Cenere (1904)

di Grazia Deledda


PARTE PRIMA

I.

Cadeva la notte di San Giovanni. Olì [1] uscì dalla cantoniera biancheggiante sull'orlo dello stradale che da Nuoro conduce a Mamojada, e s'avviò pei campi. Era una ragazza quindicenne, alta e bella, con due grandi occhi felini, glauchi e un po' obliqui, e la bocca voluttuosa il cui labbro inferiore, spaccato nel mezzo, pareva composto da due ciliegie. Dalla cuffietta rossa, legata sotto il mento sporgente, uscivano due bende di lucidi capelli neri attortigliati intorno alle orecchie: questa acconciatura ed il costume pittoresco, dalla sottana rossa e il corsettino di broccato che sosteneva il seno con due punte ricurve, davano alla fanciulla una grazia orientale. Fra le dita cerchiate di anellini di metallo, Olì recava striscie di scarlatto e nastri coi quali voleva segnare [2] i fiori di San Giovanni, cioè i cespugli di verbasco, di timo e d'asfodelo da cogliere l'indomani all'alba per farne medicinali ed amuleti.
D'altronde Olì pensava che anche non segnando i cespugli che voleva cogliere, nessuno glieli avrebbe toccati: i campi intorno alla cantoniera dove ella viveva col padre ed i fratellini, erano completamente deserti. Solo in lontananza una casa campestre in rovina emergeva da un campo di grano, come uno scoglio in un lago verde. Nella campagna intorno moriva la selvaggia primavera sarda: si sfogliavano i fiori dell'asfodelo e i grappoli d'oro della ginestra; le rose impallidivano nelle macchie, l'erba ingialliva, un caldo odore di fieno profumava l'aria grave.
La via lattea e l'ultimo splendore dell'orizzonte, fasciato da una striscia verdastra e rosea che pareva il mare lontano, rendevano la notte chiara come un crepuscolo. Vicino al fiume, la cui acqua scarsissima rifletteva le stelle e il cielo violaceo, Olì trovò due dei suoi fratellini che cercavano grilli.
«A casa! Subito!», ella disse con la sua bella voce ancora infantile.
«No!», rispose uno dei bimbi.
«Allora voi non vedrete spalancarsi il cielo, stanotte! I bimbi buoni, nella notte di San Giovanni vedono aprirsi il cielo e poi vedono il paradiso e il Signore e gli angeli e lo Spirito Santo... Ma voi vedrete un cornino se non andate a casa subito.»
«Andiamo», disse pensieroso uno dei bimbi. L'altro protestò ancora un po', ma finì col lasciarsi condurre via dal fratello.
Olì andò oltre: oltre l'alveo del fiume, oltre il sentiero, oltre le macchie di olivastro: qua e là si curvava e legava con un nastro le cime di qualche cespuglio, poi si rizzava e scrutava la notte con lo sguardo acuto dei suoi occhi felini.
Il cuore le balzava forte, d'ansia, di timore e di gioia. La notte fragrante invitava all'amore e Olì amava, Olì aveva quindici anni e con la scusa di segnare i fiori di San Giovanni andava ad un convegno amoroso.
Sei mesi prima, una sera d'inverno, un giovane contadino, mezzadro d'un ricco proprietario nuorese a cui appartenevano i campi intorno alla casa in rovina, era entrato nella cantoniera per chiedere un po' di fuoco. Era un giovane alto, con lunghi capelli neri lucidi d'olio: i suoi occhi nerissimi non si lasciavano quasi guardare, tanto erano luminosi, e soltanto Olì poteva fissarli con i suoi, che non si abbassavano davanti a nessuno.
Il cantoniere, uomo ancora giovane ma già grigio, stanco di fatiche, di affanni e di miseria, accolse benevolmente il contadino, gli diede una pietra focaia, lo interrogò sul suo padrone e lo invitò a tornare sempre che voleva.
Da quella sera il contadino frequentò assiduamente la cantoniera: nelle sere piovose raccontava storielle ai bambini raccolti intorno al focolare fumoso, e ad Olì insegnò i posti ove meglio crescevano i funghi e le erbe mangereccie.
Un giorno egli trasse la fanciulla fin verso un avanzo di nuraghe, sopra un'altura, fra macchie coperte di bacche rosse, e le disse che fra i blocchi della tomba gigantesca stava nascosto un tesoro.
«Eppoi so di tanti altri accusorgios [3]», egli disse con voce grave, mentre Olì coglieva finocchi selvatici; «io finirò bene col trovarne uno, ed allora...»
«E allora?», chiese Olì, un po' beffarda, sollevando gli occhi che al riflesso del paesaggio parevano verdi.
«Allora me ne andrò lontano; e se tu vorrai venir con me ti porterò via, in Continente. Io conosco bene il Continente, perché è da poco tempo che ho finito il servizio militare. Sono stato a Roma e poi in Calabria ed in altri posti ancora. Là tutto è bello... Se tu verrai...»
Olì rise, piano piano, lusingata e felice, sebbene un po' ironica. Dietro il nuraghe due dei suoi fratellini, nascosti in una macchia, fischiavano richiamando un passero: per l'immensità del paesaggio non s'udiva voce umana, non passava nessuno.
Il servo prese Olì per la vita, la sollevò, chiuse gli occhi e la baciò; e da quel giorno i due giovani s'amarono selvaggiamente, diffondendo il segreto della loro passione alle macchie più silenziose, ai cespugli della riva, ai neri nascondigli dei nuraghes solitarî.
Oppressa dalla solitudine e dalla miseria Olì amava il giovine per ciò che egli rappresentava, per le cose e le terre maravigliose che egli aveva vedute, per la città dalla quale veniva, per il ricco padrone che serviva, per i fantastici disegni che egli tracciava nell'avvenire; ed egli amava Olì perché era bella ed ardente: entrambi incoscienti, primitivi, impulsivi ed egoisti, si amavano per esuberanza di vita e per bisogno di godimento.
Anche la madre di Olì, a quanto narrava la figliuola, era stata una donna fantastica e ardente.
«Ella era di famiglia benestante», raccontava Olì, «ed aveva parenti nobili che volevano maritarla con un vecchio possidente. Mio nonno, il padre di mia madre, era un poeta: in una notte improvvisava tre o quattro canzoni, e tanto erano belle che, appena un cantastorie le ripeteva per la strada, tutto il popolo le apprendeva e le ripeteva con entusiasmo. Ah, sì, mio nonno era un gran poeta! Alcune sue poesie le so anch'io, insegnatemi da mia madre. Aspetta, senti questa.»
Ella recitava qualche strofa in dialetto logudorese, poi riprendeva: «Il fratello di mia madre, zio Merziòro Desogos, dipingeva nelle chiese e scolpiva i pulpiti: però si uccise perché aveva da scontare una condanna. Sì, i parenti di mia madre erano nobili ed istruiti: tuttavia ella non volle sposare il vecchio proprietario. Vide invece mio padre, che allora era bello come una bandiera, se ne innamorò e fuggi con lui. Ella soleva dire, mi ricordo: "Mio padre mi ha diseredata, ma non importa; gli altri si tengano le loro ricchezze, io mi tengo il mio Micheli e basta!"».

Un giorno il cantoniere si recò a Nuoro per comprare del frumento, e ritornò più triste e disfatto del solito.
«Olì, bada a te, Olì!», disse alla figlia minacciandola con la mano. «Guai se quel servo rimette ancor piede qui! Egli ci ha ingannati persino sul suo nome. Disse di chiamarsi Quirico ed invece si chiama Anania. È oriundo di Orgosolo, razza di pastori, parente di banditi e di galeotti. Bada a te, donnicciuola: egli ha moglie!»
Olì pianse e le sue lagrime caddero, assieme col frumento, entro l'arca di legno nero; ma appena l'arca fu chiusa e zio Micheli tornò al lavoro, la fanciulla andò in cerca del servo.
«Tu ti chiami Anania! Tu hai moglie!», gli disse, e gli occhi le fiammeggiavano di rabbia.
Anania finiva di seminare il grano sul prato smosso: due merli cantavano dondolandosi su una fronda d'olivastro; grandi nuvole bianche rendevano più intenso l'azzurro del cielo. Tutto era dolcezza, silenzio, oblìo.
«Ecco», disse il giovane, che teneva ancora la bisaccia sulla spalla, «io ho una moglie vecchia. Ah, me la diedero per forza... come i parenti volevano dare a tua madre il vecchio possidente... perché io sono povero ed ella ha molti soldi. Ma che cosa importa? Ella è vecchia e morrà presto; noi siamo giovani, Olì, ed io voglio bene soltanto a te. Se tu mi abbandoni io muoio.»
Olì s'intenerì e credette.
«E che faremo ora?», domandò. «Mio padre mi bastonerà se continueremo ad amarci.»
«Abbi pazienza, agnellino mio. Mia moglie morrà presto; ma anche non morisse io troverò il tesoro e ce ne andremo in Continente».
Olì protestò, pianse, non sperò molto nel tesoro, ma continuò ad amoreggiare col servo.
La seminagione era terminata, ma Anania andava spesso in campagna per osservare se il grano spuntava, e per estirpare le male erbe dal seminato: nelle ore di riposo, invece di coricarsi, egli diroccava il nuraghe, con la scusa di costruire un muro con le pietre divelte dal monumento, ma in realtà per cercare il tesoro.
«Se non qui altrove, ma lo troverò!», diceva ad Olì. «Ebbene, a Maras un servo come me trovò un fascio di verghe d'oro. Egli non si avvide che erano d'oro e le consegnò ad un fabbro. Stupido! Ma io mi accorgerò bene... Nei nuraghes», raccontava poi, «abitavano i giganti che usavano le masserizie d'oro. Persino i chiodi delle loro scarpe erano d'oro. Oh, si trovano sempre dei tesori, cercandoli bene! A Roma, quando io ero soldato, vidi un luogo dove si conservano ancora le monete d'oro e gli oggetti nascosti dagli antichi giganti. Anche ora, del resto, nelle altre parti del mondo, vivono ancora i giganti, e sono così ricchi che usano gli aratri e le falci d'argento.»
Egli parlava sul serio, con gli occhi splendenti di sogni aurei; se però gli avessero chiesto che avrebbe fatto dei tesori che sperava ritrovare, forse non avrebbe saputo dirlo. Per allora progettava soltanto la fuga con Olì: all'avvenire non pensava che in modo fantastico.
Verso Pasqua la fanciulla ebbe occasione di recarsi a Nuoro, e domandate notizie della moglie di Anania seppe che costei era una donna anziana, ma niente affatto benestante.
«Ebbene», egli disse, appena Olì gli rinfacciò la sua menzogna, «sì, ella adesso è povera, ma quando la sposai era ricca. Dopo le nozze io andai al servizio militare, mi ammalai, spesi molto; anche mia moglie si ammalò. Oh, tu non sai cosa vuol dire una lunga malattia! Poi prestammo dei denari e non ce li restituirono. Poi credo un'altra cosa; che mia moglie tenga i denari nascosti. Ecco, ti giuro che è così.»
Egli parlava seriamente, ed Olì credeva. Credeva perché aveva bisogno di credere e perché Anania l'aveva abituata a ritener vere le cose più inverosimili, suggestionato egli stesso dalle sue fantasie. Così, verso i primi di giugno, zappando in un orto del padrone, egli trovò un grosso anello di metallo rossiccio e lo credette d'oro.
«Qui ci deve essere certamente un tesoro», pensò, e subito andò a raccontare le sue nuove speranze ad Olì.
La primavera regnava nella campagna selvaggia; il fiume azzurrognolo rifletteva i fiori del sambuco, i narcisi esalavano voluttuose fragranze; nelle notti rischiarate dalla luna o dalla via lattea, tiepide e silenti, pareva che nell'aria ondeggiasse un filtro inebbriante.
Olì vagava qua e là, con gli occhi velati di passione; nei lunghi crepuscoli luminosi e nei meriggi abbaglianti, quando le montagne lontane si confondevano col cielo, ella seguiva con uno sguardo triste i fratellini seminudi, neri come idoletti di bronzo, e mentre essi animavano il paesaggio con le loro grida di uccelli selvatici, ella pensava al giorno in cui avrebbe dovuto abbandonarli per partire con Anania.
Ella aveva veduto l'anello ritrovato dal giovine, e sperava e aspettava, col sangue arso dai veleni della primavera.

