Ricordi d'infanzia
di Sebastiano Astuto
Stamattina appena mi sono svegliato ho acceso il televisore e ho visto che su RAI 3 proiettavano un documentario intitolato “10 Luglio 1943”.
Quanti ricordi affiorano nella mia mente alla vista di quella data, scorre un film che risale a un periodo ben distinto della mia vita. Sono trascorsi 62 anni! Mi trovavo con mio fratello Pippo e mio padre in campagna, in contrada “Pianetti”, ci trovavamo distanti da Sortino circa 4 chilometri. Un paio di cavalli giravano sopra i covoni di frumento e un contadino cantava degli stornelli per tenere allegre le bestie, quando in lontananza apparvero due donne: erano le mie sorelle Nunzia e Marianna, le quali vennero a raccontarci quello che stava accadendo in paese. “Abbiamo sentito suonare una tromba e rullare un tamburo, ci siamo affacciate ed erano i soldati che avvertivano la popolazione che da quel momento entrava in vigore il coprifuoco e non si doveva uscire dalle case”. Chi voleva, poteva scappare in campagna. A Siracusa erano sbarcati gli alleati. Quella sera abbiamo dormito insieme ai contadini e durante la notte udivamo in lontananza le bombe che cadevano ad Augusta, roccaforte della Regia Marina.
L’indomani si ripresero i lavori di trebbiatura con la grande paura che da un momento all’altro sarebbero arrivati gli invasori. Verso le ore 12 vennero due giovani soldati italiani che chiesero cibo in quanto affamati. Ci raccontarono che si trovavano con un carro armato a un chilometro di distanza. Erano fiduciosi che quanto prima, non appena l’Esercito si fosse organizzato, avrebbero ricacciato il nemico in mare. Ci invitarono a visitare il carro armato, dove avevano una grande radio ricetrasmittente. I nostri genitori si guardarono bene dall’accettare l’invito perché lo ritenevano pericoloso.
Dopo il pranzo papà e mamma andarono a riposare, durante la notte si dormiva male a causa del gran caldo. Anche noi ragazzi, nella stanza accanto riposammo un poco. I genitori ci avevano raccomandato di non uscire, per evitare pericoli. A un certo punto mio fratello mi disse:” Ma perché non andiamo a vederlo questo carro armato?”. Io, sebbene titubante, mi lasciai convincere e ci avviammo per la campagna, ansiosi di vedere il carro armato. Improvvisamente, da dietro la collina, apparve un aereo che, a bassa quota, cominciò a mitragliare. Non sapevamo come comportarci, eravamo disorientati e impietriti dalla paura. Poi ci mettemmo a correre e trovammo rifugio sotto un ponte. Ansimavamo per la fatica e lo spavento preso, le pallottole ci erano arrivate veramente vicine. Attendemmo che passasse quell’inferno. Di questo si trattava: un inferno di pallottole! Finalmente l’aereo si allontanò e dopo cinque minuti di attesa, corremmo verso casa a gambe levate. Ci mettemmo subito a letto facendo finta di dormire, ma a causa dello spavento fummo colti da una febbre da cavallo. I nostri genitori non riuscivano a comprendere a cosa fosse dovuta questa febbre improvvisa e noi ci guardavamo bene dal raccontare cosa era accaduto. Per fortuna verso sera la febbre cessò. (Hanno saputo la verità dopo un anno ).
Intanto a Sortino erano entrate le truppe alleate e lungo il corso Umberto molti cittadini li applaudivano. Qualcuno dissentiva e gridava: “Svergognati, che cosa applaudite!”. Dopo alcuni giorni queste persone furono portate in un campo di concentramento perché indicati come fascisti. Mentre ancora ci trovavamo, tutta la famiglia, in campagna, tre giorni dopo l’entrata a Sortino delle truppe alleate, un amico ci informò che la nostra casa era stata svaligiata da una squadra di inglesi venuti con un camion. Ritornammo subito e verificammo ciò che era successo: avevano portato via pentole, piatti, vestiti, scarpe. Quella sera nessuno di noi poté dormire. Ricordo ancora la delusione per non aver partecipato al matrimonio di un mio zio, medico condotto, che doveva sposarsi a Palazzolo Acreide. Non fu possibile trovare un paio di scarpe decenti per la cerimonia. Per noi ragazzi fu un duro colpo e ci pesò ancora di più la miseria di quei tempi.