Inchiesta giallo siciliano
Piergiorgio Di Cara e Giacomo Cacciatore

Il poliziesco made in Sicily
tra Lucarelli e Scerbanenco

di Roberto Mistretta


Appartiene alla scuola dei duri, quella che ha fatto del poliziesco e del noir un’icona e si riconosce nel nuovo caposcuola bolognese del gruppo dei 13, Carlo Lucarelli. Piergiorgio Di Cara, (1967), nativo di Palermo è Commissario Capo della Polizia di Stato e dirige il Reparto Prevenzione Crimine a Siderno. Ha pubblicato i racconti “Cammina stronzo”, e due romanzi “Isola nera” e il recente “L'anima in spalla” (E/O). In quest’ultimo leggiamo anche un realistico memoriale di un mafioso pentito, frutto dell’esperienza sul campo del commissario/scrittore Di Cara che del poliziotto ha tutto: l’andatura, il fisico, un certo modo di guardarti. Lo stesso come scrittore: l’attenzione per i dettagli, il gusto della ricerca, la passione per il confronto. Il suo personaggio è Salvo Riccobono, commissario a sua volta.
- Di Cara, c'è un modello di scrittura o uno scrittore al quale si ispira?
“Tra gli autori di noir italiani, mi sento molto vicino a Lucarelli, nello stile e nell'impostazione del racconto. Sono convinto che il prodotto finale di uno scrittore sia anche la summa delle sue esperienze culturali, delle sue letture, dei suoi miti e riti. Io sono grato a molti autori, non tanto perché mi hanno influenzato, quanto perché mi hanno entusiasmato, commosso, rapito, sedotto.”
- Si sente sminuito se la definiscono giallista? “Affatto, anzi mi piace molto la definizione di autore di genere.”
- Chi è realmente il suo Riccobono?
“Be’, in Riccobono è presente la mia equazione personale, voglio dire è un personaggio che mi somiglia molto, una sorta di alter ego. Ma Riccobono è anche, e forse soprattutto, un carattere, un personaggio da romanzo, con la libertà ed i limiti che da ciò discendono.”
- Quanto della sua professione di commissario trasfonde in lui?
“Direi che la mia professione entra nelle storie che racconto in quanto cerco sempre di rimanere vicino al mondo che conosco e che frequento nel mio lavoro. Faccio in modo di scrivere delle cose che se non sono vere, sono almeno verosimili. Parlo di poliziotti che somigliano ai poliziotti, e banditi che somigliano ai banditi. Non so se mi spiego: niente eroi da soap opera, né orchi.”
- Ci sarà una terza avventura di Riccobono?
“Sì, sto lavorando al nuovo romanzo che racconterà i fatti che gli succedono dopo la sua partenza da Lipanusa, dove è ambientato Isola Nera il primo romanzo. Il titolo è "Il Cuore Miope", la storia si svolge in Calabria, in un piccolo commissariato della locride dove viene trasferito per ragioni di sicurezza. Sarà una vicenda molto aspra e dolorosa, un po' il frutto della mia esperienza da Commissario a Siderno, nella locride appunto. Invece, più o meno in estate, uscirà un mio nuovo romanzo dal titolo "Hollywood, Palermo", per i tipi della Colorado Noir. In questo libro fa la sua apparizione un personaggio nuovo, un ispettore della Sezione Omicidi della Squadra Mobile di Palermo, alle prese con un omicidio dalle fosche tinte.”
- Quali storie le preme raccontare come scrittore ma che non vuole raccontare  come poliziotto?
“Quelle che racconto da scrittore sono le storie che racconterei da poliziotto. Ritengo di avere il senso della misura, di saper riconoscere quali vicende lo scrittore può rubare allo sbirro.”
- Dove sta andando il giallo siciliano?
“Non so dove stia andando, sicuramente procede di buona lena. Quello che mi auguro è che noi autori siciliani riusciamo a mantenere alto il livello della nostra scrittura, senza scadere nello stereotipo o nella maniera. Il punto di forza del giallo siciliano sta proprio nella ricchezza della lingua e nell’eleganza del tratto, vorrei che continuassimo così.”
- Quanto il successo di Camilleri e la nostra cronaca giornaliera incide in questo boom di giallisti?
