma poi è fondamentale lavorare di lima).
      In effetti non sbagliava Manzoni quando diceva che in passato chi scriveva per ragazzi subiva parecchi condizionamenti, ad esempio la necessità di un esplicito contenuto morale o la fissità di temi e situazioni, per non parlare di una rigorosa distinzione di sesso relativamente ai fruitori. Va detto comunque che i “paletti” non sono oggi scomparsi del tutto e personalmente conosco alcuni autori per adulti che, invitati a scrivere libri per ragazzi, hanno rifiutato perché scoraggiati dai troppi vincoli.
      Sebbene difficilmente gli autori per ragazzi incontreranno gloria e fama – con le dovute eccezioni, vedi Joanna K. Rowling - il mercato di questi libri rivela numeri meno deprimenti di quello per adulti: i maggiori lettori forti in Italia sono infatti i bambini.
      Nella categoria Ragazzi rientrano i libri compresi dalla prima infanzia alla tarda adolescenza.       Quindi un primo condizionamento che si pone uno scrittore è in riferimento all’età. Deve cioè distinguere tra libri per la prima o primissima infanzia da quelli della scuola elementare (a sua volta divisa in primo e secondo ciclo) e libri per preadolescenti, adolescenti e giovani adulti.
      Considerata la vastità della produzione, si potrebbe dire che oggi per ogni bambino c’è il libro giusto. Genitori ed educatori dovrebbero dunque capire quale libro sia adatto a quel bambino e non limitarsi a darne uno uguale per tutti. È importante che un bambino capisca che se un libro non gli piace, avrà migliaia di altre scelte. Spesso capita che per colpa di un libro mal consigliato, anzi del “primo” libro mal consigliato, un ragazzino non leggerà più. Il bambino ha meno pazienza ed è più libero dell’adulto quando prende un testo in mano: i casi di abbandono di un libro già iniziato da parte dei bambini sono molto più numerosi di quello degli adulti, in qualsiasi momento della trama, persino alle ultime pagine, se la noia ha preso il sopravvento.
      Assodato che non vi sono dei parametri di eccellenza categorici che stabiliscano come vada scritto un libro, esistono dei criteri di massima cui un autore dovrebbe attenersi, sebbene non sempre sia facile farlo.
      Cosa si chiede quindi a un buon libro di narrativa per ragazzi? Per molti aspetti ciò che si chiede a un libro per adulti: divertire, coinvolgere, stimolare al pensiero e all’azione, sollecitare empatia, favorire una migliore conoscenza di sé, fornire un linguaggio che arricchisca, offrire informazioni. È tuttavia richiesta una qualità in più: aiutare un bambino a crescere in modo armonico.
      Il libro “ideale” per ragazzi – ammesso che esista – dovrebbe essere dunque riposante, pedagogico, divertente, istruttivo, pieno di colpi di scena, rischio e avventura. È venuta con gli anni a cadere la regola che bisognasse creare solo situazioni edificanti e pacate, dopo che la psicoanalisi ha dimostrato che il bambino gradisce situazioni inquietanti purché gli si offra una soluzione.    Inoltre un autore dovrebbe sforzarsi di comunicare a più livelli: in altre parole, un buon libro è sempre un buon libro, dovrebbe dunque piacere pure a quegli adulti (pochi in verità) che lo leggono.    Quella che personalmente considero poi una regola prioritaria concerne l’evitare di fornire in maniera esplicita valori didattico-morali: i bambini odiano prediche e sermoncini, ma possiedono un alto senso di giustizia che deve essere gratificato attraverso dialoghi e trama. I messaggi da offrire sono molteplici, ma conviene farlo in forma simbolica, esprimendo concetti e osservazioni in un modo che non sia mai troppo diretto, sebbene sempre chiaro e conciso.
      Molti esperti del settore hanno osservato che parecchi moderni libri per ragazzi non rispondono a questi criteri, ma privilegiano soprattutto il bisogno di divertimento e di evasione: gli esempi più eclatanti sono le collane, qualche anno fa di gran moda, di horror per bambini.
