UN'AMICIZIA PARTICOLARE Nuovo
Si fa presto, a dire "mostro".
Mi fanno quasi ridere: il mostro di Firenze, quello di Birmingham, cent’anni fa li sentivi parlare del mostro di Londra... Ed io quasi rido. Ora come allora.
Perché io sì, che sono un mostro. E non è affatto facile, fare il mostro.
Innanzitutto chiariamoci le idee, non vorrei che si facesse confusione: mica sono uno di quelli che vanno ad ammazzare le vecchiette, o a seviziare le coppiette appartate, o tanto meno a violentare i bambini. Coi bambini ci lavoro, io.
Io sono un mostro vero e proprio. E mica mi offendo, se mi chiamano mostro: io faccio il mostro per lavoro.
D’altra parte che lavoro potrei mai fare, tutto peloso come sono, con gli occhi rossi, le zanne appuntite e gli unghioni affilati, per non parlare poi del mio potente ruggito?
Sono un mostro onesto, io, mica uno di quegli imbroglioni che li definiscono mostri, e poi casomai hanno solo rubato qualche miliardo qua e là, o al limite hanno la sfortuna di avere una gobba o qualche altra piccola deformità. E già! Fosse così facile, ce ne sarebbero a milioni, di mostri!
Invece, grazie a Dio, siamo pochi. Una cerchia ristretta. Grandi lavoratori.
Prendete me, per esempio. Sono già due mesi che sono stato assegnato a Renato, e ci potete mettere la mano sul fuoco, pioggia o vento, neve o grandine, alle nove in punto mi troverete sempre nel ripostiglio dei giocattoli, nella sua cameretta, e non mi muovo di lì fino all’una di notte.
Povero Renato, è così piccolo... Certo che i tempi sono cambiati, prima si poteva quasi scegliere, ce n’erano così tanti, di bambini, qualche volta dovevo fare i doppi ed anche i tripli turni, un lavoraccio che non vi dico... Ed erano in molti a restare fuori, per forza, mica c’era un mostro per ogni bambino!
Adesso è più facile, non lo nego, però... Insomma, non so se sono io che mi sto facendo vecchio (cosa peraltro difficile, per noi immortali), ma ogni tanto mi fa quasi pena, quel piccolino...
Figuratevi, non mi ha ancora visto! E dire che son due mesi, mica un giorno solo!
Sì, sospetta qualcosa, d’altra parte non è che io me ne stia fermo là, lo conosco bene, il mio lavoro. Ogni tanto un rumorino, che può sembrare uno scricchiolio del legno, ma che potrebbe essere anche qualcos’altro, lui tende le orecchie, ma niente, silenzio assoluto... Si tranquillizza, si gira dall’altra parte, ed ecco che - TAC! - un altro rumore.
Finora non ha ancora avuto il coraggio di alzarsi e di aprire la porta del ripostiglio. Ma lo farà. Ci scommetto che lo farà. Ne va della mia reputazione, diamine!, non ho mai fallito.
Sì, ma così non si può lavorare! Sono insopportabili, quei due, fanno un tale chiasso che nove volte su dieci Renato non li sente neppure, i miei rumorini! Ma cos’avranno, da urlare a quel modo?
Maledette regole, che i grandi non mi possono vedere! Se no, uscirei da quest’armadio, andrei di là, in salone, o in cucina, non so dove diavolo stiano quei due, e gli farei prendere un bello spavento, così la smetterebbero una buona volta.
Ma non si può. Una volta imparato che contro i mostri l’unica arma è coprirsi la faccia con il lenzuolo - e prima o poi tutti lo imparano - non c’è più niente da fare, non ti vedono. E puoi urlare quanto vuoi, puoi ruggire, puoi anche andargli a sbattere addosso, ma loro non ti vedono. E’ così che vanno le cose.
Ah, finalmente un attimo di silenzio. Adesso comincio col mio pezzo forte: il respiro sospiroso.
