La trasgressione*
di Valeria Borgia
Premessa: Gaetano è un personaggio secondario del romanzo “La trasgressione”, di Valeria Borgia. E’ innamorato di Beatrice, sorella di Claudia, personaggio principale del romanzo. E’ un amore infelice, in quanto non corrisposto.
Viene richiamato alle armi (siamo ai tempi della seconda guerra mondiale) e viene inviato in Albania. Riesce a farsi rimpatriare, insieme a due suoi superiori di grado, di cui ha conosciuto la fede antifascista e chiede loro di farlo “arruolare” tra elementi antifascisti di Milano.
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Nei pressi di Spalato il treno su cui viaggiavano Gaetano e i suoi commilitoni Bonini e Del Vecchio dovette fermarsi, dato che le rotaie erano state fatte saltare dai partigiani. Tutti i viaggiatori furono trasbordati su malridotti camion. Nell’Istria dovettero addirittura percorrere lunghi tratti a piedi, nei rigori invernali e non equipaggiati alla bisogna, per frane provocate dai bombardamenti alle dorsali delle strade e, a mano a mano che i viaggiatori passavano nelle città, una volta ridenti, si trovavano a constatare con amarezza i danni e i lutti che la guerra stava elargendo ai compatrioti, alla patria. E quella parola, patria, evocata dalla vista delle macerie, di quale carica d’amara ironia si tingeva! Sino ad allora si erano battuti per essa, nel bene e nel male e la retorica propaganda fascista, pur aborrita, in qualche modo aveva impresso nei loro animi lo slancio necessario ad affrontare il pericolo, perfino quello supremo. La parola patria, pensava Gaetano, era coma la parola fede: ti dà la spinta, ti motiva, anche se è un folle burattinaio a manovrare i fili. E tanti giovani erano partiti al canto di baldanzose marcette, sotto i fieri sguardi del Duce dardeggianti dai manifesti appiccicati ovunque e in specie nelle stazioni ferroviarie, con quelle scritte drammatiche: “Taci, il nemico ti ascolta!” o “Vinceremo!”… Ed erano partiti con le scarpe d’ordinanza per le Repubbliche Sovietiche, nientemeno, loro, una piccola nazione, alla conquista del mondo, insieme a quegli altri, un’altra gente, ahinoi, che niente ha a che vedere, niente, con quella, gioiosa, latina… Non erano, i germanici, gli eredi di quei barbari che si erano imbevuti della civiltà romana nel cupo medioevo? Bellicosi, certo, ma per lo più incolti e rudi soprattutto, pronti solo alla guerra e alle razzie. E poi, si era chiesto Gaetano, ammesso che ce l’avessero fatta, come avrebbero potuto dettar legge a tutto il mondo? Non sapevano, il Duce e Hitler, giocare a scacchi? I russi certamente sì e ne sapevano trarre conclusioni, prevedere conseguenze e mosse dell’avversario. E l’Italia e la Germania, rifletteva Gaetano, non avevano subito l’esperienza basilare, che forgia e matura un popolo, della rivoluzione. Senza quell’ossatura potevano mai aspirare al dominio? Ma poi, tutto ciò, che scopo folle aveva? E l’amarezza di Gaetano aumentava con l’avvicinarsi alla zona di Padova, peraltro solo sfiorata di passaggio, avendo egli un’altra meta. Fu preso sì dal desiderio di salutare Gloria e di vedere sua figlia, ma le ragioni del suo rientro in Italia erano altre e non poteva scordarle. Doveva entrare in clandestinità, assumere un’altra identità, agganciarsi al partito comunista e per far questo doveva arrivare a Milano, dove si stavano allestendo grandi cose, aveva sentito dire. E poi, non intendeva rivedere la contessa: provava verso di lei un sordo rancore, un senso di rabbia impotente: meglio starne lontano, per ora. Un giorno, chissà… Con la nuova identità e con la raccomandazione di un compagno, si sarebbe fatto assumere alla Falk e si sarebbe dato da fare per aiutare tutti i compagni negli scioperi che stavano per essere indetti. Questo era il suo programma.
Arrivarono nella grigia stazione di Milano in una fredda ma chiara mattina dei primi di marzo. Gaetano salutò Del Vecchio e con Bonini si recò da Ernesto a Porta Romana, dove questi abitava. Ernesto era zoppo, il volto aperto e cordiale, pieno di rughe nonostante la giovane età. Prima dell’infortunio che gli aveva provocato la zoppia, aveva lavorato alla Pirelli e aveva mantenuto gli agganci con tutti i compagni che tuttora vi lavoravano. Ernesto viveva in una poverissima casa umida e fredda, le cui finestre davano su uno squallido cortile, dove gatti macilenti rincorrevano grossi topi. Volle offrire loro del vino, ma la bottiglia che tirò fuori da una credenza dalla vernice scrostata era piena solo a metà.
