Macchia nel sole

di Concetto La Malfa
(Read English version)

Il volo sul quale viaggiava Jon era in ritardo di venti minuti. Accesa una sigaretta, Boriz si portò nel grande salone a vetri adiacente alle partenze. Da lì avrebbe potuto osservare gli aerei decollare e atterrare.
– Aeroporto di Exoter, capitale dell'Invernia! Quanto tempo, da quando... è come se fosse ieri!
Attraverso le vetrate fissava i pochi aerei fermi sulla pista. Il pallido sole, come una nebula indistinta tra il grigio del cielo, faceva fievolmente risplendere la vernice argentata delle fusoliere. Un sole in tramonto, timido, senza forza, avaro. Immaginava con quanto bagliore quelle fusoliere avrebbero invece brillato sotto l'azzurro cielo di Farlandia, il Paese che lo aveva visto nascere, il cui ricordo, ormai, era distante e freddo come quello stesso sole.
Proprio lì, su quella pista, venticinque anni prima, era atterrato l'aereo che lo aveva trasportato dai trenta gradi centigradi del suo Paese ai sei gradi di Exoter. Indossava – lo ricordava bene – un leggerissimo vestito estivo color blu. Appena sceso dall'aereo si era sentito agghiacciare nelle vene. Ed ora sentiva quello stesso gelo attanagliargli la mente e l'anima.
Era appena un ragazzo allora, dai capelli neri come la pece. Era giovane, selvaggio. Ricordava che la sua presenza tra la gente di Exoter, dove era venuto per un periodo di lavoro e per studiare l'invernese, era stata motivo di curiosità. E lui si era sentito come un pesce fuor d'acqua. Ma, allora, non avrebbe mai immaginato che il tempo non avrebbe cambiato nulla e che, dopo tanti anni, si sarebbe sentito ancora un estraneo. Erano passati prima dieci, poi venti, fino a venticinque anni, ma nulla era mutato ad eccezione, forse, del colore dei suoi capelli.
Aveva lasciato la Farlandia con pochi soldi in tasca e il vuoto nel cuore, in un turbine di emozioni. Ma era stato il suo forte spirito di evasione che lo aveva spinto ad andarsene di casa.
Non era mai riuscito a scacciare dalla mente una certa immagine che continuava a perseguitarlo: quella del viso innocente e incredulo di suo fratello Jon nel momento dell'addio alla stazione. Non riusciva a dimenticare la tristezza di quegli occhi, il gesto della mano che lo aveva salutato, mentre il treno si allontanava lentamente lungo quel binario senza ritorno. Aveva abbandonato Jon, suo unico fratello, che aveva appena undici anni, nel momento in cui lui, fratello maggiore, avrebbe dovuto essergli vicino per colmare il vuoto della mamma che era morta da appena un anno.
Immerso in questi pensieri, Boriz sentí una lacrima solcargli il viso, mentre l'assordante annuncio all'altoparlante di un aereo in partenza lo fece trasalire riportandolo alla realtà. Guardò l'orologio; era già trascorsa mezz'ora. Il volo di suo fratello – lesse sul tabellone – era già atterrato. Raggiunse a passi svelti la sala arrivi. Non vedeva l'ora di rivedere Jon.
Questi, con un'indole opposta alla sua, era, come si suol dire, la razionalità personificata. Insieme all'ansia di rivederlo, lo pervadeva un senso di insicurezza.
Come avrebbe superato l'inevitabile barrage di domande che Jon gli avrebbe fatto dopo tanti anni che non lo vedeva?
Sicuramente, – pensò Boriz – appena mi vedrà, aggrotterà la fronte, proprio come era solito fare con noi nostro padre quando eravamo ragazzini.
Finalmente, tra la folla di volti ignoti di viaggiatori che, con intermittenza, attraversavano l'uscita a vetri scorrevoli degli arrivi, scorse il viso di suo fratello. Riconosciuto Boriz, Jon non aggrottò la fronte e, accelerando il passo, gli si fece incontro. I due fratelli si abbracciarono senza dir nulla. L'emozione gli aveva paralizzato le lingue.
– Hai fatto buon viaggio? – chiese Boriz con gli occhi lucidi di pianto e un nodo alla gola.
– Sì, ottimo – rispose Jon.
– Vieni, andiamo alla macchina, di qua... non è lontana. Eccola qui...
Boriz aprí lo sportello per far salire suo fratello e, dopo aver rinchiuso la valigia nel portabagagli, si sedette al volante.
– Da quanto tempo è che non ci vediamo? Dieci, undici anni?
– Sono esattamente dodici anni e un mese – disse Jon prontamente, abbassando la testa per eludere lo sguardo di Boriz.
Questi, dal tono della voce di Jon, capí che forse quello era un rimprovero, anche se sapeva bene che suo fratello, per lui, malgrado tutto, aveva sempre avuto un profondo rispetto.
– Come sta la famiglia? E tuo figlio? Chissà come si sarà fatto grande.
– Stanno tutti bene – replicò Jon.
Nel dir ciò l'espressione del viso gli si fece serena.
– Tor ha tredici anni ora.
Seguí una pausa di silenzio, mentre l'auto che portava i due fratelli andava spedita tra filari di alberi tra i quali filtrava la luce rosata del tramonto che illuminava ad intermittenza i loro volti.
– Da quanto tempo non hai notizie di papà? – fece Jon con un tono di sconsolata curiosità.
Boriz lo guardò per un istante. Tirò un sospiro. Sapeva che Jon, prima o poi, gli avrebbe menzionato suo padre.
– Hai saputo che ha avuto due attacchi di cuore? – continuò Jon con tono accorato.
Boriz era a conoscenza degli attacchi di cuore di suo padre; ne aveva avuto notizia qualche mese prima.
– Dovrei forse sentirmi responsabile anche di questo? – si domandava tra sé e sé, mentre, al volante della proprio auto con suo fratello a bordo, guidava come un automa senza rendersi conto che già si era fatto buio. Dovette essere Jon a ricordargli di accendere i fari. Già le stelle spuntavano fioche dietro un velo di nuvole grigie che, quasi a punizione, ne occultava il misterioso incanto.
Ad un semaforo non fece in tempo a fermarsi e passò mentre le luci diventavano rosse. Fatti alcuni metri, si accorse, guardando lo specchietto retrovisore, che un poliziotto in motocicletta lo inseguiva. Questi lo sorpassò e, sbarrandogli la strada, lo costrinse a fermarsi.
– Eccoci qua, – pensò – adesso altre storie anche con questo tizio! Mi dirà che sono passato col rosso, poi mi chiederà la patente, tirerà fuori il taccuino e mi dirà che ho infranto le regole e che sarò, per questo, citato in tribunale.
– Lei ha l'abitudine di passare col rosso ai semafori, vero? – fece il poliziotto con aria arrogante.
– Ma...veramente...non è mia abitudine... – replicò Boriz.
