Filosofia e Speranza
Ernst Bloch e Karl Loewith interpreti di Marx
di Diego Fusaro
Accanto alla vexata quaestio del rapporto tra struttura e sovrastruttura, quello della legittimità della speranza è uno dei maggiori problemi irrisolti che Karl Marx ha lasciato in eredità ai suoi successori. Il dilemma sorge nel momento in cui egli diagnostica, col rigore degno di uno scienziato, l’imminente crollo del sistema capitalistico per via delle molteplici contraddizioni che vi si nascondono, e al tempo stesso invita gli operai ad adoperarsi per abbatterlo, senza mai perdere la speranza in un futuro «regno della libertà»[1]. In Marx vi è dunque una problematica sovrapposizione delle dimensioni eterogenee della speranza e della scienza; quasi come se, per quel che riguarda il tramonto del capitalismo e l’instaurazione della società comunista, sussistesse un’identità tra il «dovere in senso morale» (sollen) e il «dovere in senso fisico» (müssen), con la conseguente aporia per cui, a seconda della prospettiva adottata, ci si trova a sperare in qualcosa che dovrà necessariamente accadere, o a dare una veste scientifica alla speranza[2].
Questa tensione concettuale che percorre il pensiero marxiano risulta lampante se si confronta un’opera come il Manifesto del partito comunista, che trabocca di speranza e afflato morale, con il Capitale, in cui si attua – civettando col titolo di uno scritto di Engels – un’«evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza»[3], che rende assurda e vana ogni speranza. Ma questa tensione innerva anche molti altri luoghi delle opere marxiane: particolarmente evidente è, a tal proposito, il caso del già citato Manifesto, che, dopo la diagnosi del necessario tramonto del capitalismo – simile a uno stregone che non riesce più a tenere a bada le forze da lui stesso evocate[4] – si chiude in un crescendo di esortazioni incentrate sulla categoria della speranza, fino a culminare nell’entusiastico invito rivolto ai proletari di tutti i paesi a unirsi[5]. In maniera non meno problematica, in una lettera ad Arnold Ruge del 1843 Marx, in riferimento al proletariato, sostiene che la coscienza di classe è «una cosa che esso deve far propria, anche se non lo vuole», e, qualche riga più in giù, menziona un misterioso «sogno di una cosa»[6] in vista del quale l’uomo deve spontaneamente orientare il suo agire. Molti altri sono i luoghi degli scritti di Marx che testimoniano di questa dicotomia all’interno del suo pensiero.
La conciliazione della previsione scientifica con l’attesa piena di speranza è un problema di difficile soluzione: in che modo possono coesistere in Marx un’anima darwiniana, che ha decifrato la «legge dello sviluppo della storia umana»[7] e il «necessario tramontare»[8] di ogni realtà, e un’anima müntzeriana, che predica con speranza la lotta contro la realtà presente? Come si possono coniugare le istanze scientifiche con quelle morali? E, soprattutto, che senso ha sperare in qualcosa che dovrà accadere con ineluttabile necessità?
Dall'introduzione
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