01.11.2006
Di Grazia Deledda: Cosima
una recensione di Christian Michelini
Questo romanzo breve della Deledda, pubblicato dopo la morte dell'autrice, ha un carattere spiccatamente autobiografico. Narra infatti la storia di una bambina sensibile, che crescendo troverà la strada di una vocazione letteraria osteggiata dai familiari, ma che ella sentirà tanto più viva e intensa con il proseguire delle sue esperienze narrative.
La Deledda in quest'opera ha attinto a molte delle sue conoscenze: tra i suoi familiari, tra i suoi parenti, tutto per ricreare una corte di personaggi ricalcanti i caratteri e i sentimenti delle persone da lei conosciute.
Si scoprirà una Deledda sensibile, sfiduciata, che avrà timori puerili come quelli di esser brutta, o di non trovare marito, ma anche slanci amorevoli, di comprensione, verso gli altri. Quella che ci viene presentata è una ragazza che cerca in tutti i modi di essere emancipata, che agogna il successo solo come mezzo per essere indipendente, evitando l'incensamento e l'autoincensamento.
Vengono narrati i primi amori della giovane, le sue doti anticonformiste, l'ostracismo di un paese che vede nella letteratura, soprattutto se al femminile, un metodo per traviare le giovincelle con arti demoniache.
In "Cosima" ci viene presentato un mondo dai colori tenui, soffusi, ruotante attorno alle vicende interiori della protagonista, dove i temi di approfondimento psicologici cari alla scrittrice sarda, divengono mezzi di autoanalisi per esaminare le proprie intime aspirazioni, tra estro letterario, aspirazioni e sogni, amori adolescenziali, successi artistici.
Un mondo interiore vivido, sentimentale, sensibile: una dimensione della letteratura al femminile incentrata sull'esperienza di una femminilità spiccatamente delicata e sensualmente estroversa.
04.09.2006
La punizione: en attendent Godot sui generis
di Rina Brundu Eustace
L’anno è il 1976. La città è Catania. Il quartiere è San Cristoforo dove “…a tredici anni sei già vaccinato. Esci la mattina per buscarti il pane… se hai l’occhio vivo riconosci a colpo i minchioni pieni d’acqua ed eviti chi ha le palle quadrate… se sei furbo, prudente, sfacciato, rispettoso… se impari in fretta, se conosci le regole… se sei svelto di mano… se sai distinguere… sei degno di campare… sai a chi la puoi mettere in culo, sai quando invece rischi di prenderla…sopravvivi solo se sei un perfetto figlio di iarrusa, altrimenti non meriti neanche l’aria che respiri”(La punizione, pagg. 104-105).
Il background presentato è dunque una dimensione reale ben individuata. Tuttavia, mercé un'indubbia capacità scritturale, è proprio dentro tale contesto factual che la storia raccontata in La punizione dal giornalista Salvatore Scalia sa diventare momento dotato di qualità letteraria. Ed è sempre dentro questo contesto definito che una dolorosa vicenda di cronaca di mafia, come quella dei quattro ragazzi catanesi spariti nel nulla una trentina di anni fa, riesce infine a trasformarsi in exempla che è sintesi di esperienza universale.
La metamorfosi stilistica e di genere procede di pari passo con il divenire del plot e con il conseguente espandersi dell’universo di riferimento. C’è una vena verista, per esempio, nell’incipit descrittivo, popolato di personaggi colorati, mossi da ragioni istintive, dotati della felicità ancestrale dell’Essere che é vivo ed che fa dell’affermazione di questo esistere la prima necessità del quotidiano. Tutto accade in un presente angosciato ma da preferirsi comunque ad un futuro incerto, mentre gocce di ciò che è stato rivivono per lo più nella memoria prodigiosa di Ginetto, meravigliano, stupiscono, ma non prendono mai abbastanza.
L’ammirazione é dono da distribuire con parsimonia. Di sicuro la reclamano le capacità superiori di Pippo Pernacchia, la generosità dello Zio Strano, i seni acerbi di Agatina, “il rumore rauco delle marmitte truccate” delle Vespe che sfrecciano sulle strade sterrate di campagna, il flipper della sala giochi, le indubbie doti di Alfio il meccanico nel gestire le relazioni coi clienti, ma poco o null’altro. Invece, di calcio, donne e motori sono conditi anche i discorsi di almeno quattro dei carusi di San Cristoforo: Pinuccio, Gianni, Melo, Tano. Quei discorsi imprestati dagli adulti, che copiano l’idioletto ricamato di minchie e di buttane dei veri uomini d’onore e guardano al mondo con il loro stesso animo diffidente.