      Non sono mai stata d’accordo sulla presunta inutilità di questi libri di evasione. Anch’essi giocano una parte importante nel processo di crescita. Innanzitutto va rilevato che in tutti i casi rispondono comunque a un’esigenza importante deI bambino: il bisogno di sentire il pericolo per poterlo vincere, di provare paura per superarla. Inoltre – ed è ancora più importante - va sempre sottolineato in modo positivo il fatto oggettivo della lettura di un testo da parte di qualcuno. C’è da sperare che libro chiami libro e il bambino in una fase successiva magari sceglierà qualcosa di più stimolante. Si comincia da “L’ochetta sgozzata” e si arriva a “I fratelli Karamazov”. Meglio che partire da un libro impegnato proposto dal papà intellettuale per sbadigliare e dirigersi, di corsa, alla playstation!
      Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca il problema dei cosiddetti classici. Mi capita spesso di incontrare genitori e maestri che si lamentano perché molti libri amati nella loro infanzia vengono snobbati da figli e alunni.
      Io sono una grande sostenitrice dei classici, ma sono convinta che occorre arrivarci per gradi, e comunque non a tutti i classici. Ad esempio, libri come “Il piccolo alpino” o “Il birichino di papà” che hanno visto crescere i nostri genitori e nonni, oggi non solo non sono più proponibili ma, sotto alcuni aspetti, veicolano concetti che noi consideriamo disvalori, come l’eticità della guerra o la subalternità della donna. I classici, a mio avviso, vanno proposti quando un ragazzo (e non tutti i ragazzi lo diventano) sarà in grado di superare la differenza di linguaggio, la complessità dello stile, la distanza che lo separa dalla mentalità dell’autore di quel libro. Altrimenti meglio evitare, se non volete sentirvi dire: “I libri? Servono solo per dormire!”.
      Un altro problema che mi pongo quando scrivo riguarda l’inserimento di situazioni drammatiche. Sono arrivata alla conclusione che devono esserci purché, da un lato, siano presentate con leggerezza, dall’altro vadano sempre risolte: non bisogna mai lasciare un bambino con una situazione irrisolta, con un esito evanescente. Penso però che un bambino abbia il diritto di sapere che nella vita il male è onnipresente, come la virtù. E un buon escamotage per farlo comprendere è la creazione di figure opposte, in contrasto, in cui il bene trionfa, anche se preceduto da insuccesso e difficoltà.
      Questo argomento ci conduce direttamente al tema dei finali: come devono essere? I libri per bambini più piccoli devono sempre finire bene per due ordini di motivi: per rassicurarli e per appagare il loro senso di giustizia; se il protagonista di una storia passa per delle prove, alla fine va premiato, è “giusto” che sia così. I finali dei libri per adolescenti, al contrario, possono essere problematici; in passato il lieto fine era obbligatorio anche per loro, oggi meno: gli adolescenti del nostro tempo sono più maturi, hanno maggiori strumenti per scandagliare la realtà e sanno molto bene che a volte la giustizia, purtroppo, guarda da un altro lato.
      Un altra peculiarità che lo scrittore per adulti non prende quasi mai in considerazione, ma che chi scrive per bambini ha sempre presente, è la previsione di eventuali illustrazioni. Non nel senso che poi le disegnerà, ma che deve creare degli episodi, dei passi già illustrabili in linea di principio.   A volte è lo stesso autore che disegna i propri libri – esempi celebri sono “La grande invasione degli Orsi in Sicilia” di Dino Buzzati o “Il Piccolo principe di Saint-Exupèry” - ma in genere capita che l’autore non conosca personalmente l’illustratore. In un romanzo per bambini testo e illustrazioni vivono in rapporto assai stretto: a volte sono semplici decorazioni, altre fanno parte integrante del testo seppure proporzionalmente inferiori, altre sono preminenti. Nell’albo illustrato testo e immagini sono interdipendenti, vivono in simbiosi. In ogni caso in un libro l’illustrazione non deve mai essere avulsa dal testo, ma l’uno deve essere coerente con l’altra: ad esempio sono inutili quelle illustrazioni poste lontane dalla pagina cui si riferiscono.