E’ difficile, sapete? Ci vuole senso del ritmo, e molto, molto orecchio. Da principio sincronizzo alla perfezione il mio respiro su quello del bambino, adesso per esempio su quello di Renato: lui inspira, io inspiro; lui espira, io espiro. Nello stesso identico momento, con la stessa identica intensità. Poi, all’improvviso, ma una volta sola, un respiro fuori tempo: lui inspira, e prima che espiri espiro io. Con forza. PUFF! Poi lascio passare altri cinque minuti, e quando tutto gli sembra regolare, ecco che comincio a respirare sfalsato, qualche decimo di secondo prima o dopo di lui. Finché se ne accorge. Ed allora trattiene il respiro, e lo trattengo anch’io, e quando sta quasi per scoppiare, caccia fuori tutta l’aria, ed il cuore gli va all’impazzata, e cerca di tendere l’orecchio, ma c’è troppo chiasso, dentro di lui, cuore, affanno, orecchie, non si capisce niente.
Ok, sono pronto. C’è abbastanza silenzio.
Maledizione, perché l’ho detto? Ecco che hanno ripreso! E questa sarà un’altra serata sprecata. Perché adesso li sente pure Renato, fin troppo bene, loro credono che lui dorma, credono che un bambino di cinque anni, una volta a letto, si addormenti come una pera cotta, e invece no, lui sta sveglio, perché nel ripostiglio ci sono i mostri, già, ma che ne sanno loro?
Ecco, adesso Renato si mette a piangere, e non sentirà più niente, hai voglia di star qui a fare rumoretti e respironi, lui piange, sente i suoi singhiozzi, e poi si addormenta.
E non sono neanche le dieci! Ma porca miseria! Vabbè, a questo punto tanto vale che esca...
No, non me ne torno a casa, è proibito, prima di mezzanotte. Farò il solito, provo a entrargli nei sogni, ma non è detto che ci riesca, mica facile!
* * *
— Mamma, mi dai la mano?
— Sì, amore mio, vieni con me, voliamo.
— E’ bello volare, mamma! Me lo insegni pure a me?
— No, sei ancora troppo piccolo. Ma non avere paura, ci sono io con te, stringimi forte la mano.
Come sono felice, non sapevo che mamma sapesse volare così bene. L’aria è così calda, adesso ci tuffiamo nelle nuvole, sono proprio di panna, lo dicevo, io, e adesso andiamo in picchiata giù giù giù...
— MAMMA!
— Che c’è Renato?
— Ho visto un mostro, laggiù!
— Non dire stupidaggini, Renato! I mostri non esistono.
— Ma l’ho visto, te lo giuro, eccolo, guarda pure tu... Mamma? Mamma, dove sei? Mammaaaa...
Non devo piangere. Papà me lo dice sempre. I veri uomini non devono chiedere, mai. E non piangono. Ma mamma mi ha lasciato la mano, e io sto precipitando, sempre più veloce, e laggiù c’è quel brutto mostro peloso, che mi mangerà, non ce la faccio, devo piangere: — MAMMAAA!
Cos’è, questa grotta? E’ tutto così buio. Ho paura.
— Mamma, dove sei?
— Che cazzo vuoi, Renato?
— Mamma, non ti arrabbiare, ho paura, dove sei?
— Lasciami in pace, non vedi che ho da fare?
— Mamma, non ti vedo, è tutto buio, dove sei?
Non mi risponde più. Non mi lasciare solo, mamma. Ho paura. C’è una lucina piccola piccola, laggiù. Forse è un buco, devo passarci attraverso. Ma è così piccolo, ho paura. Chi c’è? Ho sentito un rumore. C’è qualcuno, con me? Ho paura.
— Mamma?
Non risponde. Il buco si sta allargando. Ora c’è più luce. Ma ho paura a guardare. Ora sento delle voci, vengono da là fuori. E’ mamma. C’è anche papà. Stanno litigando.
— Vi prego, non urlate!
Non mi sentono. Ho paura. Non voglio voltarmi.
E invece mi volto. E lo vedo. Dietro di me c’è un mostro. E’ proprio brutto: tutto peloso, con gli occhi rossi, le zanne appuntite e gli unghioni affilati, e mi guarda, e comincia pure a ruggire
Però non mi fa paura. Forse dovrei riprendere a scappare, ma non voglio sentire quelle urla là fuori. Il mostro si avvicina, ora ruggisce più forte.
Mi fermo. Gli vado incontro, e lo abbraccio. E’ morbido, dopotutto. Lui ruggisce più forte.
