L'ASPIRANTE: Capitolo 3
C'era una volta… e c'è ancora oggi

di Fabio Larcher

                                                              
Caro Aspirante, dopo un lungo periodo di vacanza torno a scarabocchiare le sudate carte della nostra Lavagna settimanale.
Nell'ultimo capitolo di questo manuale epistolare ti ho lasciato con la promessa di precisare una frase da me scritta a proposito dei fratelli Grimm. Ora cercherò di soddisfare il mio obbligo, ma ti avverto che la soddisfazione sarà solo parziale, poiché lunga e complessa è la materia.
Ti ho già detto molte volte che io non sono veramente in grado di insegnarti a scrivere. Nessuna formula magica. Niente bacchetta fatata. Miracoli zero. L'unica cosa che posso fare per te è usare la mia sincerità a piene mani. Ti ho sempre parlato con franchezza di ciò che ho visto nel mondo editoriale e intendo comportarmi ancora così. Tuttavia parlerò non più da editore, ma da lettore, nelle righe seguenti. Uomo avvisato…

Ma non divaghiamo. Non divaghiamo oltre. I fratelli Grimm. Questo è il punto.

Perché porto a modello di scrittura e di lettura proprio i più classici fra i compilatori di fiabe? E perché la fiaba?

Cominciamo dalla seconda domanda. Perché la fiaba? Potrei risponderti semplicemente che la fiaba è la mamma di tutte le forme narrative; che è addirittura la cugina dei generi moderni. Non dirò una cosa nuova per te (visto che è di una semplicità estrema ed è facilmente intuibile) se affermo che un racconto del terrore non è altro che una fiaba senza il lieto fine; o che un racconto fantasy non è altro che una fiaba dilatata; oppure che un racconto noir non è altro che una fiaba razionalizzata (in un'epoca razionalistica come la nostra l'orco purtroppo è costretto a smitizzarsi e a diventare il killer)… E così via e così via.
Anche a livello formale lo studio della fiaba potrebbe esserti molto utile, visto che per scrivere un romanzo (o un racconto) con tutti gli elementi necessari (anche se non sufficienti) per funzionare basterebbe prendere una fiaba qualunque e ripeterne lo schema, aggiungendo a seconda del caso: descrizioni, dialoghi, approfondimenti psicologici e altri espedienti forniti dall'esperienza di secoli o dalla contingenza di un gusto. Perfino l'esemplificazione dei tipi narrativi e della loro funzione all'interno della storia offerto dal repertorio fiabesco è la più chiara che abbiamo e quella che meglio si adatta alla nostra educazione di scrittori e alla nostra soddisfazione di lettori: l'eroe, il cattivo, la bella, il mostro… e su un altro livello: il prologo, lo svolgimento con le sue varianti, il lieto fine che scioglie le angosce.
Perciò un consiglio che a uno snob potrebbe di primo acchito sembrare quasi un insulto ("Leggi le fiabe!") in realtà vorrebbe essere un'occasione di studio - elementare, questo è vero, ma - assolutamente formativa.

Sono sempre stato affascinato dalle letterature antiche, dai miti, dall'epica. A lungo mi sono interrogato sul perché. E la risposta è che in realtà, come lettore, mi sento attratto da quel tipo di lettura in cui è preminente l'assenza dell'autore. Laddove cioè la materia narrata è così universale e lo stile così limpido da rendere secondario il fatto che a narrare sia Tizio, oppure Caio: entrambi non sono stati altro che un inconsapevole (e talvolta consapevole) mezzo che ha permesso all'inconscio collettivo di manifestarsi (se proprio bisogna usare tale espressione). Ed è questo che deve accadere in un buon racconto o romanzo. Se la letteratura non è un fatto collettivo, che interessa tutta la società di cui è espressione, alla quale la maggior parte possibile di una società partecipa… allora, a mio avviso, essa è un ramo secco: è inutile.
È un concetto totalmente opposto alla visione Romantica della letteratura, lo so. Almeno alla visione volgarizzata della visione Romantica, giacché perfino il romanticissimo Keats, nelle sue lettere, definiva il poeta come un'antenna sensibilissima, capace di captare (non di creare dal nulla, dunque) le cose universali.
Al centro della mia visione di lettore sta l'opera, non la personalità dello scrittore. Anzi, ho gustato di più i libri nei quali lo scrittore era ridotto il più possibile a un mero compilatore (a qualcosa di ancora inferiore al narratore: a un redattore) come appunto sono stati i fratelli Grimm - e come tra parentesi furono gli anonimi redattori dei libri biblici, dell'epopea di Gilgamesh, del Gawaine e il Cavaliere Verde o del Beowulf. O in alternativa ho amato tutti quegli scrittori ben noti che tendevano a una simile visione delle cose letterarie, da Ariosto, a Calvino, a Tolstoj (ebbene sì, pure lui!)...
Platone stesso, nel Fedro definì il poeta come un vaso vuoto nel quale le Muse riversano il loro nettare. Ciò è detto in un contesto teso a dimostrare che il poeta, quando esercita la propria arte, è inconsapevole di quel che fa; che se dice cose sagge o profonde non lo fa a causa della propria intelligenza, ma perché il suo ruolo è quello di medium fra le Muse (l'inconscio collettivo, l'Universale?) e le menti individuali di tutti i lettori. E che proprio in questo - anzi, unicamente in questo - sta la sua specifica (e speciale) profondità.
La lezione di oggi (ma non ti faccio mai lezione, caro Aspirante, di solito provo a scherzare con te, anche se so che non si può scherzare sui santi con un cattolico) potrebbe concludersi così, con una frase di uno scrittore contemporaneo che ho letto e che non approvo, ma che talvolta ci lascia qualche perla (involontaria) di saggezza. La frase rientra in una metafora sulla scrittura. Le parentesi sono mie: "Che m'importa delle vertigini dei muratori (=scrittori) che stanno costruendo una casa a molti piani (=l'opera)? M'interessa la casa e con essa pago anche le loro vertigini e eventuali disgrazie, mentre le loro vertigini da sole non mi commuovono se ho investito tutto nella casa e a causa di banali inconvenienti del mestiere (=lo scrittore che gira attorno al proprio ombelico anziché curarsi del buon andamento dell'opera) essa non va avanti?" [Aldo Busi, Sodomie in corpo 11, pag. 25, ed. Oscar Scrittori del Novecento, Mondadori, 1995].


