Lingua Sarda
A proposito di L.S.C.

di Franco Pilloni

Ho letto con interesse l’intervento del professor Francesco Cesare Casula, arguto, sintetico e provo-catorio come non mai, che mi ha lasciato una curiosità insoddisfatta: chi , 600 anni addietro, usò per ultimo la lingua sarda e cosa disse in punto di morte?
Certificata così autorevolmente la morte della lingua della Carta de Logu, è facile trarre una logi-ca conclusione: tutto ciò che pareva una lingua viva e parlata, che si è aggirata nei paesi e nelle campagne ancora per secoli e secoli, passando di bocca in bocca, da madre a figlio, da iaia a ne-bodi, altro non era che il fantasma di una fu lingua, uccisa e seppellita da un destino impassibile e ingrato, all’insaputa degli stessi ottusi abitatori dell’isola sarda i quali, a ben pensarci, potrebbero essere defunti anch’essi, senza che ancora nessuno l’abbia certificato, senza che nessuno ne abbia celebrato ufficiosamente le esequie.
Se così è, e non ho motivo per dubitarne, per la lingua sarda, per il fantasma della lingua sarda, non serve una legge ma una missa de ritiru, celebrata da sette arcipreti del Capitolo delle sette diocesi dell’isola.

Leggendo invece le parole della conferenza stampa del presidente Soru in merito al nuovo standard di lingua sarda, tre sono i punti che mi hanno colpito in modo particolare.
Il primo è la preoccupazione, vissuta come un imperativo categorico, di portare, se non possibile per altre vie, un rappresentante della nostra regione al Consiglio Europeo: autodotandosi di una lingua ufficiale, la Sardegna diventerebbe ipso facto minoranza linguistica e, di conseguenza, titolare del diritto a un seggio nel Parlamento di Strasburgo. Una mossa molto astuta per superare una impasse politica che noi sardi viviamo come un’ingiustizia. Ma, caro presidente Soru, astuzia per astuzia, ha esplorato la possibilità di mettere in campo due standard linguistici, come nei fatti esistono, e re-clamare conseguentemente due posti nel Consiglio dell’U.E.?
Il secondo punto, di primo acchito, parrebbe di stile più che di sostanza, in quanto il presidente as-sume per intero la responsabilità della proposta della Limba Sarda Comuna (LSC), sollevando gli esperti della commissione da ogni peso o colpa o imputabilità (perché evidentemente neanche egli ha pensato a meriti da spartire e condividere!) che potessero derivare dalle scelte tecniche e lingui-stiche. Non sappiamo se e con quanta attenzione il presidente abbia letto e meditato l’allegato alla delibera, che è poi il catechismo della LSC, anche se non abbiamo alcuna difficoltà a dare per certo che l’abbia fatto. Ma quel togliere responsabilità ai super esperti che hanno discusso molto, poco proposto e deciso nulla, parrebbe un moto di insofferenza da parte del politico e del manager che mal sopporta le sottigliezze e i bizantinismi dei linguisti e la propensione ad andare per le lunghe.
Chi non ricorda il mitico nodo di Gordio? Alessandro il macedone ci diede un taglio netto, non in senso figurato. E così ha fatto la Giunta Regionale con i nodi linguistici.
Devo ammettere che questa nuova versione di standard linguistico qualche passo in avanti lo ha fat-to davvero, anche se poi è mancato il coraggio per affrontare la situazione reale, e per lasciar perde-re la pretesa di mediare su ciò che è e rimane diverso. Perché se in Campidano is laccus de pappai po is bois, le mangiatoie, sono sempre stati rotondi e in Logudoro invece quadrati, non può dire la Giunta, il presidente, né altri, che in Sardegna le mangiatoie sono triangolari.
