La fanciulla e lo stregone di Rodolfo Boccalatte

prefazione di Gianluca Ginella



Dove al calare dei boschi inizia una radura, lì s’incontrano e magari danzano i giorni e le cose, le belle onde, le delicate luci, gli occhi ed i tormenti, la malinconia delle estati lasciate, i passi tra i rami d’infanzia che in un giorno senza nome si sono perduti. E laggiù tra le acque della sera la fanciulla e lo stregone amano trattenere a sé i volti e i luoghi rapiti dal tempo. In un’eco di rimpianti e ritorni, in una nostalgia vaga dentro ogni parola, come se ogni pagina fosse incontrarsi in un ultimo giorno d’estate.

Ecco, accade di svegliarsi e scoprire che la nostra fanciullezza se n’è andata per sempre. Nessuno sa dire quando questo sia accaduto. Nemmeno Forgio, il protagonista del romanzo. Eppure ognuno di noi, prima o dopo, in un modo o nell’altro, dovrà fare i conti con quei giorni ora lontani. Forgio probabilmente sta ancora dormendo, sprofondato in giornate caotiche di una città che pare disciogliersi dallo straripare del caldo di giugno. Il tempo non ama i suoi passi, eppure non può far altro che continuare a camminare. Quando, improvvisa, giunge una lettera che profuma d’infanzia. Quella lettera è la vita che sembra venire a svegliarlo dal suo sonno tormentato. Sarà come tuffarsi nelle acque fresche di un lago ai confini del tempo e della memoria. Poco a poco egli si immergerà sempre di più, ritrovando i giorni scordati, cominciando ad aprire gli occhi ed il proprio cuore. Il suo sguardo incontrerà e cercherà un passato in cui gli oggetti siano rimasti dove credeva fossero. La malinconia ama paesaggi immutati. Come se fosse possibile riprendere ciò che si è lasciato dal punto in cui lo si è lasciato. Come se davvero un ritorno fosse credibile. E l’infanzia non se ne fosse andata veramente, ma soltanto allontanata per un po’.

Forgio si immerge dunque nel passato in una maniera sottile, all’inizio, e simile, a pensarci, ad una sinfonia, ad un’aria che comincia timidamente e poi diviene sempre più intensa sino a coinvolgere tutti i tuoi sensi in una maniera profonda e trasognata. Trascorriamo con lui ore solitarie, dense di echi, e percorriamo i tragitti attraverso la foresta di Lecien accompagnati dal racconto della fanciulla e dello stregone. Un racconto che attraversa tutta la storia. All’inizio come un brivido, poi come ricordo di una fiaba ascoltata da bambino. In seguito il protagonista comincerà a scriverne alcune parti, finchè essa non prenderà vita emergendo dalle acque dei ricordi, e i giorni di Forgio ne saranno le pagine. Così egli stesso sarà, da ultimo, chiamato in causa tracciando le coordinate del finale.

Questo è un romanzo che si leggerà due volte. La prima perché si è coinvolti dal susseguirsi della vicenda. La seconda per ricercare e scrutare attentamente i simboli in esso disseminati. Ma credo che accadrà, ad alcuni, come a me, di voler fare ritorno altre volte ancora tra queste pagine. Perché è quel modo che ha questo romanzo di condurci nella foresta di Lecien, in un mondo lontano da cui ci dispiacerà distaccarci. Un mondo parallelo, i cui contorni sono levigati, arrotondati. E assoluto perché non parla di oggi, né di ieri, ma di sempre. E sa dialogare con ognuno di noi, perché in effetti è dentro tutti noi, da qualche parte. Nella nostra infanzia, nelle speranze, nei ritorni che vorremmo compiere nei luoghi freschi al di là della memoria. Il racconto ti rapisce dal presente. Senza però allontanarti da ciò che è reale, invece induce ai pensieri, alle riflessioni, ed ha la grandezza di farlo in maniera naturale, spontanea, leggera. Staccarsi da quelle righe e guardarsi intorno ci catapulta in un grigiore quotidiano che leggendo il libro credevamo di aver scordato. Perché è quel modo che ha questo romanzo, di rapirci, come lo stregone con la fanciulla.
                                                                      Gianluca Ginella

www.ennepilibri.it
ennepilibri@tin.it
ISBN 88-7908-018-0
© 2005, Edizioni Ennepilibri
€ 10,90

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