— Ti prego, aiutami. Ho paura.
* * *
— Amore, sono tornato!
— Tesoro, vieni qui, fatti baciare!
— Tuo marito dov’è?
— E’ fuori per lavoro, non ti preoccupare, torna dopodomani.
— E lo stronzetto?
— All’asilo, fino alle quattro. E magari potesse rimanerci per sempre! Non lo sopporto più, te lo giuro. Non so se odio di più lui o mio marito. Adesso ha cominciato pure ad avere gli incubi, stanotte si è messo a urlare a squarciagola...
— Chi, tuo marito?
— Stupido, parlavo di Renato...
— Ah, il rompiballe numero due...
— Dio mio, come vorrei cancellarli tutti e due dalla mia vita!
— Per cancellarli definitivamente un sistema ci sarebbe... Rapido, efficace e quasi indolore...
* * *
— Amore, sono tornato.
— Ma lo sai che ore sono? E’ quasi mezzogiorno! Dove diavolo sei stato?
— In giro.
— In giro, a quest’ora di giorno? A chi vuoi darla a bere? Avvicinati, fammi odorare l’alito. Lo sapevo, sei ubriaco. E guarda che aspetto orribile, che hai! Non sembri più neanche un mostro!
— Forse non lo sono più. Cinque anni, capisci? Cinque anni, e io non sono riuscito a mettergli paura.
— Dai, non ti abbattere, dici sempre così, all’inizio, ma poi alla fine ce la fai sempre...
— No, questa volta no. E’ finita, mi licenzieranno, mi sbatteranno a lavorare all’inferno, casomai a quello musulmano...
— Ma perché? Cosa diavolo è successo, questa volta?
— Mi ha abbracciato, lo capisci? Gli sono apparso in sogno, e lui mi ha abbracciato! E non è tutto...
— Cos’altro c’è?
— C’è che mi ha fatto di nuovo pena, ecco cosa c’è!
* * *
— Amore, sono tornato.
— Finalmente! Non ti si vede mai, quella volta che vieni potresti almeno arrivare un po’ prima!
— Ma cosa credi, che sia semplice? Devo stare attento, mia moglie potrebbe sospettare...
— Senti, te l’ho detto mille volte, anzi te lo dico ora per l’ultima volta: o la molli, o ti mollo io.
— Non ti preoccupare, la mollo, la mollo!
— Sì, ma quando?
— Stanotte. Ho organizzato tutto. Lei crede che io stia fuori per due giorni, e invece stanotte torno, mentre lei sta dormendo, casomai in compagnia del suo bello...
— E fai un delitto d’onore? Bravo, così ti fai pure vent’anni di galera!
— Ma che delitto d’onore! Farò qualcosa di molto più semplice: entro dalla cucina, e stacco il tubo del gas. Sembrerà un incidente.
— E tuo figlio?
— Ma chi se ne frega! Che crepi pure lui, quel figlio di puttana!
* * *
E rieccomi qua. Puntuale come sempre. Uffa, di questo incarico comincio proprio ad averne le tasche piene. Fortuna che sono un professionista, e che non mi faccio demoralizzare tanto facilmente. L’ha detto pure mia moglie, in vita mia non ho fallito mai. E poi questa mi pare la notte buona, c’è silenzio, di là. E già, il papà di Renato sta fuori, e la mamma ha fatto venire il suo amichetto, e stanno zitti zitti a fare i fatti loro in camera da letto, perlomeno un po’ di pudore le è rimasto ancora.
D’accordo, incominciamo. Devo fare in fretta, Renato dorme già da qualche ora, ma adesso sta per svegliarsi. Ora.
TAC!
Oddio! Cos’era quel rumore? Uffa, c’è troppo silenzio, stasera... Sembrava venire dallo sgabuzzino... No, devo essermelo immaginato.
TRRR... TAC!
Di nuovo? Adesso parlo, così se è un mostro se ne scappa via.
— C’è qualcuno?
Forse ho parlato troppo piano, quasi quasi non riuscivo nemmeno io a sentire la mia voce... Adesso chiamo mamma. E se poi si arrabbia? Basta, metto la testa sotto al cuscino e mi addormento. Buonanotte!
SGHRRRT... SGHRRRT... TA-TAC!