“E’ tutto quello che ho”.
“Non ti disturbare”, rispose Bonini.
“Tu – disse Ernesto rivolto a Gaetano, riempiendo a metà tre bicchieri – sei veramente intenzionato a unirti a noi? E perché? Da dove vieni e che cosa intendi fare, di preciso? Sei pronto a lasciarci la pelle? E chi lasci a piangere se ti beccano?”
Bombardato da tutte quelle domande, Gaetano allargò le braccia, scoraggiato.
“Non ti pare di chiedere troppo? Certo che sono pronto a lasciarci la pelle, altrimenti non ti avrei cercato. Per il resto, posso dirti tutto, mettetemi alla prova. Capisco che abbiate paura degli infiltrati, che siate diffidenti…”.
“Proprio così, hai capito. Non possiamo mandare a scatafascio un lavoro di anni, prendendo con noi uno sconosciuto, un nuovo che potrebbe benissimo rivelarsi un infiltrato”.
Bonini intervenne:
“Amico, posso garantire per lui. E’ sempre stato con noi in Albania ed ha rischiato la pelle proprio in azioni di ricerca di partigiani. Si è rischiata la pelle da una parte e dall’altra, eravamo tra due fuochi. E Del Vecchio se n’è andato a Torino sennò potrebbe testimoniare anche lui. Accettalo, non avere paura. E’ motivato, si è confidato con me, non ho dubbi”.
“Chi lasci?”
“Ho una moglie e una figlia che neanche conosco, perché sono venuto prima qui”.
Gaetano scrisse su un foglietto nome e indirizzo di Gloria.
“Va bene. Domani devi andare alla Falk. Avvertirò Umberto. Lo conoscerai. Lui ti dirà che cosa c’è da fare”.
Bevvero il mezzo bicchiere di vino e si salutarono. L’aria era gelida ancora. Bonini insistette perché Gaetano, la notte, andasse a dormire da lui, almeno fino a quando non avesse trovato un alloggio:
“Poi, si vedrà. Avrai un lavoro, un incarico e…”
“… Guadagnerò”.
“Già”.
L’indomani, all’ingresso della Falk, all’ora d’uscita per la pausa del pranzo, Gaetano si presentò con un libro in mano, segnale convenuto. Suonò la sirena e gli uomini in tuta cominciarono ad uscire. Avevano quasi tutti un’aria assorta e triste ed il portapranzo in mano. Se ne andavano a mangiare all’aperto, nonostante il freddo. Il lavoro in fabbrica doveva essere alienante, pensò Gaetano. Ed ecco che un uomo alto, magro, dai capelli crespi e brizzolati, il viso sereno e ridente, gli passò vicino e:
“Ciao, come va?”
“Ciao, si tira avanti. Hai saputo di Gino?”
“Sì, poveretto. Vieni, sediamoci”.
Il breve colloquio era stato la loro parola d’ordine, naturalmente. Si sedettero su una panchina, lontani dalla vista degli altri operai.
“Sarà difficile, compagno, farti assumere, ma mi ci proverò…”.
“Frattanto, non ci sarebbe qualche incarico?”
“Sì, ci sarebbe un lavoretto…”.
Umberto aveva con sé un fagotto e lo aprì. Vi era un pentolino, il pane e le posate. Nel pentolino in un sugo denso vagavano due fette di carne scura. Il profumo era invitante. Gaetano aveva fame, non mangiava da due giorni, ma non lo lasciò capire.
“Mangi con me?”
“Ti ringrazio, ma…”
“Ma accetti, no? – e Umberto scoppiò a ridere – Facciamo ai mezzi, per me è troppo”.
Non era certo troppo. Gaetano, sia per lo stomaco che brontolava, sia per timore di offendere Umberto, accettò di spartire quel pranzetto. Mangiò di volata la sua parte. C’era un po’ di vino in una bottiglietta e quello pure fu diviso fraternamente. Così rifocillati, continuarono il discorso:
“Oggi o domani presentati a Calogero, a via Col di Lana, a Porta Ticinese. Lui ti spiegherà. Io, intanto, mi do da fare qui, per sistemarti. Certo, tra poco con gli scioperi ci sarai utile. Anche da esterno. Bene arrivato fra noi, compagno… Che nome scegli?”
