Andata-Ritorno

di Andrea Giliberto


1

Ancora adesso non saprei spiegare il perché di quel gesto, ma improvvisamente avevo bisogno di scappare da Bologna.
Decisi di partire, preparai una valigia alla buona, misi dentro il necessario ed un vestito elegante.
Una valigia che si rispetti ha sempre qualcosa di elegante dentro, non si sa mai cosa può capitare e nell' 1X2 della vita poteva capitare un’ occasione che richiedesse qualcosa di elegante.
Mi recai in stazione e feci una lunga fila alla biglietteria.
Quanta gente….mi chiedevo dove andasse tutta questa gente, per fare cosa, per quale motivo,mi chiedevo se avessero paura di viaggiare. Un viaggio, qualunque esso sia ti fa conoscere una parte di te stesso che non conosci, la cosa a volte può essere davvero spaventosa.
E' pauroso scoprire di sé a volte.
I pensieri mi aiutavano ad ingannare il tempo e ad accorciare quella fastidiosissima fila.
Se un terzo della nostra vita lo passiamo dormendo, l'altro terzo lo sprechiamo a fare la fila in qualche posto, in banca, in qualche ufficio postale, in autostrada, al casello dell'autostrada.Anche se vai a Disneyland per fare un giro sulle montagne russe devi fare la fila!
Troverai sempre, ovunque tu vada, un cartello con la sua odiosa scritta “Attendete qui il vostro turno, Grazie!”…
-Avanti un altro- fece un vetro antiproiettili, mi avvicinai e dietro a quel vetro c'era un omino buffo, voce elettrica e monoemozioni; il classico impiegato delle ferrovie statali, stanco del turno pomeridiano e morto di caldo nel suo sputo d'ufficio reso semiaccogliente da un ventilatore e dalle foto delle figlie (non bellissime per la verità).
-Vorrei un biglietto andata e ritorno Bologna/ Siracusa, Siracusa/Bologna- dissi nervosamente.
-Quando vuole partire?-Prima possibile- risposi.
-C'è posto sul treno“Freccia del sud” delle 21 e 21 proveniente da Venezia  sul vagone letto per due supercomfort--Va bene quello…-
-Il ritorno quando?--fra 15 giorni!-
Finito di fare il biglietto guardai i treni in partenza sul tabellone e mi avviai al binario stabilito.
All'arrivo del treno diedi un'occhiata al mio biglietto “Carrozza 2, 2 come due colpi, posto n. 12, 12 come 12 di giugno”.
Salì sul vagone posai il mio bagaglio e scesi a prendere ancora un pò d'aria prima di rinchiudermi in quell'angusto e oppressivo spazio supercomfort.
Non potei fare a meno di notare quanto era lungo quel treno, sembrava un serpente metallico che non avesse fine.Quanta gente lo popolava; donne, vecchi, bambini, intere famiglie, diverse generazioni, ognuno con un proprio motivo che giustificava il viaggio.
Io non capivo perchè, per quale motivo, avevo solo istintivamente fatto un biglietto e ritornavo in Sicilia, dopo anni da autoesiliato al nord.
Cosa volevo ritrovare in Sicilia, cosa istintivamente mi richiamava a sé?
Avevo solo domande e nessuna risposta, ripresi in mano il biglietto e lo scrutai con attenzione come se esso contenesse una risposta  “Bologna/Siracusa, km 1295 ANDATA”.
Questo era tutto quello che il mio biglietto aveva da comunicarmi.
Partiti da Bologna, ci fermammo un'ora dopo a Firenze dove il serpente di metallo inghiottì altra gente e lì il mio compagno di viaggio con la prenotazione dell'altro posto supercomfort.
Con mia grande sorpresa, ed anche con sua grande sorpresa, scoprì che avrei spartito quei pochi metri quadri con una donna.
Evidentemente c'era un errore.
Il controllore non fece che confermarcelo,senza spazientirsi troppo di risolverlo.
Ci guardammo con un sorriso imbarazzato e allo stesso tempo sembrava che comunicassimo fra noi siglando un tacito accordo.
-Sopporterò il tuo nauseabondo profumo alla vaniglia per tutto il viaggio-
-Vedi di non prenderti troppe confidenze-.
Scambiammo qualche parola di cortesia e l'aiutai a sistemare i suoi bagagli, anch'essi odoranti di vaniglia.
Le chiesi dove andasse, scendeva a Catania, si vedeva che era felice di ritornare, che non vedeva l’ora di respirare l’aria di casa, ed io?
Attendete qui il vostro turno, grazie.
Ci chiudemmo nei nostri imbarazzanti silenzi da passeggeri fino a quando decidemmo di andare a letto.La carrozza super-comfort non è poi così differente dalle altre, il rumore dei binari, quel famoso Tu-tun tu-tun , classico di ogni treno si sentiva lo stesso e di certo non agevolava il mio sonno.


