L'arte di Gianni Latronico dalle origini al www
di Ivan Latronico
Non so. Può essere sia solo l’ubriacatura del caldo, l’improvviso salire dal livello del mare a ottocento metri circa (o più?). Non so. Ma non credo. Deve trattarsi di qualcosa d’altro. Forse c’è una magia che quest’isola del mediterraneo nel mezzo nasconde. Perché proprio non distante di qui –ad Orani, non molto tempo fa mi erano accadute altre cose, tutte belle. Sarà forse perché vi crescono questi fichi dalla scorza così scura e spessa, che maturano prima degli altri e dentro nascondono una dolcezza insospettabile, o sarà perché nell’aria, lungo la via del mare, un po’ ovunque si respira l’odore buono degli eucalipti. Sarà perché ci finisco sempre quando sono in vacanza, con l’animo aperto e la gioia predisposta nel cuore. Sarà anche perché, durante il viaggio, mentre sei alla guida dell’auto, accaldato e vinto dalla stanchezza, ma costretto ancora a fare un pezzo di strada in retromarcia, una strada stretta e ripida, senza poter vedere dietro, perché con l’andare delle ore, la comitiva si è allargata e il pianale è sparito e il bagagliaio s’è trasformato in un muro di borse e buste, e tu pensi che non puoi farcela, che gli specchietti sono solo un opaco aiuto, quasi inservibile, e che le braccia non riusciranno a manovrare con la giusta velocità lo sterzo, e stai lì lì per rinunciare, ecco –appunto, che Camino, che è una ragazza castigliana, di Burgos ed ha la erre più arrovellata di tutta la Spagna, ed è nella tua auto quasi per uno sbaglio, capito il tuo imbarazzo, si sporge dal finestrino e ti dice piena di entusiasmo e serenità: “No hai problema, Dario.” E pure se tu sai che non può vedere molto più di quel che vedi tu, decidi comunque di crederle e dai gas e via, e ti sembra che davvero: No hai problema, Dario. Ne tu, ne nessun altro, mai. Neppure quando sei in retromarcia alla cieca e la strada è in salita.
Magia dell’isola: sei in cima all’incrocio, sovrano sulla piazza. Come mai avresti creduto ti sarebbe riuscito.
Oppure sarà per via di quel mistero che tanto ha affascinato Palmiro Salis “Dalla forza venne la distruzione e dalla distruzione la dolcezza”, mistero che –se proprio non è così– è così che lui lo ricorda e visto il modo in cui gli si illuminano gli occhi quando lo racconta, vero o falso che sia poco importa, perché resta comunque intriso di poesia –la sua. O sarà perché Santina, sua moglie –che viene da un mare così strano e diverso e lontano da questo, ma ha nel viso la stessa stupita bontà ha piacere di offrirti ogni volta il pesce che suo marito ha pescato e se non ne ha pescato allora spenna e cucina un galletto al sugo per te. O sarà anche perché è veramente raro per noi di città arrivare in un posto, quando già fa sera, senza un preciso luogo dove andare a dormire e neppure un indirizzo, il nome di un hotel o un numero sicuro e trovare una così aperta inattesa ospitalità. Un barista che smette di fare il barista e lascia i clienti a gola asciutta (una follia con quel caldo) e si fa in quattro –nel senso vero della parola, cioè chiama altri tre compaesani– per cercare il telefono di un tizio di un’associazione che potrebbe aiutarti. Un ristoratore che si trasforma in un’agenzia di Bed & Breakfast e la presidente della lega dei trentenni che ti scorazza da una parte all’altra del paese in cerca di uno scrittore che dicono che forse può ospitare, ma tiene sapientemente il cellulare spento, come se avesse intuito l’imminente pericolo. E ti ritrovi a trattare con il figlio, che ha solo nove anni, ma è dolcissimo, anche se ha due cani e insiste a dire che tu somigli a quello grassoccio. Sarà che poi finisci col dormire con cinque francesi che alle sette del mattino decidono che è un buon orario per alzarsi e non vogliono sentir ragione del fatto che tu sei romano e ieri notte, circa alle due, eri ancora in piedi. “Aller Mounsier! Aller!”