– Non faccia storie, – soggiunse il poliziotto con crescente arroganza – nome e cognome e indirizzo!
Boriz, impotente di fronte al tutore dell'ordine, ammutolí. Poi, con voce soffocata dalla rabbia, dettò le sue generalità. Da quando viveva ad Exoter aveva sempre mal sopportato le maniere dei poliziotti. Malgrado fosse sempre ligio alle leggi, si era trovato, senza volerlo, in situazioni simili; sapendo di non aver mai commesso gravi reati, giudicava discriminatorio quel modo di comportarsi dei tutori dell'ordine.
Dopo avere appagato le richieste del corpulento poliziotto, tornò a sedersi al volante a fianco di suo fratello che, senza scendere dalla macchina, aveva assistito alla scena in silenzio.
Jon guardò Boriz, mentre questi riaccendeva il motore per ripartire, e gli lesse in viso un'espressione di furia soppressa, le guance impallidite dalla collera. Ma percepí nei suoi occhi un senso di calma triste e rassegnata. Boriz, infatti, avrebbe voluto prendere quel poliziotto per il colletto, sollevarlo di peso afferrandolo per il collo e, con gli occhi di fuoco, lasciar partire un urlo tale da raggiungere ogni angolo del pianeta, finché tutti gli arroganti del mondo non lo avessero sentito e, terrorizzati, non fossero fuggiti per cercare riparo come mandrie di animali selvatici nella giungla ai primi fulmini di un temporale. Eppure non aveva reagito, anzi si era comportato come colui che è disposto a porgere l'altra guancia. Era impotenza la sua o estrema spossatezza morale? Quel poliziotto era stato solo un esempio di coercizione, di oppressione che un essere umano si sente autorizzato ad esercitare su di un altro essere umano. La società ha bisogno di regole, è vero, ma non devono opprimere chi non ha colpa.
Boriz viveva ormai la vita senza nemmeno la voglia di chiedersi il perché di ogni azione, rassegnato alla crudeltà dell'inevitabile, all'apatica sterilità psicologica nel reagire tanto al bene quanto al male. Adesso, lui che avrebbe voluto tanto amare, non era più capace nemmeno di odiare.
– Fra qualche minuto saremo a casa – disse con mezzo sorriso al fratello dopo una lunga pausa di silenzio.
Arrivarono all'ingresso del sentiero di ghiaia che portava alla casa, lungo il quale le ruote della macchina fecero scricchiolare e schizzare ciottoli da tutti i lati.
I due fratelli scesero dall'auto. Boriz si preoccupò di aprire il baule posteriore per tirar fuori la valigia di Jon, mentre questi si stiracchiò, sbadigliò coprendosi la bocca con una mano e si guardò intorno. Non sapeva che il fratello abitasse in una zona così isolata e lontana dal centro. Sapeva però che alloggiava in un appartamento in affitto, così gli aveva scritto tanti anni prima.
Intanto, tra le alte nuvole in fuga, si intravedeva la timida sagoma della luna, e il brusio delle cime degli alberi vicini, scosse dal vento, si univa al richiamo di un gufo lontano.
Jon sentí un brivido nella fredda sera d'autunno. Diede ancora un'occhiata alla casa.
– Strano – pensò – tutto buio!
– Non c'è nessuno in casa? – domandò timido.
Boriz non rispose subito. Con la valigia di Jon in mano tirò fuori le chiavi per aprire l'uscio. Dopo qualche istante si decise a rispondere.
– No – disse in tono secco e distaccato che non preannunciava ulteriori chiarimenti.
– E tua moglie? – incalzò Jon con legittima curiosità.
– Oh, Cleo, – fece Boriz un po’ impacciato – beh... non è in casa... è andata a Fixter, a trovare sua madre. Forse starà con lei qualche giorno perché sta male.
– Così tu stai da solo – intimò Jon un po’ impensierito.
Boriz non rispose. Poi sollevò adagio il capo e lo guardò negli occhi.
Jon avvertí nello sguardo castano di suo fratello un'indicibile espressione di abbandono, una tristezza sconfinata, dietro la quale si celava chissà quale terribile segreto. Quell'espressione era come un baratro nel quale si sentí sprofondare.
Entrarono in casa. Posata la valigia per terra, Boriz si tolse la giacca e l'adagiò su una sedia. Jon fece lo stesso. Nella stanza c'erano solo un tavolo, un divano, due sedie e, in un lato, un frigo e un cucinino a due fornelli. Con incedere lento, Boriz si avvicinò al frigo, lo aprí e ne tirò fuori una bottiglia di vino, della verdura rimasta e del formaggio. Poi mise sul tavolo due bicchieri, del pane e le posate.
– Siediti Jon, – disse – mangiamo qualcosa, avrai fame dopo il viaggio.
Si sedettero l'uno di fronte all'altro. Boriz non aveva ancora risposto alla domanda su Cleo, e Jon, dopo aver tirato giù un sorso di vino, gliela ripeté.
– Come sta Cleo?
Boriz masticava lentamente un boccone di pane e formaggio. Il cibo gli riempiva le mascelle, conferendogli un'espressione ancora più severa e scocciata, come di chi dovesse esplodere da un momento all'altro.
Per qualche istante, sempre masticando, alzò gli occhi per incontrare quelli del fratello, ma non rispose.
Riabbassò la testa. Afferrò la bottiglia per versarsi dell'altro vino, ma appena il collo della bottiglia ebbe toccato l'orlo del bicchiere, gli tremò la mano e versò più vino sul tavolo che nel bicchiere. Serrando i denti per la rabbia, portò l'altra mano sul braccio per arrestarne il tremore.
Jon notò il gesto e l'espressione del fratello. Trasalí. – Povero Boriz, – pensò – è irriconoscibile.
Quando era partito alla volta di Exoter, era molto eccitato all'idea di rivederlo. Durante il viaggio aveva immaginato di rivedere lo stesso Boriz di una volta, timido ma pieno di vita. – Forse – si era detto – avrà qualche capello bianco, ma sarà sempre lui, Boriz, aperto e amante della vita. Non aveva immaginato proprio di vedere un uomo vessato, dalle spalle curve, come quello che ora gli stava davanti.
Ma perché tanta reticenza sulla moglie? Sentí il cuore in una morsa. Capí che non era il caso di fargli altre domande su quell'argomento, tanto non avrebbe avuto che risposte sibilline.
Si guardò intorno sconsolato chiedendosi dove avrebbe dormito. Boriz, senza volerlo, non tardò ad appagare la sua curiosità.
– Forse è ora di andare a letto – disse alzandosi e mettendosi a sparecchiare la tavola in fretta. – Potrai dormire qui nel soggiorno, in quel divano letto. Io dormirò nella stanza da letto, qui a fianco. Purtroppo non ho una camera per gli ospiti, c'è solo una stanza da letto in questa casa.
Parlò con tono secco ma non inospitale che intendeva esprimere solo una cruda constatazione.