Gaetano, preso alla sprovvista su quel particolare, rimase attonito.
“Non ce n’è uno che ti piaccia?”
“Be’… fammi pensare… Guido”. Il nome del marito del suo amore perduto… Ma come gli era venuto in mente? Gli avrebbe portato fortuna? Ma ormai lo aveva detto.
“Guido? E va bene. Guido, nuovo compagno, prezioso aiuto. Sai guidare, Guido?” e rise divertito dal gioco di parole.
“Altroché!”
“Benone, fai proprio al caso nostro. Calogero te lo spiegherà”.
“Si tratta di andare a zonzo in macchina?”
“Sì, ma non solo… Be’, lui ti dirà tutto. Ora conosci Ernesto, me e conoscerai Calogero. Sappi che non conoscerai più nessun altro, o al massimo un altro”.
“Capisco”.
“Vedo che non ti stupisci di niente. Sei pronto al rischio, e perché?”
“Perché mi ci sono buttato, perché è la mia ragione di vita, ora”.
“Ehi, non è che esageri, compagno Guido? La vita non si butta… noi vogliamo vivere per ricostruire tutto, qui”.
“Cercherò di non crepare. Ce la metterò tutta”.
“Così va bene. Non essere impulsivo. Calcola i pro e i contro. Se ti pescano, l’importante è che non parli, tanto ti fanno fuori in ogni caso”.
“Lo so. E poi, conosco solo voi tre, e nemmeno bene”.
“Sappi che anche parlare solo di noi non ti gioverebbe a nulla. Prima ti torturano e poi ti ammazzano, parli o non parli. Ricordalo”.
“Spero di non cascarci. Caso mai, prima m’ammazzo da solo”.
“Non sempre si riesce a farlo”.
“E allora?”
“… Allora, non ti rimane che far finta di niente, di essere all’oscuro di tutto. A quel punto, non ti torturano”.
“… Ma mi ammazzano”.
“Già. E’ una eventualità che devi mettere in conto. Come tutti noi. Rischiamo, ma lo facciamo a ragion veduta. Vogliamo che cambi tutto e, ripeto, non desideriamo morire, ma vivere…”.
“…Sì”.
“tu mi sembri ‘troppo’ disperato. Qual è stata la molla?”
“La molla è stata la mia convinzione. Ero stufo del fascismo e di tutto il resto. Forse c’era dell’altro… ma cose personali, che non t’interessano… E’ tutto qui” e indicò la tasca interna della giacca.
“Che cosa?”
“Poesie. Scemenze. Ma sono mie. Ti prego di non ridere. Le affido a te. Caso mai, mandale a un editore, dopo, quando tutto sarà finito ».
“Le dai a me? Perché, sei sicuro di morire?”
“No, ma tu, mi sembra… che mi possa fidare di te. Tu me le tieni. Non posso portarle sempre con me ».
“E a nome di chi le dovrei far pubblicare?”
Umberto era serio. L’allegria gli era passata e sogguardava Gaetano come se si trattasse di un essere piovuto dal cielo.
“A nome di Guido… Partigiani. Ma il nome non ha importanza. Anche il mio vero. Fa’ tu”.
“E va bene. Mi prendo le tue poesie. Le leggerò e cercherò di capire. Sento che sei sincero. Di te potremo fidarci e ti daremo una mano…”
“A che?”
“Tu vuoi morire a tutti i costi, no?”
Gaetano era stanco. La sirena suonò di nuovo. Si alzarono e si salutarono.
“Tornerò a riprenderle, le poesie…”
“Certo. Stammi bene”.
Umberto se ne ritornò mogio in fabbrica. Un altro antifascista confuso, pensò, approdato a loro per motivi personali… d’amore, magari! Però, quelli erano i più bravi, temerari, pazzi, che sapevano tacere veramente, al momento giusto. Morivano sempre da eroi, quei tipi lì: in passato per la patria ed ora sempre per la patria… Non c’era nulla di male ad averli tra loro. Erano strumenti docili, pronti ai rischi maggiori. E la causa era più importante di qualsiasi remora.
