01.01.2006
01.02.2006
Venti regole per scrivere un giallo
Una moderna riscrittura (ex novo, in verità!)
di Rina Brundu Eustace
Proprio così! Nel leggerle e nel rileggerle la domanda nasce spontanea: quale autore moderno non le sottoscriverebbe quasi tutte? Dico quasi perché, in realtà, qualcosa è cambiato, non tanto dentro il testo, quanto nel contesto di produzione. Il va sans dire: sono cambiati i tempi (non è una contraddizione)!
La concorrenza, soprattutto sotto forma di telefilm di avanguardia trattanti tematiche correlate (cito per tutte la mitica serie di CSI, quella originale con William Petersen nel ruolo di Gil Grissom per intenderci!), è spietata, mentre le intasate strade dell’interweb non lesinano emozioni criminali ad ogni click anche solamente pensato.
Tuttavia, non si può negare che questo genere letterario (chiamiamolo così, osiamo, che ci sarà di male?) abbia dimostrato un’insospettata capacità di resistenza ai reiterati attacchi. La sua forza è scaturita dall’essersi chiuso a riccio conservando intatte le peculiarità (forse anche grazie al lavoro di puntellatura fatto da Van Dine!). Questa ferma impostazione strutturale e stilistica sarà, per quanto mi riguarda, l’arma vincente che ne garantirà la sopravvivenza e il successo di pubblico per molto altro tempo ancora.
Ciò non vuol dire che alcune delle regole dettate ottanta anni fa dallo scrittore americano, non presentino una qualità obsoleta, mentre è inutile negare che altre sono state completamente superate dal naturale evolversi dell’umano sentire (e quindi dalle pratiche criminali messe in atto, e quindi dalle metodologie investigative adottate). Bisogna riconoscerlo! Non vi è nulla di male o di presuntuoso nel mantenere una simile posizione; soprattutto, nulla viene tolto alla grandezza dell’autore. Allo stesso modo, nulla vieta che i vecchi insegnamenti possano coesistere con regole nuove, destinate, nelle intenzioni, a tappare le falle, rispetto al segmento temporale mutato, laddove queste siano state riscontrate.
Quella che segue è appunto una libera riscrittura, (ex novo, in realtà!) delle 20 regole per scrivere un giallo, secondo il mio modestissimo intendimento. Propone quindi una privata visione delle cose della narrativa poliziesca e non ha alcuna mira universale (neppure questa è una contraddizione in termini, caso mai qualcuno lo pensasse!). Per queste stesse ragioni e per il rispetto che si deve sempre a chi è di gran lunga più meritevole di noi, non mancherò, quando sarà necessario, di rimarcare qualunque forte presa di posizione rispetto alle indicazioni originali di Van Dine.
Un romanzo giallo sarà dunque tanto più valido quando l' autore non dimentica che:
1.
Un giallo è un giallo; non è un libro d’avventure, né di spionaggio, né un romanzo rosa, ma neppure un trattato filosofico o un’opera che cambierà la storia del mondo. Di più, la scrittura nel giallo, per forza del suo destino, è sempre una scrittura di partenza, MAI una scrittura d’arrivo (altra cosa sono le valide trame inserite in situazioni letterarie differenti, si veda, per esempio, il bellissimo plot criminale ne’ Il nome della rosa di Umberto Eco). Questo significa che se un giallista ritiene di essere scrittore a tutto tondo, sarà con altre prove che dovrà dimostrarlo. Allo stesso modo, i critici letterari illuminati, in possesso della verità sulle cose, dovrebbero evitare di sentirsi ingiuriati e di esortare il popolo degli addetti ai lavori a non prendere sul serio gli autori di romanzi gialli; ciò accade puntualmente ogni volta che c'è un risveglio d'interesse per la loro produzione! God forbid!!
2.
Un buon romanzo giallo non ha significati altri; inutile quindi tessere le lodi dell’autore per avere posto in primo piano problematiche sociali pregnanti per i nostri tempi, o sottili qualità semantiche. Un buon romanzo giallo dovrebbe essere valutato, solo ed esclusivamente, per la qualità della trama criminale e per la fluidità con cui questa si fonde nella storia raccontata.