2

Quando mi svegliai(non è che dormii molto) non era ancora giorno del tutto, rimasi sdraiato nella mia lettiga per non disturbare la mia compagna casuale di viaggio ma continuai a rigirarmi in continuazione.
-Guardi che se ha voglia di uscire nel corridoio può farlo, non mi disturba sono già sveglia-
Le sue parole mi trovarono impreparato e con un -Buongiorno- molto imbarazzato scesi la scaletta e mi avviai verso il corridoio vuoto, forse dormivano ancora tutti.
Passarono pochi minuti e sul corridoio apparve lei ancora un pò assonnata e con delle piccole fossette sotto gli occhi che le davano l'aspetto di una donna che lotta con la monotonia della vita, del lavoro, ma che si era emancipata come una perfetta donna moderna, capace di gestire la propria vita senza alcun compromesso.Aveva dato ai suoi capelli color sabbia una frettolosa pettinata.
La osservai. Era bella, ugualmente.
Non l'avevo notata quando invase la sera prima con il suo profumo alla vaniglia lo scompartimento.
Velocemente ho ripercorso le donne(non tante in verità) che hanno, per brevi o lunghi periodi, abitato la mia vita e nessuna di loro indossava come lei quella bellezza di prima mattina, così dolcemente goffa.
M'investì nuovamente il suo profumo alla vaniglia ma stavolta non ne rimasi per nulla nauseato.
-Lei non è di molte parole, vero?- rivolgendosi a me - deve essere uno che riflette molto allora-.
-No, in verità io…sa per non….- Ero a disagio.
-Mi può dire che ore sono?- cercando di rilassare la conversazione.
-Le 6 e 30 del mattino-…attimo di silenzio…-come mai scende in Sicilia?- Mi armai di coraggio.
-Vado a trovare la mia famiglia, mia madre i miei nonni, le mie sorelle i nipotini, le mie zie, gli amici…come vede per tanti motivi!-
Improvvisamente ebbi la visione di quello che la Sicilia mi aveva trasmesso da piccolo, il senso della famiglia, l’essere circondato da nonni, zii, amici, conoscenti.
Ma la Sicilia stessa aveva contribuito a togliermi tutte queste cose che una volta mi rendevano sereno, felice. Bastò una semplice giornata di giugno, era il 12 per l’esattezza, a farmi odiare tutto ciò.
-E lei? Scende per ferie, lavoro o cos’altro?-
-Scendo per andare a trovare la mia famiglia è molto tempo che non li vedo….- E poi quasi impaurito e con un filo di voce aggiunsi -…e per ritrovarmi!-
Inconsciamente senza rendermene conto mi ero dato una risposta, dovevo ritrovare me stesso.
Lei divenne seria, mi fissò attentamente e forse analizzava quello che avevo detto poi voltandosi verso il finestrino e gettando lo sguardo distrattamente verso i panorami in movimento che attraversavamo disse:
-Ha dei bei occhi lei sa? Mi dispiace che siano così tristi!- restammo in silenzio…
Era la prima volta che qualcuno mi entrava dentro in quel modo, nessuno mai prima d’allora aveva letto in modo così esatto i miei occhi. Gli occhi sono lo specchio dell'anima si dice, e la mia era un'anima triste che diventava col passare del tempo sempre più arida ed incapace d'amare.
Rimasi nel corridoio solo con me stesso rendendomi conto che negli ultimi anni della mia esistenza avevo passato molto del mio tempo da solo, illudendomi d'aver amato e d'esserlo stato, ma la verità era che nelle piccole gioie e nelle difficoltà mi ero sempre ritrovato da solo.
Lei aveva ragione, ero un uomo triste. Mi caratterizzava la solitudine che mi ero imposto in tutti questi anni da quel maledetto 12 di giugno.Per gli altri ero un uomo strano, asociale una specie di “lupo della steppa” hessiano con la differenza che io non ero circondato da donne.
Mai nessuno mi ha considerato triste. Mai, nessuno mi ha mai capito.