Ecco che questa operazione, nella proposta di LSC, viene costantemente ripetuta, in nome di una mediazione che ci priva sia delle mangiatoie rotonde che di quelle quadrate, sottraendoci una tradi-zione plurisecolare che è la nostra storia e la forza della nostra civiltà. Per giunta, a supporto di tutto ciò, a posteriori vengono escogitate delle giustificazioni per le scelte pregiudiziali che non dico che siano false, ma sono solo mezze verità, quarti di verità e anche meno, motivazioni deboli a sostegno di opzioni insopportabili.
Vuole un esempio?
Prenda la scelta dell’uso del tz sempre e in ogni caso per indicare per iscritto il suono duro della ze-ta, che in sardo è quasi la norma. Bene: si sono prese come riferimento alcune eccezioni di scrittura, come i cognomi Putzu, Atzeni, ecc., per arrivare alla regola che tutte le zeta dure devono essere rappresentate col tz. Chi è sardo quanto lei, presidente, sa anche che esistono dei cognomi che fanno anche Azzena, Puzzoni, e Luzzu oltre che Lutzu. Basta sfogliare un elenco telefonico. E vi troverà anche Zedda, Zuddas, Zonca, Zucca, ecc. accanto ai nomi geografici come Zeddiani, Zerfaliu, Zep-para, che mai e poi mai sono stati scritti come si vorrebbe ora Tzuddas, Tzeddiani o simili. Come vede, presidente, con analogo ragionamento, ma partendo dalla norma e non dall’eccezione, si po-teva ribaltare tranquillamente il discorso.
E allora, perché è stata fatta tale operazione?
Dubito che la gente capisca. Come non comprende le tante forzature che, per il fatto di essere scritte in un presunto catechismo, possono definirsi eresie. Non vale neppure la pena di ricordarle, tanto sono grossolane, come il nome per indicare la casa, domu da un domum (accusativo latino) che in-vece viene deliberato in domo, da un domo latino, che certo non è l’accusativo di nulla.
Nella foga di normare l’ortografia, hanno impunemente deciso di tagliare la testa ad alcune lettere dell’alfabeto sardo, tipo la q di Quartu e la x di Xaxa, di Puxeddu, di Pulixi e via discorrendo. Anzi, nell’impeto, hanno pure deciso, per la sua LSC, di escludere parole come segundu, terzu, quartu, sestu… col risultato che quando scriverà al sindaco di Quartu Sant’Elena, dovrà coerentemente indi-rizzarla a su sindigu de “Su de Bator” Sant’Allena, facendo così diventare le Quartesi “sas de Bato-rinas”, quando tutti sanno che da queste parti si preferiscono is muttettus e sa versada.
Ma che bisogno c’è di ghigliottinare le lettere dell’alfabeto latino e di impoverire una lingua fino a farla diventare misera, inadeguata e ridicola?
In compenso, sempre sotto la responsabilità del presidente, si è riesumata la lettera j, detta altrimenti i lunga, che molti pensano sia straniera e la leggono di conseguenza alla francese, all’inglese o alla spagnola, mentre deve suonare sempre come una normalissima i, e si può usare (o si deve?) dentro la parola solamente e mai e poi mai all’inizio, salvo che per la parola Jugoslavia che, come tutti sanno, indica una regione storica dell’isola: sa curatoria de Jugoslavia. E dev’essere sfuggita sa cu-ratoria de Yorkshire, altrimenti anche la y sarebbe entrata nell’alfabeto della LSC, sempre col suo-no di una normalissima i.
Ma se il suono è quello, che bisogno c’è delle i lunghe e delle ipsilon?
Per semplificare anche questo?
Mi piace però mettere in evidenza alcune aperture di grande intelligenza che spesso sono così timi-de che restano una porta quasi totalmente chiusa. Intelligente è l’essersi sbarazzati di un groviglio di interpretazioni grafico-fonetiche che comprendevano varie consonanti lontane mille miglia dalla nostra tradizione e ripescate da grafie straniere. In più si è preso atto dell’esistenza di un articolo plurale is, uguale per il maschile e per il femminile, che è quanto di più semplice ed evoluto ci sia.