***
……
Tra le nebbie mattutine più o meno fitte ma ancora piuttosto fredde di quell’aprile, su una strada secondaria dell’entroterra milanese, avanzava scoppiettando un furgoncino scoperto, traballante, alla cui guida era Gaetano, infagottato in un cappotto troppo grande per lui, regalatogli da uno dei suoi recenti amici e calzando stivaloni impermeabili, guanti e berretto di lana: l’occupazione presente ed il clima, infatti, lo costringevano a quell’abbigliamento per lui insolito. Doveva girare di notte e appena faceva chiaro con quell’automezzo lento e precario doveva arrivare nei centri più importanti della zona, dove lasciava, in luoghi prestabiliti, pacchi di copie dell’Unità fresche di stampa nascoste dentro balle di fieno poste sul furgoncino. Ogni balla poteva contenere un centinaio di copie e Gaetano consegnava tutto insieme, fieno e giornali, agli indirizzi pattuiti. All’apparenza era un contadinotto che andava a portare il foraggio agli allevatori del posto ed era fornito naturalmente di documenti ben falsificati. Si era anche industriato a parlare con quella intonazione lombarda che del resto somigliava abbastanza alla veneta, a lui nota. Fischiettava, quella mattina, un motivetto in voga e pensava. La sua vita fino a non molto tempo prima era stata una vita sprecata. Vaghi gli ideali, molti gli sbagli, i cedimenti. Ed ora, che fare? Era quello il suo destino, rendersi parte attiva nel rivolgimento prossimo degli eventi politici? Entrare nella storia, in un modo o nell’altro, viverla sul serio e magari morire, assicurandosi così l’eternità, il ricordo del passaggio sulla terra. Forse, pensava, è la segreta speranza di tutti, questa: ribellarsi alla morte, essere qualcuno per vincere l’inevitabile. Mancavano ancora due o tre chilometri, pensò, per giungere alla prima meta, un casolare da cui poi si diramavano altri collegamenti: lì avrebbe dovuto lasciare tre balle di fieno, ossia trecento copie del giornale. A Milano si erano avuti prima gli scioperi tanto attesi ed anche Gaetano era stato “arruolato” per il volantinaggio clandestino e per la sorveglianza all’entrata della Falk. Se l’era cavata fortunosamente al momento della reazione fascista. Poi la vita era ripresa con il ritmo di prima, ma era aumentata la tiratura del giornale, grazie ad una nuova tipografia, che si trovava in campagna, in un casolare contadino. Lì aveva conosciuto Mara, una bella ragazzotta lombarda, che subito si era invaghita di lui e, in un certo senso, lo aveva sedotto, prendendo lei l’iniziativa. Tra una consegna e l’altra del fieno e delle copie del giornale, con i rischi che tutto ciò comportava dato che i fascisti e i tedeschi battevano la zona di giorno e di notte, i due avevano approfondito sempre più la loro conoscenza, nascosti dietro i covoni nel vasto fienile. Gaetano, poi, felice ma stanco e cosparso di fieno in tutto l’abito, si metteva alla guida del furgoncino e, data la spossatezza, non si accorgeva di buche e sconnessioni della strada, che prendeva quasi tutte, perdendo un po’ di fieno lungo la via, come una scia attestante il suo passaggio. Pensando a Mara, tra gli altri ragionamenti che andava facendo, si diceva che era sì, quella, una “compagna” facile e allegrona, ma che si comportava con naturalezza, avendo nello sguardo quella sincerità e quell’abbandono vero che nessun’altra donna gli aveva mai dimostrato. Era quello il vero amore, concludeva tra sé, altro che sogni e illusioni… Nemmeno Gloria era sincera e amante autentica come Mara. Ah, se fosse stato catturato, si ripromise, il suo ultimo pensiero sarebbe andato a lei, a Mara la bruna, l’ultimo amore, quello vero. Ma ora voleva vivere, proprio perché aveva trovato quest’altro aggancio alla vita…
Mentre rifletteva assorto, fischiettando, ecco che una grossa moto gli si avvicinò rombando. Gaetano impallidì. Eccolo arrivato al momento cruciale, dunque. Tutto era andato troppo liscio finora. Dalla moto vide protendersi un braccio e una paletta. Doveva fermarsi, inutile opporsi, era un poliziotto, naturalmente armato.
“Fermo!”
“Va bene, eccomi”. Fermatosi, Gaetano discese.
“Documenti”,
Gaetano glieli porse. Il poliziotto controllò attentamente. Sembrava tutto in ordine. Ma era un pignolo:
“Dove sta andando?”
“Alla fattoria ad un chilometro circa da qui”.
“L’accompagno”.
