Sulle tracce della memoria perduta

di Miriam Punzurudu

Come i fiumi carsici, che ora scorrono in superficie e poco dopo scompaiono inghiottiti dalle viscere della terra, si presentano le tracce di memoria della storia di Sardegna, oggetto della ricerca di Franciscu Sedda, attraverso la scienza del segno o semiotica che dir si voglia. Così il giovane studioso sardo, nei cinque saggi riuniti nel volume omonimo (Tracce di memoria, Cagliari, Condaghes, 2005, 261 pp., € 12,00), affronta questioni aperte che non possono lasciare indifferente il lettore sardo.
Nel primo studio, La memoria incompatibile. Il conflitto tra la Storia Sarda e quella Italiana, vengono esaminati alcuni processi culturali relativi alle lotte che si innescano quando si interroga la memoria, nella fattispecie la storia del popolo di Sardegna così come è immortalata nei testi utilizzati nelle scuole superiori italiane. La constatazione che i Sardi e il loro passato siano stati oggetto di una radicale “rimozione”, derivata dall’analisi di diversi manuali e altri contributi, evidenzia una ben precisa norma culturale; l’autore per ragioni di chiarezza prende in considerazione un solo testo scolastico, il Giardina-Sabbatucci-Vidotto nell’edizione del 1992, e da qui fa partire l’indagine. La prima citazione dei Sardi e della Sardegna, nel I volume, informa che l’isola appartiene a Bisanzio: si tratta di una delle poche indicazioni all’interno dei testi poiché spesso, per desumere l’assetto politico sardo, è necessario consultare le mappe geografiche.  Esemplare la trattazione dell’esperienza giudicale, specificamente sarda, che non viene mai menzionata ma fa capolino solo tra le carte geografiche presenti nel testo; nell’anno 1000 la Sardegna viene inquadrata come pertinenza del “mondo mussulmano” però curiosamente il Principe di Polonia, Miezko I, nel periodo compreso fra 985 e 996 d.C., scrive al Papa Giovanni XV per conoscere la forma di governo e l’organizzazione dei Giudicati per una eventuale applicazione! Mentre nella carta geografica del XI e XII secolo le rotte delle navi genovesi e pisane, che avevano rapporti commerciali con la Sardegna, sono ben distanti dall’isola, nella mappa che presenta il quadro politico italiano fra 1200 e 1300 la Sardegna, con  volo pindarico avanzato, viene considerata sottoposta al dominio aragonese. Ricordiamo che la concessione, datata 1297, da parte di Papa Bonifacio VIII agli aragonesi di infeudare la Sardegna, venne esercitata a partire dal 1325 e l’effettiva fruizione del diritto papale fu possibile dopo quasi duecento anni di lotte contro il Giudicato, poi Marchesato, d’Arborea. Risulta quantomeno sconcertante la sparizione dei soggetti, i Sardi protagonisti della storia, per cui l’isola viene considerata come sterile ambiente “naturale”, una postazione vuota da occupare a piacimento. Il II volume, nella sezione dedicata alla questione della lingua e della coscienza letteraria, presenta come assodata l’autorità di Dante nella valutazione delle parlate dei popoli che potrebbero essere considerati italiani, ma non riporta le parole del De vulgari eloquentia: “E anche rigettiamo i Sardi, che non sono italici ma agli italici sembrano doversi accompagnare, perocché questi soli ci appaiono privi di un lor proprio vulgare, e imitatori di grammatica come le scimmie degli uomini” da cui emerge la sensazione del contrasto fra ordine e disordine, cosmo e caos, confini ben riconoscibili e riconducibili all’epoca in cui nasce l’appellativo di barbari, con il quale erano definiti i sardi delle zone interne, maldisposti nei confronti dei Romani. Il concetto di barbari è collegato a quello di imitatori di grammatica e in seguito alla denominazione di cultura arcaica e di sub-cultura, tutti espedienti che mette in atto chi, non comprendendo i codici altrui, deve tracciare confini netti e sottolineare l’alterità. Un’altra assenza eccellente è quella che riguarda la “Carta de Logu”, documento fondamentale per la conoscenza della cultura e della lingua di Sardegna e testimonianza che gli stessi dominatori aragonesi riconoscevano l’esistenza della “Naciò Sardesca”. Mancano gli eventi rivoluzionari sardi della fine del XVIII secolo legati alle vicende internazionali e che nascondono anche la prima sconfitta di Napoleone proprio nel tentativo di sbarcare all’isola della Maddalena. Non è possibile dar conto di tutti i richiami, i nessi, le testimonianze, i confronti che l’autore propone e soprattutto degli interrogativi che restano sospesi. A questo punto sembra quasi materializzarsi un’espressione classica che indicava la condanna ufficiale dei personaggi dei quali si voleva cancellare ogni ricordo, distruggendo anche effigi ed epigrafi: la damnatio memoriae, che si ricollega al punto fermo rappresentato dalla frase ispiratrice della ricerca “La storia intellettuale dell’umanità si può considerare una lotta per la memoria”.