Conseguenza delle azioni e delle intenzioni che realizzano la trama è, sul piano ideale, un lento ma progressivo trasformarsi del romanzo in una sorta di testo teatrale sui generis. Meglio ancora La punizione diventa un En Attendent Godot sui generis! Come un novello Beckett (1), Scalia è maestro nel creare l’impressione che i suoi characters vivano adesso liberati da ogni obsoleta costrizione narrativa e si muovano dotati di una più completa identità sul palcoscenico ricreato. Questa metamorfosi è in realtà dovuta e ha, tra gli altri, lo scopo di ricordarci che l’universo vagamente bucolico descritto nell’incipit è in realtà una dimensione reale-ombra che esiste in virtù delle ferree ed immutabili leggi cosmiche che la governano. Una dimensione dove “Ognuno deve stare al suo posto, con le buone o con le cattive” (La punizione, pag. 119).
A trasfigurazione completata, gli stessi personaggi sono ormai diventati delle marionette, dei pupi nelle mani del deus ex machina di turno, ovvero di quel Grande Puparo che da questo momento in poi, sopprimendo ogni libero arbitrio, ne domerà anche l'intenzione vagamente accarezzata, suggerirà le battute e, in ultima analisi, deciderà del destino di ognuno. La farsa manieristica diviene tragedia nel momento stesso in cui l’illusione catartica è spezzata dall’intrusione irriverente dell’Io critico che non può fare a meno di ricordarsi di quell’altra storia-fotocopia del play rappresentato. Quella storia accaduta veramente. In quel di Catania. Nel quartiere di San Cristoforo. Trenta anni prima. Circa.
Fuor di metafora, ma senza svelare il dettaglio di un testo di cui si raccomanda la lettura, c’è da dire che, a differenza del famoso play beckettiano, La punizione presenta un Godot perfettamente identificato, un Godot dotato di un nome ed un cognome che, il divenire del racconto lo dimostra, è salutare non dimenticare. Soprattutto, a differenza del play beckettiano, La punizione presenta un Godot che arriva sempre, forse con il ritardo proprio della primadonna, ma non ci sono dubbi sul fatto che arriva sempre e che quel momento fatidico necessariamente coincida con il climax del narrato. Impossibile coltivare illusioni in merito! Così come è impossibile pensare di fuggire la sua giusta collera di dio turlupinato!
Infine, come in ogni palcoscenico che si rispetti, anche lo spazio teatrale presentato nel testo in esame, non manca dell’indispensabile botola. Nello specifico, una botola-pozzo anticamera dell’inferno che attende ogni peccatore che abbia anche solo osato pensare di scardinare le fondamenta di una dimensione cosmica altrimenti perfetta; una botola-pozzo capace di sanare, nel suo profondofondo, tra le pareti umide, che sanno di marcio, ogni offesa arrecata, ogni sgarro subito, in grado di reintegrare l’onore e quindi restituire dignità ad ogni Grande Puparo ingannato, ma pur anche ad ogni suo lontano parente; una botola-pozzo subdola nel suo tronfio tentativo di indurre l’astante a mettere in dubbio persino l’esistenza dei quattro carusi di cui si è già detto.
Ma anche una botola-pozzo che, nonostante tutto, auspichiamo, non possa mai diventare paravento davanti ai nostri occhi. Piuttosto, dovrebbe essere proprio la sua naturale ed inequivocabile infelicità ad invitarci ad andarla a sfidare. E a guardarla. Dentro.
(1) Samuel Beckett, (Dublino 1906 - Parigi 1989), drammaturgo, poeta e romanziere irlandese, massimo esponente, insieme a Eugène Ionesco, del cosiddetto Teatro dell’Assurdo.
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Rina Brundu Eustace
Dublin, Settembre 2006
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La punizione di Salvatore Scalia
Marsilio Editori, Venezia MMVI
Pagg. 135, Euro 11.00
Fin dall’antichità, il pensiero di Epicuro fu paragonato a un potente farmaco finalizzato a debellare i mali dell’anima che da sempre tormentano l’uomo impedendogli di vivere serenamente: ma sappiamo che il termine greco pharmakon racchiude in sé i due opposti significati di «medicina» e di «veleno»; e, a ben vedere, la stessa duplicità anima la filosofia di Epicuro, che, nella misura in cui si pone come medicina per l’anima umana, assume il carattere di veleno che distrugge dall’interno la filosofia tradizionalmente intesa come disinteressata contemplazione della verità. Con Epicuro, infatti, la filosofia cambia natura, tramutandosi in prassi filosofica finalizzata al «viver bene» del soggetto che la esercita; ed è esattamente per questo motivo che il filosofo greco ammetteva anche donne, schiavi e bambini nel suo «Giardino».