Uffa! Mi viene da piangere. Ma io non piango. Adesso mi alzo, e apro la porta del ripostiglio. Sissignore, adesso lo faccio. Proprio adesso. Se solo sento un altro rumore lo faccio. Voglio proprio vedere se hai il coraggio di fare un altro rumore. A-ha! Lo sapevo! Sei una finta! Adesso vengo a vedere.
Si alza, si alza! Lo sento, sta venendo! Stavolta ce l’ho fatta. Eccolo che arriva. Un momento, un’arruffatina al pelo e sono pronto.
— Aaaaaaaaaahhh! Mammamammamammaaaa! Aiuto! C’è un mostro! Mamma! Apri la porta, mamma!
Riesco a sentire distintamente la porta della camera da letto che si apre, poi il rumore violento di uno schiaffo.
— Disgraziato! Torna subito in camera tua, hai capito? E cerca di dormire! O vuoi che ti faccia cadere tutti i denti, a forza di scapaccioni?
— Ma mamma, c’era un mostro nel ripostiglio!
— Te lo faccio vedere io, il mostro! Prendi questo, e questo! E ora fila, a letto, e non ti permettere più di chiamarmi! Via!
* * *
— Credi che mi abbia visto?
— Non lo so, direi di no... Era troppo spaventato...
— Piccolo stronzetto! Speriamo che ci sia per davvero, il mostro, così almeno ci pensa lui a levarcelo dalle palle!
— Aspetta... Non senti niente?
— No, a parte lo stronzetto che piange.
— Ma sì... c’è puzza di gas!
— Ehi, è vero... Vado a vedere.
* * *
— Sì, è andata proprio così. Il marito era tornato di nascosto, nel cuore della notte, e aveva aperto tutti i rubinetti del gas. Aveva fatto così piano che neanch’io l’avevo sentito... Razza di incosciente, poteva far saltare tutto il palazzo. In un certo senso sono stato io a salvare la vita a tutta quella gente. Ve lo immaginate, leggere sui giornali: "Mostro salva diciotto famiglie"? Bah, che mondo... Un altro bicchierino?
— No, si è fatto tardi, devo andare a prendere servizio.
— E’ vero sono già le nove, devo andare anch’io, non vorrei trovare Renato già addormentato. Ci vediamo domattina.
Bando alle ciance, questa è la mia serata. Stasera aspetto che si addormenti, poi esco fuori, lascio la porta socchiusa, e mi siedo sul letto. Sì, questo mi è sempre riuscito benissimo. Mi siedo sul letto, e lo fisso. Lui continuerà a dormire, ma il suo sonno si farà agitato. Io continuo a fissarlo, poi faccio un ruggito appena accennato, a quel punto lui si sveglia (a quel punto si svegliano sempre, è inevitabile!), socchiude gli occhi, mi guarda, il cuore gli balza in gola, vorrebbe urlare ma non ce la fa, si tira il lenzuolo sugli occhi, e PUF! io sparisco. Per sempre. Missione completata. E quindici giorni di vacanza non me li leva nessuno!
* * *
— Aaaaaaahhhh!!
* * *
— Sei ancora ubriaco!
— Sì, sono ubriaco. Anzi, molto più ubriaco di quanto tu possa credere. Va bene?
— No, non va bene. Non ti ho mai visto così. Guarda qua, hai tutto il pelo liscio, fattelo arruffare un po’. Me ne vuoi parlare?
— D’accordo. Ho fallito. Questa volta per davvero. Me ne stavo lì, tutto felice, chiuso nel ripostiglio a fare i gargarismi, Renato stava già dormendo, io pregustavo già quello che sarebbe successo di lì a poco, quando quel diavoletto sai che mi combina? Piano piano si avvicina alla porta del ripostiglio, con una torcia in mano, la spalanca di botto e mi pianta un fascio di luce proprio qui, nell’occhio di mezzo!
— E tu?
— E che dovevo fare? Ho creduto che mi venisse un infarto! Ho urlato a squarciagola, e la boccetta di colluttorio è caduta a terra. E non ridere!
— Scusa, è più forte di me...
— Comunque non è tutto. La cosa peggiore è che lui non si è spaventato affatto. Anzi, si è messo a ridere, proprio come stai facendo tu ora.