«Olì!», chiamò la voce di Anania, dietro una macchia.
Olì tremò, avanzò cauta, cadde fra le braccia del giovine. Sedettero sull'erba ancora tiepida, accanto ad un fascio di puleggi e d'alloro selvatico che esalava un forte profumo.
«Quasi quasi non venivo», disse il giovine. «La padrona deve sgravarsi stanotte, e mia moglie, che sta ad assisterla, voleva che io restassi in casa. "No", le dissi, "stanotte devo cogliere il puleggio e l'alloro; non sai che è San Giovanni?" E son venuto. Ecco.»
Si frugava in seno, mentre Olì toccava l'alloro chiedendo a che serviva.
«Non lo sai, dunque? L'alloro colto stanotte serve per medicina e per tante altre cose: se, per esempio, tu spargi le foglie di quest'alloro qua e là sui muri intorno ad una vigna o ad un ovile, gli animali rapaci non potranno penetrarvi, né rosicchiar l'uva, né rapire gli agnelli.»
«Ma tu non sei pastore.»
«Io però guarderò la vigna del padrone: poi queste foglie le metterò anche intorno all'aia, perché le formiche non rubino il grano. Verrai tu, quando io batterò il grano? Ci sarà molta gente; faremo festa e alla notte canteremo.»
«Oh, mio padre non vorrà!», ella disse sospirando.
«Ma è curioso quell'uomo! Si vede che non conosce mia moglie: ella è decrepita come le pietre», disse Anania, sempre frugandosi in seno. «Ma dove l'ho messa?»
«Che cosa? Tua moglie?», chiese maliziosamente Olì.
«Ebbene, una croce! Ho trovato anche una croce d'argento.»
«Anche una croce d'argento? Dove era l'anello? E tu non me lo dicevi?»
«Ah, eccola. Sì, è d'argento vero.»
Egli trasse di sotto l'ascella un involtino: Olì lo svolse, palpò la crocetta e domandò ansiosa:
«Ma è dunque vero? Il tesoro c'è?».
E pareva così felice che Anania, sebbene avesse trovato la crocetta in campagna, credette bene di lasciarla nella sua illusione.
«Si, là, nell'orto. Chissà quanti oggetti preziosi ci saranno! Ma bisognerà che io frughi di notte.»
«Ma il tesoro è del padrone.»
«No, è di chi lo trova!», rispose Anania; e quasi per avvalorare questo suo principio egli cinse Olì con un braccio e cominciò a baciarla.
«Se io troverò il tesoro tu verrai?», le chiese tremando. «Verrai, dimmi, fiore? Bisogna che io lo trovi subito perché non posso più vivere lontano da te. Ah, vedi, quando vedo mia moglie sento voglia di morire, mentre vorrei vivere mille anni con te. Fiore mio!»
Olì ascoltava e tremava. Intorno era profondo silenzio; le stelle brillavano sempre più perlate, come occhi sorridenti d'amore, e sempre più dolci erravano nell'aria i profumi delle erbe aromatiche.
«Mia moglie morrà presto, Olì, cuoricino mio! Sì, che fanno i vecchi sulla terra? Chissà? Fra un anno, forse, noi saremo sposi.»
«San Giovanni lo voglia!», sospirò Olì. «Ma non bisogna desiderare la morte di nessuno. Ed ora lasciami andare.»
«Rimani ancora un po'», egli supplicò con voce infantile, «perché vuoi andartene così presto? Che farò io senza di te?»
Ma ella si alzò tutta vibrante.
«Forse ci rivedremo domani mattina, perché coglierò le erbe prima che sorga il sole: ti farò un amuleto contro le tentazioni...»
Ma egli non aveva paura delle tentazioni: s'inginocchiò, cinse Olì con ambe le braccia e si mise a gemere.
«No, non andartene, non andartene, fiore; rimani ancora un poco, Olì, agnellino mio; tu sei la mia vita; ecco, io bacio la terra dove tu posi i piedi, ma rimani ancora un poco; altrimenti io muoio.»
Egli gemeva e tremava, e la sua voce commoveva Olì fino alle lagrime. Ella rimase.

