La straniera

di Marco Rufini

Prende il sole mezza nuda sul terrazzino. Lo fa quasi per dispetto. Se qualche vicina la vede, tanto meglio!
Capelli grossi e biondi, ossigenati. Il seno che inizia a scendere, parecchia cellulite. Occhi verdi da gatta, culo alto, smalto nero sulle mani un po’ tozze.
Ognuno ha diritto di campare – pensa tra sé -. Ognuno ha diritto di difendersi.
Lui dice che mi troverà un lavoro onesto.
Non è cattivo. Ma è bruttino, attempato. I capelli col riporto, un nero troppo nero. La pancetta e il fiato pesante.
Convinto di essere un grande scopatore. Ok, ok, la musica è sempre la stessa: <Come godo! Come godo con te! Mi fai morire, toro scatenato!>.
La casa non è mica un gran che. Ma almeno è una casa. E ci sono sempre un po’ di euro nella credenza per fare la spesa.
Non mi parlano, quelle del paese. Fanculo, pettegole! Beghine presuntuose. Racchione ignoranti e maligne. Gente che non ha visto mai il mondo. Ma i vostri mariti, i vostri figlioletti…, se voglio ve li scopo tutti quanti!
Il mio lo abbordai al “Paradise”. Allora ero proprio una gran fica. Lavoravo da poco, senza manco permesso di soggiorno. Gente brutale, figli di puttana. Ludmilla, la mia amica, una notte sparì e non la vidi più.
I maschi. Che schifosi! Non ho avuto che male. Solo mio nonno, laggiù al paese, mi teneva sui ginocchi e cantava le ballate.
Sono nata dalle parti di Fagaras, in mezzo ai monti della Transilvania. Patate e freddo. Ma l’estate, quanti tuffi nel fiume! Il fiume Olt, i pesci da mangiare arrosto.
D’inverno, sul fiume ci si poteva pattinare. Una volta venne pure mia mamma, poveretta. L’unica volta che l’ho vista ridere veramente di cuore.
Anche qui pescano. Ma puzza di fango. Non mi piace per niente. Lui ci va matto, per la carpa, e mi tocca cucinargliela. Ho anche imparato a friggere quei pascetti, com’è che li chiamano? A sì, gli agoni. Mi vengono belli croccanti. Con l’insalata non sono male.
Ha un distributore della Total. Lavoricchia, niente di che. Soldi ne occorrono tanti.
Per me ha lasciato la moglie cicciona e due figli già grandini.
Che posso fare io? Me lo tengo. Non voglio tornare certo in mano ai malviventi. A coccolare mille maiali, fargli schizzare fuori la loro roba, e sotto un altro. Meglio uno solo, il mio caro porcello addomesticato. E mangiare bene, guardare Maria De Filippi, comprare ogni tanto una maglietta di Armani.
Qualche volta mi porta a ballare. Fuori, dove non ci conoscono, in Toscana. Gli voglio un po’ di bene. Ma se faccio un capriccio, subito mi rinfaccia la vita.
Dal terrazzino si vede il lago. Di là il borgo, la chiesa.
Io ci vado, in chiesa. Il prete è buono. Lui capisce tante cose. Ma mi sgrida lo stesso, perché ho rubato un uomo.
Il lago non mi piace tanto. L’estate si asciuga e puzza di alghe, è giallastro. Il mio fiume correva fresco e vivo. Aveva la sua voce, mi chiamava. Il lago sta zitto, è noioso.
Da bambina qualche volta sono stata felice. Bellina per davvero, allegra, piena di salute.
Poi il seno, il mio famoso culetto. Non hanno avuto neanche un pelo di rispetto. A tredici anni uno di quaranta mi si fece per forza, proprio lì, lungo l’Olt, in mezzo all’erba alta.
E adesso eccomi qui. Chi l’avrebbe mai detto? Puttana. Mantenuta. Al lago Trasimeno.
Meglio così che peggio. La carità del cazzo.


Invia i tuoi commenti a commenti@villanovastrisaili.com


Ritorna a Narrativa

Home