— Che sfacciato!
— Sì, sfotti, sfotti! Voglio proprio vedere se c’eri tu, al mio posto... Il fatto è che era così carino, e così tenero, mentre rideva, e io non l’avevo mai visto ridere, prima, nemmeno nei sogni...
— E allora?
— E allora niente. Insomma, abbiamo fatto amicizia.
* * *
— Avevi ragione, sai? Il vero nemico è lui.
— Certo che avevo ragione, io ce l’ho sempre!
— Stupida!
— Che pazzi siamo stati, a non capirlo prima...
Parlavano sottovoce, ma riuscivo a sentirli benissimo, che credete? Mica ce le ho per bellezza, queste specie di orecchie giganti! Riuscivo quasi a vederli, avevano appena smesso di accoppiarsi come due bestie, ed ora si sentivano così rilassati, le sigarette in bocca e la TV accesa. E Renato?
Sì, si è addormentato
Forse... se faccio molto piano... posso sgattaiolare fuori dal lettino, e... adesso... lasciargli la mano, perfetto, non si è svegliato.
Vado in camera loro, posso ascoltare meglio i loro discorsi, tanto non mi possono vedere.
Oddio, è disgustoso: guardateli, fino a ieri volevano uccidersi a vicenda, ora hanno mollato gli amanti e sembrano due piccioncini. Mi fanno schifo. Ma cosa stanno dicendo?
— E quanto credi che ci darebbero?
— Certo, se provi a venderlo agli zingari, ti fai sì e no una centomila lire... Ma ci sono coppie americane che pagherebbero bei soldini...
— E non è pericoloso? Potrebbero risalire a noi.
— Ma no, che dici...Se no c’è la possibilità del traffico di organi... Leggevo che ogni anno, solo in Italia, spariscono un centinaio di bambini... Se troviamo la strada giusta, potremmo ricavarci un bel gruzzoletto, che te ne pare?
— Sì, sembra proprio un’ottima idea... Poi possiamo rilasciare le interviste, o andare a Chi l’ha visto?, io e te in TV, ma ci pensi?
— Amore mio, sei proprio un genio! Baciami, stupido!
— Zitta! Hai sentito anche tu?
— Sì, ma cosa... Ommioddio!
* * *
— Madonna Santa che macello! Ma quale mostro può aver fatto una cosa del genere?
— Maresciallo, avete ragione voi, questa è opera di qualche maniaco, io una cosa del genere non l’avevo mai vista, in vita mia!
— Quelli della scientifica hanno finito?
— Non credo, stanno lavorando da più di tre ore, ancora non sono sicuri se i morti sono due o uno solo.
— E il bambino?
— Sembra incredibile, ma pare che non si sia accorto di nulla. Adesso è con l’assistente sociale, se l’è portato a casa.
* * *
Sì, vabbè. Ci sono le regole. Lo so, che ci sono le regole. Che palle, però! Io non sono mica un mostro qualsiasi: figuratevi che sono stato raffigurato come Behemoth già più di quattromila anni fa, e a quel tempo sì che avevano paura di me.
E allora? Solo perché ho infranto una regoletta vogliono mettermi in aspettativa? Ma io ricorro ai sindacati, gliela faccio vedere io, a quelli là.
Invisibile! Rendere me invisibile per sessantasei anni! Sì, certo, posso sperare in un condono, ma nel frattempo, me lo dite che faccio?
Beh, potrei seguire la vita di Renato... Anche se lui non potrà più vedermi, né sentirmi. E’ già uscito dal Centro di Accoglienza, lo hanno avuto in affido due bravi ragazzi, lui lo conosco, l’ho visitato quando aveva sei anni, era un bimbo in gamba, spero che sia diventato un bravo papà.
Lo spero proprio. Comunque sarà meglio tenerlo d’occhio. Sarò pure invisibile, ma ho una bella frotta di amici.
Amici mostri, naturalmente.
IL SALTO DEGLI INNAMORATI Nuovo
Guardò giù.
Ai suoi piedi si apriva la vallata che lo aveva visto crescere, correre, tremare.
In fondo, lontana lontana, la casa in cui la prima volta le aveva parlato, l’aveva toccata, l’aveva baciata. E nella quale ora la immaginò ridere, giocare, accarezzare i suoi bambini.