3.
Se è vero che i romanzi gialli possono essere scritti da tutti, é vero pure che non tutti possono scrivere romanzi gialli. Optare per una simile scrittura, significa confessare di essere portatori sani di una perversione mentale (per guardare il bicchiere mezzo pieno, occorre dire che tale perversione si accompagna sempre con una indispensabile vena geniale) che si estrinseca con la stessa (con la scrittura per intenderci, non diventando un serial killer ricercato dall’Interpol!). Questa è una conditio sine qua non; astenersi dunque letterati desiderosi di nobilitare il genere (spinti principalmente da esigenze di portafoglio!), autori dotati pronti a mettersi alla prova, giornalisti di cronaca nera che giustificano il malfatto con l’esperienza vissuta e simili!
4.
L’atmosfera è un elemento insostituibile nel romanzo giallo e si fa tuttuno con l’orizzonte d’attesa. In altre parole, il giallo, per essere tale, deve catturare il lettore fin dalle prime pagine, seducendolo e rassicurandolo sul suo essere a casa. Su questo punto dissento quindi dalle indicazioni date da Van Dine nella regola 16. A giustificazione del mio dire, cito alcune delle più grandi creazioni di genere di tutti i tempi: And then there were none, Mousetrap, The murder of Roger Ackroyd, The Murder on the Orient Express, ecc. In questi romanzi, l’atmosfera diventa elemento attivo del plot; non è un caso neppure che gli stessi siano stati scritti da Agata Christie, maestra nell’utilizzo di simili tecnicismi (perché tali diventano nell’experienced writer). Per dirla tutta, nella produzione di questa grandissima autrice inglese, la capacità di creare atmosfera si è da tempo sublimata oltre la scrittura: ad un appassionato di gialli, basta tenere un suo libro in mano per sentirsi a casa!
5.
Non esiste un romanzo giallo senza una geniale trama criminale! Chiamatelo come volete, ma un giallista (non importa quanto famoso, non importa quanto venerato!) che riveli una cronica incapacità di ordire un meccanismo criminale perfetto e ad hoc, non è degno di questo nome.
6.
Lettore e investigatore devono avere entrambi le stesse possibilità di risolvere l'enigma. Tutti gli indizi devono essere (chiaramente) presentati e descritti. Questa regola è molto simile alla prima regola di Van Dine. A fare la differenza è l’avverbio plainly, chiaramente appunto, che io metto tra parentesi. Ritengo, infatti, che proprio per proteggersi contro le invasioni di cui si è già detto (televisione, cinema, internet), il romanzo giallo debba potersi difendere con le sue stesse armi, nello specifico, la scrittura. La qualità scritturale nel giallo sta quindi nella sua capacità di farsi indizio (senza trasformarsi in arma ingannevole, s’intende!), dando così, al lettore attento, e solamente a questo, la possibilità di scoprire il colpevole con relativa facilità.
7.
La soluzione del giallo deve essere univoca; ci DEVE essere solo e soltanto una verità sul come si sono svolti i fatti. Questa è anche condizione imprescindibile per valutare la qualità della trama.
8.
La soluzione del giallo deve essere sempre a disposizione del lettore capace.
9.
Il colpevole può essere uno qualunque dei personaggi, non importa il suo ruolo. Ancora, ci possono essere più colpevoli in uno stesso romanzo. Qui mi trovo di nuovo in disaccordo con le regole 10,11, 12, 17 di Van Dine. A mio avviso, le necessità della storia e della trama criminale giustificano queste indicazioni; si potrebbero portare poi molti esempi di capolavori di genere che sono diventati tali proprio in virtù dell’utilizzo di simili strategie (cito per tutti, Murder on the Orient-Express).
10.
