Farfalle in trincea

di Emanuele Savasta


In mezzo a tutta quella gente non riconoscevo più alcuna faccia, nessun amico, nessun parente. Ogni persona aveva la stessa maschera posata sul volto. Eravamo all’incirca un duecento e di questi molti stavano nascosti dietro occhiali neri e strofinavano continuamente grandi fazzoletti sotto le scure lenti. Altri bisbigliavano parole agli orecchi dei propri vicini. Mi sembrava che l’unico impassibile, quasi senza sentimenti, senza emozioni, fossi proprio io! Questo è molto strano poiché sono al funerale di mio nonno, l’unico nonno che ho conosciuto e l’unico padre, poiché il mio è morto quando  ero ancora  in fasce.
La processione seguitava lentamente lungo le strade cittadine e dopo un tre quarti d’ora eravamo già davanti al cimitero.
All’interno del campo santo regnava la pace, il cinguettio degli uccelli che si ripeteva da ramo in ramo arrivava alle mie orecchie e sprigionava dentro me un senso di felicità. Attraversammo tutto un lungo viale, poi, alla fine di questo, svoltammo a destra. La scena era molto strana e divertente. Nella mia testa pensavo a come dovevamo sembrare dall’alto, da lontano. Si! Dovevamo sembrare propri buffi, un enorme codone nero, un grosso serpente che ha per testa una bara. Un serpentone che si muoveva omogeneamente nella stessa direzione.
Arrivati davanti a quel gelido pezzo di marmo che diventerà tra pochi istanti l’abitazione di mio nonno, il giovane prete che celebrava il funerale, ruppe il silenzio con le sue tristi preghiere. Io non gli diedi molta importanza, preferivo guardare tutto ciò che mi circondava e restare nel mio stranamente felice silenzio. Osservavo il cielo, le nuvole, il verde scuro dei cipressi che contornavano quei cassoni di cemento. Abbassai lo sguardo e vicino a tutta quella gente nera, vicino alle parole sofferenti di quel prete, accanto alla tomba di mio nonno, volteggiavano leggere nell’aria due bellissime farfalle nere e gialle. In pochi attimi tornai ad un cinque anni fa, prima di partire in guerra.
La casa di mio nonno era il mio rifugio d’infanzia. Grande, spaziosa, con i suoi muri anneriti, le sue tegole pronte a caderti in testa, la sua polvere… una catapecchia insomma! Ma era la mia preferita! Era per me magico entrare ed assaporare con curiosità quel luogo, quelle persone a me tanto care. Persone che mi parevano anni lontane da me, dal mio modo di fare, di pensare, ma  nello stesso tempo tanto piene di sapere, di esperienza. Ricordo il piacere che provavo, e che provo tuttora, quando, dentro quell’enorme cucina tagliavo con i temperini, trovati nei vecchi cassettoni, grosse fette di formaggio duro fatto in  casa, con insieme una fetta di pane. Uscire quegli oggetti dalla dispensa era un rito sacro, quasi magico per me. Con mio nonno sin da piccolo ho tenuto uno splendido rapporto, tutto basato sui racconti e sull’esperienza.
Nella mia infanzia era il mio cantastorie: Ricordo serate intere passate attorno al fuoco, con i miei cugini ad ascoltare i “cunti ro nonnu”. Restavamo affascinati, imbalsamati, ipnotizzati dalla sua voce, da quelle cadenze, da quelle sue fiabe. Nella mia adolescenza è stato il mio più fidato amico: Avevo un rapporto stupendo con lui, quasi non vero, ma non  riuscivo a capirlo, ad intuirlo, solo adesso ne sono cosciente. Io ero timidissimo allora e probabilmente lo sono tuttora. Con lui parlavo pochissimo, forse niente! Ma lui, non so come, mi conosceva profondamente. Proprio per questo cercava, con i suoi modi a volte rozzi, di farmi superare le mie paure, le mie incertezze. Era il primo a mettersi in mezzo, ad immischiarsi, in ogni tipo di faccenda che mi riguardava. Ricordo benissimo, come fosse oggi, come, ogni volta lui mi spingesse in continuazione tra la folla e soprattutto sopra le ragazze, durante le feste del paese. Lo faceva per incoraggiarmi a ballare, per vedermi tra le braccia di qualche donzelletta. Io, molto spesso, tornavo indietro, amareggiato da quell’atteggiamento così rude e poco sensibile nei miei confronti, ma quelle spinte mi davano sempre più forza fino a quando non mi addentravo, con le mie forze, tra la bolgia. Nella mia età matura è stato il mio padre bugiardo: Era tempo di guerra, ed io ero stato arruolato per la campagna in Grecia. La sera prima di partire andai a mangiare a casa dai nonni, l’atmosfera era molto tesa ed io, pur consapevole di voler partire, tremavo come una foglia. Tutta la cena si svolse come una messa, in rispettoso silenzio. Dopo cena ci accovacciammo tutti davanti al fuoco. Il Nonno mi guardò in faccia e mi disse:  ” Sai pure io sono andato in trincea al mio tempo! La guerra è brutta e fa male, fa piangere, fa morire, pur essendo vivi! Ma anche lei ha i suoi momenti felici. Non posso dimenticare mai una notte. Mi trovavo in prima linea, l’aria era ferma ma l’umidità bagnava anche le ossa. C’era molta nebbia e le uniche cose che si distinguevano erano gli scoppi delle granate e le strisce dei proiettili che colpivano i tuoi fratelli. Urla e pianto, le uniche musiche che puoi percepire in guerra e quella notte vi fu una vera e propria orchestra. Davanti a me, sotto quella fitta nebbia, vedevo morire centinaia d’uomini con nulla di diverso da me, a parte  la divisa. Toccavo il loro sangue ed era rosso, uguale al mio. Sentivo il loro dolore ed era anche il mio. Ma non tutto è cattivo in guerra! All’alba, dopo quella lunga notte di battaglia, in trincea, in prima linea, due farfalle nere e gialle svolazzavano sul filo spinato. E’ un evento poco importante ma che dà un po’ di valore in più alla vita, in quell’universo di morte.”
Alle sue parole avevo smesso di tremare, avevo paura certo ma mi aspettavo di trovare anche nuove gioie giù in trincea.
Bene ora sono qui, ho superato la guerra e le sue intemperie ma ho scoperto che mio nonno è stato un gran bugiardo. Ho passato un anno  sul fronte greco, sul fronte della morte, del sangue e delle lacrime. Ho visto morire milioni di persone con lo stesso sangue, la stessa pelle, lo stesso entusiasmo, gli stessi sogni miei. Persone con cui ho condiviso la morte, le sigarette, le prostitute. Persone morte ormai, morte come me. Forse è proprio per questo, per aver provato la morte intensa, che la morte di mio nonno non mi commuove per niente, non mi lascia annerito. Caro nonno ho aspettato tanto la nebbia e l’ho trovata, ho aspettato tanto la notte difficile e l’ho trovata, ho aspettato tante albe e tutte sono venute, ho aspettato la felicità ma ancora non l’ho trovata e vivo con la morte negli occhi e le uniche farfalle che vedo sono qui al tuo funerale.

Savasta Emanuele 2004

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