Giuseppe Fava: l’insegnamento di un intellettuale
di Andrea Giliberto
“Chi non si ribella al dolore
umano, non è innocente”
G. Fava
Quando ammazzarono Giuseppe Fava, non avevo ancora compiuto sei anni.
Troppo pochi per capire chi fosse, per sapere cosa diceva, cosa combatteva.
Ma certi uomini si incontrano ugualmente perché sono le loro idee a venirti a cercare, sono le cose che hanno scritto che rimangono vive.
Così, ho conosciuto “Pippo” Fava, intorno ai dodici anni, quando i miei genitori mi parlarono di lui e mi misero in mano le copie originali de “ I Siciliani”.
Ero ancora troppo piccolo per capire la grandezza di quest’uomo.
Le notizie, le prime notizie che hai di Giuseppe Fava sono solo quelle di “un giornalista ammazzato dalla Mafia”, ma solo crescendo e approfondendo l’opera di Giuseppe Fava capii che non era solo un giornalista dagli articoli scomodi; non furono certo i suoi articoli o inchieste a procurargli quella condanna a morte.
Giuseppe Fava faceva paura ai mafiosi, faceva paura quel suo modo di scrivere, quella sua capacità di organizzare il pensiero dei siciliani e pretendere da loro una reazione.
La sua produzione multiforme, i suoi scritti sarcastici, la sua prosa tagliente la sua capacità di sentimento, di analisi erano tutte armi affilate che facevano paura.
La sua era una opposizione intellettuale.
Quella sua ribellione ad una Sicilia rassegnata, scettica, faceva paura ai mafiosi, come faceva paura anche quella sua capacità di riunire giovani, insegnare loro a battersi con l’arma della parola.
Fava insegnava ad avere il coraggio di ribellarsi.
Il messaggio che lanciò con l’opera teatrale “La violenza” nel 1970 era molto chiaro; se noi siciliani non reagiamo, se non combattiamo la mafia siamo tutti invischiati in essa. Il non reagire, il soccombere silenziosamente è grave quanto essere esecutori di atti mafiosi.
La mafia aveva paura di Giuseppe Fava , anche per la sua capacita di guardare lontano. Aveva questa capacità, caratteristica che i nostri attuali intellettuali ( esistono ancora intellettuali in Italia?) non hanno o non vogliono sfruttare. Era fra le poche voci ad aver capito (o forse fra le poche ad avere il coraggio di dirlo) che la mafia stava cambiando, che i mafiosi non erano gli esecutori, ma che i mafiosi stavano altrove.
”I mafiosi veri stanno in ben altri luoghi, in ben altre assemblee; i mafiosi stanno in Parlamento, a volte sono ministri, a volte sono banchieri, sono quelli ai vertici della Nazione”; questo diceva mentre qualcuno faceva finta di non sentire, e qualcun’ altro troppo ingenuo(davvero così ingenuo?) pensava che la mafia era solo un problema siciliano e finché se ne stava in Sicilia non c’era da preoccuparsene.
Il disegno che lui dava della mafia era completo, perfettamente consapevole che gli intrecci tra i poteri mafiosi e alcuni apparati dello stato erano sempre più forti sempre più mischiati negli affari economici della Sicilia.
Giuseppe Fava era un intellettuale che amava fare il giornalista, non sono certo io a scoprirlo, a dimostrarlo sono tutti i suoi articoli, tutte le sue opere teatrali, e tutti i riconoscimenti avuti: dal “Premio Pirandello”, dove quell’anno riuscì a battere sia Moravia che Sciascia, al riconoscimento internazionale ottenuto con il film “Palermo oder Wolfsburg” dove vinse l’Orso d’Oro al festival di Berlino nel 1980.
La denuncia di Fava era dentro i suoi personaggi, nelle loro vite, nelle cose che dicevano, in questi personaggi “vinti” che non nascono dalla fantasia ma dall’attenta analisi della Sicilia, dei siciliani.
Adesso mentre celebriamo l’ottantesimo anniversario della sua nascita, siamo di fronte ad un bivio.
O utilizziamo Fava soltanto alla scadenza di celebrazioni come questa rischiando però che diventi solo un cavallo cavalcato dai partiti politici durante la campagna elettorale o noi come cittadini ci riappropriamo della sua figura e delle cose da lui dette.
L’insegnamento del nostro “Pippo” Fava deve essere riproposto, nelle scuole, in tutti quei luoghi dove rischia di essere considerato un semplice “giornalista ammazzato dalla mafia”, “Uno che non si faceva gli affari suoi”, perdendo così il vero messaggio che lui voleva farci arrivare.
Giuseppe Fava faceva paura alla mafia perché era il più grande intellettuale che la Sicilia abbia avuto nel ‘900, noi abbiamo il compito di fare in modo che lui continui a fare ancora paura.
Pippo Fava ci ha insegnato a non aver paura, a non stare zitti.
Mi chiedo se fosse ancora vivo cosa penserebbe di questa nostra Sicilia, di questa nostra Italia.
Cosa penserebbe e direbbe di noi siciliani, che ancora vogliamo assicurare un futuro ai nostri figli cercando raccomandazioni a destra e a manca, che ci facciamo svuotare le coscienze quando dietro facili promesse votiamo ancora candidati dalle capacità discutibili e dall’onestà dubbia.
Cosa penserebbe di quei giornalisti che rifiutano di essere liberi e che scrivono ciò che gli viene detto, che fanno passare per notizia interessante la rottura di una tubatura e i disagi che ne sono venuti agli abitanti del quartiere interessato; cosa penserebbe?
Cosa penserebbe di questo nostro stato che elargisce milioni di euro ai nostri capitalisti falliti o che si preoccupa di evitare il fallimento di squadre di calcio che per anni non hanno pagato le tasse, mentre fare la spesa diventa sempre più costoso e le bollette sempre più esose?
Cosa direbbe di quei deputati della Regione Sicilia che vedono la nostra assemblea regionale solo come “trampolino di lancio” per poi andare a sedersi sulle poltrone romane, salvo poi ritornarci per prendere voti? che cosa direbbe nel rileggere il suo articolo “Amico onorevole” e vedere che non è cambiato niente oggi?
Io posso solo immaginarmelo, ma lui ci ha lasciato una domanda, attraverso uno dei suoi personaggi, una domanda che noi oggi dobbiamo porci in continuazione:
“Ma quanto vale la vita di un uomo in questo paese?”.
Per una volta stabiliamolo noi quanto vale la vita di un uomo in Sicilia, in Italia.
Facciamo sapere alla mafia o a quei politici corrotti che non lasciamo a nessuno stabilire quanto vale la nostra vita, ne che siamo disposti a svenderla per paura, facciamo sapere che abbiamo ricevuto gli insegnamenti di un grande uomo, di un uomo libero.
Andrea Giliberto