Chiuse gli occhi.
Quando li riaprì stava volando. Rimpianse di non essersi messo a dieta, come gli suggeriva sempre sua madre.
Superò il ragionier Bagotti, senza neanche riuscire a salutarlo.
Chissà quanto manca all’impatto, pensò. La velocità aumentava vertiginosamente.
Gli passarono accanto l’avvocato Malerba, impeccabile come sempre, Ronconi, Giuliani, Beretta dell’Ufficio Imposte, il dottor Spallani, che ebbe il tempo di dirgli "Professore, anche lei qui?".
E un attimo primo di fracassarsi, quando ormai era davvero troppo tardi, inaspettato l’amato volto di lei.
Triste.
QUELL'UOMO LA SEGUIVA DA OLTRE UN'ORA...
Quell’uomo ormai la seguiva da più di un’ora. Cosa diavolo poteva volere, da lei? Sapeva di non essere bella, sua madre glielo ripeteva sempre.
Sgattaiolò dentro un portone, ma un odore fastidioso la fece quasi scappare via.
Odiava gli odori degli altri.
Anzi no, non tutti.
Si perse per un attimo in un violento ricordo olfattivo: un misto di latte caldo e di amore, un sapore di mamma.
Ma i passi veloci la fecero voltare all’indietro.
Si fermò, con un’aria quasi di sfida. Era un uomo piccolo, ma non per questo meno pericoloso, pensò.
L’uomo si fermò a sua volta. L’aria stessa sembrò fermarsi per un lungo istante. Chi dei due si sarebbe mosso per primo? Lei era certamente più agile, e veloce, ma sapeva quanto gli uomini potessero essere scaltri, all’occorrenza. E infidi.
Ebbe il tempo di guardare dentro di sé. Non aveva paura. Rabbia, forse, ma non paura. Sostenne lo sguardo, e questa fu una mossa vincente, perché l’uomo voltò la testa. Un attimo solo, ma tanto da consentirle di scappare via di nuovo.
L’uomo iniziò a correre, e lei sentiva dietro di sé il suo pesante ansimare.
Poi accadde l’inaspettato: iniziò a piovere. Una pioggia subito violenta ed abbondante, e lei odiava la pioggia.
Cercò un riparo, non doveva assolutamente bagnarsi, questa era una delle sue poche certezze.
Continuò a correre, e si voltò all’indietro: l’uomo le era più vicino, la pioggia non sembrava in alcun modo preoccuparlo, e allora lei corse, e corse con tutta la forza che le restava, ma finì in un vicolo cieco. Si voltò, ma ormai si sentiva in trappola, e dietro di lei non c’era più strada, né riparo, solo un muro, alto, insuperabile, ed allora cominciò ad urlare, e a piangere, e a chiedere aiuto, ma nessuno sembrava sentirla, e l’uomo le si avvicinava, ormai le era quasi addosso, si sentiva sicuro, lui, così grande, enorme, con quelle mani che si avvicinavano, e l’afferravano, e la stringevano, e la sollevavano…
Cercò di graffiarlo, ma lui la teneva stretta, impedendole quasi ogni movimento. E all’improvviso lui si aprì la zip, e lei piombò nel buio.
Prima di crollare, sentì la sua voce. Una voce stranamente gentile, infantile. E non parlava con lei, parlava con un altro uomo.
Un uomo femmina, capì dall’odore. E la sua voce diceva: "Mamma, guarda che amore di gattina, ti prego, posso portarla a casa? Ti prego ti prego ti prego…".
E al suono di quella voce si accoccolò nel suo giubbotto, e si lasciò portare via.
TRA LA FOLLA
– Mario!
Mio dio, com’è vecchio!
Quasi non lo riconoscevo!
Quando l’ho visto, l’ultima volta?
Quasi dieci anni fa...
Certo, dieci anni sono tanti. E sono passati anche per me.
Però io...
Insomma, lui è irriconoscibile!
– Mario!
Mi fa quasi impressione.
È così pallido, si aggira tra la folla dell’una come se non sapesse dove andare.
E se veramente non sapesse dove andare?
Ha uno sguardo così smarrito...
Ma sarà lui?
– Mario! Qui, da questa parte!
