La Sesta Ora di Salvatore Niffoi

una recensione di Dario Fani

Uscito per i tipi della casa editrice Il Maestrale, “La sesta ora”, ultimo lavoro di Salvatore Niffoi, conferma quanto di buono si sapeva dello scrittore oranese.

Niffoi, sempre lontano da un palco mediatico che spesso vede coinvolti gli scrittori dell’ultima vague sarda, ci propone un romanzo intenso, crudo, diretto, che tocca i nervi scoperti della sarditudine. La storia è quella di Bachis, sarto-bambino di Ularzai che esce dalla sua isola per acquisire tanta notorietà e tanta ricchezza quanta inquietudine; una inquietudine che lo accompagnerà per tutti i suoi cinquant’anni di vita. La sua storia è la storia della famiglia Voettone, benedetta dai soldi del sarto e maledetta dagli stessi. Una famiglia di sconfitti, in cui la morte e la disperazione sono padroni.

La scrittura è aspra, diretta come un pugno allo stomaco: le invenzioni narrative si alternano pagine dopo pagina, riempiendo tutti gli spazi del libro, e non lasciando un attimo di respiro. La contaminazione che Niffoi fa tra il sardo e l’italiano raggiunge qui delle vette notevoli (vette che già nel precedente lavoro “Cristolu” erano assai elevate), sia come arditezza che come capacità di creare neologismi, di adattare la parola già esistente ad un altro, nuovo registro. La lettura non è sempre agevolissima, e richiede molta attenzione se non si vuole perdere nulla della bravura dell’autore a giocare con le parole. La capacità di Niffoi di creare atmosfere magiche torna anche in questo suo quarto romanzo; atmosfere che variano dal crudo al visionario, dal gotico al decadente.



Un romanzo impedibile per gli amanti della narrativa sarda contemporanea,

che fa di Salvatore Niffoi l’autore più interessante tra quelli attualmente conosciuti, sia per la capacità di creare storie che non siano sempre (o quasi sempre) gialle, sia per la capacità di giocare con due lingue fino a costruirne una terza: ridondante, ricca, fiorita. Bravo.


Dario Fani



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