Grazia Deledda premia Meledda
Presentazione del romanzo in lingua sarda Meledda di Mariangela Dui
(Lula 18 dicembre 2005)

di Miriam Punzurudu

Festa grande a Lula la domenica prima di Natale per solennizzare l’evento letterario che ha visto protagonista Mariangela Dui vincitrice, nella categoria riservata alla produzione in lingua sarda, con il romanzo Meledda del Premio Grazia Deledda 2005, che, nato nel 1952, è stato ripristinato negli ultimi anni dopo un silenzio più che trentennale.
Il salone della Croce Verde del paese ha accolto un folto pubblico di ogni età, dai bambini in prima fila a tziu Chircheddu Corrias, centenario poeta, che ha onorato la scrittrice con un augurio in lingua sarda secondo gli stilemi tradizionali lulesi; immancabile il gruppo folk Santa Maria Assunta con gli abiti tradizionali dai colori sfavillanti.  
La serata è stata un trionfo di arti: a partire dall’elaborazione teatrale di Antonio Marras, che ha proposto la lettura di alcuni brani del libro, fino ai contributi musicali di Francesco Pilu e Marino Derosas per concludere in bellezza con i Tenores di Bitti e i giovanissimi ragazzi della scuola dei tenori. 
Tutto per festeggiare Mariangela Dui, lulese di nascita, e che dopo una parentesi di studio a Cagliari è tornata al suo paese dove vive col marito e due figli e gestisce un’attività di ristorazione. Proprio durante la permanenza a Cagliari, in cui era consentita la comunicazione solo in italiano, è nata l’esigenza di riappropriarsi della lingua sarda, della quale le successive ricerche hanno evidenziato la ricchezza e la duttilità. La sperimentazione in ambito narrativo è avvenuta con un racconto breve intitolato Su secapreteri (il tagliapietre) che ha vinto il primo premio al concorso Andelas de Baronia di Irgoli nel 2002. L’anno successivo si è riconfermata vincitrice del primo premio Casteddu de sa Fae a Posada con Racconti di miniera, che hanno come protagonista una donna che lavora alla cernita dei minerali. Sempre una donna, Meledda, è il soggetto principale di una storia che si snoda tra le fine del 1800 e la metà del 1900, quando il tempo antico cede il passo alla “modernità” e sembra che il mondo giri a rovescio. Meledda è nata in una famiglia industriosa, baciata dalla buona sorte, benvoluta e rispettata da tutto il paese; non altrettanto fortunato il suo matrimonio con il capitano di un sommergibile che muore in un incidente in mare lasciandola sola con due bambini. Da qui in avanti la donna vede la sua vita mutare d’improvviso e l’avverarsi di un destino sempre temuto da sua madre che levava preghiere incessanti perché i suoi figli non dovessero lavorare in miniera. Meledda lavora le pietre ma non riesce a scalfire il disegno che il fato tesse per lei e per la sua famiglia.
La scelta coraggiosa di produrre un’opera narrativa in lingua sarda è stata accolta di rado da donne e su questo sentiero poco praticato si è incamminata Mariangela Dui, forte della consapevolezza di poter plasmare una lingua preziosa e feconda, capace di integrare metafore e similitudini, che rappresentano per lei una grande passione e perciò raccoglie puntigliosamente, in un lavoro letterario del tutto slegato dall’autobiografia.                  
La presentazione del romanzo ha visto avvicendarsi gli interventi, moderati da Caterina Tatti, del professor Giacomino Zirottu, del dottor Pinuccio Canu, dell’insegnante Elvira Calia e della dottoressa Denise Goddi.
Giacomino Zirottu ha rivolto un invito alla speranza poiché non è consueto il raduno di centinaia di persone, in una sera di dicembre, a Lula, per festeggiare la letteratura sarda. Con un rapido excursus storico ha sottolineato il privilegio accordato fin dal XVI secolo alla poesia in sardo, mentre la produzione in prosa è rimasta in disparte. Negli ultimi 25 anni c’è stata un’inversione di tendenza, per cui oggi esistono oltre venti libri nelle diverse varianti della lingua di Sardegna fra i quali questo di Mariangela Dui, che sceglie il sardo per raccontare i personaggi della storia di Lula, le loro lotte, la vita nelle miniere, l’oppressione, le ingiustizie, la guerra, l’emigrazione ma anche le tradizioni, i valori comunitari, l’ospitalità, la forza e la memoria con trasparenza di sentimenti, con pagine poetiche di tenerezza e d’amore.
Dal canto suo, la Calia ha sottolineato la storia travagliata di Lula in cui convergono gli echi delle vicende dell’Italia e del Nuovo Mondo; ha citato Lilliu e la “costante resistenziale sarda” non solo contro i nemici del passato ma nei confronti di coloro che anche oggi vogliono eliminare i popoli minoritari. Rivivono tra le pagine di Meledda i luoghi raccontati dai nonni, i colori e i profumi che oggi non esistono più, come il minestrone di Callina preparato con su suffrissu de su lardu. Doppia soddisfazione rappresenta il fatto che proprio una donna abbia ottenuto questo premio prestigioso, in un periodo storico che si definisce moderno ma che spesso ripaga le aspirazioni femminili con l’esclusione.
Un contributo sul rapporto uomo-ambiente in Meledda è stato proposto da Denise Goddi che ha ricostruito il quadro della situazione di Lula, tra la fine del 1800 e la prima metà del 1900, attraverso i mestieri e le professioni svolti sia dai lulesi che da continentali e stranieri che, nel bene e nel male, hanno contribuito a plasmare la realtà sarda.
Pinuccio Canu ha motivato la scelta ortografica di una lingua non perfettamente lulese con la volontà e l’opportunità di coinvolgere in misura più ampia l’intero pubblico sardo.
Interessanti spunti di riflessione sono emersi durante il dibattito che ha sollecitato numerosi interventi.
Per Mario Puddu, direttore della collana Paberiles della casa editrice Condaghes in cui è inserito il volume e grande esperto di lingua sarda, il romanzo di Mariangela Dui ha rappresentato la possibilità di conoscere personalmente Lula e la testimonianza de una fizza de sa ’idda che finalmente racconta “la storia nostra e non quello che gli altri dicono di noi”, trasformando la “costante resistenziale”, precedentemente citata, in liberazione.
Con i ringraziamenti finali dell’autrice, nel ricordo di chi è mancato troppo presto, come i giovani Nemi e Luisa vittime innocenti, la serata si conclude secondo la tecnica “ad anello” iniziata con il messaggio di speranza del professor Zirottu, con le parole della bibliotecaria Maria Teresa Rosu che sogna uno scaffale con tanti libri di Lula perché la memoria e la cultura possono trasformare la realtà. Di certo si è sulla buona strada poiché in questi giorni nella comunità lulese sono stati presentati 3 libri, tra prosa e poesia, che innescano riflessioni e studi sulle vicende storiche, culturali, letterarie, linguistiche che stanno alla base del presente e della progettazione del futuro con risvolti e applicazioni civili e politiche.  

Miriam Punzurudu

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