Ma il dramma che vivevo, tutto interiore era che lì, a Bologna non mi sentivo a casa, non ero a casa.
Ed un uomo deve avere, anche se a migliaia di chilometri lontano da sè un posto che deve sentire come casa sua, sapere che se mai un giorno vi ritornerà quella sarà sempre, cambiata o no, casa sua.
Ma avevo smesso di considerare la Sicilia come una casa dopo che essa aveva vomitato su di me tutta la sua violenza, dopo che mi si era mostrata come mai avrei pensato. Di quella Sicilia avevo letto sempre e solo sui quotidiani, come di una cosa lontana. Per questo me ne andai con la scusa dell’università, senza mai più ritornarvi dopo che mi laureai.Odiandola per avermi tolto tutto quanto di sereno avevo.
Ricordo ancora quel giorno sapete….il 12 di Giugno!
Un maresciallo dei carabinieri bussò alla porta e le prime parole che disse furono:
-Signora, suo marito è stato trovato morto…due colpi ,uno al petto ed uno in testa.
Lo hanno ucciso insieme ad un altro pregiudicato che era in macchina con lui! Potrebbe venire a spiegarci un po’ di cose?-
Mio padre in macchina con un pregiudicato?2 colpi! un agguato mafioso? E mio padre?
Cosa c’entra lui con la mafia?
Sui giornali la notizia fu riportata tempestivamente…Regolamento di conti fra bande mafiose: uccisi un pregiudicato ed un insospettabile impiegato provinciale.
Per il paese poco più di 4000 persone, ci fu da parlare per un po’…mai in quel paese avevamo avuto un morto mafioso. Già la gente fantasticava senza nessun freno e nel giro di poche ore diventammo una famiglia di dubbia rispettabilità….mafiosi per l’esattezza! Si stupirono di non averlo mai sospettato.
Io, mia madre, le mie sorelle improvvisamente fummo catapultati in una realtà per noi surreale.
Al funerale di mio padre solo poche persone che non si degnarono neanche di accompagnarlo fino al cimitero.Eppure mio padre aveva tanti amici, io avevo tanti amici, le mie sorelle avevano tanti amici, erano spariti tutti. Abbandonandoci come la vita abbandona il corpo in certe situazioni.
Il corpo di mio padre era ancora caldo che tornati dal cimitero trovammo dei carabinieri con un mandato di perquisizione.
La casa fu messa sotto sopra, i vestiti di mio padre sparpagliati per terra, i cassetti svuotati i suoi affetti più personali violati. Io ero confuso, spaesato nella mia stessa casa.
Davvero avevamo un mafioso in casa senza mai essercene accorti? davvero mio padre ci aveva mentiti, così sporco da mentire ai suoi figli a sua moglie?
Non mi sentì più a casa, casa mia non era più un rifugio accogliente,smarrii il senso di tante cose, anche di tutti gli insegnamenti che mio padre con cura di genitore mi aveva dato.
Poteva un mafioso avere il coraggio di insegnare ai propri figli valori come, libertà, senso della giustizia, lealtà, onestà.
A settembre di quello stesso anno m'iscrissi all’università di Bologna.
Qualche anno dopo i killer di mio padre furono arrestati, fra le tante accuse anche quelle per l’assassinio di quel 12 di giugno…i due confessarono.
-Perché uccideste il pregiudicato Manca detto U Postinu?-
-Perché non aveva pagato una partita di droga- dissero.
-…e il signor Marianni che uccideste insieme al pregiudicato Manca? in che rapporti erano i due?-
-Ma quali rapporti, signor giudice, du’ poviru cristu s’attruau a passari mentri ca Manca facia l’autostoppi, pi putiri scappari a nuautri. E nuautri chi putieumu fari? Ni visti na facci!-
Il caso è risolto.
Naturalmente sui giornali la notizia non fu passata.Una parte di me si senti risollevata, un’altra mi faceva odiare me stesso per aver dubitato di mio padre.
Da universitario ero tornato poche volte in Sicilia ma quando dopo la laurea mi resi indipendente economicamente non vi tornai più.