Solo in autunno zio Micheli si accorse che sua figlia aveva peccato. Una collera feroce invase allora l'uomo stanco e sofferente che aveva conosciuto tutti i dolori della vita, fuorché il disonore. A questo si ribellò. Prese Olì per un braccio e la cacciò via di casa.
Ella pianse, ma zio Micheli fu inesorabile. Egli l'aveva avvertita mille volte; e forse avrebbe perdonato se ella avesse peccato con un uomo libero; ma così no, non poteva perdonare.
Per qualche giorno Olì visse nella casa in rovina intorno alla quale Anania aveva seminato il grano; i fratellini le portavano qualche tozzo di pane, ma zio Micheli se ne accorse e li bastonò.
Allora Olì, per non morire di fame e di freddo, giacché l'autunno copriva di grandi nubi livide il cielo, e il vento umido soffiava attraverso le macchie arrossate dal gelo, s'avviò verso Nuoro per chiedere aiuto all'amante. Fosse caso od avvertenza, a metà strada incontrò Anania che la confortò, la coprì col suo gabbano e la condusse a Fonni, paese di montagna, al di là di Mamojada.
«Non aver paura», disse il giovine, «ora ti conduco da una mia parente, presso la quale starai benissimo; sta tranquilla, ché io non ti abbandonerò mai.»
La condusse in casa di una vedova che aveva un figliolino di quattro anni. Nel vedere questo bambino, nero, lacero, tutto orecchie ed occhi, Olì pensò ai fratellini e pianse. Ah, chi si sarebbe più curato dei poveri orfanelli? Chi avrebbe dato loro da mangiare e da bere; chi preparerebbe il pane nella cantoniera, chi laverebbe più i panni nel fiume azzurro? E che avverrebbe mai di zio Micheli, il povero vedovo febbricitante ed infelice? Basta, Olì pianse un giorno ed una notte; poi si guardò attorno con occhi foschi.
Anania era partito; la vedova fonnese, pallida e scarna, con un viso di spettro, circondato da una benda giallastra, filava seduta davanti ad un fuocherello di fuscelli: tutto intorno era miseria, stracci, fuliggine. Dal tetto di scheggie annerite dal fumo pendevano, tremolanti, grandi tele di ragno; pochi arnesi di legno formavano le masserizie della misera casa. Il bimbo dalle grandi orecchie, vestito già in costume, con un berrettone di pelle lanosa, non parlava né rideva mai: soltanto si divertiva ad arrostire castagne fra la cenere ardente.
«Abbi pazienza, figlia», disse la vedova alla fanciulla, senza sollevare gli occhi dal fuso. «Sono cose del mondo. Oh, ne vedrai delle peggiori, se vivrai. Siamo nati per soffrire: anch'io da ragazza ho riso, poi ho pianto; ora tutto è finito.»
Olì si senti gelare il cuore. Oh, che tristezza, che tristezza immensa! Fuori cadeva la notte, faceva freddo, il vento rombava con un fragore di mare agitato. Al chiarore giallognolo del fuoco la vedova filava e ricordava; ed anche Olì, accoccolata per terra, ricordava la notte calda e voluttuosa di San Giovanni, il profumo dell'alloro, la luce delle stelle sorridenti.
Le castagne del piccolo Zuanne scoppiavano fra la cenere che si spargeva sul focolare. Il vento batteva furiosamente alla porta come un mostro scorrazzante nella notte cupa.
«Anch'io», disse la vedova, dopo un lungo silenzio, «anch'io ero di buona famiglia. Il padre di questo moscherino si chiamava Zuanne; perché, vedi, sorella cara, ai figli bisogna sempre mettere il nome del padre affinché gli somiglino. Ah, sì, era molto abile mio marito. Alto come un pioppo, vedi là, il suo gabbano è ancora appeso al muro.»
Olì si volse e sulla parete color terra vide infatti un lungo gabbano d'orbace nero, fra le cui pieghe i ragni avevano tessuto i loro veli polverosi.
«Non lo toccherò mai», riprese la vedova, «anche se dovrò morire di freddo. I miei figli lo indosseranno quando saranno abili come il padre loro.»
«Ma cosa era il padre?», chiese Olì.
«Ebbene», disse la vedova, senza cambiar tono di voce, ma col viso spettrale lievemente animato, «egli era un bandito. Dieci anni stette bandito, sì, dieci anni. Egli dovette darsi alla campagna pochi mesi dopo le nostre nozze: io andavo a trovarlo sui monti del Gennargentu, egli cacciava mufloni, aquile, avoltoi, ed ogni volta ch'io andavo a trovarlo, egli faceva arrostire una coscia di muflone. Dormivamo all'aperto, sotto il vento, sulle cime dei monti; ma ci coprivamo con quel gabbano là e le mani di mio marito ardevano sempre, anche quando nevicava. Spesso si stava in compagnia...»
«Con chi?», domandò Olì, che ascoltando la vedova dimenticava le sue pene.
Anche il bimbo ascoltava, con le grandi orecchie intente: sembrava una lepre quando sente il grido della volpe lontana.
«Ebbene, con altri banditi. Erano tutti uomini abili, svelti, pronti a tutto e specialmente alla morte. Tu credi che i banditi siano gente cattiva? Tu ti inganni, sorella cara: essi sono uomini che hanno bisogno di spiegare la loro abilità; null'altro. Mio marito soleva dire: "Anticamente gli uomini andavano alla guerra: ora non si fanno più guerre, ma gli uomini hanno ancora bisogno di combattere, e commettono le grassazioni, le rapine, le bardanas [4] non per fare del male, ma per spiegare in qualche modo la loro forza e la loro abilità!".»
«Bella abilità, zia Grathia! E perché non si battono la testa al muro, se non hanno altro da fare?»
«Tu non capisci, figlia», disse la vedova, triste e fiera. «È il destino che vuole così. Ora ti racconterò perché mio marito si fece bandito.»
Ella disse si fece con una certa fierezza, non priva di vanità.
«Sì, raccontate», rispose Olì, con un lieve brivido per le spalle.
L'ombra addensavasi, il vento urlava sempre più forte, con un continuo rombo di tuono: pareva di essere in una foresta sconvolta dall'uragano, e le parole e la figura cadaverica della vedova, in quell'ambiente nero, illuminato solo a sprazzi dalla fiamma lividognola del misero fuoco, davano ad Olì una infantile voluttà di terrore, e pareva di assistere ad una di quelle paurose fiabe che Anania aveva narrato ai suoi fratellini: ed ella, ella stessa, con la sua miseria infinita faceva parte della triste storiella.
La vedova raccontò:
«Eravamo sposi da pochi mesi; eravamo benestanti, sorella cara: avevamo frumento, patate, castagne, uva secca, terre, case, cavallo e cane. Mio marito era proprietario; spesso non aveva che fare e s'annoiava. Allora diceva: "Voglio diventar negoziante; così ozioso non posso vivere, perché sono sano, forte, abile, e mentre sto in ozio mi vengono le cattive idee". Però non avevamo capitali abbastanza perché egli potesse fare il negoziante. Allora un suo amico gli disse: "Zuanne Atonzu, vuoi prender parte ad una bardana? Si andrà in gran numero, guidati da banditi abilissimi, e si assalterà, in un paese lontano, la casa di un cavaliere che ha tre casse piene d'argenteria e di monete. Un uomo di quel paese è venuto apposta nel Capo di Sopra [5] per raccontare la cosa ai banditi, invitandoli a fare una bardana; egli stesso ci indicherà la via. Ci son foreste da attraversare, montagne da salire, fiumi da guadare. Vieni". Mio marito mi svela l'invito del suo amico. "Ebbene", dico io, "che bisogno hai tu dell'argenteria di quel cavaliere?" "No", risponde mio marito, "io sputo sulla forchetta che può spettarmi dopo il bottino, ma ci son foreste e montagne da attraversare, cose nuove da vedere, ed io mi divertirò. Sono poi curioso di vedere come i banditi se la caveranno. Non accadrà niente di male, via; tanti altri giovani verranno, come me, per dar prova di abilità e per passare il tempo. Ebbene, non è peggio se vado alla bettola e mi ubriaco?" Io piansi, scongiurai», continuò la vedova, sempre torcendo il filo con le dita scarne, e seguendo con gli occhi cupi il movimento del fuso, «ma egli partì. Disse di recarsi a Cagliari per affari... Egli partì,» ripeté la donna, con un sospiro, «ed io rimasi sola: ero incinta. Dopo seppi come andarono i fatti. La compagnia era composta di circa sessanta uomini: viaggiavano a piccoli gruppi, ma di tanto in tanto si riunivano in certi punti stabiliti, per deliberare sul da farsi. Serviva da guida l'uomo del paese verso cui erano diretti. Capitano della bardana era il bandito Corteddu, un uomo dagli occhi di fuoco e col petto coperto di pelo rosso; un gigante Golia, forte come il lampo. Nei primi giorni del viaggio piovette, si scatenarono uragani, i torrenti strariparono, il fulmine colpì uno della compagnia. Di notte procedevano al fulgore dei lampi. Allora, arrivati in una foresta vicina al Monte dei Sette Fratelli, il capitano riunì i capi della bardana e disse: "Fratelli miei, i segni del cielo non sono per noi propizi. L'impresa riuscirà male; inoltre sento l'odore del tradimento; credo che la guida sia una spia. Facciamo una cosa: sciogliamo la compagnia; vuol dire che l'impresa si farà un'altra volta". Molti approvarono la proposta, ma Pilatu Barras, il bandito d'Orani, che aveva il naso d'argento perché il vero glielo aveva portato via una palla, sorse e disse: "Fratelli in Dio", egli usava sempre dire così, "fratelli in Dio, io respingo la proposta. No. Se piove non vuol dire che il cielo non ci protegga: anzi un po' di disagio fa bene, abitua i giovani a vincere la mollezza. Se la guida ci tradisce la ammazzeremo. Avanti, puledri!". Corteddu scosse la testa di leone, mentre un altro bandito mormorava con disprezzo: "Si vede che colui non può fiutare!". Allora Pilatu Barras gridò: "Fratelli in Dio, sono i cani che fiutano, non i cristiani! Il mio naso è d'argento e il vostro è di osso di morto. Ebbene, ecco che cosa io vi dico: se noi sciogliamo ora la compagnia sarà un brutto esempio di viltà; pensate che fra noi ci sono dei giovani alle prime armi; essi non chiedono che di spiegare la loro abilità come si spiega una bandiera nuova; se ora invece voi li mandate via, date loro esempio di vigliaccheria, ed essi ritorneranno fra la cenere dei loro focolari, resteranno oziosi e non saranno più buoni a niente. Avanti, puledri!". Allora altri capi diedero ragione a Pilatu Barras e la compagnia andò avanti. Corteddu aveva ragione, la guida li tradiva. Entro la casa del ricco cavaliere stavano nascosti i soldati: si combatté e molti banditi rimasero feriti, altri vennero riconosciuti, uno fu ucciso. Perché non lo riconoscessero, i compagni lo denudarono, gli tagliarono la testa, la portarono via con le vesti e la seppellirono nella foresta. Mio marito fu riconosciuto e perciò dovette farsi bandito... Io abortii».
Mentre parlava la donna aveva cessato di filare e aveva steso le mani al fuoco. Olì rabbrividiva di freddo, di terrore e di piacere: come il racconto della vedova era orribile e bello! Ah! Ed essa, Olì, aveva sempre creduto che i banditi fossero gente malvagia! No, erano poveri disgraziati, spinti al male dalla fatalità, come era stata spinta lei.
«Ora ceniamo», disse la donna, scuotendosi. Si alzò, accese una primitiva candela di ferro nero, e preparò la cena: patate e sempre patate: da due giorni Olì non mangiava altro che patate e qualche castagna.
«Anania è vostro parente?», chiese la fanciulla dopo un lungo silenzio, mentre cenavano.
«Sì, mio marito era parente di Anania, ma in ultimo grado, poiché anche lui non era fonnese natìo. I suoi avi erano di Orgosolo. Però Anania non rassomiglia punto al beato [6]», rispose la donna scuotendo il capo con disprezzo. «Ah, sorella cara, mio marito si sarebbe appiccato ad una quercia prima di commettere l'azione vile di Anania.»