Aprí il divano finché non diventò letto e vi sistemò alla meglio lenzuola, coperte e un cuscino.
– Lascia, faccio io – disse Jon cercando di precedere il fratello per esonerarlo dal preparargli il letto.
Boriz, invece, non curandosi di lui, portò a termine il compito che aveva iniziato. Poi diede un mezzo abbraccio al fratello.
– Buona notte Jon – disse con voce stanca – il bagno è là dietro se ne hai bisogno.
– Buona notte – rispose Jon sentendosi impacciato all'idea di dover trascorrere quella sua prima sera in casa del fratello, lo stesso che faceva ormai fatica tanto a riconoscere quanto a capire.
Boriz entrò nella sua camera e accese la luce. Lasciò la porta socchiusa per qualche istante, tanto quanto bastò a Jon per notare il disordine che regnava in quella stanza. Poté vedere il letto matrimoniale con coperte e lenzuola disfatte solo da un lato, mentre dall'altro erano ancora in perfetto ordine, con la federa ancora rimboccata sotto il cuscino; segno che in quel letto dormiva solo lui e chissà da quanto tempo. Sul comodino dalla parte in cui dormiva, c'erano centinaia di fogli di carta disordinatamente ammucchiati.
Boriz spense la luce e richiuse la porta senza dir nulla.
Jon si sdraiò pigramente sul divano letto senza spogliarsi. Con le braccia incrociate dietro la nuca, si mise a fissare il soffitto che era solcato da crepe e dove, qua e là, trasparivano macchie d'umido. Dal centro pendeva mezzo metro di filo annerito con una lampadina scarna, senza paralume, che illuminava debolmente la stanza. Alla parete, di fronte alla porta d'ingresso, c'era una finestra. Alzatosi pigramente dal letto, vi si avvicinò. Guardò fuori e vide un piccolo giardino incolto delimitato da un muretto basso, mezzo diroccato, oltre il quale c'era un terreno scosceso ed alberato. Fra i tronchi di due alberi gli sembrò di veder luccicare qualcosa. Con le mani a coppetto a mo’ di paraocchi contro il vetro, poté meglio identificare quel chiarore; era un ruscello, forse un laghetto, rischiarato dalla luna. E mentre guardava, le cime degli alberi, scosse da una improvvisa raffica di vento, si agitarono esibendosi in una mesta, misteriosa danza al chiaro di luna. Guardò l'orologio; erano le dieci in punto. Dopo il viaggio avrebbe dovuto sentirsi stanco, invece un indecifrabile senso di pena e di agitazione lo teneva sveglio. Era venuto a trovare il fratello in un Paese straniero mai visto prima, avrebbe dovuto sentirsi rilassato, crogiolarsi al pensiero che finalmente era riuscito a realizzare questo suo piccolo sogno. Invece no, vedeva tutt'intorno un deprimente squallore. Il piacere provato nel rivedere Boriz era durato solo qualche ora; l'enigmatico comportamento di suo fratello, la casa dove abitava, quel giardino angusto, il mistero della notte fuori gli facevano quasi maledire di aver fatto quel viaggio.
Svestitosi e indossato il pigiama, spense la luce e ritornò a sdraiarsi sul letto mettendosi sotto le coperte. Si era quasi addormentato, quando fu svegliato da suoni indistinti che assomigliavano a lamenti. Provenivano dalla stanza di suo fratello. Si alzò; si avvicinò alla porta per sentire meglio. Era proprio Boriz che smaniava, in preda ad un incubo, balbettando monosillabi senza senso.
– No... mh... nooo... fer... mh...
Girò la maniglia della porta per aprirla appena. Vide Boriz che, col viso intriso di copioso sudore che gli scendeva fino al collo, scuoteva la testa in maniera frenetica. Avrebbe voluto andargli vicino, abbracciarlo, confortarlo, destarlo da quel terribile incubo, ma decise di non far nulla. – Cosa starà mai sognando? – si chiese turbato. Se ne tornò a letto, colto da un indicibile senso di sconforto e, al tempo stesso, di compassione per il fratello. Poi spense la luce della lampada che gli stava vicino e si infilò sotto le coperte. Socchiuse gli occhi e si addormentò con nella mente sempre la vivida immagine del volto smaniante di Boriz. Magicamente quella visione si trasformò subito in un suo sogno che cominciava proprio dal momento in cui era finito l'incubo di Boriz. Rivide il fratello a letto in preda a quell'incubo, e poi, ad un tratto, scorse una figura di donna avvolta da veli avvicinarsi al capezzale e sedersi sulla sponda del letto. Era una donna di straordinaria bellezza, slanciata, dai capelli d'un biondo rossiccio, dai lineamenti paradisiaci. La sua presenza illuminò la camera da letto di una luce abbagliante. Dal viso di Boriz scomparve ogni traccia di sudore, scomparvero anche i peli della barba incolta. Quella ninfa venuta dal nulla si chinò sulla bocca di Boriz e la baciò, mentre il suo corpo quasi trasparente, trasmigrava in quello di suo fratello facendolo svanire, tanto che sul letto disfatto non rimase più traccia di nulla.
In preda all'agitazione, Jon si svegliò di soprassalto. La stanza era ora rischiarata da una debole luce. Era ancora il chiar di luna o la prima luce dell'alba? Rivolse gli occhi alla finestra attraverso la quale, tra il dormiveglia, scorse, o almeno gli sembrò di scorgere, per un attimo, la sagoma di una figura umana vestita di bianco con i capelli sciolti al vento. Trasalí. Era quella la stessa figura di donna che aveva sognato qualche minuto prima?
– Non è possibile – pensò tra sé e sé. Era la stessa che aveva visto nel sogno, unita a suo fratello in un paradisiaco amplesso? Non riusciva a capire. E quella sagoma, fuori nel giardino, nel buio della notte... come un'apparizione, un fantasma!...
Un turbine di emozioni ebbe il sopravvento su di lui tanto che, stremato, cadde in un sonno profondo.




II

La mattina dopo Jon fu svegliato da un trambusto. Era Boriz che, alzatosi di buon'ora, preparava la colazione.
– Hai dormito bene?
– Sì – ripose Jon con un cenno del capo. Avrebbe voluto subito parlargli di tutto ciò che aveva visto, sentito e sognato. Avrebbe voluto dirgli che durante la notte aveva avuto un terribile incubo, ma preferí non parlargliene.
Preparato un toast e del caffè per il fratello, Boriz, con la sua tazza in mano, si trascinò fino alla porta che dava sul giardino, la disserrò e andò fuori, incamminandosi lentamente fino al muretto di cinta, nel quale si apriva un varco verso il prato e il ruscello. Andò fino alla sponda di ghiaia, vi si sedette e, accesa una sigaretta, si mise a sorseggiare il caffè meditando.
Jon lo seguí e prese posto vicino a lui.
Boriz gli diede uno sguardo fugace.
