La leggenda di Redenta Tiria di Salvatore Niffoi
una recensione di Miriam Punzurudu
Tra Dorgali e Cala Gonone, nella Sardegna centro orientale, c’è una grotta, ricca di cunicoli, sale e laghetti pensili attraversata da un fiume che giunge dagli altopiani del Supramonte e riemerge nella sorgente di Su Gologone, dopo aver percorso decine di chilometri nelle viscere della terra. La peculiarità di questo monumento naturale deriva dal fatto che, dopo forti e improvvisi temporali, grandi quantità d’acqua spingono l’aria nelle cavità della grotta, provocando potenti boati, tuoni sotterranei, fragori sordi che propagano nell’aria terribili versi provenienti dal ventre delle rocce: Sa Oche, La Voce. Ed è questa la protagonista delle pagine di Salvatore Niffoi, una voce che viene da lontano, portata dal vento, alla quale nessuno si può opporre, non esistono rimedi.
Il luogo deputato ad accogliere il racconto è Abacrasta, anche se “non lo troverete in nessuna enciclopedia e neanche segnalato nelle carte geografiche”, prescelto da coloro che divennero i fondatori del paese: Eracliu Palitta, “un capraio, venuto per mare da lontano in cerca di aria montagnina” e Artemisia Crapiolu, “una femmina cieca che, a forza di seguire le capre, aveva i piedi duri come pietre”.
La storia di Abacrasta è storia della Sardegna tutta: “I figli di Eracliu s’incrociarono con lo stesso sangue e ne venne fuori una genia inquieta, con le radici attaccate al passato e la testa sempre buttata in avanti ad annusare il futuro”. Da loro traggono origine tradizioni leggendarie sul ciclo della vita: “Da giovani presero l’abitudine di lanciare i padri nel burrone dei mufloni e da grandi iniziarono ad impiccarsi ai rami dei salici, lungo le rive del fiume Alenu”.
Prende il via in questo modo la sfilata dei personaggi che hanno sentito La Voce e l’hanno seguita nel buio profondo della morte, per lo più impiccandosi.
Tutto con una narrazione densa che offre molteplici riferimenti alla cultura classica, anzitutto attraverso gli attributi relativi all’attività e al nome dei due fondatori che risultano connessi etimologicamente con la tragedia greca, “canto di capri”, che reimmergono nel clima grave di tutta la prima parte del romanzo, attraverso le caratteristiche dell’ineluttabile e dell’inesplicabile. Curioso ed originale il doppio rimando offerto da una scena tratta dalle Rane di Aristofane, che vede Dioniso (il dio della tragedia), deluso dai teatranti del momento, rimpiangere Euripide e perciò deciso a cercarlo nell’altro mondo; per realizzare questo progetto si rivolge ad Heracles: “Indicami fra le tante vie, quella per arrivare al più presto in fondo all’Ade; e che non sia né calda, né troppo fredda” il quale risponde: “Vediamo, quale t’insegnerò per prima, quale? Una è quella della corda e dello sgabello, se t’impicchi”.
Il destino degli abitanti di Abacrasta è annodato da una forza superiore, diretto da un’energia malefica che non cessa fino all’arrivo di una femmina cieca: Redenta Tiria, la redentrice, colei che ridona senso alla vita. Ed è bella la scelta del nome: Tiria che in sardo indica un gruppo di piante spinose, che si vuole connesso al termine greco etere, cielo, ad esplicitare ulteriormente la funzione salvifica della donna che lo porta. Sotto una luce nuova si presentano le storie della seconda parte della narrazione, storie di riabilitazioni, d’amore in chat, di motori, di musica e un giallo risolto dopo vent’anni di galera scontati da un innocente.
Notevole il risultato linguistico ottenuto attraverso la fusione di diversi codici, pienamente in linea con il rinnovato interesse per lo studio e l’uso di una lingua sarda scritta che pone diversi interrogativi e richiede soluzioni certo meditate ma mai definitive; in questo caso la variante adoperata in alcune espressioni è quella della Barbagia, che forse più delle altre ricalca l’origine latina. Degno di attenzione il lavoro sui fitonimi, utilizzati anche nei cognomi dei personaggi e nei toponimi, che appartengono a strati linguistici antichissimi e riflettono la sovrapposizione delle diverse lingue dei popoli passati, in ogni epoca, in Sardegna: è il caso di listinchinu che è il lentischio, o di alinos gli ontani. Emerge una lingua plastica, che attinge anche al repertorio meridionale e riecheggia Camilleri nel verbo pazziare, modellata ad arte per esprimere l’essenza dei sentimenti e dei pensieri, dei gusti e dei profumi, percepibile – chissà – anche dai non sardoparlanti. E a proposito di profumi, c’è spazio per la gastronomia, che sfoggia i migliori piatti tradizionali durante le feste stagionali.
Abacrasta, il paese che non c’è, cinto da una invisibile muraglia che trattiene la forza della vita e poi liberato da una donna straordinaria, è luogo dell’anima dove sono racchiusi secoli di storia, di idee, di sogni e di incubi, in cui gli uomini lottano con se stessi, coi propri simili e con la natura, che pure regala sapori, profumi, colori, affetti che lasciano un segno. Come il garofano rosso di Redenta Tiria.
Salvatore NIFFOI, La leggenda di Redenta Tiria, Milano, Adelphi, pp. 161, € 14.