Uffa, che folla!
Ma dove va, tutta questa gente?
Non riesco a farmi largo – Scusi, permesso, scusi – e lui che non si volta, che sia diventato sordo?
Fendo una muraglia di carne, nuoto fra giacche sudate, annaspo, inciampo, cado, mi rialzo, lo raggiungo.
– Mario!
Gli metto una mano sulla spalla, e gli sorrido.
Si gira.
Mi guarda.
Ebete.
– Dice a me?
Dio mio, non mi ha riconosciuto!
Eppure, abbiamo passato quindici anni insieme, nello stesso ufficio, come può essere?
E se avessi sbagliato io?
– Mario... Tu sei Mario Balestra, vero?
Ha gli occhi liquidi, i capelli radi, la carnagione giallognola. Sembra un cane. Uno di quei cani che all'inizio ti fanno pena, quando li vedi così soli, affamati, persi.
Poi ti fanno schifo.
Non avrei dovuto chiamarlo.
Non mi risponde, i suoi occhi sono liquidi, liquidi e vuoti.
– Sono Normando, Normando della contabilità, non ti ricordi?
Accenno un altro sorriso.
– No.
Mi viene da piangere.
Un uomo grande e grosso che piange.
In mezzo alla strada.
Sotto i portici.
All’una.
Non piango.
Fuggirei.
No.
Mi fa ancora pena.
– Ma allora è vero... non volevo crederci, me l’avevano detto, sai?, ma pensavo fosse una leggenda, una di quelle voci che camminano e crescono da sole, ma non trovi mai nessuno che possa confermartele direttamente... E invece è vero, vero?
–Cosa, è vero?
Ha la voce di un bambino che piange.
Ma non piange.
E non è un bambino.
È vecchio, dio com’è vecchio!
– Che quando... sì, insomma, quando uno se ne va...
– Se ne va?
– Mario, smettila, perdìo!
Sto perdendo la pazienza.
Quasi quasi lo picchio.
Gli assesto un pugno in mezzo alla faccia.
Pùm!
Lui cade, io me ne vado, qualcuno mi guarda, nessuno si ferma.
Quasi quasi lo faccio.
Non lo faccio.
– Mario, basta con questa commedia. Tu sei morto otto anni fa, è vero?
– Sono morto?
Perché risponde alle mie domande con una domanda?
È insopportabile.
Ma gli voglio ancora bene, ecco perché me ne sto qui a parlare con lui.
– Sì, sei morto, durante un viaggio in Messico, quando sei andato in pensione, e hai detto "La liquidazione me la voglio godere tutta, tanto non ho famiglia", e sei partito per Acapulco, e sei morto come un fesso, di infarto.
– Infarto?
– Sì, infarto, o ictus, o un colpo apoplettico, o quel che diavolo era, e ti hanno riportato qui in una cassa di zinco, e c’ero io, all'aeroporto, io e Maletti, e ti abbiamo organizzato il funerale, abbiamo fatto la colletta, noi che lavoravamo ancora...
Perché lo sto aggredendo?
Dopotutto non è altro che un povero morto, che vaga tra i vivi senza sapere perché, e senza più memoria.
Perché i morti non ricordano, è vero, è disperatamente vero, triste e vero, e tra poco io me ne andrò, e lui non ricorderà d’avermi visto, e non ricorderà d’aver vissuto, prima di essere morto.
E ora capisco che è giusto così, e non è una leggenda, è vero, i morti non ricordano, sarebbe troppo triste, per loro, più di quanto è triste per noi vivi ricordare loro.
– Non ricordi proprio niente?
–Cosa dovrei ricordare?
Sorride, e gli si tende la pelle cadente.
E gli occhi si fanno piccoli, meno liquidi, più vicini.
– Ricordi il sole?
– No.
– Il cielo?
– No.
– Ricordi la signorina Ileana dell’Ufficio Acquisti?
– No.
– Ti ricordi di Mario, Mario Balestra, della contabilità, che andò in pensione, e partì per un viaggio in Messico, e non tornò più?
Mi guarda.
Non sorride più.
Non mi guarda più.
Mi guarda attraverso.
La mia mano ancora sulla sua spalla.
Fredda.
Si gira.
Se ne va.