La «rivoluzione filosofica» compiuta da Epicuro in rottura con tutta la tradizione precedente, da Talete ad Aristotele, sta dunque nell’aver invertito il tradizionale rapporto tra uomo e cosmo, tra teoria e pratica: alla classica domanda «com’è fatta la realtà?» si sostituisce l’interrogativo epicureo che sta alla base del suo antropocentrismo filosofico: «come deve essere fatta la realtà e come la si deve conoscere per poter essere felici?». Ogni specifica articolazione della filosofia epicurea è subordinata all’obiettivo di un’esistenza felice e in nulla inferiore a quella propria delle realtà divine; la gnoseologia, la meteorologia, la teologia sono da Epicuro sviluppate appositamente al fine di rasserenare l’animo umano, riportandolo – secondo la magnifica immagine impiegata da Epicuro stesso – a quella placida condizione in cui si trova il mare dopo la tempesta. Come scrive efficacemente Giovanni Reale nella prefazione all’opera di Fusaro, «per Epicuro la vita è il vero “assoluto”» (p. 6), rispetto a quale tutto il resto è subordinato: la filosofia dev’essere al servizio della vita, e non viceversa. È questo il grande messaggio che ci ha trasmesso l’antico e venerando Epicuro, il quale – precisa Reale – «ha ancora molto da dire anche agli uomini di oggi, più che mai affetti dai mali dell’anima, come questo libro di Fusaro dimostra in modo egregio» (p. 9).
Diego Fusaro (Università di Torino) è attento studioso dell’atomismo greco e dei suoi portati nella modernità: ha curato l’edizione della Differenza tra le filosofie della natura di Democrito e di Epicuro di Marx (Bompiani, 2004) e ha recentemente pubblicato Filosofia e speranza. Ernst Bloch e Karl Löwith interpreti di Marx (Il Prato, 2005). È l’ideatore e il curatore del progetto internet La filosofia e i suoi eroi (www.filosofico.net), punto di riferimento per il dibattito filosofico italiano.
[Il libro può essere acquistato on line all’indirizzo http://www.filosofico.net/farmacia.htm ricevendolo a casa al prezzo di copertina, 10 euro, senza spese di spedizione e con pagamento alla consegna ]
Ragnarock Lopez
T.R.I.A.M.
di Gordiano Lupi
In Italia ci sono più case editrici che lettori e da quando è scoppiato il boom di internet il fenomeno è in vertiginoso aumento, anche se non tutte le case editrici sono uguali. Molte si caratterizzano per la sola volontà di spillare quattrini a poveri autori in cerca di gloria e quelle vanno evitate come la peste, però alcune si fanno promotrici di progetti validi che hanno come unico scopo la diffusione di una letteratura sommersa. Tra questa ultime categoria di case editrici piccole ma serie metterei la Chimera Edizioni che lavora molto su giovani autori di narrativa fantastica. Ho sulla mia scrivania due volumi interessanti che ho letto rapidamente, perché una caratteristica che accomuna i libri di questa casa editrice è la loro estrema leggibilità. Il migliore dei due è un agile volumetto tascabile intitolato T.R.I.A.M., un thriller fantascientifico all’italiana che mi ha riportato ai tempi dei film postatomici di Castellari, D’Amato e Fulci. Non è una critica negativa. Tutt’altro. Ragnarock Lopez sa costruire bene un’atmosfera decadente di una Terra allo sbando con la razza umana quasi estinta e i Restanti che vagano in mezzo a topi, scarafaggi e macerie. Lo scenario postatomico riporta a pellicole per me memorabili (forse perché ero molto più giovane) come Fuga da New York, Endgame, ma anche a molto cinema statunitense dello stesso periodo. Un libro da leggere, se avete mezz’ora libera sulla spiaggia, non certo per pensare, ma per fantasticare con la mente a spasso per mondi lontanissimi. Se invece siete amanti dell’horror va bene La forma del delirio (Ed. Chimera, pag. 120 - euro 10), altro libro che ho sulla scrivania, scritto da Emiliano Maramonte, autore ormai alla sua quarta fatica letteraria di un certo spessore. Il romanzo ci conduce per mano negli abissi del male e ci fa conoscere alchimisti, creature metafisiche e una sfera rossa che rende folli e onnipotenti. Un fantahorror interessante che vorrebbe fare della suspense alla Dean Koontz la sua arma vincente, ma che purtroppo si arena spesso tra le secche di uno stile poco sciolto. Peccato, perché la trama è interessante e meritava un’opera con uno sviluppo più accurato e soprattutto con dialoghi più realistici e più consoni ai personaggi. T.R.I.A.M. invece ha il difetto opposto, perché la trama è abbastanza modesta (d’altra parte è un racconto breve), ma lo stile è la sua arma vincente. Lopez è padrone dei periodo brevi e spezzettati che costruisce senza perdere di vista l’obiettivo finale.
La Chimera Edizioni è un piccolo editore da incoraggiare che può solo crescere nella cura editoriale di prodotti già dignitosi e ben presentabili nel panorama editoriale contemporaneo. Consiglio di riempire meno la pagina e di lasciare più margine libero per evitare di dover sfasciare il libro per completare la lettura.
Chimera Edizioni - pag. 70 - euro 5,00
www.chimeraedizioni.it