L'ASPIRANTE: Capitolo 4
Leggi! No, mi si incrociano gli occhi…


Caro Aspirante, se non ti disturba vorrei fare un passo indietro; risalire alla prima Lavagna che scrissi per te nella calura estiva. In essa ponevo alcune premesse a mio avviso imprescindibili sulla possibilità di potersi considerare degni di Aspirare alla scrittura. La prima suggeriva con ironia iperbolica che avresti dovuto essere un vorace lettore: due o tre libri alla settimana almeno.
Rammento che reagisti all'iperbole prendendola non per quello che era, bensì come un'affermazione da intendere "alla lettera". Risultato: protestasti. Non sto a dire se giustamente o ingiustamente. Furono le tue argomentazioni a "scioccarmi", non le tue proteste.

Il fatto che abbia una "vita" non dovrebbe giustificare un Aspirante quando non legge (per altre cose magari sì, ma non per questa!). Che scusa sarebbe?
"Non leggo perché ho le bollette da pagare. Non leggo perché ho anche altri interessi, tipo la scultura, il teatro, la pittura, il cinema. Non leggo perché ho una famiglia cui pensare…"

Scherzi? Il tuo UNICO interesse, se Aspiri a scrivere, dovrebbe essere la scrittura - e quindi anche la lettura che è parte integrante del processo.

Quando avevo sedici anni e vergavo ridicole poesie (che per fortuna nessuno ha mai letto) la mia insegnante di lettere (non era una cima ma ci era arrivata eccome al nocciolo!) mi disse: "Caro mio, non puoi avere tutto: o scrivi o pensi alle morose".
Che tradotto significa: la scrittura e la vita sono antitetiche. Scrivere significa scegliere una non-vita. Significa scegliere di non gettarsi a capofitto nel caos dell'esistere ma cercare di dare ordine al caos. Almeno in un certo senso. È una scelta in linea con la natura psicotica dello scrivere; è "scegliere" di concedere se stessi al proprio autismo latente.

Ciò che anelo a dirti è che se vuoi realmente scrivere dovresti cercare di farlo con serietà. Quando uno decide di fare l'eremita o la monaca di clausura non può aspettarsi di tenere il piede in due scarpe: si tratta chiaramente di dover scegliere fra la vita e la rinuncia alla vita per dedicarsi ad altro.
Non obiettare: "Se qualcuno me lo permettesse io lo farei, ma il mercato, gli editori, i lettori, i librai, i critici, la CIA… me lo impediscono con tutte le loro forze".
Nessuno scrittore "vero" del passato ha mai chiesto il permesso: scriveva perché sentiva l'urgenza di esprimersi proprio in quel modo (o forse non aveva altri modi per farlo), faceva una vita di merda, solo, senza quattrini… Oppure era ricchissimo di famiglia e si limitava a passare per un "originale" (= un matto, né più né meno come oggi, perché è proprio quello che è).
Basta con gli alibi.
Se vuoi diventare uno scrittore devi accettare TUTTE le rinunce che tale scelta ti impone. Compresa quella di leggere due o tre libri alla settimana. Rubare il tempo per farlo. Desiderare, soprattutto, di farlo!!!

Ed è un cammino che devi intraprendere da solo.
Non puoi aspettarti che qualcuno "possa" accompagnarti… anche volendolo. Nemmeno altri Aspiranti come te. Nella tua mente ci sei solo tu; ci sono solo i tuoi fantasmi e le tue allucinazioni… non le persone in carne e ossa.
Mi chiedo spesso se sei cosciente di ciò che fai, di ciò che domandi agli dèi.

E ogni volta mi trovo a rispondere a me stesso: "Costui s'illude semplicemente di poter ottenere un consenso, una qualche forma di prestigio sociale, scegliendo il mezzo sbagliato".
Sii serio! Come puoi credere veramente che arrivare a essere scrittore ti renderebbe superiore a coloro che ti circondano?
Denunci il tuo complesso di inferiorità già solo desiderando il consenso di qualcuno.
Ciò non vuol dire che (come spesso fai) tu debba trasformarti in un aggressivo fanfarone perennemente in preda ad attacchi isterici. Significa semplicemente che dovresti preoccuparti di più di ciò che scrivi, di come lo scrivi, del perché lo scrivi. Significa che dovresti avere più tempo per leggere, leggere, leggere… ascoltare, ascoltare, ascoltare (perfino un povero scemo come me che, a modo suo, cerca di darti una mano).
Significa che dovresti avere molto meno tempo da buttare in birreria, o facendo l'amore, o giocando con la play station, o recitando al Teatro Grassi di Milano, o lavorando in fabbrica… o pavoneggiandoti sul forum di una comunità virtuale.
Allora sì, forse, troveresti anche il tempo per leggere…
Ma chissà? Magari m'illudo anche stavolta…

Fabio Larcher per La Tela Nera

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