Inchiesta Giallo siciliano
Domenico Cacopardo, lo sciasciano
di Roberto Mistretta
Oggi dire giallo in Sicilia è dire tutto! A parte Camilleri che fa testo a sé ed ha dato vita ad una vera e propria scuola, negli ultimi anni la nostra isola ha infatti prodotto un così cospicuo numero di opere che, del mistero e della tragediatina a noi tanto cara, prendono spunto per raccontare e raccontarsi, come già fece Giorgio Scerbanenco, inventando il noir milanese negli anni Sessanta.
Può un genere raccontare un’epoca? Una terra? Un popolo? Oppure aveva ragione Italo Calvino che aveva parlato, a proposito di Sciascia, dell’impossibilità di ambientare un giallo in Sicilia?
Ne abbiamo parlato col più sciasciano degli scrittori siciliani, Domenico Cacopardo (originario di Letojanni), siculo-emiliano di nascita, romano d’adozione, un nome che più siciliano non si può.
“Sono nato nel '36 –dice di sé- e quando è finita la guerra, nel '45, avevo 9 anni. Rispetto alla normalità dei siciliani che non hanno vissuto l'esperienza della Resistenza io ho avuto il vantaggio psicologico che la famiglia di mia madre è stata tra i fondatori del partito socialista alla fine dell'Ottocento; mia madre fu presidente del Cnl di Piacenza e sindaco della Liberazione e ha avuto su di me una grande influenza. Dopo la guerra mi ha spiegato cosa era accaduto in questo paese. La differenza tra nord e sud, anche dal punto di vista civile, trova una ragione anche in questo. Non solo la Sicilia non ha vissuto la Resistenza, ma la Liberazione è avvenuta con l'aiuto della mafia, perché la Cia nel '43 si alleò con la mafia”.
Magistrato del Consiglio di Stato, vive a Parma ma non ha mai tagliato il cordone ombelicale con la Sicilia. Cacopardo nei suoi libri ricorda giust’appunto l’impegno di Sciascia, denunciando gli scandali che coinvolgono i notabili siciliani, paradigma del malcostume di tutta la società italiana. Ma ha anche raccontato (in Cadenze d’inganno), i maneggi che avvenivano al ministero della Difesa. Nella geografia del giallo siciliano, la parte orientale dell’isola che va da Messina a Siracusa, sino a pochi anni fa non compariva neppure. Cacopardo ha rimesso le cose a posto già col suo romanzo d’esordio, Il Caso Chillè (1999), ambientato nella Messina del primo Novecento ricostruita eccellentemente. Coi romanzi successivi, da L’endiadi del dottor Agrò (2001) a Cadenze d’inganno (2002, tutti editi da Marsilio), cambia l’ambientazione ma resta immutato il suo stile secco, forbito, e l’impegno politico che traspare dall’abilità nel costruire polizieschi con trame intricate quanto credibili, dove racconta il santuario inesplorato dei ministeri e dei burocrati, facendoci toccare con mano ciò che avviene nei palazzi.
Protagonista è il procuratore della Repubblica Italo Agrò, che torna anche ne La mano del Pomarancio (Mondadori 2003), dove svolge un’indagine parallela a quella dell’investigatore privato Puccio Ballarò, titolare della Ballarò Investigations, un metro e sessantacinque per ottanta chili, gran conoscitore del mondo ma con in mente solo fimmini, piccioli e buona tavola. Cacopardo ha pubblicato anche Giacarandà (il libro che ama di più) ambientato nel 1747, un romanzo storico molto moderno. Il marchesino Giulio Límiri, vuole costruire una nuova casa nella baia sotto Taormina. La vicenda si complicherà con le feroci quanto sotterranee lotte tra domenicani e gesuiti (e qui il parallelo con Sciascia ritorna, basta citare Il Consiglio d’Egitto).
Il 15 marzo è uscito per Baldini, Castoldi-Dalai il suo nuovo romanzo, Virginia.