Un giallo può contemplare la presenza di più investigatori. Per esempio, questo accade quando l’inchiesta delle forze di polizia é presentata parallelamente a quella del detective dilettante. E’ consigliabile però che ci sia solo un personaggio-eroe nella cui capacità di ragionamento il lettore attento possa riporre la propria fiducia.
11.
Non esiste giallo senza il suo bel cadavere! Anzi, un solo cadavere, la maggior parte delle volte, non è sufficiente!
12.
Non vi è cadavere senza un delitto! O meglio, la storia raccontata DEVE contemplare almeno un morto vittima delle macchinazioni dell’antieroe.
13.
Gli omicidi commessi dalle varie organizzazioni criminali non hanno dignità tra le pagine di un giallo. Peculiarità esclusiva di questo genere, che è poi anche l’elemento primo che gli conferisce una qualità affascinante, è un focalizzare sulle motivazioni istintive del crimine. Il giallo ci ricorda dunque che tutti noi siamo dei potenziali assassini! Non solo: più è insospettabile il personaggio in questione, più crescono le possibilità che il colpevole sia davvero lui (o lei)!
14.
Fermo restando che il colpevole potrebbe essere un character minore (vedi regola 9), i personaggi principali dovrebbero essere presentati subito, meglio ancora dovrebbero essere elencati, con tanto di ruolo, in una pagina dedicata prima che la narrazione abbia inizio. Un lettore attento, che si appresta a leggere un giallo, dovrebbe essere visto alla stregua di uno scacchista che sta per cominciare la sua partita: necessita naturalmente di tutte le pedine, ma dopo spetterà solo e soltanto a lui fare scacco matto!
15.
L’originalità è pure una condizione imprescindibile del plot criminale. Uno scrittore può utilizzare stratagemmi già noti, qualunque essi siano, ma una trama non è valida se non contiene una qualche peculiarità che distinguerà il romanzo da tutta la produzione precedente.
16.
La metodologia investigativa del personaggio-eroe dovrebbe sempre essere supportata da una grande capacità di ragionamento logico e da un approccio al caso fondamentalmente empirico, ovvero basato sull’esperienza (non solo delle cose criminali, ma anche, e soprattutto, del quotidiano!).
17.
L’antieroe sportivo è un’altra peculiarità del romanzo giallo. Con questo voglio dire che ad un eroe che farà di una metodologia investigativa misurabile la sua arma prima, dovrà corrispondere un antieroe capace di ordire una trama criminale dotata di una qualità scientifica. La base scientifica è data dalla riproducibilità dell’esperimento (niente trucchi trascendentali quindi!).
18.
Il denouement della storia dovrebbe sempre essere ad appannaggio dell’investigatore-eroe.
19.
Il denouement non può essere MAI parziale. Il lettore attento deve potere SEMPRE terminare il libro, con la minima soddisfazione di avere visto spiegata, non solo la ragione d’essere di ogni indizio rivelatosi veramente valido, ma anche quella di ogni passaggio fuorviante (Ci debbono essere! Altrimenti sarebbe troppo facile!). Insomma, tutti i nodi devono venire al pettine (mai luogo comune fu più appropriato)!
20.
Un giallo è soprattutto una sfida dell’autore al lettore! Ne consegue che un lettore attento non può limitarsi ad indicare questo, o quel personaggio, come sicuro colpevole. Le possibilità che sia nel giusto sono naturalmente molto alte considerando il numero limitato di personaggi! Non vi sono dubbi invece che un segugio che si rispetti si distingue dal detective dilettante, non tanto perché è invariabilmente capace di scoprire il colpevole, quanto perché è sempre in grado di spiegare, nei dettagli, come si sono svolti i fatti. Se consideriamo che le cose possono essere andate in una ed in una sola maniera (vedi regola 7), è tutto dire!