Sarà anche che poi ti trovi a mangiare del formaggio dal sapore aspro ma irrinunciabile, pomodori sott’olio mescolati a funghi e melanzane e un’insolita pasta tonno e panna, attorno ad un tavolo, dove stanno, nello stesso istante, raccolte una studentessa sarda che prepara una tesi sui Murales, una futura archeologa spagnola, un’insegnante di matematica nata a Milano ma ormai fiorentina, un ingegnere pisano, una pittrice argentina, e una stupenda padrona di casa che si muove e si agita –con questo caldo che uccide– più rapida e tenace delle trottole che vendono qui in paese. Per non dire del suo splendido figlioletto. Tutto accompagnato da del buon vino, che ha sempre qualche grado in più di quelli cui si è abituati. Oppure sarà perché te ne vai a zonzo fra le vie di questo folle paesino, vie che salgono o scendono e non sanno cosa sia una strada piana e dovunque mandi lo sguardo trovi colori, e facce e scritte che ti fanno pensare, senza tregua, cose belle e terribili, divertenti o tristi: mai gratuite. Come se non ci fosse spazio per il superfluo. Costringendoti ogni volta a stare dentro le cose. Spremendoti come fosse un limone ogni goccia di sentimento che ti eri riservato di nascondere nell’animo. Sotto un sole caldo, inclemente che ad ogni passo ti ricorda che la vita –la vita vera, genuina è sempre un misto di fatica e sudore e tutto quel che non viene da lì: non ha sapore. Sarà perché la forza di quelle immagini dipinte sulla pietra, fra gli angoli dei muri, su porte e finestre di legno, ti resta sulla pelle, come la salsedine dell’acqua del mare o forse ancor di più perché neppure la doccia della sera è capace di mandarla via. Oppure sarà perché sei stato così fortunato che capita che ci siano gli autori lì intenti a dipingere, fra impalcature, barattoli, pennelli e colori e abbiano –più o meno tutti, la pazienza di farsi tagliuzzare dalle tue continue domande e con cortesia darti le loro risposte sempre sincere e schiette, prive di timori o avidità, risposte che ti fanno entrare nel loro mondo con una estrema semplicità e svelano qualcosa in più, impreziosiscono quelle stesse storie che sono già state spalmate a colori, sul muro, dalla loro sensibilità. O sarà ancora per via di tutto il resto che succede, per la bellezza con cui –qui, si riempiono i silenzi. Per la libertà che avverti nel poter raccontare di te e nel modo in cui ognuno racconta all’altro di sé, di certi suoi dolori, di certi suoi entusiasmi, di certe sue paure, di certi suoi progetti, di certe sue dolcezze, di certe debolezze. O sarà ancora per chissà quante altre cose che io non so –magia dell’isola– ma ecco che, all’improvviso, un momento prima di congedarti da quell’improponibile compagnia, mentre il sole rende rosa le montagne che ti impediscono di vedere là dove sta il mare e porta a dormire una giornata che non è stata una semplice giornata, ma una irrimediabilmente magnifica giornata, senti impellente il bisogno di ringraziare ognuna di quelle persone che hai intorno, dai compagni di viaggio scelti a quelli trovati, perché grazie a loro e alle infinite voci di questo strano paesino sperduto fra i monti della Barbagia ti sei ricordato qualcosa di importante e prezioso: ciò che sei, ciò che siamo.
Non siamo semplici esseri della terra. Siamo creature divine: fatte a immagine e somiglianza di Dio (quale dio non importa, sceglietelo voi). Di tutto il creato, i suoi figli prediletti. Ognuno di noi. E i potenti del mondo, i ricchi, e gli avidi, e i giganti, gli speculatori, gli sfruttatori, gli stupratori sono solo bambini screanzati che hanno indosso maschere troppo spesse da scorticare per poter rivelare la loro natura più vera e bella: quella divina. Poveri loro. Dio li aiuti, se ancora può. Perché in questa splendida immersione di bontà, vorresti –credetemi– perdonarli tutti e poter salvare anche loro, vorresti insomma che anche loro potessero con te –almeno una volta– sognare questo meraviglioso sogno che stai vivendo in questa giornata buona che si addormenta. Che irrimediabilmente finisce.
E davvero al momento dei saluti pensi ad una maniera per ringraziare questi tuoi improvvisati compagni di viaggio. Ma ogni idea ti sembra poco. E –alla fine, fai l’unica cosa che ti è concesso di fare in una occasione così rara e bella. Li baci e li abbracci tutti. E senti che loro sentono.
Così quando arrivi al letto, pur se stremato da una felice stanchezza hai paura ad addormentarti perché –pur se vorresti non dimenticarlo mai– sei consapevole che difficilmente al risveglio ti capiterà di avere intatta una così piena consapevolezza di ciò che sei, di ciò che tutti noi siamo, quando ce ne ricordiamo: creature divine. Meravigliose.
Se quel che rimane poi è un piatto di ceramica, un omino di terracotta, una bottiglia di mirto, una bambolina coi vestiti lucenti e… poco altro, non importa. Quel che conta è nel cuore.
E passo ai saluti.
Saluto Camino a cui dico solo: fai la speleologa, la gallerista, l’organizzatrice di eventi, o la donna del mulino, ma rimani quel che sei ora, un’esplosiva carica di gioia e dinamicità, e vedrai –è come per la strada che si fa in retromarcia senza vedere: “No hai problema”, tutto ti andrà per il meglio.
Saluto Norma, che non può fare altro che continuare a dipingere, perché lo fa in modo straordinario. L’unico degno di essere fatto: trasmettendo le sue emozioni attraverso i colori.
Ciao Norma. La vasca mi sembra abbastanza capiente per due persone e l’uomo dietro la porta socchiusa avrà –presto o tardi, coraggio di entrare. Non lo dico per farti piacere. Penso così. Solo un pazzo manderebbe persa l’occasione. Perciò ovunque tu scelga di stare sia Mar della Plata, Serghele, Firenze, Parigi, Orgosolo, o Roma sia per te (e per lui, quando ti seguirà) un posto felice, un posto dove tu possa continuare a dipingere usando le forme e i colori che ami di più.
E ancora saluto Graziella e la sua inesauribile energia –che altro dire? A presto. A presto a lei, a Luigi –che ha l’orgoglio di un leone e la forza di un gigante, a Salvatore che ha un’intelligenza, una voglia di conoscere e una capacità d’osservare le cose che lo faranno il più bravo scrittore del mondo –se davvero vorrà diventarlo, a Santa che mi ha offerto un bicchierino di Mirto caldo –come non si dovrebbe, ma tante notiziole sul luogo da farsi perdonare, a Fausto e Sandra che fin dal principio erano parte del viaggio, a Kikinu e gli altri artisti che ho incontrato di cui non ricordo ora i singoli nomi, e a Orgosolo tutta.
A presto.
Yo soy encantado.
(e non so se è il modo giusto di dirlo)