Dolce Maremma
di Glauco Ginanneschi
Antica terra di incolto verbo primitivo, mai noiosa, che fra mare e colline vellutate di verdi sinuosità, stuzzicata dal sole e dal vento, hai cresciuto italiche memorie di genti importanti.
Come un armonioso movimento del corpo, dopo esserti scossa di dosso le dolci e “profumose” asperità, ti distendi davanti alla costa eterna in ampia ed armonica ostentazione di vanità.
Grembo di prati e colline, boschi e ruscelli, la cui armonia non stanca mai, nè offende lo sguardo di chi, attento e con rispetto, la sa capire ed osservare. Luogo di genti ruvide e serene.
Il mare ti gratta e schiaffeggia sulle variegate coste che da scogli e distese piagge ti fai adornare, e tu prepotente, saggia terra che un dì fu amara, ti diverti a provocare lo sguardo che innamorato non si stanca mai di osservarti e, perdonandoti ogni naturale capriccio, ti fa sorridere sorniona.
In età antica fosti sicuro porto di popoli genitori di arte e cultura, che distendendosi sulle affacciate valli, crearono regni di “tuscie civiltà” splendenti.
Quindi fosti “padule” orgogliosa e oggetto di maltrattamenti umani, ma sempre luogo di vergine bellezza. Fosti zona malarica di pena e punizione per disperati galeotti, emarginati da quelle povere stagioni ed anche sede di vescovi e signori.
Fosti amata ed odiata da boscaioli che ti videro ospitarli come figli di vita dura e fosti anche presente alle vicende di libertà risorta. La tua piana incolta è fonte atavica di impetuose rivolte fluviali di un Ombrone, il cui letto da sempre si contorce indomabile, regalando limo che seppellì storia ed un’antica Umbro.
La lungimirante e colta mano dello straniero Poldo, ti rese canalizzato giardino d’Europa, e permise che l’aratro generasse un fertile mare di biondo grano con rigogliosi frutti su stupende pianure baciate dal caldo vento estivo.
Sui bassi e ben distribuiti colli si posò la mano, che ingegnosa disseminò sul verde spruzzi di case, che da luoghi di fatica divennero medievali borghi di paradiso. Nutristi il ricco ed il povero con carne brada e pecoraio latte che diventò nei secoli delizia di vanità contadina.
Tempi nei quali, la mota appiccicosa, la zanzara e la “cudera” erano uniche padrone del crudo paradiso di terre incolte. Tempi nei quali si mieteva a mano il dorato grano e ed il ristoro lo forniva soltanto la “poventa” e l’isolata “meria”.
Tempi nei quali l’asino solcava la via, come unico amato mezzo di sicura ricchezza, mentre l’ossuto cinghiale diveniva emblema della cruda forza di questa benigna terra.
Richiamasti gente lontana e la fornisti di legna che riscaldò mille camini. Fosti abbandonata e riscoperta cento e cento volte ancora, e sempre ti donasti generosa al viandante e al contadino od a chiunque si fermasse a porvi dimora.
La ginestra, ormai estirpata, e sempre più simbolo solitario di luccicante bellezza, con il “bischero” del fosso rimane sorella armoniosa e connubio maremmano che si distingue da intruse piante straniere, regalando pennellate di brillante colore ai lati della via.
Ricordi quando solcava zone umide e salmastre il buttero; volgare cavaliere che con rustico amore e splendida fatica sferzava le cornute vacche ed imponenti tori; animali fumanti, di grigio sporco manto, e maestosi monumenti alla vita.
Rimpiangi il cencioso carbonaio che, al fumo del suo lavoro, si nutriva di pasti fatti di nulla ed profumi dell’orto, la cui presenza si capiva da immani distanze con petali di sbuffi bianchi.
Correte... cavalli fra i rimasugli paludosi del Prile lago che il tempo trasfigurò e permise di solcarlo con mille sentieri, ed aggrappatevi al sudore salmastro che libero vi perla il collo.
Sprigionate l’energia pervenutavi dalla bruma di primavera e spolverate i campi aridi d’estate, poiché è qui che avrete il massimo dalla vita; una libertà atavica di mandria selvaggia.
Adorabile Maremma, contornata di rigogliosi colli e generose viti, da cui il sempiterno nettare è divenuto arte sopraffina di dotti palati, non farti più violentare da ladri di bellezza e prepotenti dispensatori di falso benessere.
Ribellati a chi ti vuole amare solo d’estate e disseminare di incivile grigiore con putrido rifiuto, pretendendo di conoscerti con la forza del denaro ed il sentito dire.
Regala intimamente, al grezzo maremmano, ancora momenti di gelosa, solitaria ed intima bellezza, quando ti fai calpestare fra “ceciarello” e radicchio amaro.
Permetti al biondo, vellutato grano ed al giallo girasole di essere gli unici folti abitanti dei tuoi aperti spazi, dove a lato di vecchi poderi, pochi alberi frangivento disegnano ancora l’ultimo orizzonte insieme a siepi di alloro e di “marruca”.
Consenti di accostarmi alle tue ombre di quercia e sughera, fra strappi di macchia dura e viottoli di fresco verde albatrello, alla ricerca dei tuoi donati frutti del rovo e fammi vivere ore di solitaria, intima gioia, osservando animali liberi e prepotenti fra le dune di incontaminata sabbia.
Fammi disputare lo spazio col ruvido “cignale” e la “spinosa”, la lepre e il capriolo, dentro cespugli di “stracciabrache” e “scornabecco” dove il pettirosso vola e pedina libero.
Donami, o terra mia, l’orgoglio di calpestarti con passo certo, di chi sa capire la tua pura essenza di vita, sotto un cielo che azzurro e prepotente mi acceca ed esalta la tua cruda bellezza.
Permettimi di solcare sentieri di pineta, e fra le dune, dove l’immenso cielo verde protegge cespugli di mirto e rosmarino, scopo e pungitopo, alla ricerca di pace e immagini sublimi.
Fammi ascoltare la civetta e il chiurlo, il gabbiano e la poiana, la rondine e il grottaione; il canto di uccelli che padroni del teatro, come vigili custodi, adornano l’aria.
Regalami, o Maremma, un tramonto rosso fuoco che calmi l’anima ed una notte che, stellata, docile e serena, assopisca il cuore di un uomo semplice.