Si è chiesto, presidente, se la lingua sarda ha un suo carattere distintivo?
Perché sembrerebbe proprio che ce l’abbia: basta che in Italia si senta che ti chiami Campus, Pu-xeddu, Trudu, Grussu, Porcu, Urgu o anche Soru, o parole come cannoanau, pistoccu, carasau, ca-su marzu, nuragus, nascu, burdu, tontu, …, che immediatamente si pensa alla Sardegna. Invece nel-la LSC questo carattere distintivo viene buttato alle ortiche perché vengono privilegiate le termina-zioni in o (deo, so, canto, domo) rispetto a quelle in u (deu, seu, cantu, domu) e anche quelle rima-ste con la finale in u, al plurale, non solo prendono la s, ma cambiano strepitosamente la u in o. Dunque da amigu avremo amigos, che sembrerà a tutti spagnolo e non più sardo, invece del tanto più semplice amigus. Se avessero aperto davvero la porta da cui ha fatto capolino l’articolo is, non si sarebbe potuto impedire l’irruzione di tutte le parole del campidanese, che esiste, non ha bisogno di chiedere il permesso a nessuno perché è la maggioranza, ma viene snobbato per malafede o per ignoranza. E anche per paura del confronto, visto che non è rimasto fermo al semper del De bello Gallico.
Dove inizia e dove finisce la lingua sarda, signor presidente? A Cagliari o a Ghilarza?
Non capisco come, ma leggendo la delibera della Giunta Regionale sulla LSC (perché appunto la Giunta fa delibere, solo il Papa-re fa bolle pontificie), mi è tornata in mente proprio la bolla pontifi-cia di papa Bonifacio VIII, quella che regalava al cattolicissimo re d’Aragona, disarcionato dalla malasorte e dai parenti, nientemeno che il Regno di Sardegna dove, particolare non trascurabile, re-gnavano i legittimi sovrani, anch’essi più o meno cattolici. Il paragone è azzardato: è come se la Giunta avesse svenduto la lingua sarda a qualche signorotto particolarmente devoto.
Ma questo, lo sappiamo tutti, non è vero.
Vale però ricordare che i Giudici sardi non s’inchinarono al Papa e non s’inchinarono al re d’Aragona. Però furono costretti in difesa. In altre parole, furono costretti a fare la guerra. Una lun-ghissima guerra.
Se davvero si è pensato di circoscrivere la nostra lingua in una specie di riserva indiana, impove-rendola e rendendola irriconoscibile e invisa anche a chi la parla tutti i giorni, certamente si è fatto i conti senza l’imprescindibile oste, che è il popolo. E sarebbe comunque un prezzo troppo alto da pagare, anche con un deputato europeo come contropartita. Sempre che ci fosse.
Chiedo scusa, ma nella foga, quasi scordavo la terza considerazione a proposito del discorso del presidente: si è partiti dal disastro di una LSU, passando per una ipotetica LSM, giungendo a questa deliberata LSC. Nella logica delle sigle, la prossima tappa potrebbe essere una LSB o LSA, come a dire Lingua Sarda Bera, o Lingua Sarda Autentica. E qui, se Dio vorrà, dovremmo aver terminato l’alfabeto a ritroso.
Non sarebbe meglio invece fermarsi a riflettere e pensare ad una Lingua Sarda e basta, dato che per ogni aggettivo in più che le stato attribuito le è cascato un braccio o le hanno amputato le gambe?
Nessun sardo, caro presidente, vorrà prendere a braccetto ed esibire una LSI, Lingua Sarda Invalida. Salvo che non paghi la giornata a chi spingerà la carrozzella. Lo so che anche questa evenienza le è stata prospettata da alcuni esperti di politiche linguistiche, al momento di aderire, certamente per primi, alla sua proposta di LSC.
E allora, foras su dinai, signor presidente!
Ma i fondi, a questo punto, li imputi all’Assistenza Sociale, non alla Cultura.

Francu Pilloni

Invia i tuoi commenti a commenti@villanovastrisaili.com

Ritorna a Cultura

Home