Rina Brundu Eustace
Gennaio 2006, Dublin
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01.01.2006
Se il vecchio (1) fosse un lord
Sulla credibilità di un patto letterario stipulato in Ogliastra tra scrittore e lettore e su molti altri dettagli minimi e marginali
di Rina Brundu Eustace
Se il vecchio fosse un lord, le vicende raccontate in Tana di Volpe si sarebbero svolte (forse) sotto il cielo nuvolo della splendida campagna inglese. Io amo la letteratura inglese. Anche quella poliziesca. Di quest’ultima mi affascinano i suoi luoghi gotici, le sue atmosfere antiche, i suoi momenti frivoli, i suoi characters esagerati sempre troppo incredibili per poter essere veri. Amo i suoi eroi. Come il geniale e presuntuoso Hercule Poirot, o la svampita zitella di Saint Mary Mead, Miss Marple. Amo Agatha Christie. Ne ammiro la scaltrezza con cui si fa beffe dei mondi inventati e... dulcis in fundo, del lettore accorto (vedi Murder on the Orient Express, The Murder of Roger Ackroyd, etc) a cui non viene mai negata la fondamentale illusione che, nel tempo opportuno, sarà finalmente messo in condizione di risolvere in maniera brillante l’inghippo. L’enigma. Il gioco.
Ma di quale gioco, di quale momento ludico parlo se nei suoi romanzi si tratta solamente di delitti? Meglio ancora, si parla solamente di spaventosi assassinii, di omicidi in serie, di uxoricidi, di parricidi e di matricidi? Va da sé infatti che, a meno che non si sia tentati di considerare l’Inghilterra (anche fosse il solo paese letterario) una terra di lestofanti, di fuorilegge, di ordinari cittadini dediti ai complotti e alle trame criminali più oscure, il patto stipulato tra scrittore e lettore deve proporsi e crescere governato da regole ferree. Regole che per forza di cose debbono andare oltre la temporanea illusione catartica creata da una qualunque rappresentazione teatrale o letteraria.
Nello specifico, una di queste regole non può che recitare più o meno così: lettore, rilassati! Stiamo giocando. Siamo in Inghilterra e quindi quei delitti, quei crimini orrendi, quegli assassinii efferati non sono la prassi, quel sangue versato è pure mera illusione.... La consapevolezza del luogo fisico dove si svolge l’azione si fa quindi garante del patto stipulato e fa sì che neppure tutto il sangue che scorre nella colossale produzione poliziesca inglese, possa mai macchiare la reputazione civile della orgogliosa terra di Albione, mentre non vi è dubbio che le bianche scogliere di Dover resteranno sempre bianche proprio come le ali di una colomba o la camicia immacolata di un lord... appunto.
Se il vecchio fosse un lord quindi non ci sogneremmo neanche di discriminare su queste regole antiche, vecchie (forse) quanto il mondo. Incise (forse) sulla roccia. O almeno, che ci appaiono tali. Si dà il caso però che il vecchio un lord non lo sia. Il suo arcaico titolo nobiliare (di cui peraltro è orgogliosissimo insieme a donna Palmira Palmas, naturalmente!) riguarda, paradossalmente, più la sostanza che la forma. I villarosani hanno dato il titolo di don al loro zelante bibliotecario, certamente perché memori dei suoi nobili natali spagnoli, ma soprattutto per omaggiare l’uomo. Un uomo che ammirano, amano e che è infine la quintessenza della rispettabilità. C’è di più.
Se il vecchio non è un lord, men che meno l’Ogliastra è l’Inghilterra di oggi o di ieri che sia. Nel bene e nel male. Il cielo d’Ogliastra, per esempio, anche quando è nuvolo, non è mai cupo, triste, rassegnato, come quell’altro. Il cielo d’Ogliastra d’estate è terso, di un azzurro sublime, mentre la notte cala sulle sue alture desolate come prezioso drappo nero. D’inverno, la volta celeste si colora di ogni umore del tempo e ti parla di quello e lo ascolta. E poi si potrebbe raccontare del mare, delle roverelle allampanate e delle querce fossili, delle foreste che si propongono disordinate ai piedi dell’imperturbabile montagna, degli altri alberi che si mostrano, a volte in completa solitudine. A differenza dell’Inghilterra però, in Ogliastra anche i morti ammazzati tendono ad essere veri. Soprattutto, tendono ad essere molti. Troppi (vedi note alla postfazione di Tana di Volpe). Poi ci sono da tenere in conto gli attentati dinamitardi, le rapine, i furti, i danni reiterati alla proprietà privata e pubblica, mentre il sangue versato tende ad essere sempre rosso. Denso. Caldo.
