Il problema dell'unificazione linguistica

di Franco Pilloni


Se l’unificazione linguistica viene indicata come un problema, si è propensi a pensare che chi scrive non sia molto convinto della necessità o dell’utilità o della possibilità di unificare le varie parlate della lingua sarda, non ostante i vari tentativi in atto di proporne una versione ad uso burocratico.

Intanto, a mio parere di sardo parlante-scrivente in sardo e non di grillo-parlante-esperto del sardo, le tante parlate del sardo non sono altro che un’espressione della grande ricchezza culturale del nostro popolo, per molti versi assimilabile alla cultura del vestire che ha prodotto il tipico costume sardo. A ben vedere, quest’ultimo non è che un’astrazione, perché in Sardegna esistono non meno di un centinaio di modi tipici sardi di vestire che, pur avendo una ragione comune, si distinguono per foggia e colori, anche fra quelli di paesi vicini.

E se venisse un industrialotto lombardo ad impiantare una fabbrichetta, diciamo nella valle del Tirso con lo scopo dichiarato di attenuarne la disoccupazione, e proponesse di voler fabbricare i costumi sardi, unificandoli tutti per forma e colore e, perché no?, sostituendo l’orbace e il velluto, il lino e la seta, col fustagno e col terital di cui ha fatto scorta a basso prezzo, cosa pensereste della proposta?

Forse che non si vuol fare altrettanto delle parlate sarde, vive e colorite, per sovrastarle con una parlata burocratica incolore e di mediocre valore?

Chi sente il bisogno di ricevere una contravvenzione per aver lasciato l’auto "in logu proibiu"? Chi vuole firmare ora e subito i contratti di locazione, o quelli di assicurazione, o quelli di compravendita in una lingua meticcia diversa da tutte, al posto di continuare a farlo nella lingua italiana che, lo si voglia o no, è la lingua burocratica di tutti?

O si pensa che un sardo burocratico sia utile agli scienziati sardi quando, da decenni, essi esprimono le loro comunicazioni in inglese solamente?

Anche nella redazione dei manifesti per i loro convegni a Chia o ad Alghero.

Il sardo noi lo preferiamo così, orale e scritto, vivo ed esuberante, colorito e immediato, per l’uso famigliare e sociale, per scrivere e recitare le poesie e i romanzi, le commedie, i fumetti e le canzonette, pure mischiando quello del sud e quello del nord.

Anzi, speriamo sempre più mischiato!

Spesso noi sardi siamo tanto, troppo italiani: ricordate, per sentito dire naturalmente, il grande successo del Manzoni, che produsse uno stuolo di emuli, i cosiddetti "manzoniani"? Anche da noi gli imitatori non si contano, non solo e non tanto di Manzoni, quanto di Max Leopold Wagner, il linguista tedesco che iniziò lo studio scientifico della nostra lingua.

Se nessuno dei "manzoniani" superò il maestro (cosa si pensasse di essi lo esplicita Carducci: "né son io per altro un manzoniano / che tiri quattro paghe per il lesso"), i nostri "wagneriani" hanno tutti superato il maestro, se non in ricerche sul campo o nello studio dei classici, almeno nella fantasia e nella facilità di parola.

Vero è che "le quattro paghe per il lesso" oggi si chiamano "consulenze" per la Regione o altri Enti, che vengono pagate in misura tale che permette di lessare anche le aragoste vive e non solamente quelle congelate, e allora va da sé che le varie proposte di costrizione linguistica, di incaprettamento delle varie parlate sarde, non sono fini ad esse stesse, ma nascondono bisogni reconditi, molto simili a quelli del milanese della fabbrichetta che vorrebbe usare il fustagno al posto dell’orbace e del velluto, per smaltire le scorte.

Queste proposte le hanno chiamate di volta in volta "Lingua Sarda Unificada", anzi "Limba Sarda Unificada", proposta ridicola che squarciava la pancia a tutte le lettere "Q" della lingua sarda, tagliava la gola alle povere parole sarde che avevano osato esprime la loro voce per mezzo della lettera "X", lasciando muta ed avvilita la più parte della popolazione.

Ora che quella proposta è ufficialmente tramontata (ma non mancano i sostenitori delle cause perse!), i nostri "wagneriani" si sono fatti più cauti e hanno invento una "Limba Sarda de Mesania", cioè una lingua sarda che sta in mezzo, al confine linguistico fra le parlate meridionali e quelle settentrionali. Hanno scelto un paese (a insaputa degli abitanti e senza averli neppure consultati) di confine, cioè Samugheo, ne avrebbero tratto la parlata per sostenerla come lingua sarda unificata, della quale propongono l’uso burocratico alla Regione Sardegna, almeno in "uscita".

In parole povere, quale logica la sostiene? Bene, prendiamo un esempio, uno di quelli che fanno i proponenti: avete presente la parola "olio" italiana, che vuol dire appunto olio? Essi proponenti dicono: dato che in logudorese si dice "ozu", ma in campidanese invece si dice "ollu": bene, anzi male: usiamo la parola di confine, quella di Samugheo che è (almeno dicono che sia) "ogiu". Diciamo tutti "ogiu" per dire olio in sardo e non se ne parla più! Così almeno non scontentiamo nessuno, anzi scontentiamo proprio tutti, salvo quelli di Samugheo (sempre che almeno là dicano "ogiu" e sempre che gli esperti non abbiamo capito male, dato che non è che ci abbiano vissuto due anni prima di fare la proposta).

Questo è l’esempio più lineare, più semplice da comprendere per me e per chi non è grillo-parlante del sardo.

L’avvenimento (più che una novità, una vera svolta) a molti sardi sembra un ricorso storico: se con la legge delle chiudende le comunità vennero rapinate delle terre pubbliche, quando si farà una legge che recepisca questa o altre proposte d’imbavagliamento della nostra lingua, tutti noi verremo rapinati delle parole ereditate dai nostri avi.

Si consolarono i nostri bisnonni, si fa per dire, con l’anatema in quattro versi che molti riconducono a Melchiorre Murenu, ma che in verità si deve a Gavino Achenza di Ozieri: "Tancas serradas a muru / fattas a s’afferra afferra / si su chelu fit in terra / l’haiana serradu puru". Scritto in logudorese, ma compreso da tutti i sardi. Anche a Quartu Sant’Elena, che sta giù giù.

Ci sarà ancora, io spero, qualcuno che riproporrà la quartina, sostituendo le parole alle tanche, più o meno così: "Fueddus mius a s’acciottu / po sa lingua de mesu; / ca su sardu no est inglesu / e dd’hant lassau po mottu!", che trasportato nella lingua di tutti, fa: Parole mie alla frusta / per una lingua di confine; / dato che il sardo non è inglese, / l’hanno lasciato per morto". Non essendo il sardo una lingua dominante come l’inglese (la lingua del vincitore di turno, direbbe Cicitu Masala), dunque, gli sono andati addosso senza pietà e l’hanno steso a terra tramortito, anche se il fine dichiarato era quello di "evolverlo per salvarlo".

Ma questo, io credo, non succederà mai.

Francu Pilloni

Cortesia www.paraulas.it


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