Da "Mille volti dell'amore"

di Serena Accascina Polizzi

LA FAMIGLIA IN LETTERATURA
(Quattro buoni motivi di una scelta)

Perché indagare sulla famiglia nella letteratura dell’800 e del 900? Abbiamo quattro buoni motivi per scegliere questo tema.
1° La famiglia torna ad essere di moda, sempre in testa nelle classifiche delle varie domande e inchieste rivolte a giovani e adulti su: “Qual è la cosa che consideri più importante per te?”.
2° In tutte e tre le religioni monoteiste, cristiana, ebraica, musulmana, la famiglia è basilare.
3° È curioso vedere quanto spazio si dia nel ’900, il secolo appena trascorso, alla crisi dell’istituto familiare, in termini di leggi che se ne occupano, come divorzio, aborto, riconoscimento dei figli illegittimi, fecondazione assistita, e oggi come non mai tutto ciò fa discutere molto e calorosamente.
4° Si parla tanto di crisi della famiglia, ma si ritorna poi sempre a sposarsi, magari per la seconda o terza volta.

Insomma c’è voglia di famiglia, nonostante tutto.
Noi ci vogliamo occupare solo dell’aspetto letterario, e certamente prendendo in considerazione solo scrittori di un certo livello. In fondo che cosa altro è la letteratura, e l’arte in generale se non il modo di sentire la vita in una certa epoca storica?

La famiglia forzata

La famiglia ha attraversato enormi cambiamenti dal secolo scorso, la velocità delle trasformazioni sociali e tecnologiche continua a ritmo crescente e la letteratura, come il cinema, non fanno che descrivere tale percorso. Nell’800 restava ferma la famiglia patriarcale, addirittura formata all’origine senza il consenso libero dei due. Ciò risale al Medioevo, in cui i matrimoni erano combinati da rigide regole dinastiche, da alleanze di potere. Da ciò nacque tutta una letteratura, chiamata dell’amore “cortese”, quella dei trovatori, e la poesia del dolce stil novo, in cui la donna era vagheggiata come un alto ideale, sempre in ogni modo la donna amata o desiderata da lontano, fuori dal matrimonio.
Se Dante avesse potuto sposare Beatrice, se non fosse stato sposato, per convenienza delle due famiglie, con Gemma Donati, della fazione politica opposta, avrebbe provato quell’intenso innamoramento che causò le sue più belle creazioni letterarie, dalla “Vita Nuova” alla”Divina Commedia”?
Non c’è una risposta. Ma, sappiamo per certo che Laura del Petrarca era pure sposata, mentre il Poeta di Arezzo non poteva in alcun modo contrarre matrimonio, avendo gli ordini minori.
Perciò tutta la più grande poesia d’amore, dal 1200 fino al 1800 si basa su un rapporto di amore extra matrimonio, vagheggiato e sognato, non importa se consumato o no. Gli stessi romanzi bretoni che raccontavano storie dei cavalieri della tavola rotonda, di Lancillotto e Ginevra, di Perceval, e il ciclo di Tristano e Isotta, si basano principalmente sull’aspirazione all’amore fra un uomo e una donna, che in realtà non potranno mai sposarsi, lei essendo già maritata, di solito con un re.

Noi leggiamo commovendoci le loro meravigliose avventure, senza pensare che l’opera di fantasia dello scrittore rispecchia una condizione sociale terribile del tempo. Come dice Duby, nel famoso saggio storico, “Storia delle donne; Il medioevo”: «L’importanza capitale che incombeva sul matrimonio inteso come mezzo e mantenimento di strutture di potere e di possesso impediva alle giovani donne qualsiasi forma di ingerenza nei progetti matrimoniali delle generazioni più anziane, soprattutto nelle classi sociali più elevate, più ricche, più potenti.

Malgrado l’insegnamento della Chiesa sul consenso degli sposi, padri, madri, amici e parenti organizzavano il futuro dei propri figli, nipoti, discendenti; e anche i giovani maschi, in particolare gli eredi di un casato, non avevano diritto di  parola più di quanto ne avessero le loro coetanee!».
In tale situazione era difficile che l’amore di libera scelta, la “dilectio”, il piacere tra i coniugi potesse nascere, c’era se mai un adattamento reciproco. Inoltre se l’adulterio maschile era tollerato, quello femminile era assolutamente punito con la morte alle peggiori condizioni. Nel romanzo “Tristano e Isotta” Marco, re di Inghilterra punisce la regina Isotta mandandola tra i lebbrosi, per farla morire così, mentre altri consigliano il rogo. Il nesso dunque tra amore e matrimonio era difficile: si spiega così tutta la letteratura dell’amore “cortese” che vedeva la donna come un ideale da lodare, da cantare, per cui combattere, ma tutto restava molto platonico. Tale condizione non muta neppure nel Rinascimento e nei secoli seguenti. Abbiamo allora in quei secoli almeno tre tipi di donne, codificate dalla società fino al 1800 circa.