– Povero Jon, – pensò – non è cambiato nulla. Quel suo stargli dietro come un cagnolino fedele, gli ricordava il tempo in cui il fratello, appena undicenne, pendeva dalle sue labbra; ripensava all'ansia con cui l'attendeva e alla gioia che provava nel rivederlo, quando faceva ritorno dalla città universitaria per trascorrere il fine settimana a casa dai suoi.
Non era cambiato nulla. Ora che aveva più di quarant'anni, Jon gli stava ancora dietro come se, malgrado gli anni, avesse ancora bisogno del fratello maggiore, bisogno di qualcosa che gli era stato negato e che ora era troppo tardi concedergli.
Un senso di infinita tristezza si impossessò di lui. Con occhi assenti fissò il lento fluire dell'acqua.
Jon lo interrogò.
– Che ti succede?
– Nulla, nulla – borbottò Boriz, riavendosi da quello stato di trance.
– Vieni, – fece alzandosi – andiamo in città, ho delle cose da sbrigare.
Rincasarono. Boriz sciacquò in fretta le tazze, diede una rassettata al divano letto e si diresse verso la macchina seguito da Jon.
Salitivi, si avviarono lentamente. Passata la curva del vialetto in discesa che partiva dalla casa, Jon notò che da lì si godeva la vista dell'intera città. La sera prima, al buio, non se ne era accorto.
– Quanti abitanti fa Exoter? – domandò con ingenuità.
– Oltre un milione; – rispose pronto Boriz – e il bello è che ad Exoter vive un terzo della popolazione di tutta l'Invernia. Agli invernesi non piace vivere in campagna; a poco a poco si stanno tutti trasferendo in città.
Filarono veloci attraverso la strada di periferia che portava all'aeroporto, in una zona squallida e malfamata della città. Jon notò che molte case a due o tre piani lungo la strada erano diroccate o incendiate. Si rese conto, senza chiedere conferma al fratello, della povertà di quel quartiere. Capí questo anche dall'aspetto dimesso delle persone che camminavano sui marciapiedi e che se ne andavano ognuna per i fatti suoi. Gli sembravano degli errabondi che si muovevano senza una meta precisa. Gli facevano venire in mente esseri che non avevano mai chiesto di nascere e che, una volta nati, dovevano, loro malgrado, vivere trascinandosi nel loro guscio come tante lumache.
– Questo quartiere – disse Boriz – è uno dei bassifondi della città. Qui, se parcheggi la macchina e te ne vai, quando ritorni non la trovi più.
– Allora rubano le macchine anche qui? – investigò Jon.
– Rubarle è niente; le portano via, vanno a sbattere contro un muro o un palo e poi, se nessuno li disturba, le bruciano.
Le riflessioni e la conversazione sulla piccola criminalità cittadina erano per Jon solo un pretesto per non parlare e mettere in imbarazzo il fratello facendo domande sull'argomento che aveva appena sfiorato al suo arrivo ad Exoter.
Perché Boriz viveva da solo? Dove era la moglie Cleo?
Gli tornò in mente l'incubo della notte precedente.
Giunti in un quartiere che a Jon sembrò un po' più elegante, ma sempre uggioso sotto il cielo cupo e minaccioso, Boriz parcheggiò la macchina accostandosi al marciapiede antistante un palazzone dalle enormi vetrate.
– Ti dispiace aspettarmi in macchina per qualche minuto?
– Va bene – rispose Jon.
Poi Boriz infilò l'entrata di quel palazzo che Jon non riusciva a capire che cosa fosse. Sembrava, a prima vista, uno di quei tanti uffici statali freddi ed anonimi. Seduto in macchina, ligio alla richiesta del fratello, vide entrare ed uscire persone di tutte le età, malvestite, dall'aspetto dimesso, visi sconcertati, depressi, scarpe da tennis, jeans rattoppati e pullover sbilenchi. In mano tenevano un specie di tesserino rosa e, quando uscivano da quel luogo, insieme al tesserino avevano in mano anche dei pezzi di carta che, per qualche istante, si fermavano a contare e che poi infilavano in tasca dileguandosi a passo svelto per viuzze laterali.
Non riusciva a capire e non se ne dava pace. Anche suo fratello era entrato in quel luogo, perché?
Sporgendosi dal finestrino della macchina, allungò il collo per vedere meglio l'interno di quell'ufficio. Vide lunghe code di persone davanti a degli sportelli.
Jon capí. Quel luogo doveva essere una specie di ufficio che si incaricava di pagare sussidi sociali.
Ciò che vedeva gli fece ricordare i giorni di addestramento in campagna, quando era soldato, e le lunghe file che i commilitoni facevano davanti al cuoco che, ad uno ad uno, gli riempiva le gavette di minestra calda.
Boriz non tardò ad uscire. Come avevano fatto gli altri, si fermò anche lui a contare in mano dei biglietti che somigliavano tanto a banconote che mise subito in tasca prima di dirigersi verso la macchina.
– Scusami se ti ho fatto aspettare molto – disse infilandovisi.
– Dove sei stato? – chiese Jon con aria ingenua.
Boriz lo guardò mentre metteva in moto l'automobile, poi si strinse nelle spalle tirando un gran sospiro.
– Ah, non te l'ho detto, sono disoccupato. Sono andato a riscuotere l'assegno di disoccupazione. Ci vado tutti i martedì. Qui, in Invernia, ti pagano se non hai un lavoro. Non disse altro.
Jon diede un'occhiata languida al fratello, poi rivolse lo sguardo dall'altra parte, verso la strada, per non tradire il senso di pena che d'un tratto si impossessò di lui.
– Povero Boriz, – pensò – senza lavoro! – Proprio lui che ha studiato tanto e che si è anche laureato! Ora che dovrebbe sentirsi arrivato, con una posizione, senza problemi, disoccupato! Cosa mai gli sarà successo?
Sapeva che da giovane era stato un essere irrequieto e insoddisfatto, un essere che mal soffriva le regole rigide, le convenzioni, che vedeva sempre grigio dove gli altri vedevano solo nero o bianco. Ma ormai era uomo maturo che avrebbe dovuto raccogliere i frutti di tanto studio, di tanta esperienza. Invece no. Era disoccupato, uno spiantato fra tanti spiantati, senza un domani. Il suo pensiero balzò al momento dell'incontro col fratello all'aeroporto dove, dopo tanti anni che non lo vedeva, si era trovato davanti ad un uomo irriconoscibile visibilmente segnato da un destino crudele a cui sembrava rassegnato, senza via di scampo. Al confronto con la gente che ora incontrava in quella terra straniera da quando vi aveva messo piede, Boriz gli sembrava un alieno che brancolava nel buio della sua stessa alienazione. Lo vedeva agire come un automa, muoversi per inerzia, azionato da una forza interiore inconscia in via di estinzione che mal si adattava alla realtà fisica che lo circondava.
Non poté più resistere al tormento che lo opprimeva. Si portò le mani al viso e irruppe in un singhiozzo.