La mia mano cade giù.
Lo vedo allontanarsi, con quell’aria smarrita, da cane bastonato.
– Mario!
Lo inseguo.
Un guizzo.
Altri fra me e lui.
Li scavalco.
Gli sono di nuovo vicino.
Inizia a scomparire.
– Dice a me?
– Mario, ti posso abbracciare?
Non risponde.
Ma si ferma.
Lo abbraccio.
Sta scomparendo.
Diventa evanescente.
Anzi, piccolo.
Piccolo piccolo.
Un’ombra.
Una piccola ombra sotto i portici.
Abbraccio me stesso.
Una donna mi guarda.
Ha le mani ingombre di sacchetti della spesa, e mi guarda.
Guarda quest'uomo grande e grosso.
Un uomo grande e grosso che piange.
In mezzo alla strada.
Sotto i portici.
All’una.
PRENDINE UN ALTRO!!
Poi si scoprì che quella del suono che non si propaga nel vuoto era una bufala. O meglio, si sarebbe scoperto, se solo ce ne fosse stato il tempo. Meglio ancora, si sarebbe potuto disquisire a lungo sul concetto di "suono", e sul concetto stesso di "vuoto". Se solo fosse rimasto qualcuno con cui disquisirne.
Il primo a scoprire qualcosa fu Hugh Mellow, assistente al laboratorio di astrofisica di Palo Alto, che grazie alla borsa di studio conquistata con non pochi sacrifici si godeva un’altra notte di osservazione alla postazione numero uno dell’Hubble IX Telescope, con possibilità di puntamento asincrono.
In sostanza, poteva comandare quell’enorme tubo posto in orbita attorno a Giove e puntarlo dove gli pareva, e questo per altre ventinove notti.
Era giovane, Mellow, ma non inesperto. Perciò, quando iniziò ad osservare il fenomeno, credette di aver esagerato con il synthalcohol. Solo che il synthalcohol non aveva effetti sul sistema neurologico. Quindi, ciò che stava osservando doveva essere vero.
Naturalmente non fu il solo ad osservare il fenomeno. Altri telescopi, fra le decine di migliaia a terra e nello spazio, erano puntati su Golan IV, a 0.23 anni luce da Plutone.
E avevano visto Golan IV scomparire. Un pianetino piccolo, d’accordo, scoperto da soli 37 anni. Che alcuni degli scienziati si ostinavano a non considerare nemmeno pianeta, ma solo asteroide, e va bene. Ma perché era scomparso?
E quella strana nube rossastra che l’aveva circondato, prima della sua sparizione, come poteva essere spiegata? Materia interstellare? Filamento cosmico?
Le teorie si sprecarono, ma una sola cosa era certa: il mondo scientifico (e non solo quello) aveva assistito per la prima volta ad un fenomeno non solo mai visto prima, ma nemmeno teorizzato.
Poi ci fu la voce. Che non fu proprio una voce. Ma veniva da fuori. Da lassù, dallo spazio, insomma. E la sentirono tutti.
O meglio. Non la sentì nessuno, ma tutti la conoscevano. Nessuno strumento fu capace di registrarla, ma ogni uomo, donna o bambino di questa Terra seppe, nel medesimo istante, che qualcuno, nelle infinità siderali, aveva detto: "Che ne dici di quel cannolo?".
Poi il telescopio Hubble IX smise di trasmettere. Anzi, scomparve. Non prima di aver trasmesso un’ultima, drammatica immagine: quella specie di nuvola, o di corpo solido, rossastra, che si faceva sempre più vicina.
E poi ci fu il dialogo finale. Il dialogo che tutti noi ascoltammo, proprio mentre i Televirtuali di tutta la Terra trasmettevano la notizia che Giove era scomparso, e mentre le maree sollevavano onde gigantesche.
Quel dialogo grottesco, incomprensibile ma chiarissimo, che si accese nel medesimo istante in tutte le menti:
"Dai, prendine un altro!"
"No, non ce la faccio!"
"E su, guarda come sono appetitosi! Che ne dici di quello rosso? O forse quello azzurro?"
"E va bene, proprio per non darti un dispiacere! Prendo quello bianco verde e blu, va!"
Poi, naturalmente, anche la Terra venne inghiottita.