“Si tratta –dice l’autore- di una storia d'amore che si conclude con un omicidio-suicidio consumato da due anziani. Lei ultraottentenne, lui quattro anni meno di lei”.
Tra gli scrittori siciliani, Cacopardo ama moltissimo Salvatore Quasimodo, Vincenzo Consolo e Leonardo Sciascia, più in generale predilige Sartre, Malerba, Gadda, Vittorini e dei contemporanei, Barbero e Bruno Arpaia. Si sente mille km lontano dalla scrittura di Camilleri.
Le scoccia se la definiscono giallista?
La definizione di giallista non mi garba. In effetti, non amo le definizioni di genere. Se ho in corpo una storia la racconto senza pormi il problema della sua natura. I miei romanzi raccontano l'Italia contemporanea e non, compreso il delitto, evento drammatico che consente di catalizzare le vicende dando loro un ordine eziologico e finalistico.
Chi è realmente il suo dott. Agrò?
Per quanto ne so, è una persona comune, con un normale senso del dovere, con una normale capacità di lavoro. E mi piace per questo: non si tratta di Superman, ma di un onesto magistrato di procura della Repubblica.
Quanto della sua professione trasfonde in lui?
Niente di Agrò deriva dalla mia esperienza professionale. Agrò deriva dall'osservazione del mondo contemporaneo e dei rapporti potere economico-politica
Quali storie le preme raccontare come scrittore ma che non ha voluto o potuto raccontare come burocrate ad alti livelli?
Non ho ancora incontrato limiti nei miei racconti, né mi sono posto dei limiti. Un solo freno: non racconto né racconterò mai in forma di romanzo e simili, i contenuti di ricorsi che tratto come Consigliere di Stato. Ricorsi che rappresentano vicende umane e che non ho il diritto di usare.
Ha mai dei dubbi di andare oltre quando racconta una storia?
Non ho ancora avuto dubbi sul cosiddetto "andare oltre"
Dove sta andando secondo lei il giallo siciliano?
Non so dove stia andando il giallo siciliano come del resto quello nazionale. Mi sembra che il giallo siciliano si stia desicilianizzando come il giallo italiano sta diventando sempre meno caratterizzato e più convenzionale.
Cosa ne pensa del proliferare di questo genere nella nostra isola?
Mi sembra che ci sia una diffusa stanchezza tra i lavoratori del pc nel concepire storie e nel narrarle con il giusto approccio letterario. Ho la sensazione di una sorta di rito ripetitivo. Un'eccezione gradevole: Ottavio Cappellani col suo “Chi è Lou Sciortino?”
Pur vivendo al nord ha scritto storie ambientate in Sicilia. C’è una ragione precisa?
Non ho scritto solo storie ambientate in Sicilia. Cadenze d'inganno e La mano del Pomarancio non sono ambientate in Sicilia ed anche il prossimo romanzo di Agrò "L'accademia di vicolo Baciadonne" è ambientato a Viterbo.
Si definirebbe un nipotino di Sciascia?
Premesso che considero vergognose le parole che il cosiddetto 'filofoso' Sgalambro dedica a Leonardo Sciascia, stimo troppo e venero troppo la sua memoria per poter chiedere o vantare l'appellativo di suo nipotino. Sciascia rimane un grande letterato che ha (ri)condotto la Sicilia al centro dell'attenzione del mondo.
Quanto secondo lei il successo di Camilleri e la cronaca giornaliera, hanno inciso in questo boom di giallisti?
Camilleri con il suo giallo nazional-popolare leogullottiano ha attirato di certo l'attenzione del più vasto pubblico -quello che vede soap e serials- sulla Sicilia e sui siciliani. Ma quel vasto pubblico -nel bene e nel male- non ha trovato ciò che si aspettava di trovare: né la gnagnera dialettale allusiva né la lievità inconsistente delle storie.