– Perché, perché?... – disse con voce piena di pianto.
Boriz, profondamente turbato e al tempo stesso sorpreso dall'inatteso sfogo del fratello, si sentí come paralizzato. Tirato un sospiro di costernazione, diede un mezzo abbraccio a Jon.
– Cosa ti succede, piangi per me?
Jon non rispose; infilata la mano nella tasca destra dei pantaloni, ne tirò fuori un fazzoletto col quale si asciugò le lacrime. Poi forzò un mezzo sorriso sulle labbra per rincuorare il fratello.
– Niente, scusami; è che mi addolora vederti così.
– Così come?
– Dopo tanti anni... sono venuto in Invernia... credevo di trovarti felice... invece!...
– Ma Jon, non prendertela così, dai! Ti preoccupi di me? Ti assicuro che non ne sono degno!
– Cosa vuol dire “non ne sono degno”? Sei mio fratello, no? Vederti così mi rattrista. Da quando sono arrivato ad Exoter non ti riconosco più. Non sei più quello che eri una volta. Cosa è successo in tutti questi anni che io non so?
– Cosa avrei dovuto dirti? – fece Boriz, mentre per un attimo gli occhi gli si inumidirono di pianto. – Ho fatto tanti errori nella mia vita, incluso quello di aver lasciato la Farlandia e di averti abbandonato. Ma sai, ho pagato per tutto questo.
Jon gli diede un'occhiata di incredulità.
– Ma questo è successo tantissimi anni fa. Nessuno se ne ricorda più. Eppoi ti sei subito sposato, hai messo su casa.
Boriz non rispose. Diede un'accelerata all'auto e, cambiando direzione, si diresse verso la periferia sud della città.
– Senti Jon, ora ti porto a vedere il mare di Exoter. Andiamo alla spiaggia. Lì faremo una passeggiata.
Imboccarono la litorale con la vista del mare, passando davanti a caseggiati variopinti e ben tenuti che ostentavano benessere. Jon osservava tutto con molto interesse.
– Questa dev'essere una zona ricca della città, vero?
Boriz si sentí sollevato dal fatto che era riuscito a distogliere la mente di suo fratello da brutti pensieri.
– Sì, è una zona abbastanza ricca; quelli che vi abitano sono per la maggior parte professionisti. E pronunciò la parola “professionisti” con un palese tono di disincantato sarcasmo.
– Che strano, – disse Jon – qui il mare non ha odore di mare come da noi.
Boriz guardò il cielo sotto una cappa di nuvole grigie e, stringendosi nelle spalle, tirò un lungo sospiro.
– Come vuoi che odori, non c'è sole. È il sole che, riscaldando l'acqua del mare, la fa evaporare e così si sente odore di salsedine nell'aria.
Boriz appagò la curiosità di suo fratello, fornendo l'ovvia ragione scientifica al quesito, ma lo fece senza molta convinzione, come se volesse evitare di dire quello che in cuor suo sentiva per quel mare.
Giunsero al parcheggio attiguo alla spiaggia. Spento il motore, Boriz scese dall'auto invitando Jon a fare altrettanto.
Si portarono sulla spiaggia dopo aver valicato il cordone di massi che la delimitavano.
Il cielo, intanto, si faceva sempre più buio; una coltre di nuvole minacciose si infittiva sull'orizzonte. Il fischio sordo di un traghetto lontano risuonò nell'aria come il rauco lamento di un moribondo. Era il suono del distacco, dell'oblio; quello stesso che Boriz conosceva ormai fin troppo bene. I due fratelli si incamminarono a passi lenti sulla sabbia. La marea, ora in riflusso, vi aveva appena depositato i detriti di atavici rancori.
Una luce maldestra illuminava i visi dei due fratelli che ora camminavano in silenzio, mentre a segnare il tempo era solo il ritmico infrangersi delle onde.
Jon sbirciò Boriz che, alla sua destra, incedeva a testa bassa. Per un attimo gli sembrò di vederlo avvolto in un'aureola di luce fioca, come se questa fosse parte integrante della sua stessa dimensione fisica. Poi, di botto, ammutolí anche il gracchiare dei pochi gabbiani errabondi sulla spiaggia. Si sentí gelare nelle vene e si ricordò della strana sensazione che aveva avuto la notte precedente.
Riavutosi, incalzò con una domanda sull'argomento che gli stava più a cuore.
– Quando potremo vedere Cleo?
Boriz lo guardò con aria seccata.
– La vedrai, la vedrai, non preoccupartene. Intanto ci sono io qui con te, non ti basta? Non sei forse venuto in Invernia per rivedere soprattutto me?
Disse ciò con tono quasi sbarazzino.
– Sarà un modo come un altro per sviare le mie domande – pensò Jon fra sé e sé.
Boriz guardò l'orologio che segnava le tredici.
– Andiamo a mangiare un boccone, Jon?
– E perché no? Dove andiamo?
Boriz non rispose.
Poi si avviarono a passo svelto verso il parcheggio. Fatti un centinaio di metri, il cielo, già gonfio di collera, irruppe in un acquazzone che li bagnò dalla testa ai piedi.
– Maledizione, anche questa non ci voleva! – fece Boriz con una certa stizza.
Jon non disse nulla. Un po' divertito, accennò a un sorrisetto involontario che esprimeva sorpresa al fatto che Boriz, vivendo in quel Paese da lunghissimo tempo, se la prendesse col tempo, come se non ci si fosse ancora abituato.
Prima che i due fratelli giungessero alla macchina, si levò una raffica di vento che fece volare tutto per aria, anche una pagina di giornale che, dopo aver eseguito una sgraziata piroetta in aria, venne ad atterrare proprio ai piedi di Jon. Questi non poté fare a meno di dargli uno sguardo. Era la prima pagina di un quotidiano locale che, a parer suo, malgrado non conoscesse l'invernese, riportava a caratteri cubitali un fatto di cronaca eclatante. Su di essa attirò l'attenzione di Boriz che, prima che la carta inzuppata dalla pioggia si squagliasse, riuscí a leggere il titolo:Strano fenomeno solare.
– Di che cosa si tratta? – chiese Jon costernato.
– Non so – rispose Boriz incuriosito. – Andiamo, c'è un'edicola qui vicino. Andiamo a comprare il giornale.
Si infilarono in macchina, e filarono lungo la litorale. Poi svoltarono a destra e, qualche minuto dopo, giunsero in una piccola piazza dove c'erano tre negozi fra i quali un'edicola. Boriz vi entrò e comprò il giornale. Ritornando a piccoli passi verso la macchina, diede una scorsa alla prima pagina. Jon vide il viso del fratello impallidire.
Boriz, risedutosi al volante, si mise a leggere avidamente.
– Di cosa si tratta? – chiese ancora una volta un po' allarmato.
Boriz, sempre intento a leggere, in silenzio, fece un cenno con la mano invitando suo fratello a pazientare. Poi, finito di leggere l'articolo, gliene diede una traduzione succinta.