Olì si mise a piangere; fece chinare la testa del piccolo Zuanne sulle sue ginocchia, gli strinse una manina sporca e dura, e pensò ai suoi fratellini abbandonati.
«Essi saranno come gli uccellini nudi entro il nido, quando la madre, ferita dal cacciatore, non torna da loro. Chi darà loro da mangiare? Chi farà loro da madre? Pensate che l'ultimo, il più piccolo, non si sa ancora vestire né spogliare.»
«Dormirà vestito, allora!», rispose la vedova per confortarla. «Perché piangi, idiota? Dovevi pensarci prima: ora è inutile. Abbi pazienza. Iddio Signore non abbandona gli uccelli del nido.»
«Che vento! Che vento!», si lamentò poi Olì. «Credete voi ai morti?»
«Io?», disse la vedova, spegnendo la candela e riprendendo il fuso. «Io non credo né ai morti né ai vivi...»
Zuanne sollevò il capo, disse piano piano: «Io cì!» e nascose ancora il viso in grembo ad Olì.
La vedova riprese i suoi racconti:
«Io poi ebbi un altro figlio, che ora ha otto anni ed è già servetto in un ovile. Poi ebbi questo. Ah, siamo ben poveri adesso, sorella cara; mio marito non era un ladrone, no; viveva del suo e perciò dovemmo vendere tutto, tranne questa casa».
«Come morì?», domandò la fanciulla, accarezzando la testa del bimbo che pareva addormentato.
«Come morì? In un'impresa. Egli non stette mai in carcere», osservò con fierezza la vedova, «sebbene la giustizia lo ricercasse, come il cacciatore ricerca il cinghiale. Egli però sfuggiva abilmente ad ogni agguato, e mentre la giustizia lo cercava sui monti, egli passava la notte qui, sì, proprio qui, davanti a questo focolare, dove stai seduta tu...»
Il bimbo sollevò la testa, con le grandi orecchie improvvisamente accese, poi la riabbassò sul grembo di Olì.
«Sì, proprio lì. Una volta, due anni or sono, seppe che una pattuglia doveva percorrere la montagna ricercandolo. Allora mi mandò a dire: "Mentre i dragoni mi ricercheranno, io prenderò parte ad una impresa; al ritorno passerò la notte in casa; mogliettina mia, aspettami". Io aspettai, aspettai, tre, quattro notti: filai un rotolo di lana nera.»
«Dove era andato?»
«Non te lo dissi? Ad una impresa, ad una bardana, ecco!» esclamò la vedova con una certa impazienza: poi riabbassò la voce: «Io aspettai quattro notti, ma ero triste: ogni passo che udivo mi faceva battere il cuore; e le notti passavano, il mio cuore si stringeva, si faceva piccolo come il seme d'una mandorla. Alla quarta notte udii battere alla porta e aprii. "Donna, non aspettare più", mi disse un uomo mascherato. E mi diede il gabbano di mio marito. Ah!».
La vedova diede un sospiro che parve un grido, poi tacque; e Olì la fissò a lungo, ma ad un tratto il suo sguardo seguì lo sguardo atterrito di Zuanne. Le manine del bimbo, dure e brune come zampe d'uccello, si agitavano e additavano la parete.
«Che hai? Che cosa vedi?»
«Un motto...», egli sussurrò.
«Ma che morto!...», ella disse ridendo, improvvisamente allegra.
Ma quando fu a letto, sola, in una specie di soffitta grigia e fredda, sul cui tetto il vento urlava ancora più tonante, smuovendo e sbattendo le assi, ella ripensò ai racconti della vedova, all'uomo mascherato che le aveva detto: «donna, non aspettare più!», al lungo gabbano nero, al bimbo che vedeva i morti, agli uccellini nudi del nido abbandonato, ai suoi poveri fratellini, ai tesori di Anania, alla notte di San Giovanni, a sua madre morta; ed ebbe paura e si sentì triste, così triste che, sebbene si ritenesse dannata all'inferno, desiderò di morire.


II.

Il figlio di Olì nacque a Fonni, al cominciare della primavera. Per consiglio della vedova del bandito, che lo tenne a battesimo, fu chiamato Anania: egli passò a Fonni la sua infanzia, e ricordò sempre con nostalgia quel bizzarro paese adagiato sulla cima d'un monte come un avoltoio in riposo. Durante il lungo inverno tutto era neve e nebbia; ma in primavera l'erba invadeva anche i ripidi viottoli del paese, selciati di grosse pietre, dove gli scarafaggi si addormentavano beatamente al sole, e le formiche uscivano dalle loro buche, e vi rientravano e vi si aggiravano attorno indisturbate. Le casupole di pietra bruna, coi tetti di scandule [7] sovrapposte a guisa di squame di pesce, aprivano sui viottoli le porticine nere, i balconi di legno corroso, le scalette talvolta inghirlandate di vite; il pittoresco campanile della Basilica dei Martiri, emergente dal verde delle quercie del vecchio cortile del convento, dominava il quadretto del paese, disegnato sul cielo di cristallo azzurrino.
Un orizzonte favoloso circonda il villaggio: le alte montagne del Gennargentu, dalle vette luminose quasi profilate d'argento, dominano le grandi valli della Barbagia, che salgono, immense conchiglie grigie e verdi, fino alle creste ove Fonni, con le sue case di scheggia e i suoi viottoli di pietra, sfida i venti e i fulmini.
D'inverno il paese era quasi deserto, perché i numerosi pastori nomadi che lo popolavano (uomini forti come il vento e astuti come volpi) scendevano con le greggie nelle tiepide pianure meridionali; ma durante il bel tempo un bizzarro viavai di cavalli, di cani, di pastori vecchi e giovani, animava le straducole.
Anche Zuanne, il figlio della vedova, a undici anni era già pastore. Durante la giornata conduceva al pascolo attraverso i selvaggi dintorni del paese un certo numero di capre appartenenti a diverse famiglie fonnesi; all'alba egli passava fischiando lungo le vie, e le capre, che ne conoscevano il fischio, uscivano dalle case e lo seguivano mansuete. Verso sera egli le riconduceva fino all'entrata del villaggio; di là le intelligenti bestie s'avviavano da sole alle case dei loro padroni.
Il piccolo Anania seguiva quasi sempre il suo amico e fratello Zuanne dalle grandi orecchie: entrambi costantemente scalzi, con ghette e giubboncino di orbace, lunghi e sudici calzoni di grossa tela, berretto di pelo di montone. Anania aveva sempre gli occhi malaticci, e in conseguenza cisposi; dal suo nasino rosso colava continuamente un umore salato che egli non esitava a leccarsi, od a spandere con la manina sporca, di qua e di là dal naso, formandosi in tal modo due baffi di crosta d'una materia indefinibile.
Mentre le capre pascolavano nei dintorni montuosi del paese, fra i cespugli aromatici e le roccie verdi di caprifoglio, i due bambini girovagavano, scendevano verso la strada per lanciare sassolini a chi passava, penetravano nelle piantagioni di patate, dove lavoravano le donne solerti, cercavano all'ombra umida dei noci giganteschi qualche frutto sbattuto dal vento. Zuanne era alto e svelto, Anania più forte e più ardito. Entrambi bugiardi di una forza unica e agitati da fantasie barbare, Zuanne parlava sempre di suo padre, lodandolo e proponendosi di seguirne l'esempio e di vendicarne la memoria, e Anania voleva diventar soldato.
«Io t'arresterò», diceva tranquillamente; e Zuanne rispondeva con ardore:
«Ed io t'ammazzerò».
Quindi giocavano spesso ai banditi, armati di fucili di canna. Avevano certo uno sfondo adatto, ed Anania non riusciva mai a scovare il bandito, sebbene Zuanne, dalla macchia dove si celava, imitasse la voce del cuculo. Un cuculo vero rispondeva in lontananza, e spesso i due bambini, smessi i feroci propositi, s'avviavano in cerca del melanconico uccello; ricerca non meno infruttuosa di quella del bandito. Quando sembrava loro di esser vicini al covo misterioso, il grido triste singhiozzava più lontano, più lontano ancora. Allora i due fratellini di sventura, affondati fra l'erba e sdraiati sul musco delle roccie, si contentavano di interrogare il cuculo.
Zuanne era modesto; chiedeva soltanto:

Cuccu bellu agreste, [8]
Narami itte ora est;

e l'uccello rispondeva con sette gridi, mentre invece potevano esser le dieci. Ciò nonostante Anania slanciava le sue coraggiose domande:

Cuccu bellu 'e mare [9]
Cantos annos bi cheret a m'isposare?

«Cu-cu-cu-cu...»
«Quattro anni, diavolo! Ti sposi presto!...» canzonava Zuanne.
«Sta zitto, ché non ha sentito bene.»

Cuccu bellu 'e lizu [10]
Cantos annos bi cheret a fagher fizu?

Qualche volta il cuculo dava un numero ragionevole; e i due bimbi, nel silenzio immenso del luogo, interrotto solo dalla voce del melanconico oracolo, continuavano le domande non sempre allegre:

Cuccu bellu 'e sorre, [11]
Cantos annos bi cheret a mi morrer?

Una volta Anania si avviò solo per la montagna, e salì e salì per la strada bianca, attraverso le macchie e i blocchi di granito, su per le chine coperte dai fiorellini violetti del serpillo, finché gli parve d'esser giunto ad una cima altissima. Il sole era scomparso, ma dietro le montagne turchine dell'orizzonte pareva che grandi fuochi ardessero mandando in alto, sul cielo tutto rosso, una luce ardentissima. Anania ebbe paura di quel cielo ardente, dell'altezza ove era giunto, del silenzio terribile che lo circondava. Pensò al padre di Zuanne, e si guardò attorno con terrore: ah, benché si proponesse la carriera delle armi aveva paura dei banditi, - mentre Zuanne desiderava vivamente di vederli, - ed il lungo gabbano nero sulla parete fuligginosa gli faceva spavento. Ridiscese quasi rotolando dalla cima dove aveva veduto il cielo tutto rosso e le montagne turchine, e a Zuanne, che lo chiamava urlando, raccontò dove era stato e che li aveva veduti. Il figlio della vedova, dapprima irritatissimo, si commosse e guardò Anania con rispetto; poi entrambi rientrarono in paese pensierosi e taciturni, seguiti dalle capre i cui campanacci risonavano tristemente nel silenzio del crepuscolo.
Quando non seguiva Zuanne, il piccolo Anania passava la giornata nel grande cortile della chiesa dei Martiri, coi figli del fabbricante di ceri, il cui laboratorio era in uno stambugio addossato alla chiesa. Grandi alberi ombreggiavano il cortile melanconico, circondato di tettoie in rovina: una scalinata di pietra conduceva alla chiesa, sulla cui facciata semplicissima stava dipinta una croce. Su questa scalinata Anania ed i figli del fabbricante di ceri passavano ore ed ore, al sole appena tiepido, giocando con qualche pietruzza, o fabbricando piccoli ceri di creta. Alle finestre dell'antico convento s'affacciava qualche carabiniere annoiato: nell'interno delle celle si scorgevano stivali e giubbe militari, e si udiva una voce cantare in falsetto, con accento napoletano:

A te questo rosario...