Le prime, quelle destinate al matrimonio, educate da giovani alla castità, garanzia di fedeltà coniugale, avevano la funzione di badare alla casa, alla servitù e partorire figli. Non si chiedeva loro di amare il marito, “la dilectio”, ma di obbedire ai loro doveri.

Le seconde, destinate al convento, di solito le ultime figlie, venivano rinchiuse già da piccole per evitare che potessero conoscere il mondo, (il manzoniano esempio di Gertrude, la monaca di Monza, può bastare per farci capire la crudeltà del trattamento familiare).

Le terze erano le cortigiane, che nel Rinascimento sapevano leggere e scrivere, suonare uno strumento o danzare, e servivano per intrattenere e allietare la corte dei nobili. Erano considerate delle prostitute d’alto bordo, godevano quindi di una certa libertà e del privilegio dell’istruzione. Alcune erano poetesse valide o cantanti o danzatrici, ma ben poche di queste potevano sposarsi, data la fama di cui godevano. Il matrimonio con una di queste era considerato immondo e il nobile non osava sposarle, pena l’esclusione da corte, come minimo, o la pubblica infamia come massimo.

Alle donne perbene non si insegnava neppure a leggere e scrivere, ciò che serviva era solo che sapessero cucire, cucinare, fare figli. Alcune donne, che conoscevano l’arte della medicina come pratica terapeutica, di solito l’ostetricia o quella che oggi  chiamiamo fitoterapia, erano consultate all’occorrenza, per assistere ai parti, ad esempio, ma erano ritenute streghe per il loro sapere e, se per caso il parto andava male, erano punite anche con la morte.

Le donne dunque ignoranti, costrette alle gravidanze non desiderate, rinchiuse in casa. Il famoso storico Duby sostiene anche che alcune aiutavano il marito nei lavori di campagna, ma ciò non costituiva certo una liberazione.

Sorge spontanea la domanda: quale dialogo ci poteva essere con i mariti, quale affetto familiare in simili condizioni?

Perfino il sentimento materno era soffocato e represso dalle numerose e rischiose gravidanze e da quel che costava di salute e fatica l’allevamento dei figli, di cui buona parte moriva in età infantile: era perciò necessario partorire molti bambini per averne qualcuno vivo. Immaginiamo i rischi per la salute e le precoci e numerose morti femminili per parto.

Perciò – in tale situazione storica e sociale – per parlare di famiglia come la intendiamo noi, con una certa parità tra i coniugi e un amore sincero, con una libera scelta, dobbiamo arrivare alla fine del ’700 o all’800.

Ecco perché ho scelto di parlare di autori classici di questo periodo, ’800 e 900: ma anche qui i matrimoni di convenienza erano numerosi e l’amore vero fra coniugi talmente raro da costituire un’eccezione.

Tuttavia, tralasciando Tolstoj, che del matrimonio ha una visione del tutto cupa e pessimista e il nostro Manzoni, fin troppo noto, ho cercato il filo rosso dell’amore nel matrimonio, negli scrittori più noti della letteratura.

Trasformazione della famiglia

Ma – ci chiediamo – per quale ragione cambiarono le condizioni storico sociali della famiglia? Ci sono varie cause. Il romanticismo, con la rivendicazione delle indipendenze nazionali, esaltava anche il sentimento e la libertà  dell’individuo.
Così, alla fine del 700, in concomitanza con la rivoluzione francese e con i diritti umani, nacque l’idea che l’amore matrimoniale avrebbe dovuto essere felice e liberamente scelto. Libri come “I dolori del giovane Werter” di Goethe e il romanzo epistolare “Jacopo Ortis” del Foscolo, contribuirono a scuotere le coscienze del tempo. I giovani che non potevano sposare la donna amata si uccidevano. L’aspirazione alla libertà era non solo politica e sociale, ma anche una rivendicazione al diritto alla felicità. E tale diritto non è forse un punto fondamentale della Costituzione americana, frutto appunto dalla guerra di indipendenza delle colonie d’America dalla madrepatria inglese, e sancita da Jefferson alla fine del ’700? (“l’uomo ha diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità”). È la prima volta che in una costituzione si parla di felicità.