Il secondo studio si apre con una frase di de Certeau, quasi una sentenza, “la scrittura della storia è scrittura dei corpi”, che si riferisce al concetto della “colonizzazione” e del “corpo oggetto” che suscita un interesse etnografico. È necessario comprendere il modo, il momento e il motivo per cui il corpo sardo diviene “basso”, più basso degli altri e assume una valenza negativa che rasenta la colpa; è sorprendente constatare la facilità con cui questa indicazione, costruita attraverso storia e cultura, subisca un processo di “naturalizzazione” per cui diviene patrimonio del comune sentire. La questione si complica quando quel corpo deve entrare in rapporto con la guerra: coloro che erano stati definiti banditi e selvaggi sono chiamati ad essere martiri per la patria; l’urgenza di utilizzare il corpo dell’altro non concede il diritto di veder riconosciuta la sua alterità. Attraverso le fonti classiche, da Cicerone a Dante passando attraverso Papa Gregorio Magno, vediamo la costruzione della diversità sarda che trova la maggiore applicazione nel 1800 quando funzionari e viaggiatori tedeschi, russi, inglesi o italiani, si inoltrano nelle zone interne e danno origine ad una scrittura che Sergio Atzeni ha definito un “raccontar fole”; la descrizione si sofferma spesso sulle caratteristiche fisiche dei sardi che arrivano a determinare i limiti umani ed etici. Si veda a questo proposito la trattazione sulla delinquenza che viene fatta derivare dal temperamento dei Sardi e che giustifica la grande repressione nota, con toni più coloriti, come “Caccia grossa”. Però quei banditi barbaricini vengono definiti sos zigantes da Manlio Brigaglia, mentre dai testi poetici emerge la consapevolezza di un’epoca in cui uomini e donne sardi avevano una sola statura fisica e morale. Paradossale la testimonianza di Lussu relativa alla delusione della Brigata Sassari di fronte alla statura del Re: più basso dei Sardi! “Perdendo il prestigio fisico, il re cominciava a perdere anche quello politico, della sovranità, e finì col perderlo del tutto.” Ricco di spunti per una riflessione globale il terzo contributo, “Appunti sul nazionalismo sardo”, prende le mosse dalla configurazione del “nazionalismo linguistico” in Sardegna, attraverso il confronto fra le tesi di Matteo Madao e di Giovanni Spano; il primo, nelle tre opere scritte fra 1782 e 1792, in un periodo storico-politico di transizione dall’orbita spagnola a quella sabauda nel quale divenne obbligatorio l’uso della lingua italiana, esorta i connazionali “affinché si riapproprino della propria lingua” che risulta assente dai programmi scolastici e dai documenti ufficiali. Lo Spano, che elabora una grammatica e un vocabolario sul sardo, rispettivamente nel 1840 e nel 1851, pur avendo la consapevolezza che si tratti di una lingua, nella dedica alla regina Maria Teresa definisce l’idioma isolano un dialetto. Quali furono le cause del fallimento del riconoscimento della propria identità linguistica iniziato poco più di un secolo prima? Il rapporto fra cultura italiana e sarda si caratterizzò da subito attraverso il conflitto e con le parole di Francesco Masala si comprende la difficoltà di ricostruire la “storia dei vinti” in particolare quando si tratta di culture prettamente orali. Particolarmente dimostrativa la rappresentazione di due universi paralleli: quello sardo che si esprime attraverso canti e poesie popolari, o meglio nazionali, quello italiano che utilizza la lingua della borghesia, del Giornale di Sardegna e di Giovanni Maria Angioy; l’incomunicabilità fra le due sponde è ben descritta da Camillo Bellieni che nel 1920 sostiene che la Sardegna era una “nazione abortiva” perché pur essendo “nazione”, era “pensata in italiano”. Legittima la susseguente domanda “pensata/parlata in italiano, da chi?”.