Si avviarono entrambi. Gaetano si sentì in serio pericolo, a quel punto. Che cosa aveva potuto insospettire il poliziotto? Il suo aspetto? Eppure si era ben camuffato da contadino e aveva mostrato tutti i documenti, anche il finto congedo per malattia… Perfino la barba lunga e i calli che si era fatto venire alle mani manovrando la forca a formare le balle di fino, anche quella ruvidezza attestava il suo nuovo stato di contadino… Tutto era stato studiato ma, si sa, c’è sempre qualcosa d’imponderabile, di poco o niente probabile, magari, che capita o che si tralascia, perfino nei piani più accurati… Che cosa poteva essere stato? Gli venne, nonostante tutto, un sorrisetto sardonico alle labbra, mentre si avvicinavano sempre più al casolare: a che valeva, dopo tutto, recriminare? Contro il destino non si può far nulla: ora che gli sembrava di aver trovato un senso alla vita, ora che ne possedeva anche l’aggancio sentimentale, Mara, oltre a quello ideologico, ora, soltanto ora poteva essere arrivata la fine. “E’ logico – pensò – Deve essere così. Meglio prenderla filosoficamente. Dopo tutto, chissà, forse me la caverò ugualmente. Devo mostrarmi sicuro di me, spavaldo”.
Ecco il casolare, ecco Ambrogio, il compagno fattore, ecco il viso di lui preoccupato nello scorgere il poliziotto, ecco poi su quel viso l’espressione noncurante, a nascondere la preoccupazione. Ecco i cani abbaiare a più non posso.
“Ciao, Ambrogio, come la va?”
“Bene, bene, Guido. Il tempo è quello che è, si sa… Scarica pure”.
Gaetano scese e scaricò le tre balle di fieno.
“Ti aiuto a portarle…”.
Intanto, anche il poliziotto era sceso dalla moto e osservava la scena. Ambrogio si caricò due balle su un carrettino e Gaetano si mise l’altra sulle spalle e si avviarono al fienile. Scaricatele, si avvicinò loro il poliziotto.
“Come mai solo tre balle? Quante mucche ha?”
“Due mucche ed un cavallo”.
“Le bastano?”
“Mi faccio portare il fieno ogni tanto. Preferisco così. Alle bestie piace il fieno fresco”.
“Capisco…”.
Il poliziotto era perplesso. Gli sembrava che fosse più naturale riempire il fienile. E poi, tutto quel fieno perduto per strada… come se non fosse al fieno che veramente tenessero, quei due… Ecco, ci vedeva poco chiaro. Dette un calcio ad una balla e sentì il piede urtare contro qualcosa di duro. Subito, allora, pose mano alla rivoltella e:
“Aprite una balla!”
Ambrogio e Gaetano erano titubanti. Se avessero previsto la mossa del poliziotto, sarebbero corsi a ripari, ma ormai… era stato tutto fulmineo. Minacciato dall’arma, Ambrogio tolse il legaccio alla balla di fieno. Ne uscì il pacco dei giornali. Finsero sorpresa, ma il poliziotto non ci cascò. Ordinò loro di aprire le altre due balle e ne uscirono altri due pacchi di giornali. A quel punto, sempre con l’arma in mano, ordinò loro di camminare lungo la via, con lui dietro sulla moto. Dopo un quarto d’ora di cammino, arrivarono in una piccola frazione. Di lì il poliziotto telefonò al comando. L’urlo della sirena fece accorrere i pochi abitanti del paesino, che assistettero all’arresto dei due contadini, spinti nell’auto in malo modo. Si erano formati due capannelli di gente che parlava vivacemente, cercando di capire ciò che era successo.
“Circolare, circolare…”, gridò il poliziotto motociclista.
Auto e moto si diressero a Milano. Vi arrivarono che ormai il sole era alto, dovevano essere le dieci, pensò Gaetano. Sempre a spintoni furono condotti dal direttore di San Vittore. Subito cominciò l’interrogatorio, ma i due non parlavano, fingevano sempre di non saper nulla di quei giornali nascosti nel fieno. Fu promessa loro la libertà appena avessero fatto dei nomi. Gaetano chiese spavaldo:
“Ma i nomi di chi? Siamo semplici contadini e basta!”. L’aria sicura di Gaetano, che non aveva voluto dire da dove provenisse il fieno, mandò in bestia il direttore.
“Ah, non vuoi dire niente, eh? E ti permetti di fare lo sfrontato? Allora, occorrono mezzi più convincenti…”.
E lo fece portare in una cella nel sotterraneo.
