una recensionde di Flaviana Zaccaria
Sic historia facta est, il momento finale, l’apogeo e l’armageddon coincidono in Jon, protagonista del racconto, con la morte di Boriz, fratello partito in un lontano passato per una terra straniera; una terra che anche nel nome connota una differenza e un esoterismo, Exoter, un luogo della terra d’Invernia che l’autore utilizza con duplice scopo: mentre da un lato infatti il nome contribuisce a mantenere e a distanziare la terra che accoglie Boriz dalla patria natia - chiamata non a caso Farlandia -, al contempo egli proietta in un luogo lasciato volutamente estraneo, di cui si hanno solo nozioni prettamente spazio-tempporali, questo “tirare le somme”, quest’apocalissi finale annunciata dalla macchia nel sole.
La morte di questo fratello suscita in Jon un sentimento di analisi, egli é inconsciamente invitato, attraverso il sogno in cui si sviluppa l’intera narrazione, ad esprimere una sua opinione, o meglio un suo sentimento e prospettiva per cosa accadrà dopo, nel dopo della morte di un Altro dialettico con cui Jon ha mantenuto un’interno dialogo aperto per tutti questi anni di lontananza.
Ecco allora Boriz condurlo, come quasi una guida spirituale, attraverso la fine, renderlo man mano cosapevole dapprima del proprio fallimento nel tentativo di integrazione sociale e poi, ampliando il punto di vista, dell’intera società.
Privatamente Boriz rappresenta nell’inconscio di Jon l’eterno divario tra l’essere e l’assoggettamento sociale, un compromesso fatto di corse al denaro e all’apparenza che Boriz non riesce ad accettare; ecco così che Jon lo trova solo, senza più una moglie (sulla quale Boriz mantiene un’ostinato silenzio), senza più un lavoro, in altre parole uno stereotipico “fallito” che però proprio grazie al suo outstanding puó assurgersi a guida salvifica, così come egli stesso viene salvato da una donna angelicata, confusa tra sogno e visione. Come spirito guida, come novello Virgilio, Boriz conduce dunque Jon nella visione della propria disfatta e di quella dal mondo, preanunciata da un evento naturale quanto catastrofica: una macchia nel sole talmente grande e violenta da essere visible ad occhi nudo. In questa apocalissi sveviana si apre il varco del giudizio, un giudizio di una divinità atea che lascia spettatori i due protagonisti, i quali non a caso assitono alla visione di un’Exoter distrutta e caduta in rovina da un’altura fuori la città, coperta da una siepe di leopardiana memoria che rende ancora più netto il distacco del “mondo” di Boriz e il mondo altro.
Nella visione della rovina di quella che è stata la capitale dell’Invernia e della lunga marcia di anime dantescamente dannate, vaganti in silenzio e costrette da una nube di pulviscolo magnetico, Jon arriva alla conclusione di questa dialettica, di questo confronto e analisi finale con l’Altro-da-sé. Le conclusioni a cui egli giunge sono per lo più rassegnate e di un disincanto che non trova più alcun appiglio, ma anzi una conferma nel sorriso di Boriz davanti alla conclusione-affermazione che Dio non c’è, che non c’è mai stato, e che tutto trova una sua collocazione nella relatività universale.
Cadono così anche gli ultimo veli e l’incubo di Jon finisce nella sua nuova consapevolezza, freudianamente portata dalla morte di Boriz, quando egli è chiamato a riflettere sulla Vita prima che la morte la trasformi in Storia.
Flaviana Zaccaria