– Hanno scoperto un aumento inatteso ed allarmante nel livello delle attività solari che, secondo gli scienziati, potrebbe avere effetti disastrosi sul pianeta Terra.
– Come tu sai, – spiegò con molta padronanza dell'argomento – le macchie solari e le cicloniche esplosioni sulla superficie del Sole hanno sempre influenzato il clima terrestre. Questi fenomeni avvengono ciclicamente ogni sette o undici anni. Ora i radiotelescopi hanno misurato un'intensità straordinaria delle radiazioni che emanano dalle esplosioni.
Jon capí la serietà di quella notizia e, per dimostrare interesse, fece una domanda interlocutoria.
– I pericoli per la Terra sono imminenti?
– Non si sa, – fece Boriz – l'articolo non lo dice. Dice solo che le condizioni atmosferiche saranno senz'altro le prime a soffrirne e questo potrebbe succedere subito.
Acceso il motore, Boriz avviò l'auto immettendosi nel traffico che scorreva lento nell'ora di punta. Il vento continuava a spazzare nere nubi verso occidente, mentre ad oriente il cielo rischiarava.
Ad un tratto si sentí come il brusio di una folla enorme in panico; mentre il traffico si arrestava, la gente usciva dalle auto e si avviava quasi di corsa verso il muretto sul lungomare.
Tutti, in preda ad un'indicibile agitazione, additavano un punto nel cielo. Era il sole che, schermato da una sottile foschia, lasciava trasparire la sua sagoma risplendente, solo che ora aveva in centro una grossa macchia scura irregolare di considerevoli proporzioni.
Anche Boriz e Jon uscirono dalla macchina e si unirono alla folla degli stupefatti astanti.
In quello stesso istante calò su tutto, sulla strada, sulle auto, sugli alberi, sui visi della gente, una misteriosa luce rosea che poi svaní per lasciar posto ad una luce brillante che rischiarò il cielo.
Quando tutto sembrò ritornare alla normalità, Jon era pallidissimo; in un infinitesimo di istante, a cavallo della sua mente, deve esser volato lontano, dai suoi in Farlandia, per abbracciarli e stargli vicino in quel momento terribile. Neanche suo fratello, sangue del suo sangue, aveva più importanza.
Boriz, invece, era rimasto imperturbato davanti a quell'insolito fenomeno. L'espressione del viso aveva tradito un'insolita serenità. Sia pur per qualche istante, erano svaniti i suoi affanni tridimensionali, mentre pensava che non ci voleva meno di un'esplosione solare per far tacere l'egoismo e la malvagità degli uomini.
Si era comportato, in quel momento critico, come se non fosse di questo mondo, come se fosse avvezzo a cataclismi siderali o come se nessuno, meglio di lui, ne fosse consapevole. Perché lui sembrava avesse varcato da tempo i confini del ponderabile, vivendo ormai una vita interiore che con quella fisica dei sensi aveva poco a che fare.



III


A pranzo quel pomeriggio, nel ristorantino farlandese, i due fratelli non parlarono d'altro che di macchie solari.
Al loro tavolo venne a sedersi un amico di Boriz. Dal modo in cui questi lo presentò, Jon capí che era un tipo che a suo fratello non andava a genio. Si chiamava Rogan ed era uno di quegli egocentrici che nella loro vita hanno solo avuto il merito di arricchirsi in fretta, il che lo autorizzava a fare lo spaccone.
Nel salutarlo Boriz si mostrò freddo anche se non altezzoso; al che Rogan pensò di rivolgere la parola a Jon.
– Vedi, – disse con un sorrisetto – tuo fratello fa ancora il barbone perché non ha voluto ascoltarmi. È da tempo che gli dico di lasciar perdere tutto e mettersi nel commercio e...
Non fece a tempo a finire la frase che Boriz si alzò di botto con gli occhi fuori delle orbite e, afferratolo per il bavero, accennò a dargli un pugno in faccia, ma fu trattenuto da Jon. Poi si sfogò a parole.
– Che cosa ne sai tu di quello che avrei dovuto o non avrei dovuto fare nella mia vita? Tu non capisci altro che i soldi, sei nato col segno dei soldi nell'occhio, come Paperon dei Paperoni, e per giunta sei nato col cucchiaio d'argento in bocca, e anche quello... a forma di soldi! Oltre ai soldi non capisci più nulla. Eppure ti dico una cosa, che non cambierei un briciolo della mia miseria con cento sacchi del tuo denaro.
Rogan, che non si aspettava quella reazione, arrossí e, in preda all'imbarazzo, cercò di ribattere alla meno peggio, dando un'occhiata di timida intesa a Jon.
– Come sei suscettibile, non volevo proprio offenderti sai!
– C'è luogo e luogo per le tue battute, – disse Boriz dopo aver riacquistato una certa calma – e certe battute, fra amici, sono fuori posto, anche se dette per scherzo. Perché, dietro lo scherzo, c'è sempre un'opinione vera, una propria convinzione, che, nel tuo caso, è errata. Capisco che ognuno di noi ha una propria opinione delle cose in genere, della vita, della realtà, che ad ognuno di noi può sembrare giusta, forse la più giusta. Però ho detto “sembrare”, e con questo voglio dire che ciò che sembra non è ciò che è. Se tu quindi esprimi la tua opinione su una persona, devi solo sperare che quella stessa persona abbia un'opinione di sé uguale o simile alla tua. E nel caso specifico, che un momento fa mi ha fatto incavolare, la tua opinione di me, rispetto a quella che io ho di me, è distante mille anni luce. Devo spiegarti cos'è un anno luce?
Rogan assorbí tutto senza parlare, poi, guardato l'orologio, se ne andò accomiatandosi con un freddo arrivederci.
Jon, che aveva assistito all'incidente limitandosi ad ascoltare in silenzio, guardò intensamente Boriz che, dopo la fuga di Rogan, si era ricomposto nella sua compassata e al tempo stesso misteriosa calma. Non volle riaprire l'argomento di Rogan.
Anche se a Jon riusciva sempre più difficile decifrare suo fratello, quello che ora gli stava di fronte, poté intanto capirne lo stato d'animo e spiegarsi in un certo qual modo quello sfogo alle spese di un amico come Rogan.
Dopo qualche minuto di silenzio, ruppe il ghiaccio con un banale pretesto.
– Che ora fai? Il mio orologio deve essersi fermato.
– Le due e mezzo – rispose secco Boriz che era riuscito a mettersi nei panni di Jon e che, dentro di sé, soffriva un po' per essersi esposto, con la sua sfuriata, anche al giudizio di suo fratello.
– Mi devi scusare, Jon, ma quando la gente mi pesta la coda, io vedo rosso. La gente, certa gente, non ha l'accortezza di non pestare la coda agli altri e quindi dovrà pur essere disposta a beccarsi certe reazioni. Non credi?
– Sì, sì, – fece Jon con accondiscendenza – ti comprendo alla perfezione.