Ambrogio, invece, fu rilasciato, apparentemente senza ragione. Infatti, il direttore aveva chiamato il poliziotto motociclista e gli aveva ordinato di riaccompagnare il contadino al casolare, sequestrare i giornali e lasciarlo libero. Il poliziotto si era meravigliato:
“Ma, come? Perché?”
“Da quell’altro, se ho ben capito, non sapremo nulla… Questo, è diverso. Lo terremo sotto controllo e prima o poi si tradirà…”.
Poi il direttore andò nella cella sotterranea, a controllare l’interrogatorio, si fa per dire, di Gaetano.
“Be’?”
“Procede… ma non dice niente”, borbottò il maresciallo addetto a quel compito.
“Vabbe’, continua”.
Il volto di Gaetano era tumefatto. Stava rannicchiato in un angolo della cella.
“Aumento?”, chiese il maresciallo, perplesso.
“Fa’ tu”.
Quel maresciallo era noto per saper dosare bene i “mezzi convincenti”, ci si poteva fidare di lui. Dopo un po’, il direttore tornò a verificare.
“Allora?”
“Ha detto che lui lo è. Ma non parla di altri”.
Gaetano era irriconoscibile, una maschera assurda.
“Aumento?”, chiese di nuovo il maresciallo, titubante.
“Vedi tu…”, bisbigliò il direttore e se ne ritornò su, nel suo ufficio. Da un cassetto tirò fuori una bottiglietta di acquavite e ne bevve tutto d’un fiato un bicchierino. Che momentacci, quelli, quando doveva prendere quelle decisioni… ma il maresciallo sapeva a che punto fermarsi, dopo tutto…
Nel sotterraneo, Gaetano era al limite. Non vedeva più, ogni tanto solo intravedeva delle ombre che si muovevano sopra di lui, da quelle fessure che erano ormai divenuti i suoi occhi… Calci, pugni, botte sulla testa… a quando il colpo di grazia?
“Parla, disgraziato, non farmi continuare, non voglio finirti…”
“Fa’ presto, invece, finisci l’opera…”, Gaetano riuscì a mormorare a stento.
“Parla!”, gridò esasperato il maresciallo, accompagnando il grido con un pugno ben assestato e un calcio altrettanto a segno.
Gaetano stramazzò lungo a terra. Ecco, si sentì leggero, improvvisamente. Non più dolori lancinanti, non più quel bruciore insopportabile agli occhi… Stava camminando, leggero, su un prato soffice d’erba, bellissimo e ondulato e incontro a lui qualcuno procedeva, altrettanto lieve, come in un sogno… bella, bellissima, bionda e vaporosa e gli protendeva le braccia, gli sorrideva…
“Bella, bella…”, mormorò, rapito. “Beatrice… Beatrice…”.
E rimase così, con quelle fessure tumefatte intorno aperte, a rimirare quella visione, con un sorriso felice sulle labbra gonfie, mentre un rivoletto di sangue gli scivolava pian piano da un orecchio.
Il direttore scese di nuovo a controllare.
“Bestia, bestia che non sei altro… Che hai fatto?”, urlò alla vista di Gaetano.
“Non so, ho continuato… Deve aver urtato contro lo stipite, non me ne sono accorto…”. Il maresciallo, suo malgrado, era turbato.
“Stavolta non sei stato attento abbastanza. Ora, non rimane altro che pulirlo, metterlo un po’ meglio e poi… impiccalo, come se ci avesse pensato da solo…”.
“Dove?”
“Come, dove? Nella cella di quegli altri due, quei sovversivi delle manifestazioni… alle sbarre della finestra… quando vanno all’aria. Lo troveranno lì”.
“Va bene”.
Si parlò molto dell’impiccato, tra i prigionieri. Chi era? Ed era chiaro come il sole che non si era impiccato, ma che lo avevano seviziato, ucciso e poi approntato quella macabra messinscena. Ma chi era quel poveretto, quell’eroe? La notizia trapelò, poi. Ambrogio e gli altri vennero a sapere della morte di Gaetano. Ed anche Gloria fu avvisata. E le poesie furono messe in un cassetto da Umberto, in attesa di poter vedere la luce, a guerra finita. A piangere veramente la morte di Gaetano, però, fu soltanto Mara, l’umile contadina, che l’amato, nonostante i propositi, non aveva neanche ricordato, prima di morire.
*Due capitoli
edito da Proposte Editoriali
(sito: http://go.to/proposte oppure http://www.tamtam-sito.it)