3

-Scende a prendere un po’ d'aria? Andiamo, non se ne vorrà stare tutto il tempo rinchiuso qui al buio? Fa caldo qui dentro.-
L'insistenza della mia compagna di viaggio alla fine vinse sul mio senso di solitudine e la segui per le scale del traghetto che odoravano di nafta e di sporcizia.Più salivamo più l’odore del mare si mischiava agli odori precedenti, fino a prenderne il sopravvento una volta usciti sui ponti laterali.
Lì respiravamo l’aria fresca dello stretto, il traghetto iniziò a muoversi.
Notai che la mia compagna di viaggio più si avvicinava alla Sicilia più diventava frenetica, euforica, gli occhi neri diventavano sempre più splendenti, non vedeva l’ora di mettere piede su quell’isola. Io invece mi sentivo sempre più a disagio, nervoso, senza sapere la mia prossima mossa.
-Non vedo l’ora di arrivare!- disse.-Si, anch’io- risposi mentendole.
-Senta, so che potrebbe darle fastidio o potrebbe pensar male di me…ma questo è il mio numero di cellulare, potremmo vederci…dopotutto Firenze/Bologna è poco più di un’ora-.
-Certo, come no!- ma mi chiedevo se l’avrei mai chiamata.
Attendete qui il vostro turno, grazie!


4

Quell’enorme serpente metallico ”Freccia del Sud” così lo chiamavano, in ritardo d’un paio d’ore, fu diviso in due vermi a Messina, uno direzione Palermo, l’altro direzione Siracusa.
Iniziai la discesa verso casa.
La gente scendeva ad ogni fermata, Taormina, Acireale, giungemmo a Catania.
-Arrivederci allora…
--Aspetti mi dica come si chiama-
-Agata! Sono di Catania no?!-
Infine Siracusa! Scesi. Sul vagone ero rimasto solo io….solo con me stesso ed una valigia.
La stazione era deserta ed insieme a me all’uscita, due turisti tedeschi spaesati, come me perché da lì non sapevano dove andare. Ma sapevo che le loro perplessità erano differenti dalle mie, loro avevano fatto l’errore madornale di percorrere l’Italia dal nord verso il sud, trovando sempre meno servizi man mano che scendevano e adesso erano confusi, loro che non vanno da nessuna parte senza programmi precisi, orari e tabelle.
Io invece non capivo se era stato un errore ritornare, sicuramente non era la mancanza di servizi che mi preoccupava.

5

Chiesi al tassista di fermarsi all’entrata del paese, così fece. Mi lascio sotto una tabella di benvenuto ed in cuor mio avevo paura che sarebbe stato l’unico che avrei ricevuto dopo così tanti anni.
Avevo disertato la mia famiglia.
Di anni ne erano passati e mi accorsi subito che il mio paese aveva subito qualche moderno cambiamento, tranne una cosa che era rimasta sempre come quand'ero bambino l’odore dei limoni coltivati nei campi vicini.
Mi avviai verso casa, mi avrebbe annunciato il rumore di una valigia con le rotelle su quella strada fatta di mattonelle non più perfettamente livellate.
Quando mia madre apri la porta, mi guardò, aspettò che il cuore regolasse i suoi battiti poi con la serenità di un capo famiglia, questo era diventata dopo la morte di mio padre, come se sapesse che un giorno sarei tornato mi disse - Vai da tuo padre. Io vado a chiamare le tue sorelle-.
Mi recai al cimitero e mi sentii a disagio di fronte a tutto quel silenzio che veniva leggermente disturbato da un venticello che spostava le foglie morte sparse fra i viali lunghi e le tombe.
Quel silenzio mi angosciava  e me ne restai immobile a fissare la tomba di mio padre senza dire e pensare niente, poi come un’esplosione improvvisa, piansi. Come un bambino, singhiozzando, sottovoce dissi -Perdonami papà-.
In quel luogo di morte paradossalmente mi senti rinascere, avevo fatto pace con mio padre e con la mia coscienza.
Dopo pochi minuti mia madre e le mie sorelle mi raggiunsero e di fronte alla lapide di nostro padre ci abbracciammo con gli occhi lucidi. Abbandonammo i nostri silenzi dolorosi che avevano accompagnato fino ad allora la nostra esistenza, ci sentimmo di nuovo una famiglia, ci riconciliammo con la nostra terra,e ci sentimmo di nuovo a casa.
Eravamo di nuovo siciliani. E  non ci vergognavamo più d’esserlo.
C’era…c’è una Sicilia che è stata abbandonata molte volte a se stessa.
C’era…c’è una Sicilia che a volte è orfana di istituzioni e ciò la rende violenta.
Ma c’è una Sicilia, la più bella, che non ha paura e che affronta il mondo a viso aperto,c’è una Sicilia che non si arrende, che combatte tutti i giorni e che muore a volte inconsapevolmente, c’è una Sicilia che parla i dialetti di tutto il mondo e che non smette mai di sognare d’essere migliore.
Questo avevo capito in questo viaggio.