Qualche fraticello, - degli ultimi rimasti nell'umido e decadente luogo, - lacero, sporco, coi sandali rotti, passava nel cortile, pregando in dialetto: spesso il carabiniere dalla finestra, il frate dalla scalinata, s'intrattenevano in puerili discorsi coi bimbi del cortile; qualche volta il carabiniere si rivolgeva direttamente ad Anania chiedendogli notizie di sua madre:
«E cosa fa tua madre?».
«Fila.»
«E altro?»
«Va alla fonte.»
«Dille che venga qui, ché ho da parlarle.»
«Sissignore», rispondeva il piccolo innocente.
E riferiva la cosa ad Olì, ed Olì gli somministrava in risposta qualche paio di schiaffi e gli proibiva di tornare nel cortile (eppure una volta egli la vide discorrere con un carabiniere) ma egli naturalmente non obbediva, perché non sapeva vivere se non con Zuanne o coi figli del fabbricante di ceri.
Tranne la domenica e i giorni della gran festa dei Martiri, in primavera, una solitudine triste regnava nel grande cortile soleggiato, sotto le tettoie in rovina, piene d'odor di cera, sotto l'enorme noce che ad Anania sembrava più alto del Gennargentu, e nell'interno della Basilica, le cui pitture e gli stucchi pareva si consumassero per l'abbandono e l'oblio in cui erano lasciati; eppure egli ricordò sempre con dolcezza nostalgica quel luogo deserto, dove in primavera l'avena cresceva fra le pietre, ed in autunno le foglie rugginose del noce cadevano come ali d'uccelli morti, Zuanne, che si struggeva per il desiderio di giocare nel cortile, e s'annoiava quando Anania non lo seguiva, era geloso dei figli del ceraiuolo e faceva di tutto perché l'amico non li frequentasse.
«Vieni domani con me», diceva ad Anania, mentre arrostivano le castagne sulle brage del focolare. «T'insegnerò dove si trova un nido di lepri. Ce ne sono tante, vedi, così piccole che sembrano le dita di una mano: e sono nude, con le orecchie lunghe. Eh, come sono lunghe quelle orecchie, diavolo!», concludeva, fingendo meraviglia.
Anania andava in cerca delle lepri e naturalmente non le trovava. L'altro giurava che prima c'erano, che dovevano essere scappate, e peggio per Anania che non era andato prima.
«Tu vai con quelli», diceva con disprezzo. «Peggio per te: ora le lepri fattele di cera! Vedi, se venivi ieri con me!»
«E perché non le hai prese tu?»
«Volevo prenderle con te, ecco; ora vediamo se troviamo il nido della cornacchia.»
Il piccolo pastore faceva di tutto per trattenere Anania, ma il bimbo cominciava ad aver freddo lassù, ai piedi del monte già coperto di nebbia, e tornava in paese. Di sua madre, in quel tempo, egli serbò pochi ricordi perché la vedeva di rado; ella stava sempre fuori; lavorava a giornata per le case o pei campi, nelle coltivazioni di patate, e ritornava verso sera, lacera, livida dal freddo, affamata. Da lungo tempo il padre di Anania non era più tornato a Fonni, anzi il bambino non si ricordava di averlo mai veduto.
Chi faceva un po' da madre al piccolo bastardo era la vedova del bandito: essa lo aveva cullato, lo aveva addormentato tante volte con la nenia melanconica di strane canzoni; tante volte gli aveva pulito la testa, tante volte tagliato le unghie dei piedini e delle manine terrose, e gli aveva soffiato violentemente il naso. Ogni sera, filando accanto al fuoco, ella narrava le gesta eroiche del bandito; i bambini ascoltavano avidamente, ma Olì non si commoveva più, anzi spesso rintuzzava la vedova, o abbandonava il focolare e andava a coricarsi nel suo giaciglio. Anania dormiva con lei, ai piedi del letto: spesso trovava sua madre già addormentata, ma fredda, gelida, e cercava di riscaldarle i piedi coi suoi piedini caldi.
Talvolta la sentiva singhiozzare, nel silenzio della notte, ma non osava chiederle che avesse, perché aveva soggezione di lei: però si confidò con Zuanne, che a sua volta gli spiegò certe cose.
«Devi sapere che tu sei un bastardo, cioè tuo padre non è marito di tua madre. Ce ne sono molti così, sai.»
«E perché non l'ha sposata?»
«Perché ha un'altra moglie: la sposerà quando questa muore.»
«E quando muore, questa?»
«Quando Dio vuole. Devi sapere che tuo padre prima veniva a trovarci, io lo conosco, sai.»
«Com'è?» chiedeva Anania, corrugando le ciglia, con un impeto di odio istintivo verso quel padre sconosciuto che non veniva a trovarlo, e certo che sua madre piangeva per il suo abbandono.
«Ecco», diceva Zuanne, interrogando i suoi ricordi, «è bello, alto, sai, con gli occhi come lucciole. Ha un cappotto da soldato.»
«Dove si trova?»
«A Nuoro. Nuoro è una città grande, che si vede dal Gennargentu. Io conosco il Monsignore di Nuoro perché mi ha cresimato.»
«Ci sei stato tu, a Nuoro?»
«Sì, io ci sono stato», mentiva Zuanne.
«Non è vero, tu non ci sei stato. Io mi ricordo che tu non ci sei stato.»
«Io ci sono stato prima che tu nascessi; ecco, se vuoi saperlo!»
Anania, dopo questi discorsi, seguiva volentieri Zuanne anche quando aveva freddo, e continuamente gli domandava notizie di suo padre, di Nuoro, della strada che bisognava percorrere per arrivare alla città. E quasi ogni notte sognava questa strada, e vedeva una città con tante chiese, con palazzi, circondata da montagne ancora più alte del Gennargentu.
Una sera, agli ultimi di novembre, Olì, dopo essere stata a Nuoro per la festa delle Grazie, litigò con la vedova; già da qualche tempo ella si bisticciava con tutte le persone che incontrava, e percuoteva i bambini.
Anania la sentì piangere tutta la notte, e sebbene il giorno prima ella lo avesse bastonato, provò una grande pietà per lei: avrebbe voluto dirle: «Tacete, mamma mia: Zuanne dice che se fosse come me, quando sarebbe grande andrebbe a Nuoro per cercare il padre e imporgli di venirvi a trovare: io ci voglio andare ora, invece: lasciatemi andare, mamma mia...».
Ma non osava fiatare.
Era notte ancora quando Olì si alzò: scese in cucina, risalì, ritornò a scendere, rientrò con un fagotto.
«Alzati», disse al ragazzetto.
Poi lo aiutò a vestirsi e gli mise intorno al collo una catenella dalla quale pendeva un sacchettino [12] di broccato verde, fortemente cucito.
«Cosa c'è dentro?» chiese il bimbo, palpando il sacchettino.
«Una ricetta che ti porterà fortuna; me la diede un vecchio frate che incontrai in viaggio... Tieni sempre il sacchettino sul seno nudo; non perderlo mai.»
«Come era il vecchio frate?», chiese Anania, pensieroso. «Aveva una lunga barba? Un bastone?»
«Sì, una lunga barba, un bastone...»
«Che fosse lui?»
«Chi lui?»
«Gesù Cristo Signore...»
«Forse...», disse Olì. «Ebbene, promettimi che non perderai né darai mai a nessuno il sacchettino. Giuramelo.»
«Ve lo giuro, sulla mia coscienza!», rispose Anania gravemente. «È forte la catenella?»
«È forte.»
Olì prese il fagotto, strinse nella sua la manina del fanciullo e lo condusse in cucina dove gli diede una scodellina di caffè e un pezzo di pane. Poi gli gettò sulle spalle un sacchetto logoro e lo trascinò fuori.
Albeggiava. Faceva un freddo intensissimo; la nebbia riempiva la valle, copriva l'immensa chiostra dei monti: solo qualche alta cresta nevosa emergeva argentea simile al profilo d'una nuvola bianca, ed il monte Spada appariva or sì or no come un enorme blocco di bronzo tra il velo mobile della nebbia.
Anania e la madre attraversarono le viuzze deserte, passarono davanti al grande panorama occidentale sommerso nella nebbia, cominciarono a scendere lo stradale grigio e umido che si sprofondava giù giù, in una lontananza piena di mistero. Anania si sentì battere il cuoricino: quella strada grigia, vigilata dalle ultime case di Fonni i cui tetti di scheggie parevano grandi ali nerastre spennacchiate, quella strada che scendeva continuamente verso un abisso ignoto colmo di nebbia, era la strada per Nuoro.
Madre e figlio camminavano frettolosi: spesso il bambino doveva correre, ma non si stancava. Era abituato a camminare, ed a misura che scendeva si sentiva più agile, caldo, vispo come un uccello. Più volte chiese:
«Dove andiamo, mamma mia?».
«A cogliere castagne», diss'ella una volta, e poi: «in campagna: lo vedrai».
Anania scendeva, correva, inciampava, rotolava: ogni tanto si palpava il petto in cerca del sacchettino. La nebbia diradavasi; in alto il cielo appariva d'un azzurro umido solcato come da grandi pennellate di biacca: le montagne si delineavano livide nella nebbia. Un raggio giallo di sole illuminava finalmente la chiesetta di Gonare sulla cima del monte piramidale, che sorgeva su uno sfondo di nuvole color piombo.
«Andiamo là?», domandò Anania, additando un bosco di castagni, umidi di nebbia e carichi di frutti spinosi spaccati. Un uccellino strideva nel silenzio dell'ora e del luogo.
«Più avanti», disse Olì.