Seguí una lunga pausa. L'imbarazzo di Jon si fondeva con il comportamento misterioso e al tempo stesso ribelle del fratello.
– Questo mio fratello – rimuginò Jon tra sé e sé – deve avere i nervi a pezzi!
Improvvisamente provenne dal sottosuolo una specie di rigurgito che si trasformò in risonante boato; le pareti del ristorante vennero scosse da spaventose vibrazioni, e tutto ciò che ad esse era appeso crollò per terra, mentre lampi di luce folgorante illuminarono maldestramente il locale. Gli avventori, una ventina di uomini, donne e qualche bambino, presi da un indescrivibile panico, sgattaiolarono urlando in tutte le direzioni, cercando riparo sotto i tavoli. Con spirito di conservazione fece la stessa cosa Jon dopo avere incitato il fratello a seguirlo. Ma Boriz era rimasto imperterrito allo straordinario fenomeno. Seduto con i gomiti appoggiati al tavolo, si versò con calma del vino nel bicchiere. Jon, afferratolo per le gambe, cercò invano di farlo scivolare giù sotto il tavolo.
– Vieni qui sotto, non vedi che fuori c'è il terremoto?
Nello stesso istante un'altra scossa violenta fece tremare ogni cosa.
Boriz balzò in piedi e, senza battere ciglio, si diresse verso la porta, la aprí e se ne uscí. Fece alcuni passi sulla strada verso la luce e si fermò in un punto tale da rimanere visibile dall'interno del ristorante.
Lentamente, rincuorati dall'apparente atto di coraggio di Boriz, i clienti, incluso anche Jon, uscirono pian piano da sotto i tavoli e, annaspando, si avvicinarono alla porta aperta per curiosare. Videro Boriz di spalle che, con le braccia alzate e il viso rivolto in alto, sembrava fosse in conversazione con un essere invisibile. Guardarono il cielo che in quel momento si accendeva di un rosa cupo. Nessuno poteva vedere il viso di Boriz, ma dai lievi movimenti del capo si capí che muoveva le labbra, bisbigliando qualcosa.
Jon non si dava ormai più pace. Che pensare ormai di suo fratello?
Prima che il bagliore rosato cominciasse a scemare, un bambino sembrò uscire dal buio di una stradina laterale. Non era più alto di un'ottantina di centimetri. Si avvicinò a Boriz e, con la testina alzata, lo scosse tirandolo per i pantaloni.
Boriz lo guardò e gli porse la mano destra. Il bambino la prese fra le sue e gli sorrise. Malgrado il bagliore andasse estinguendosi, tutti poterono vedere il sorriso smagliante del bimbo. Poi fu buio. Si sentí un lamentoso boato e quei clienti che erano rimasti sull'uscio del ristorante si dileguarono in tutte le direzioni come tanti animali impauriti.
Jon si sentí smarrire. Credette proprio che fosse giunta l'apocalisse. La sua mente turbata volò per un istante ai suoi cari lasciati in Farlandia. Li rivide come in un'apparizione istantanea nella quale anch'essi sembravano, in preda al panico, gridare aiuto con le braccia tese verso l'alto, anche se non ne sentí le voci. Voleva correre, fuggire, ma le gambe gli si erano bloccate. Coi sensi colti in un pauroso vortice, credette proprio che fosse la fine. Chiuse gli occhi e, nel momento in cui, stremato, sembrava che il cuore stesse per esplodergli, si trovò di botto seduto in macchina accanto a suo fratello. Questi, nel vederlo, lo rimproverò per averlo fatto aspettare così a lungo.
– Ma dove ti sei ficcato, è da mezz'ora che ti aspetto qui in macchina.
Jon guardò l'orologio, erano le sette e mezzo. Come era possibile che fossero trascorse cinque ore da quando erano stati nel ristorante? Non credeva ai propri sensi. Si sentí disorientato. Poi si decise a rispondere.
– Ma dici sul serio? Non hai visto... tu eri... e il cielo?...
– Cosa mi dici mai? – rintuzzò Boriz con aria sommessa.
Jon credeva di impazzire. Si portò le mani alle tempie, poi alla nuca. Cosa stava succedendo? Avrebbe voluto tempestare di domande Boriz, ma questi gli incuteva rispettoso silenzio. Aveva lasciato un mondo sereno, razionale, dove ogni cosa era al suo posto, si era messo su di un aereo con l'indicibile ansia di rivedere il suo amato fratello che viveva in un Paese così lontano, e si trovava ora in un mondo che non capiva, in un luogo spietato, in una realtà instabile, fatta di incubi, che non conosceva confini tra il comprensibile e l'incomprensibile. Anche quel venticello gelido e insidioso, che continuava a sferzargli continuamente il viso sin dal momento che era giunto ad Exoter, era come il respiro di un mondo fantasma. Ma tutto sommato, dov'era il fantasma e dove la realtà? Cominciò a dubitare che la vita vissuta fino a quel momento fosse la sua vera esistenza e che l'immagine di suo fratello, così come la ricordava, o come gli piaceva ricordarla, fosse mai esistita, e gli balenò il sospetto che quello che vedeva ora fosse il vero Boriz, il Boriz di sempre. Ma allora lui, Jon, cos'era? Rappresentava forse la soggettiva determinazione di essere ciò che si vorrebbe essere, con insita la soggettiva fabbricazione di ciò che si vorrebbe che gli altri fossero? E se non esiste una realtà oggettiva, che fine fa la razionalità? Costituirà anch'essa un fatto soggettivo? Dicevano certi filosofi che il bello è ciò che piace. Allora la realtà oggettiva è ciò che si vuole sia la realtà?
Nell'animo di Jon si era aperto un vuoto pauroso. Quando si destò da questi pensieri, si accorse che l'auto sulla quale viaggiava, guidata dal fratello, era già arrivata nelle vicinanze di casa. Durante tutto il tragitto, Boriz non aveva parlato affatto con lui, lasciandolo assorto nei suoi pensieri.



IV


La seconda notte che Jon trascorse in casa del fratello fu, come la prima, una notte travagliata. Boriz era andato a letto lasciandolo libero di prepararsi qualcosa da mangiare prima di coricarsi sul divano letto. Non volle mangiare, però, perché cominciava ormai a non avere più tanta fame di cibo, quanto desiderio di conoscenza. Ma era anche consapevole che Boriz, in un modo inintelligibile che non riusciva ancora a decifrare, possedeva la chiave di ogni mistero.
Dopo una notte passata fra meditazione, incubi e dormiveglia, si svegliò alle sette allo stridulo gracchiare di una cornacchia.
Boriz era già uscito di casa lasciando aperta la porta che dava sul giardino.
– Deve essere andato al ruscello – pensò.
Si vestí in fretta e andò a trovarlo. Era proprio lì, seduto sulla sponda come un indiano, assorto a fissare il lento fluire dell'acqua limpida e ad ascoltarne il fruscio, come se quel ruscello fosse un oracolo dal quale, da un momento all'altro, dovesse attendersi il responso a tutti gli interrogativi della sua vita ed un pronostico sul suo destino.