“Camilleri ha fatto e fa da traino per la narrativa poliziesca italiana intera, e non solo isolana. Quindi ritengo che abbia un peso specifico considerevole. La cronaca è il pane quotidiano, o dovrebbe essere il pane quotidiano, di ogni buon giallista. I romanzi sono lì, per strada, nelle case, nei garage delle nostre città, basta solo raccontarli.”
Lo stile secco e diretto di Giacomo Cacciatore, (calabrese di nascita, vive da sempre in Sicilia), giornalista, ricorda il grande Giorgio Scerbanenco e la sua lucida quanto spietata durezza nelle short story metropolitane raccolte nei volumi Milano calibro 9 e Il Centodelitti. Cacciatore è autore di due romanzi noir a puntate, pubblicati nell’edizione siciliana de La Repubblica, e dei racconti “L’abbaglio”,  (Giallo Mondadori, 14 colpi al cuore) “Di che colore è uno sbirro” e “L’uovo” (Duri a morire-Dario Flaccovio).
Ne “L’Abbaglio”, Cacciatore dà vita al brigadiere Vittorio Cacciameli, che deve risolvere uno strano omicidio a Ballarò. Si chiama invece Basilio il protagonista del racconto “Di che colore è uno sbirro”, un noir secco come un pugno a tradimento. Nel 2004 ha pubblicato un saggio sul cinema di Fulci ed ha partecipato al romanzo collettivo “Le tre bocche del drago” (Larcher). Di prossima pubblicazione il nuovo romanzo, “Sangue del mio sangue”, ma sta già  lavorando ad un nuovo romanzo.
- Cacciatore, la verità: le sta stretta l'etichetta di giallista?
“Chiunque scriva può definirsi scrittore a tutto tondo: non importa che tipo di letteratura produca, ma lo spirito con cui la produce. Dipende dalle scelte del singolo. A volte ci si impongono dei percorsi forzati per non correre rischi, forse credendo di andare a colpo sicuro e incontrare il favore del pubblico. Di contro, esistono giallisti, o noiristi -o comunque li vogliamo chiamare- che ancor prima di definirsi e farsi definire scrittori “di genere” sono scrittori a tutto campo; raccontano storie che appartengono al proprio vissuto, cercano di farlo al meglio e la tendenza a usare gli strumenti del noir è del tutto incidentale, perché fa parte della loro formazione. Il problema, secondo me, è quando si parte dal genere come premessa imprescindibile.”
- Vale a dire?
“Che poi ci si sente obbligati a usare tutti i meccanismi e i luoghi comuni del genere stesso, soprattutto quando la premessa è che “fa tendenza”. Vogliamo parlare di etichette distintive? Ecco: ci sono i furbi e gli onesti. Quelli che scelgono le scorciatoie e quelli che rischiano di più, mantenendo saldo il loro patto di lealtà nei confronti del lettore e della realtà che li circonda, cercando di scavare, sviscerare, capire.  E’ così nella scrittura come nella vita, credo.”
- Nei suoi racconti aleggiano atmosfere che ricordano Giorgio Scerbanenco. Quanto si ispira a lui?
“La scrittura di Scerbanenco è così tagliente e moderna che risulta davvero difficile non farsene contagiare. Mi piacciono la sua ferocia e la sua ironia. Il suo essere legato alla realtà del tempo senza per questo rinunciare ad impennate paradossali, allucinatorie. Credo che Scerbanenco sia un autore insuperato e ancora attuale. O magari è il nostro paese a non essere cambiato veramente.”
- Che ne pensa degli altri giallisti siciliani?
“Quando leggo, cerco persino di dimenticare se un autore sia siciliano. Voglio che non diventi una discriminante per me come lettore, e che non influenzi il mio giudizio. Direi che in generale c’è una varietà di toni e di registri della quale non ci possiamo lamentare. Se proprio devo citare qualcuno: a me è piaciuto molto il romanzo “Di nome faceva Michele” di Gery Palazzotto, perché ha uno stile nervoso, limpido, e non si sforza di raccontare una storia simpatica a tutti i costi. Rifugge l’auto-compiacimento del quale spesso noi siciliani pecchiamo, nella vita come nella scrittura.” 

Roberto Mistretta


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