6

I quindici giorni alla riscoperta della mia terra passarono in fretta, troppo in fretta.
Fu bello ritornare a parlare siciliano con i vecchi amici, a giocare a carte sotto la veranda di un bar mentre luglio manda il solito caldo africano.
Fu bello aver fretta di ritornare a casa per pranzo e sentire il profumo del sugo di pomodori  freschi, dell’odore del pane fatto in casa e delle discussioni semplici dei familiari disinteressandosi della tv.
Mi guardavo allo specchio e mi scoprivo sorridente senza un motivo, mi trovavo nuovo.
E mentre sentivo dentro di me che ritornavo a vivere e che ne avevo finalmente la voglia, mi rimproverai  d’aver prenotato il ritorno a Bologna troppo presto
Che rabbia, che stupido mi sentivo mentre riponevo i miei bagagli nella “Freccia del sud” ancora in versione verme fino a Messina mentre lasciava il binario numero 1 da Siracusa.
Mi recai di nuovo sul ponte del traghetto, non avevo avuto bisogno di pensarci su se salire o no, respiravo a pieni polmoni l’aria dello stretto e come un bimbo tentavo di trattenerla il più possibile dentro di me senza farla uscire.
Il traghetto si staccò dal molo e piano ci allontanammo dalle sponde siciliane, capì che ero stato a casa e che finalmente mi sentivo a casa.
La Sicilia è una casa, la mia.
Man mano che mi allontanavo sentivo che anche la mia vita bolognese sarebbe cambiata, che adesso in pace con tutto anche con me stesso sarei stato bene ovunque.
Mentre ero assorto nei miei pensieri guardando il mare blu sotto di me che sembrava ritornare in Sicilia notai un ragazzo ed una ragazza che con languidi sorrisi si scambiavano i rispettivi numeri di telefono  mentre si apprestavano ad affrontare la realtà da studenti  universitari fuori sede.
Pensai subito ad Agata.
Dovevo avere da qualche parte il suo numero di telefono, iniziai a frugare in tutte le mie tasche e come un passeggero in partenza per un nuovo mondo che aveva perso il passaporto mi innervosivo come se in quel momento era la cosa che aveva più importanza per me…finalmente ripescai il numero di Agata dentro al portafoglio, ma ero ancora incerto sul da farsi.
Guardavo il cartello “BENVENUTI IN ITALIA”  e mentre aspettavo che quel lento entrare ed uscire dal traghetto finisse, e che i due vermi “Palermo”e “Siracusa”si trasformassero di nuovo nel lungo serpente “Freccia del sud” ,già in ritardo sin dalla partenza, pronto a distribuirci per tutta l'Italia, pensai ancora ad Agata e mi convinsi che tentare non costasse nulla, iniziai a comporre il numero del suo cellulare.
-Pronto?- mi sembrò che l’aria iniziasse a profumare di vaniglia tutt’intorno
-Sono io…- dissi.
E mentre le parlavo cercavo di ricordare i suoi movimenti, ogni suo gesto ed il suo viso mattutino.
Tenevo in mano il biglietto del treno e per l’ennesima volta osservai quello che aveva da dire.
“Siracusa/Bologna, km 1295 RITORNO”.
Ma capì subito che quello non era il ritorno, era solo l'andata….



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