Anania riprese le sue corse sfrenate: mai s'era spinto tanto avanti nelle sue escursioni, ed ora questo continuo scendere a valle, la natura diversa, l'erba che copriva le chine, i muri verdi di musco, le macchie di nocciuoli, i cespugli coperti di bacche rosse, gli uccellini che pigolavano, tutto gli riusciva nuovo e piacevole.
La nebbia svaniva, il sole trionfante schiariva le montagne; le nuvole sopra monte Gonare avevano preso un bel colore giallo-roseo, sul cui sfondo la chiesetta appariva chiara e sembrava vicina a chi la guardava.
«Ma dov'è questo diavolo di luogo?», chiese Anania, volgendosi a sua madre con le manine aperte, e fingendosi sdegnato.
«Subito. Sei stanco?»
«Non sono stanco!», egli gridò, rimettendosi a correre.
Arrivò però il momento in cui egli cominciò a sentire un piccolo dolore alle ginocchia: allora rallentò la corsa, si pose a fianco di Olì e cominciò a chiacchierare; ma la donna, col suo fagotto sul capo, il viso livido e gli occhi cerchiati, gli badava appena e rispondeva distratta.
«Torneremo stanotte?», egli chiedeva. «Perché non me lo avete lasciato dire a Zuanne? È lontano il bosco? È a Mamojada?»
«Sì, a Mamojada.»
«Ah, a Mamojada? Quando c'è la festa a Mamojada? È vero che Zuanne è stato a Nuoro? Questa è la strada di Nuoro, io lo so, e ci vogliono dieci ore, a piedi, per arrivare a Nuoro. Voi siete stata a Nuoro? Quando è la festa a Nuoro?»
«È passata, era l'altro giorno», disse Olì, scuotendosi. «Ti piacerebbe stare a Nuoro?»
«Altro che! E poi... e poi...»
«Tu sai che a Nuoro c'è tuo padre», rispose Olì, indovinando il pensiero del fanciullo. «Ti piacerebbe stare con lui?»
Anania ci pensò; poi disse con vivacità, corrugando le sopracciglia:
«Sì!.»
A che pensava egli dicendo quel «sì»? La madre non indagò oltre; chiese soltanto:
«Vuoi che ti conduca da lui?».
«Sì!»
Verso mezzogiorno si fermarono presso un orto dove una donna, con le sottane cucite fra le gambe a guisa di calzoni, zappava vigorosamente: un gatto bianco le andava dietro, slanciandosi di tanto in tanto contro una lucertola verde che appariva e scompariva fra le pietre del muro.
Anania ricordò sempre questi particolari. La giornata s'era fatta tiepida, il cielo azzurro; le montagne, come asciugantisi al sole, apparivano grigie, chiazzate di boschi scuri; il sole, quasi scottante, riscaldava l'erba e faceva scintillare l'acqua dei ruscelli.
Olì sedette per terra, aprì il fagotto e chiamò Anania che si era arrampicato sul muro per guardare la donna ed il gatto.
In quel momento apparve allo svolto della strada la corriera postale di Fonni, guidata da un omone rosso coi baffi gialli.
Olì avrebbe voluto nascondersi; ma l'omone, che pareva ridesse continuamente perché aveva le guancie gonfie, la vide e gridò:
«Dove vai, donnina?».
«Dove mi pare e piace», ella rispose a voce bassa.
Anania, ancora arrampicato sul muro, guardò entro la vettura, e vedendola vuota disse al carrozziere:
«Prendetemi, zio Battista, prendetemi nella vettura, prendetemi».
«Dove andate? Dunque?», gridò l'omone, rallentando la corsa.
«Ebbene, che tu sii sbranato, andiamo a Nuoro. Vuoi farci la carità di prenderci un po' in vettura?», disse Olì, mangiando. «Siamo stanchi come asini.»
«Senti», rispose l'omone, «va al di là di Mamojada, intanto che io faccio la fermata. Vi prenderò.»
Egli tenne la promessa: giunto al di là di Mamojada fece sedere in serpe accanto a lui i due viandanti e cominciò a chiacchierare con Olì.
Anania, veramente stanco, sentiva un vivo piacere nel trovarsi seduto fra sua madre e l'omone che scuoteva la frusta, davanti ai freschi paesaggi dallo sfondo azzurrino che si disegnavano nell'arco del mantice.
Le grandi montagne erano scomparse, scomparse per sempre, ed il bambino pensava a quello che avrebbe detto Zuanne sapendo di questo viaggio. «Quando tornerò quante cose avrò da dirgli!», pensava. «Gli dirò: io sono stato in carrozza e tu no.»
«Perché diavolo vai a Nuoro?», insisteva l'omone, rivolto ad Olì.
«Ebbene, vuoi saperlo?», ella rispose finalmente. «Vado per mettermi a servire. Ho già fatto il contratto con una buona signora. A Fonni non potevo più vivere; la vedova di Zuanne Atonzu mi ha cacciato di casa.»
«Non è vero», pensò Anania. Perché sua madre mentiva? Perché non diceva la verità, che cioè andava a Nuoro per cercare il padre di suo figlio? Basta, se ella diceva le bugie doveva aver le sue buone ragioni; e Anania non indagò oltre, tanto più che aveva sonno. Chinò la testina sul grembo della madre e chiuse gli occhi.
«Chi c'è ora nella cantoniera?», chiese ad un tratto Olì. «Mio padre non c'è più?»
«Non c'è più.»
Ella diede un profondo sospiro: la vettura si fermò un momento, poi riprese la sua corsa, ed Anania finì di addormentarsi.
A Nuoro egli provò una forte delusione. Era questa la città? Sì, le case erano più grandi di quelle di Fonni, ma non tanto come egli s'era immaginato: le montagne poi, cupe sul cielo violaceo del freddo tramonto, erano addirittura piccole, quasi per far ridere. Inoltre i bambini che s'incontravano per le strade, le quali, a dire il vero, gli parevano molto larghe, lo impressionavano stranamente perché vestivano e parlavano in modo diverso dai bambini fonnesi.
Madre e figlio girovagarono per Nuoro fino al cader della sera, ed infine entrarono in una chiesa. C'era molta gente; l'altare ardeva di ceri, un canto dolce s'univa ad un suono ancor più dolce che veniva non si sa da dove. Ah, ciò parve veramente bello ad Anania, che pensava a Zuanne ed al piacere di narrargli quanto ora vedeva.
Olì gli disse all'orecchio:
«Vado a vedere se c'è l'amica presso cui andremo a dormire; non muoverti di qui finché non torno io...».
Egli rimase solo in fondo alla chiesa; sentiva un po' di paura, ma si distraeva guardando la gente, i ceri, i fiori, i santi. Eppoi l'incoraggiava il pensiero dell'amuleto nascosto sul suo seno. Ad un tratto si ricordò di suo padre. Ah, dov'era egli? Perché dunque non andavano a trovarlo?
Olì tornò presto; attese che la novena fosse terminata, prese Anania per la mano e lo fece uscire per una porta diversa da quella ov'erano entrati. Camminarono per diverse vie, finché non vi furono più case: era già sera, faceva freddo, Anania aveva fame e sete, si sentiva triste e pensava al focolare della vedova ed alle castagne ed alle chiacchiere di Zuanne.
Arrivarono in un viottolo chiuso da una siepe, dietro la quale si vedevano le montagne che avevano colpito il bimbo per la loro piccolezza.
«Senti», disse Olì, e la voce le tremava, «hai visto quell'ultima casa con quel gran portone aperto?»
«Sì.»
«Là dentro c'è tuo padre: tu vuoi vederlo, non è vero? Senti: ora torniamo indietro, tu entri nel portone, di fronte al quale vedrai una porta pure aperta: tu entri là e guardi; c'è un molino ove fanno l'olio; un uomo alto, con le maniche rimboccate, a capo scoperto, va dietro al cavallo. Quello è tuo padre.»
«Perché non venite dentro anche voi?», domandò il bimbo.
Olì cominciò a tremare.
«Io entrerò dopo di te: tu va innanzi; appena entrato dici: "Io sono il figlio di Olì Derios". Hai capito? Andiamo.»
Ritornarono indietro; Anania sentiva sua madre tremare e battere i denti. Giunti davanti al portone ella si chinò, accomodò il sacchetto sulle spalle del bimbo, e lo baciò.
«Va, va», disse, spingendolo.
Anania entrò nel portone; vide l'altra porta, illuminata, ed entrò: si trovò in un luogo nero nero, dove una caldaia bolliva sopra un forno acceso, e un cavallo nero faceva girare una grande e pesante ruota oleosa entro una specie di vasca rotonda. Un uomo alto, con le maniche rimboccate, a capo scoperto, con le vesti sudice, nere di olio, andava appresso al cavallo, rimuovendo entro la vasca, con una pala di legno, le olive frantumate dalla ruota. Altri due uomini andavano e venivano, spingendo in avanti e indietro una spranga infilata in un torchio, dal quale colava l'olio nero e fumante.
Davanti al fuoco stava seduto un ragazzetto con un berretto rosso; e fu questo ragazzetto che primo si accorse del bimbo straniero. Lo fissò bene, e credendolo un mendicante gli impose aspramente:
«Va via!».
Anania, timido, immobile sotto il suo sacchetto, non rispose. Vedeva tutto confuso ed aspettava che sua madre entrasse.
L'uomo dalla pala lo guardò con occhi lucenti, poi s'avanzò e chiese:
«Ma che cosa vuoi?».
Quello era suo padre? Anania lo guardò timidamente, pronunziando con vocina sottile le parole suggeritegli da sua madre:
«Io sono il figlio di Olì Derios».
I due uomini che giravano il torchio si fermarono di botto, e uno di essi gridò:
«Tuo figliooo!».
L'uomo alto gettò per terra la pala, si curvò su Anania, lo fissò, lo scosse, gli chiese:
«Chi... chi ti ha mandato? Cosa vuoi? Dove è tua madre?».
«È fuori... adesso verrà...»
Il mugnaio corse fuori, seguìto dal ragazzetto col berretto rosso; ma Olì era scomparsa e nulla più si seppe di lei.