Segue l’analisi delle ragioni della sconfitta della rivoluzione della fine del 1700, con l’esilio francese di Angioy la sua presa di coscienza della soluzione della questione nazionale risolvibile con la creazione di una Repubblica Sarda Indipendente. Il quarto saggio si propone la missione di salvare dall’oblio uno dei padri della Sardegna: Antoni Simon Mossa, personaggio “eclettico e creativo” che comunica i suoi pensieri in divenire: “Quale bandiera dovremmo agitare? O restare inerti in un mondo che cammina, ove le minoranze nazionali e le comunità etniche acquistano coscienza giorno per giorno?”. Lui non resta fermo, anzi attraverso la strategia della dissimulazione, insieme all’impegno nel Partito Sardo, di cui nel 1965 diventa direttore provinciale del sassarese, promuove una serie di convegni indipendentisti “clandestini” a partire dal 1967, da cui ha origine la “costruzione della Nazione” in termini più concreti. Sulla lotta contro il colonialismo richiama il confronto con la realtà dell’Algeria, dotata dalla Francia di uno statuto speciale di autonomia,che aveva riconquistato la propria libertà cacciando i francesi. Da alcuni scritti inediti di Angioy desume la riflessione sull’“indipendentismo razionale” che proprio nell’avvocato esule trova un legame, una continuità con la storia sarda, mentre rifiuta l’idea di Lussu secondo cui “un’isola così piccola, rispetto alle grandi isole degli altri mari, con questa sua posizione nel Mediterraneo, non poteva in nessun secolo vivere indipendente e sovrana” in nome di una libertà completa e totale. Un vero gioco di equilibri tra parole e loro significati si mette in moto quando urge il salto dall’autonomia all’indipendentismo; un momento importante è l’esperienza di Radio Sardegna “indipendente e sovrana” grazie alla quale il sentimento e la narrazione possono costruire il pensiero e il possesso della libertà.
L’ultimo saggio esamina le ragioni della Sardegna autonomistica attraverso gli scritti di Camillo Bellieni fra gli anni 1919 e 1925; l’analisi, costantemente supportata da citazioni, consente di valutare gli eventi storici e politici che hanno originato la cultura sarda e di rimisurarne la fisionomia e la portata. Si parte dalla constatazione che la guerra, il primo conflitto mondiale, ha contribuito a creare la consapevolezza dell’identità sarda; dal raffronto con altre terre si acquisisce la percezione di nuove prospettive economiche portatrici di benessere. Il sangue versato dai soldati sardi per la patria italiana legittimerebbe le richieste di privilegi. Molteplici interrogativi sorgono dalla comparazione tra teorie sardiste, autonomiste e indipendentiste, dal peso del fattore razziale, dalle valutazioni della storia sarda medievale; problematico il pensiero di Bellieni secondo cui la cultura italiana offre la possibilità di tracciare l’identità sarda che, in condizioni di esistenza indipendente, sarebbe equivalente all’incoscienza e alla “selvaticità”.

Miriam Punzurudu


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