È d’obbligo citare a questo punto il famosissimo romanzo “La lettera scarlatta” di Hawtorne, ambientato fra i primi coloni americani nel 1660. Vi si narra appunto di un adulterio punito in modo infamante, in cui la donna era stata costretta con la forza a portare una lettera A rossa, ricamata sul vestito, per fare sapere a tutti il suo peccato.

L’ambiente dei primi coloni americani, intriso di puritanesimo, era opprimente per la donna, ma anche per l’uomo, costretto a recitare una parte che non sentiva, a mentire, a nascondersi, a punire…

La storia termina in modi diversi nel libro e nel film. Nel bel film di Joffé del 1995, tutto finisce con la liberazione della donna che può finalmente sposare il suo amato, il  reverendo Arthur, quello che lei aveva scelto fin dall’inizio. L’invasione dei pellerossa che la liberano è simbolica:  rappresenta le forze selvagge e pure del sentimento che prevalgono sul rigorismo religioso di marca puritana.

Nel romanzo puritano di Hawtorne invece, la protagonista Esther rimane in vita, mentre l’uomo che aveva peccato con lei si confessa pubblicamente e muore per l’emozione. La donna però da quel momento diventa ben accetta alla comunità tanto da costituire un punto di riferimento morale, avendo attraversato così profonda esperienza del peccato e della penitenza.

Ella è divenuta simbolicamente una “segnata “ da Dio, ha sofferto e ora tutti la amano e con lei si confidano. In un certo senso tale romanzo costituisce un riscatto per la donna: forse è un inizio di letteratura dalla parte delle donne, pur scritta da un uomo.
In Europa i primi antesignani di una scelta libera riguardo al matrimonio furono gli scrittori inglesi, Jane Austen, Oscar Wilde, G. Bernard Shaw.
Invece i francesi segnarono il passo: se in Balzac è il denaro e la convenzione sociale a guidare le scelte, in Flaubert c’è l’esempio negativo della degrado della donna, che non ha scelto, ma sopportato passivamente il matrimonio impostole, con conseguenze mortali.
E non abbiamo parlato di Maupassant, altro famoso autore dell’800, che vede il matrimonio come una delle peggiori disgrazie che possano capitare ad un uomo.

Abbiamo perciò messo a confronto i grandi scrittori sul tema del matrimonio e ne abbiamo ricavato osservazioni interessanti: dal russo Cecov, che vorrebbe credere nella libera scelta, ma non riesce a districarsi dalle pesanti tradizioni, all’inglese Shaw che invece porta come esempio donne che sanno ciò che vogliono e costruiscono unioni felici. Sono esempi rari: la letteratura si basa sull’adulterio più che sulle famiglie felici. Parafrasando Tolstoj possiamo dire che  le coppie sane e belle si somigliano tutte, ma quelle infelici lo sono ciascuna a modo suo.

Il novecento

Ma, è alla fine dell’800 e nel 900 che matrimonio e famiglia vengono rivalutati in letteratura: da Virginia Woolf alle poetesse inglesi, è tutto un fiorire di elogi d’amore per il matrimonio. Nel norvegese H. Ibsen l’impulso alla fuga nella donna si concilia con il desiderio di una famiglia veramente fondata sull’amore, non sulle convenzioni sociali. (“Casa di bambola” – “La donna del mare”).  È vero che il 900 da un lato distrugge la famiglia, ad iniziare con Francoise Sagan fino a scrittori come Moravia o  Pirandello, che ne svelano le ipocrisie borghesi. D’altra parte è anche vero che in nessun secolo ci furono scrittori e poeti che cantarono la famiglia come nel 900.
E se indaghiamo negli scrittori solo italiani, almeno in alcuni, notiamo un forte senso della famiglia in Cassola, (“La ragazza di Bube”) in Pratolini (Cronaca familiare”) in Eduardo De Filippo (tutte le commedie) e in poeti come Saba e Montale.

Le scrittrici Famose restano soprattutto le scrittrici, come Elsa Morante, che esalta la maternità ne “La storia” e nell’“Isola di Arturo”, mentre Sibilla Aleramo dà per prima l’impulso alla liberazione dai matrimoni coatti, nel famoso romanzo “Una donna” e Lalla Romano canta gli affetti familiari in due libri “Le parole tra noi leggere” e “Nei mari estremi”.

E come non citare il famoso “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg? Insomma la famiglia nel 900 è insidiata, ma può vivere di vita propria, per libera scelta: sempre più la decisione dei coniugi di amarsi e capirsi ad ogni costo, in un contesto di libera scelta, appare la nota più importante per la felicità.
Ed è ciò che cercherò di mostrare nel libro.

tratto dal testo: Mille volti dell'Amore di Serena Accàscina Polizzi - Ed Akkuaria
Cortesia Vera Ambra www.akkuaria.org

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