Avvertita del caso accorse zia Tatàna, la moglie del mugnaio, una donna non più giovane, ma ancora bella, grassa e bianca, con dolci occhi castanei circondati di piccole rughe, e un po' di baffi biondi sul labbro rialzato. Ella era tranquilla, quasi lieta; appena entrò nel molino prese Anania per gli omeri, si chinò, lo esaminò attentamente.
«Non piangere, poverino», gli disse con dolcezza. «Or ora ella verrà. E voi zitti!», impose agli uomini e al ragazzetto che si immischiava forse un po' troppo nella faccenda e fissava Anania con due piccoli occhi turchini cattivi e un sorriso beffardo nel rosso visino paffuto.
«Dov'è andata? Non viene dunque? Dove la ritroverò?», si domandava con disperazione il piccolo abbandonato, piangendo sconsolatamente.
Ella avrà avuto paura. Dove sarà adesso? Perché non viene? E quell'uomo lurido, oleoso, cattivo, quello è suo padre?
Le carezze e le dolci parole di zia Tatàna lo confortarono alquanto; cessò di piangere, si leccò le lagrime e se le sparse di qua e di là delle guance, col gesto che gli era abituale; poi subito pensò alla fuga.
La donna, il mugnaio, gli uomini, il ragazzetto, tutti gridavano, imprecavano, ridevano e si bisticciavano.
«È proprio tuo figlio. Tale e quale!», diceva la donna, rivolta al mugnaio.
E il mugnaio gridava:
«Non lo voglio, no, non lo vogliooo!...».
«Sei ben scomunicato, sei senza viscere. Santa Caterina mia, è possibile che vi sieno uomini così malvagi?», diceva zia Tatàna, un po' scherzando, un po' sul serio. «Ah, Anania, Anania, sei sempre tu!»
«E chi dunque vuoi ch'io sia? Ora vado subito in Questura.»
«Tu non andrai in nessun posto, stupido! Tu vuoi tirar fuori di tasca le tue corna per mettertele sul capo! [13]», osservò energicamente la donna.
Ma siccome egli insisteva, ella disse:
«Ebbene, andrai domani. Ora finisci il tuo lavoro, e ricordati ciò che diceva il re Salomone: "La furia della sera lasciala alla mattina..."».
I tre uomini tornarono al lavoro: ma spingendo sotto la ruota la pasta delle olive frante, il mugnaio gridava, borbottava, imprecava, mentre gli altri lo deridevano e la moglie gli diceva tranquillamente:
«Via, non prenderti poi la porzione più grande [14]. Dovrei arrabbiarmi io, Santa Caterina mia! Ricordati, Anania, che Dio non paga il sabato».
«Taci, figliolino mio», disse poi al bimbo, che singhiozzava nuovamente, «domani aggiusteremo tutto. Ecco, così gli uccelli volano dal nido appena hanno le ali.»
«Ma sapevate voi che quest'uccellino esisteva?», chiese ridendo uno dei due uomini che spingevano la spranga.
«Dove sarà andata tua madre? Com'è fatta, dimmi?», domandò il ragazzetto, mettendosi davanti ad Anania.
«Bustianeddu», gridò il mugnaio, «se non te ne vai ti mando via a calci...»
«E provate un po'!», diss'egli, spavaldo.
«E diglielo dunque tu come è fatta Olì!», esclamò uno dei due uomini.
L'altro rise tanto che dovette abbandonar la spranga e premersi il petto.
Intanto zia Tatàna, premurosa e carezzevole, interrogava il bimbo, esaminandogli le povere vestine. Egli raccontò tutto con vocina incerta e lamentosa, ogni tanto interrotta da singhiozzi.
«Poverino, poverino! Uccellino senz'ali: senz'ali e senza nido!», diceva pietosamente la donna. «Taci, anima mia; tu avrai fame, non è vero? Adesso andiamo a casa, e zia Tatàna ti darà da mangiare, e poi ti manderà a letto, con l'angelo custode, e domani aggiusteremo tutte le cose.»
Con questa promessa ella lo condusse in una casetta vicina al molino, e gli diede da mangiare pane bianco e formaggio, un uovo ed una pera.
Mai Anania aveva mangiato tanto bene: e la pera, dopo le carezze materne e le dolci parole di zia Tatàna, finì di confortarlo.
«Domani...», diceva la donna.
«Domani...», ripeteva il fanciulletto.
Mentre egli mangiava, zia Tatàna, che preparava la cena per il marito, lo interrogava e gli dava buoni consigli, avvalorandoli con l'affermare che erano già stati dettati dal re Salomone ed anche da Santa Caterina.
Ad un tratto, sollevando gli occhi ella scorse alla finestruola il visetto paffuto di Bustianeddu.
«Va via», disse, «va via, piccola rana. Fa freddo.»
«Lasciatemi dunque entrare», egli supplicò. «Fa freddo davvero.»
«Va dunque al molino.»
«No, c'è mio padre che mi ha mandato via. Ih, quanta gente è venuta là!»
«Entra dunque, povero orfano, anche tu senza madre! Che cosa dice zio Anania? Grida ancora?»
«E lasciatelo gridare!», consigliò Bustianeddu, sedendosi accanto ad Anania, e raccogliendo e rosicchiando il torso della pera, abbastanza rosicchiato e già buttato via dal piccolo straniero.
«Son venuti tutti», raccontò poi, parlando e gestendo come un uomo maturo. «Maestro Pane, mio padre, zio Pera, quel bugiardone di Franziscu Carchide, zia Corredda, tutti vi dico insomma...»
«Che cosa dicevano?» chiese la donna con viva curiosità.
«Tutti dicevano che dovete adottare questo bambino. E zio Pera diceva ridendo: "Anania, e a chi dunque lascerai i tuoi beni, se non tieni il bambino?". Zio Anania lo rincorse con la pala; tutti ridevano come pazzi.»
La donna dovette esser vinta dalla curiosità, perché ad un tratto raccomandò a Bustianeddu di non lasciar solo Anania ed uscì per tornare al molino.
Rimasti soli, Bustianeddu cominciò a fare qualche confidenza al piccolo abbandonato.
«Mio padre ha cento lire nel cassetto del canterano, ed io so dove è la chiave. Noi abitiamo qui vicino, e abbiamo un podere per il quale paghiamo trenta lire di imposta: ma l'altra volta venne il commissario e sequestrò l'orzo. Cosa c'è qui, dentro il tegame, che fa cra-cra-cra? Ti pare che prenda fumo?», sollevò il coperchio e guardò. «Diavolo, ci son patate. Credevo fosse altro. Ora assaggio.»
Con due ditina prese una fetta bollente, ci soffiò sopra più volte, se la mangiò; ne prese un'altra...
«Che cosa fai?», disse Anania, con un po' di dispetto. «Se viene quella donna!...»
«Noi sappiamo fare i maccheroni, io e mio padre», riprese imperturbato Bustianeddu. «Tu li sai fare? E il sugo?»
«Io no», disse Anania, melanconico.
Pensava sempre a sua madre, assediato da tristi domande. Dove era andata? Perché non era entrata nel molino? Perché lo aveva abbandonato e dimenticato? Adesso che aveva mangiato e sentiva caldo, egli aveva voglia di piangere ancora, di fuggire. Fuggire! Cercar sua madre! Questa idea lo afferrò tutto e non lo lasciò più.
Poco dopo rientrò zia Tatàna, seguìta da una donna lacera, barcollante, che aveva un gran naso rosso ed una enorme bocca livida dal labbro inferiore penzolante.
«È questo... è questo... l'uccellino?...», chiese balbettando l'orribile donna: e guardò con tenerezza il piccolo abbandonato. «Fammi vedere la tua faccina, che tu sii benedetto! È bello come una stella, in verità santa! E lui non lo vuole? Ebbene, Tatàna Atonzu, raccoglilo tu, raccoglilo come un confetto...»
Si avvicino e baciò Anania, che torse il viso con disgusto perché l'enorme bocca della donna puzzava d'acquavite e di vino.
«Zia Nanna», disse Bustianeddu, facendo cenno di bere, «oggi l'avete presa giusta!»
«Co... co... cosa sai tu? Che fai qui? Moscherino, povero orfano, va a letto.»
«Anche tu dovresti andare a letto!», osservò zia Tatàna. «Andate, andate via tutti e due: è tardi.»
Spinse dolcemente l'ubriaca, ma prima d'uscire ella chiese da bere. Bustianeddu riempì d'acqua una scodella e gliela porse: ella la prese con buona grazia, ma appena v'ebbe guardato dentro, scosse il capo e la rifiutò. Poi andò via traballando. Zia Tatàna mandò via anche Bustianeddu e chiuse la porta.
«Tu sarai stanco, anima mia; adesso ti metterò a dormire», disse ad Anania, conducendolo in una grande camera attigua alla cucina e aiutandolo a spogliarsi. «Non aver paura, sai; domani tua madre verrà, o andremo a cercarla noi. Sai farti il segno della croce? Sai il Credo? Sì, bisogna recitare il Credo tutte le notti. Poi io ti insegnerò tante altre preghiere, una delle quali per San Pasquale che ci avvertirà dell'ora della nostra morte. E così sia. Ah, tieni anche la rezetta? E come è bella! Sì, bravo, San Giovanni ti proteggerà: sì, egli era un bimbo ignudo come te, eppure battezzò Gesù Signore Nostro. Dormi, anima mia: in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Amen.»
Anania si trovò in un gran letto dai guanciali rossi; zia Tatàna lo coprì bene ed uscì, lasciandolo al buio. Egli mise la manina sull'amuleto, chiuse gli occhi e non pianse, ma non poté dormire.
Domani... Domani... Ma quanti anni erano trascorsi dopo la partenza da Fonni? Che pensava Zuanne non vedendo ritornare l'amico? Pensieri confusi, immagini strane gli passavano nella piccola mente; ma la figura della madre non lo abbandonava mai. Dov'era andata? Aveva freddo? Domani la rivedrebbe... Domani... Se non lo conducevano da lei egli fuggirebbe... Domani...
Sentì il mugnaio rientrare e litigare con la moglie: il cattivo uomo gridava:
«Non lo voglio! Non lo voglio!».
Poi tutto fu silenzio. Ad un tratto qualcuno aprì l'uscio, entrò, camminò in punta di piedi, s'avvicinò al letto e sollevò cautamente la coperta. Un baffo ispido sfiorò lievemente la guancia di Anania, ed egli, che fingeva di dormire, socchiuse appena appena un occhio e vide che chi l'aveva baciato era suo padre.
Pochi momenti dopo zia Tatàna entrò e si coricò nel gran letto, a fianco di Anania, che la sentì lungamente pregare bisbigliando e sospirando.