Notò, per la prima volta, che sulla sponda opposta c'era un pezzo di prato delimitato da un filare di olmi.
Cosa ci sarà mai oltre quegli alberi?
Incuriosito, attraversò il ruscello nel punto in cui un cordone di massi disposti a passerella gli permise di farlo a piccoli balzi.
Poi, passato il prato, si portò fino agli alberi. Da lì poté dominare tutta la città. Ma ad occultarne ogni dettaglio era una bassa cappa di caligine dalla quale emergevano alte e solitarie le torri fumanti di qualche stabilimento industriale.
Stette lì a guardare per qualche istante. Poi, a poco a poco, il diradare della caligine cominciò a svelare ai suoi occhi inorriditi la vista di una città distrutta e scheletrita. Tutto era raso al suolo; degli edifici e delle abitazioni non erano rimasti che i mozziconi, coperti qua e là da cumuli di macerie e di morte.
– Boriz, Boriz... – urlò con tutta la forza di cui era capace, richiamando a gesti concitati l'attenzione di suo fratello.
Boriz si rizzò in piedi, ma se ne stette lì, immobile, nel punto dove si era seduto.
Guadato il ruscello, Jon corse verso di lui e lo abbracciò con negli occhi un indicibile terrore.
– Boriz, Boriz, non esiste più nulla, la città... la città è distrutta, vieni a vedere!...
Dicendo questo, lo tirò per un braccio sollecitandolo ad andare a verificare di persona, ma Boriz non si mosse.
– Lo so, – disse – è l'inizio della fine. Prima o poi c'era da aspettarsela. Ora vedrai che i sopravvissuti scapperanno verso la montagna. Vedrai, molti passeranno anche di qui, sulla strada che porta alla casa che è anche quella che sale fin lassù al Monte Agor. Vedrai, saranno come un esercito omogeneo, guidati da un unico leader: il terrore. Ci saranno gli umili, i poveri che senz'altro accetteranno questa tragedia con rassegnazione, poi i potenti, gli arroganti che, forse, sentiranno rimorso per avere abusato della loro potenza, e si chiederanno, ma troppo tardi, se mai potranno riparare ai loro misfatti.
Abbracciò Jon, ormai ridotto in condizioni pietose per il susseguirsi di tanti terribili avvenimenti, e, sorreggendolo con un braccio alla vita, si diresse verso la casa.
Frattanto, proveniva dalla vicina strada in salita un concitato brusio. Era quello di centinaia di Exoteriani dagli abiti laceri e impolverati che, portandosi dietro qualche fagotto o valigetta, procedevano in fila indiana con la testa in giù e a passo lento in direzione del Monte Agor. A guidarli, in testa, era un bambino la cui vista fece trasalire Jon. Era lo stesso che la sera prima aveva visto avvicinare Boriz sulla strada davanti al ristorante, durante quello straordinario fenomeno al quale aveva assistito?
Portava una toga di colore ecrù sul cui davanti erano scritte, a caratteri cubitali, le parole: Sic historia facta est.
I due fratelli, fermi sul ciglio della strada all'imbocco del vialetto che portava alla casa, osservavano il lento incedere della mesta processione, composta da adulti di tutte le età, dai visi cadaverici e indistinti, perché avvolti da una foschia così densa che assomigliava tanto a ragnatela.
Camminavano come automi noncuranti di chi li guardava. Ad un certo punto, a Jon sembrò di riconoscere tra loro il viso di Cleo. Guardò Boriz con gli occhi fuori delle orbite; voleva gridargli qualcosa per attirare la sua attenzione, ma non poté. Poi si staccò dal fratello per andare vicino a quella donna, ma, allungato un braccio per toccarla, fu respinto dal denso pulviscolo che l'avvolgeva, come se fosse uno schermo magnetico.
– No, Jon, no! – gli gridò Boriz allarmato, mentre, tirandolo per un braccio, lo fece allontanare da quegli esseri in cammino.
Riacquistata un po' di voce, e tremando di paura, Jon abbracciò il fratello.
– Cos'è tutto questo, Boriz? Chi sono queste persone? Non hai visto che tra di loro c'era anche Cleo? Non l'hai riconosciuta?
Boriz abbassò il capo; poi, tirato un sospiro, rivolse gli occhi al cielo e cercò di spiegare.
– Ciò che vedi e ciò che credi di vedere sono due cose diverse.
– Come sarebbe “diverse”?
– La realtà – replicò Boriz – non è solo quella che i nostri occhi vedono. C'è anche un'altra realtà che i nostri occhi non vedono e che è percepita dal nostro inconscio. E il nostro inconscio è come l'universo sconfinato che non ha limiti né nello spazio né nel tempo.
Sia pur stremato dalla confusione mentale, Jon azzardò un quesito.
– Come fai a dire che l'universo è infinito nello spazio e nel tempo?
– E tu come fai a pensare che sia altrimenti? – rintuzzò Boriz – Se ponessimo dei limiti spaziali all'universo, potremmo solo dire che oltre quei limiti, oltre quei confini, c'è il nulla. E dopo questo nulla un altro nulla e così via. Ma il nulla  è sempre qualcosa.
– Ammesso che ciò sia vero, – intervenne Jon – perché l'universo infinito non dovrebbe avere limiti di tempo?
– Perché spazio infinito – sentenziò Boriz – è sinonimo di tempo infinito, cioè di eternità.
– Quindi, – arguí Jon – se l'universo non ha tempo, vuol dire che non ha né un inizio né una fine. Ma se non c'è mai stato un principio e non ci sarà mai una fine, come si spiega il Dio creatore?
Boriz non rispose, si limitò a guardare il fratello esprimendo compiacimento più che sorpresa per le conclusioni a cui questi era pervenuto.
Le parole di Jon vennero subito sopraffatte da un coro di indistinti lamenti provenienti dalla mesta processione di intoccabili esseri umani che sfilava davanti ai suoi occhi. Erano come i lamenti di condannati che, incatenati e a passi lenti, si dirigevano verso il calvario pregando o imprecando contro la loro stessa condizione.
Jon si sentí venir meno. Socchiusi gli occhi, avvertí di essere al centro di un terribile vortice.
In quello stesso istante fu bruscamente destato da una voce. Era quella dell'hostess dell'aereo sul quale viaggiava che gli diceva: – Signore, allacci la cintura di sicurezza, stiamo per atterrare ad Exoter.
Impallidito e con rigagnoli di sudore che gli scendevano dalle tempie, si allacciò la cintura. Poi, messa la mano destra nella tasca della giacca, ne tirò fuori un foglio di carta. Era un telegramma su cui si leggeva: FUNERALI DI BORIZ ORE 15 – STOP – ATTENDOTI ARRIVO ALL'AEROPORTO – CLEO.


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