      Spesso alcuni genitori mi chiedono la ricetta giusta per far diventare i figli buoni lettori.   Rispondo sempre che più che da me e da come scrivo, dipende da loro. Ad esempio, assai importante è la lettura ad alta voce di un libro da parte di un parente: innanzitutto perché può diventare un’occasione per genitori e figli di condividere un momento importante, che farà sentire i secondi degni di attenzione da parte dei primi; inoltre perché il bambino è un lettore alle prime armi che va aiutato. È sempre in agguato il pericolo che il bambino non venga coinvolto perché reputa il pianeta libro troppo lontano da lui, troppo difficile da interpretare: in tal caso non gli si potrà dare torto se si rivolgerà a qualcosa che comprende meglio, come la televisione o i giochi elettronici.
      Nel corso di questi anni ho riscontrato degli errori ricorrenti da parte di genitori ed educatori nella scelta di un libro: spesso cercano libri utili, che i ragazzini rifiutano perché troppo simili ai testi scolastici; il nome noto poi attrae sempre l’adulto, mentre al bambino interessa poco, e non sempre gli scrittori bravi per i grandi lo sono altrettanto per i piccoli. Infine – e ritorna il problema dei classici – spesso un libro corrisponde al gusto di chi lo sceglie e non di chi lo riceve. Noi autori sappiamo bene che a volte genitori ed educatori pretendono che la mente di un bambino funzioni come la propria!
      Bruno Bettheleim sosteneva che nell’infanzia tutto è un divenire e il problema della ricerca della propria identità comincia proprio da lì. Crescere a volte può essere una gran fatica perché la vita interiore di un bambino, più che un paradiso armonioso fatto di quieti scenari, è una mescolanza di sentimenti contrastanti.
      Chi scrive per bambini sente dunque addosso una responsabilità: sa che potrà recitare un ruolo importante nel processo di sviluppo, il quale potrà condurre all’acquisizione di un’esistenza indipendente solo se verrà compiuto in maniera congrua. Una parola sbagliata al posto sbagliato potrebbe generare disagio.
      D’altro canto – e stavolta in positivo – è appurata la straordinaria efficacia della fantasia per superare i disagi infantili, persino i più gravi. La fantasia possiede infatti un gran pregio: non si vergogna di essere ottimistica. Di sognare un mondo migliore, di immaginare creature invisibili che ti danno una mano, di credere – sì, proprio così – che è bene quel che finisce bene.
      E se le fantasie ottimistiche sono un valido supporto per i bambini, lo sono persino di più per gli adulti. Ecco perché adoro questo mestiere. Perché mi concede di liberarmi delle mie sovrastrutture razionali per farmi decollare col pensiero. Mi offre l’opportunità di costruire maestosi castelli in aria e di non sentirmi sbagliata se non sto con i piedi incollati per terra.
      Non divento una di loro quando scrivo per i bambini, ma mi purifico intellettualmente e vedo il mondo da un’altra prospettiva. Non migliore o peggiore, ma diversa. Sicuramente più divertente.                   Più diretta, briosa, antiretorica e, perché no, antiletteraria.
      Perché scrivo per bambini? La verità è molto più semplice di quel che si possa pensare. Sarà vero che scrivere per loro può essere una grossa responsabilità, ma io non vedo alcuna utilità sociale in quello che faccio. Cerco sì di pormi delle regole - alcune rigorose - ma io scrivo per bambini soprattutto perché mi diverto.
      Qualche analista dirà che in questo modo, ossia soddisfacendo il mio desiderio di ricreazione fantastica, non faccio altro che rifugiarmi nella cosiddetta metarealtà compensatoria. Che mi circondo di immagini favolose per sfuggire al tedio del quotidiano.
      Pensi quello che vuole: problemi suoi!
      Io ci provo un gusto matto ed è questo ciò che conta.

Annamaria Piccione, siracusana, ha pubblicato numerosi libri per ragazzi. Si occupa anche di storia e mitologia.


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