III.

Nessuno denunziò alle autorità l'abbandono del piccolo Anania, ed Olì poté scomparire indisturbata. Non si seppe mai precisamente dove ella fosse andata: ma qualcuno disse di averla veduta sul piroscafo che faceva il servizio fra la Sardegna e Civitavecchia: e qualche tempo dopo un negoziante fonnese, ch'era stato in continente per affari, assicurò di aver incontrato Olì a Roma, vestita da signora, in compagnia di allegre donnine, e di aver passato qualche ora con lei.
Tutte queste cose si dicevano nel molino, presente il fanciulletto che ascoltava avidamente. Simile ad una bestiola selvatica, in apparenza addomesticata, egli meditava continuamente la fuga: come a Fonni, mentre viveva con la madre, desiderava di fuggire per andare alla ricerca del padre, ora che il suo sogno s'era avverato, non pensava che ad un viaggio per ritrovare Olì. Tanto meglio se ella era lontana, al di là del mare; più ella era lontana, più egli si sentiva capace di ritrovarla. Eppure egli non la amava: non la amava perché da lei aveva sempre ricevuto più busse che carezze, e l'affronto dell'abbandono, di cui sentiva istintivamente tutta la vergogna; ma non amava neppure suo padre, quell'uomo oleoso che, nei primi istanti dell'abbandono, lo aveva accolto con odio e quindi gli aveva destato un senso di terrore e di repugnanza; quell'uomo infine che lo baciava in segreto e davanti alla gente lo maltrattava e lo umiliava continuamente.
Zia Tatàna, però, lo proteggeva e lo amava, ed egli a poco a poco le si affezionò: ella lo lavava, lo pettinava, lo vestiva, gli insegnava le preghiere e i precetti del re Salomone, lo conduceva in chiesa, lo faceva dormire con lei, gli dava cose buone da mangiare. In poco tempo egli si trasformò, ingrassò e diventò addirittura un signore, abbandonando il rozzo costume fonnese per un abituccio di fustagno scuro. Inoltre cominciò a parlar nuorese e ad assumere i modi spigliati di Bustianeddu.
Ma il suo cuoricino non cambiava, non poteva cambiare. Strani sogni di fughe, di avventure, di avvenimenti straordinari si confondevano, nella piccola anima, con l'istintiva nostalgia per il luogo natìo, per le persone e le cose perdute; col desiderio della libertà selvaggia fino allora goduta, ed infine col sentimento arcano di pietà e di vergogna, col pensiero costante, col segreto anelito per la madre lontana.
Egli anelava a qualche cosa d'ignoto, voleva sua madre perché tutti avevano la madre, e perché il non averla gli causava, più che dolore, umiliazione. Capiva che ella non poteva stare col mugnaio, perché costui aveva un'altra moglie; ma fra i due, egli avrebbe preferito vivere con lei. Forse istintivamente intuiva già che ella era la più debole, e anche per ciò si sentiva dalla sua parte.
A misura che il tempo passava, questi sentimenti si attenuavano, ma non scomparivano dal piccolo cuore; come nella piccola memoria si trasformava ma non spariva la figura fisica e morale della madre lontana.
Un giorno poi egli venne a sapere da Bustianeddu, che lo perseguitava con la sua amicizia subìta più che accettata, una cosa straordinaria.
«Mia madre non è morta», gli confidò il ragazzetto, quasi vantandosene. «Si trova anch'essa in continente, come la tua: scappò una volta che mio padre stette in carcere. Ma quando sarò grande andrò a trovarla; eh, sì, te lo giuro! Eppoi io ho anche uno zio, che studia in continente; ed egli scrisse d'aver veduto mia madre passare in una via, e voleva bastonarla, ma la gente lo tenne fermo. Ecco, questo berretto rosso era di mio zio.»
Questa breve storia confortò Anania, e lo legò di viva amicizia con Bustianeddu. Essi trascorsero molti anni assieme: nel frantoio, nella casa di zia Tatàna, per le straducole del vicinato. Bustianeddu aveva quasi la stessa età di Zuanne, l'amico perduto, e in fondo era generoso e ardente. Andava o diceva d'andare a scuola, ma spesso il maestro scriveva un bigliettino al padre per chiedere notizie dell'invisibile scolaro: allora il genitore, che era un piccolo negoziante di lana e di pelli, legava il bimbo con una corda di pelo e lo chiudeva in una stanza, imponendogli di studiare. Come i delinquenti dal carcere, Bustianeddu usciva da questa specie di prigionia più astuto e indurito di prima. Solo durante le lunghe e frequenti assenze del padre, egli, solo in casa, diventava serio: pareva sentisse la responsabilità della sua posizione; guardava la casa, scopava, preparava da mangiare, lavava la biancheria. Spesso Anania lo aiutava di gran cuore; in cambio Bustianeddu gli dava qualche consiglio e gli insegnava molte cose buone e moltissime cattive. Passavano buona parte delle giornate e delle lunghe sere fredde nel molino, ove Anania grande, - come lo chiamavano per distinguerlo dal figlio, - lavorava per conto del ricco signor Daniele Carboni, al quale il frantoio apparteneva.
Il mugnaio, - che secondo le stagioni si trasformava in contadino, in ortolano, in vignaiuolo, - dava al signor Carboni il rispettoso titolo di padrone perché lo serviva da lunghi anni, ma in realtà il suo lavoro era molto indipendente, ben rimunerato e non privo di incerti.
Il frantoio dava da una parte su un cortile e dall'altra su un orto che scendeva fino allo stradale sopra la valle; un bell'orto alquanto selvatico, con roccie, siepi di biancospino e di fichi d'India, peschi e mandorli e una quercia dal tronco corroso, nido di grosse termiti, di cavallette, di bruchi e d'uccelli.
Anche quest'orto apparteneva al signor Carboni, ed era il sogno di tutti i monelli del vicinato; ma zio Pera Sa Gattu [15], il vecchio ortolano sempre armato d'un randello, non lasciava mai penetrare nessuno. Da quest'orto si vedevano le belle ed agili fanciulle nuoresi scendere alla fontana con l'anfora sul capo come le donne bibliche: e zio Pera le sbirciava con occhi da satiro mentre seminava le fave e i fagiuoli, mettendo tre semi per buco, e gridando per spaventare i passeri.
Dal finestrino del molino Anania e Bustianeddu guardavano anch'essi con intenso desiderio l'orto soleggiato, aspettando che l'ortolano si assentasse: ma zio Pera, ch'era un ometto secco, dal viso rosso-terreo, sbarbato e sarcastico, amava troppo le sue fave e i suoi cavoli per abbandonarli durante la giornata: solo verso sera saliva al molino per riscaldarsi e chiacchierare.
Era un'annata abbondante di olive; anche i proprietari dei paesi vicini s'affannavano per ottenere l'opera del frantoio che funzionava giorno e notte; per ogni macinata di circa due ettolitri d'olive si lasciavano due litri d'olio. Accanto alla porta c'era una latta per l'olio da alimentar la lampada di questa e quella Madonna, e le persone devote non mancavano mai di versarvi un po' del prodotto delle olive macinate durante la giornata. Sacchi d'olive nere lucenti, sansa fumante, barili ed altri recipienti sporchi ingombravano sempre l'ambiente nero, caldo e sucido del molino; e in questo ambiente, intorno alla ruota trainata dal lungo cavallo baio, davanti alla caldaia bollente, accanto al torchio sempre in moto, sempre stillante olio, fra l'odore non sgradevole ma troppo forte della sansa e dei rifiuti dell'olio, muovevasi di continuo una folla di tipi caratteristici. La sera, poi, si riunivano intorno al fuoco della caldaia le persone più freddolose del vicinato: per lo più la compagnia veniva composta, oltre che dal mugnaio e dai clienti, che aiutavano a spingere la sbarra del torchio, da cinque o sei individui sempre alticci. Uno di questi, Efes Cau, già ricco possidente, ridotto in estrema miseria dal vizio del vino, dormiva quasi ogni notte nel molino, infestando di insetti l'angolo dove si coricava.
Una sera, appunto, sorse questione fra il mugnaio ed un ricco contadino che aveva trovato un brutto insetto in un sacco di olive.
«Dovresti vergognarti, per Dio!», gridava il contadino. «Perché lasci entrare qui tutti i vagabondi di Nuoro?»
«Dopo tutto egli era ricco, più ricco di te!», gridò il mugnaio, difendendo il Cau.
«Questo non impedisce che ora egli viva di elemosine e sia pieno di insetti», rispose l'altro con disprezzo.
Allora zio Pera l'ortolano, che stava seduto accanto al fuoco col suo randello fra le ginocchia, recitò una canzonetta:

Onzi pessone [16]
Nde juchet de munnia.
- E tue chi lu ses nende
Nde juches unu andende
Issu collette!

Il contadino si toccò istintivamente il colletto e tutti risero. Anche il contadino rise, si calmò ed anzi fece portare da casa sua un bottiglione di vino.
Anania e Bustianeddu, seduti in un angolo, sulle sanse calde, si divertivano nell'udire i discorsi dei grandi: e quando arrivò Efes, come sempre ubriaco, barcollante, vestito d'un vecchio abito da caccia del signor Carboni, Bustianeddu gli andò incontro e gli cantò la canzonetta di zio Pera.

Onzi pessone bia...

Efes lo guardò coi suoi occhi vitrei, rotondi e sporgenti, e mentre sulle sue guancie gialle e cascanti passava come un brivido di disgusto, la sua mano palpava il lurido collo della giacca abbottonata.
La gente ricominciò a ridere, e l'infelice si guardò attorno e barcollò; poi si mise a piangere accorgendosi che lo deridevano.
«Efes!», gridò zio Pera, mostrandogli un bicchiere colmo che al riflesso del fuoco pareva di rubino.
L'ubriaco si avanzò, sorridendo fra le lagrime con un sorriso ebete.
«No», disse Franziscu Carchide, il giovane calzolaio, nonché ricamatore di cinture, bel giovine galante, dal viso roseo, «se tu non balli non bevi.»
E preso il bicchiere dalle mani del vecchio lo sollevò in alto, mentre Efes guardava e tendeva le braccia animato dal brutale desiderio del vino.
«Dammi, dammi...»
«No, se non balli, no.»
Egli fece un giro intorno a sé, reggendosi in equilibrio.
«Bisogna anche cantare, Efes!»
Ed egli aprì la bocca puzzolente ed emise una nota rauca:

Quando Amelia sì pura e sì candida...

Egli tentava sempre questo motivo; ma arrivato all'ultima parola contorceva la bocca come spasimando per la vana ricerca dell'altro verso che non ricordava.