MIM e altre poesie
di Antonello Giliberto
CREPUSCOLO NELL' OLIMPO
Sul greppo camuso di un monte greco, dove il falco fa da guardia al
viandante,
trovò il sentiero per l' antico mondo: l' aurea reggia dei divini
immortali.
Colonne scalfite dal tempo truce si piegarono al passo del poeta che
trovò
oro dove in terra c' è pietra.
Le cariatidi, stanche, erano morte, mentre, corrose, le divine statue
piangevano
dagli occhi crochi ambrosia.
Echi di buccine dai bianchi monti portavano valanghe nei pensieri, resi
vacui per la solitudine.
Il poeta contemplò l' architettura che un tempo gli immortali
contemplarono.
Forme perfette (vano è descriverle), avevano sorretto annose saghe
cadute
ormai in oblii abissali.
Assaggiò coppe vuote e suonò una lira senza corde, piangendo.
Il sole, privo di carro, aspettò ancora come tutti i giorni, solo.
Cedette il posto alla sua sposa, con un bacio.
- Le ombre del crepuscolo, il tempio scuro ?
Dall?atra atmosfera una luce dolce colpì gli occhi del poeta, abbacinò
quel
che di razionale era in lui, e si girò.
Sul trono d' edera, seduta tra ricordi di corimbi che invitavano alla
gioia,
stava Venere sfiorita, e
piangeva.
IL PENDOLO
Smetterà di piovere?
(Ignoto)
Purpuree strade di pioggia inzuppate,
L’inverno, col suo greve e grigio manto,
Il mio battesimo e il vostro ha asciugato,
Ridendo a un buio e illacrimato pianto.
Spesso, d’estate, ho abbracciato Teoremi,
Ma la realtà d’inverno mi conduce
A baciare Maia, velo che geme
Nei pensieri nascosti e senza luce.
E quei pistilli, fastigi di rami
Aurei, vecchie età di vite sepolte,
Zimbello del vento ora: quanti stami
Avete amato, prima di quell’Oltre?
Un antico uccello, fradicio e prono
Su un’inutile pagoda, che fa?
Piange per un passo fradicio e prono
Su un’inutile panchina, morente.
Il nimbo del sole è ancora lontano,
La dolce alba dei mari è una chimera.
Qui con me solo nebbia e ghiaccio umano,
Araldi del Nulla, ligi alla sera.
Giovani amori tarpati sul nascere
Nella cabina appannata d’affanno,
Salutano volti recisi (fasci
Di luci) dalle nebule che ingannano.
TELEFONI
“La stupida ingenua crede d’amarlo,
Ma lui sogna altro, un’altra, un’altra, un’altra.
…o forse…
Lei è lontano, lontano, lontano,
E lui l’aspetta, l’aspetta, ma invano”.
Se la Domenica accentua la noia
Cosmica, se non si sa dove andare
(leggi fuggire), il rifugio è la gioia
E il dolore che la Vita sa dare,
…Ma solo con la Poesia…
FUGA
Il frusciare di foglie
Decadenti accende i miei pensieri
Spogli come un albero infernale.
La mia strada è ormai un altro mondo
Di cui non conosco ancora le essenze.
Ma il cielo è ancora azzurro,
La terra e ancora rossa,
La mia vita è governata da altro.
Il mio passo rimbomba nella pioggia,
I pensieri si schiacciano al suo peso
E non riesco più a parlare. Ricordi
Si rincorrono, svanendo mi chiamano
Ed io li riconosco.
Una stradina bagnata seduce
La giovinezza che cresceva in candidi
Abbracci serali, piccole calde
Sfere di cristallo prima di piovere
In un sussulto di baci negati.
Ci siamo dissetati
All?acqua di una fontana di neve,
Su di noi cielo greve,
Vicino la chiesa chiusa dall?edera.
Il terrore comincia a starnutire
Sulle nostre menti assenti, piangenti
Per la paura della pioggia prossima.
La stradina ci stringe fra due muri,
Gli occhi si guardano indietro convinti
D?affogare nel fango.
La corsa misteriosa incontrerà
Le pietre del destino e noi cadremo
E si aprirà la voragine e noi
La perforeremo e l?abisso nero
E noi ne faremo parte: la Morte!
Non siamo ancora morti!
E il cuore e tutto quello che ho dentro
Si ribella alla mia vita negata,
E tu continua a correre.
Siamo giunti al limite della via
Che ci condurrà al baratro scosceso,
Disperazione forte come il vento.
Qui l?alito del dio delle genti
Ci brucerà la faccia, macchia infame
Dell?esistenza umana.
Danza sul baratro, danza sul baratro!
Piedi nerastri su dolci agonie,
Mani fluttuanti che aspirano gloria,
Membra insensate per dolci malanni.
Il cosmo si concentra in una goccia
Che scava, scava i nostri cervelli,
Orologi molli, Tempo tiranno.
I frantumi del mio io vanno via
Leggeri, piume perdute nell?aria.
Ci sciogliamo dolcemente in lacrime
A mezza via fra la terra e il cielo,
Sciolti per la paura che sublima.
Gli istanti d?infinita oscillazione
Tra la Vita e la Morte, Alto e Abisso
Si palesano ai nostri sguardi d?acqua.
Da un inaspettato raggio di sole
Ecco avanzare il Vecchio dalla Cagna
Decapitata.Il suo naso abbagliante.
Egli è il Saggio sorto dai neri fanghi,
Il cammino che dobbiamo seguire,
L?alida compagnia del Ritorno.
Scappati prima dell?ultima goccia,
Lasciando dietro le pozze e le pietre,
Un tuffo nella modernità
Ci ha svegliati, e allora addio, fontana
Di neve, e la chiesa sbarrata, addio!
Non rivedrò i muschi sulla collina,
Né le trazzere affogate nel fango,
Non più quei candidi abbracci serali,
Avrò perso ormai la mia giovinezza!
MIM
Millenovecentonovantanove,
Ultimo gemito, io ti saluto
Grondante falso vino, andando muto
Verso l’alba nebulosa. Qui piove.
Millenovecentonovantanove,
C’è ancora posto per vili viandanti
Onusti d’ignote pene, esecranti
Tu, voi, e le vostre vite mai nuove?
Millenovecentonovantanove,
Dai parenti gloriosi, ci dai vita
Che illude o stendi una morte chiarita
Sui nostri cenotafi chissà dove?
Millenovecentonovantanove,
Tu che, come me, sei una falena
Che cerca luci per morire, vena
Di faci la mia via, che al Nulla muove.
Millenovecentonovantanove,
Letti divelti per atti incompiuti,
Veri sassi, gli uomini sono muti,
Almo, conducimi per terre nuove.
Millenovecentonovantanove,
Mio ultimo vomito senza faccia,
Azzera tutto e comincia la caccia,
Spolvera l’eredità, mentre piove.
ANTONELLO GILIBERTO