Ragù di Capra di Gianfranco Turano

una recensione di Roberto Mistretta



Nel panorama italiano del giallo a caratura regionale, mancava la Calabria. Ci ha pensato Gianfranco Turano, giornalista nativo di Reggio Calabria che vive a Milano da vent’anni, a colmare questo vuoto.

Stefano Airaghi, milanese purosangue, attivissimo ed esperto di arti marziali, con un modo di pensare agli antipodi del meridionale tipico, è un truffaldino ammanicato con Sammy Morabito, calabrese doc, che ha studiato, e vive a Milano dove però continua a curare gli affari di zzu Saru. Airaghi, cellulare in una mano e rasoio elettrico a radersi la pelata in un’altra, lo conosciamo su uno yatch, nel limpido mare calabrese, ma non si gode il sole. In combutta con Sammy Morabito, organizza un piano per truffare l’assicurazione, affonda lo yacth nello Jonio e si finge morto, trovando ospitalità nella locride, presso amici di  Morabito. L’inedia però non è da lui, da buon milanese non è abituato a stare con le mani in mano, e quando viene a sapere che sott’acqua si nasconde un tesoro, con un manipolo di nullafacenti organizza il suo rischioso recupero. L’autore cala il lettore nell’indolente realtà calabrese, richiamata con espressioni dialettali e piatti tipici, compreso il ragù di capra del titolo e i paesi sonnolenti dell’entroterra reggino, ben rappresentati nella loro incoerenza: panorami da incanto mutilati da costruzioni sgraziate. E su tutti si allunga l’ombra della  ‘ntrina, la mafia calabrese.



Roberto Mistretta



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