Tenendo in considerazione un tale contesto reale, viene da chiedersi dunque se un patto scrittore-lettore, simile a quello su cui posa le sue solide basi la letteratura inglese di genere, possa stipularsi anche in Ogliastra. Soprattutto, per la creazione e la fruizione di storie leggere come possono essere quelle raccontate dentro un romanzo giallo, dove pretendere di offrire insegnamenti morali sarebbe mera presunzione, dove il godimento estetico dura solo l’istante della lettura e poi si perde. Dimenticato. Dove l’unico sapore che resta in bocca è quello del gioco. Il piacere di risolvere l’inghippo. Il rebus. Come nella storie della Christie. Già detto.
Ancora, viene da chiedersi se un simile intendimento possa risultare credibile. E quindi, se possano risultare credibili storie come quella narrate in Tana di Volpe. In altre parole, se potrà mai esistere una Ogliastra (nella sua dimensione letteraria e/o fisica) liberata dal peso dei suoi peccati presenti e passati. Quindi moderna. Quindi capace di rilassarsi abbastanza da lasciarsi andare e concentrarsi solamente sulla risoluzione del rebus. Del gioco. Con una dignità pari a quella della terra di Albione.
La marchesa Giulia Elena Lodovica Prizzi Bonomi che, come direbbe Totò, è donna di mondo, intuisce perfettamente che questo processo è lungi dall’essere realizzato e guarda con sospetto gli apparecchiamenti del vecchio. Il suo sogno di riscatto. Anzi, quando si accorge che l’altro fa sul serio non esita a rimbrottarlo “L’ho sempre vista come una figura particolare don Osvaldo. Una specia di novello Icaro in verità. E adesso che il suo sogno di aprire un centro di aggregazione sociale qui a Villarosa è diventato realtà, questa sensazione si è rafforzata....Io non ho mai fatto mistero delle mie opinioni sulle cose di queste montagne e non ho intenzione di cominciare adesso... lei osa librarsi in alto, diverso e a un tempo riconoscibilissimo.... Non mi fraintenda don Osvaldo. La sua iniziativa culturale è degna di lode... Non le nascondo tuttavia che la sua riuscita a lungo termine mi trova scettica... soprattutto mi dispiacerebbe se, di conseguenza....la sua bella biblioteca finisse sotto l’ennesimo cumulo di macerie prodotto dallo scoppio di un’altra bomba al tritolo (Tana di Volpe, pagg. 85-86)”.
Come spesso gli accade, anche nell’occasione il vecchio sta zitto, incassa, ma non per questo si ferma e alla fine.... Per conoscere la fine occorre leggere Tana di Volpe, tuttavia c’è da scommetterci che lui non si arrenderà tanto facilmente.
Come dargli torto? E in fondo, perchè la proposizione di una immagine moderna dell’Ogliastra (e degli ogliastrini) dovrebbe scandalizzarci? Ancora, cosa impedisce l’esistenza di un patto, di un progetto letterario (e non) come quello invocato qui sopra, dentro un contesto diverso da quello solito dell’Albione immacolata, ma forse perfida come sostengono i francesi? Nulla. Dico. Nulla. Se non la volontà di proporlo, la caparbietà di volerlo vedere crescere, la testardaggine di proteggerlo e di difenderlo. Proprio le stesse armi usate da don Osvaldo quando si è trattato di proporre, volere, proteggere e difendere l’idea dell’apertura della sua biblioteca.
Nulla di più. Nulla di meno. Nella convinzione sempre più forte che se il vecchio fosse un lord non avrebbe mai osato tanto e alla fin fine... non ci sarebbe piaciuto altrettanto.
Rina Brundu Eustace
Giugno 2003,
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