L' imprenditore
di
Salvo Zappulla
“Sono un imprenditore, io. Un imprenditore!”.
L’impresario delle pompe funebri viene a sedermi accanto, ed io mi appresto rassegnato a sorbirmi l’ennesimo suo sfogo. Non che mi dia fastidio, per carità. E’ un onesto lavoratore, uno che dalla morte ha tratto la ragione della sua vita ( però quella degli altri, ci tiene a sottolineare ). Bravissimo ragazzo, sveglio e dotato di un grandissimo fiuto per gli affari. Magari grezzo nei comportamenti e sprovvisto di tatto e della delicatezza necessaria per chi deve svolgere un lavoro di questo genere. Ha preso l’abitudine di venire a confidarsi con me. Non so per quale motivo veda nella mia persona una sorta di padre spirituale. Forse perché sto ad ascoltarlo con infinita pazienza o forse perché non trova di meglio. In effetti, sarà per via del suo mestiere, sarà per il carattere impulsivo, ma non è che goda di molta simpatia nel paese. Seduto al mio fianco, mi confida il suo malumore: “Ce l’hanno tutti con me! Mi detestano dottò, mi scansano come la peste!”.
Cerco di confortarlo: “Su, non esageri, vedrà che tutto si sistemerà per il meglio. Ma lei davvero non potrebbe evitare, la mattina, di fare il giro dei circoli degli anziani per chiamare l’appello?”.
“Allora ragazzi, ci siamo tutti?”.
Tutti corrono a toccare ferro, qualcuno si tocca i genitali, ma visto che sono quasi tutti avanti con gli anni e quindi non si fidano dei propri, toccano quelli del ragazzo addetto alle pulizie, e questo crea non poco imbarazzo. Ormai quando lo sventurato passa per le vie, tutti a toccarsi. E’ diventata una vergogna. Tanto che la Giunta municipale, sindaco in testa, con delibera urgente ha deciso di installare nel paese delle aste metalliche dove i cittadini possono afferrarsi a tutela delle loro superstizioni.
Ma il ragazzo, imperterrito, continua a tirare avanti per la sua strada. “In questo paese mi vedono come il fumo negli occhi!” insiste.
Io sono diventato il suo unico punto di riferimento, anche perché stenta in maniera incredibile a socializzare con il resto della comunità. “Non mi possono vedere, li ho tutti contro, dottò!”.
“Non sono dottore, e non è affatto vero che ce l’abbiano con lei; fanno semplicemente il loro interesse, che è quello di campare il più a lungo possibile, il quale chiaramente non coincide con il suo”.
“Ce l’hanno con me, ce l’hanno con me. Vogliono vedermi rovinato. Ha notato come da qualche tempo siano diminuiti i decessi? Proprio ora che ho affrontato delle spese. Ne sono certo: vogliono rovinarmi. Ma hanno voglia di crepare d’invidia, tra non molto apro la più bella azienda di pompe funebri di tutta la provincia. Ho lavorato sodo io, mica come loro che passano le giornate a grattarsi le palle. L’unico amico vero è lei dottore. Ci terrei che fosse lei a fare l’inaugurazione della nuova azienda”.
Sono commosso ma nello stesso tempo preoccupato. “Inaugurazione in che senso, scusi?”.
La domanda non riceve risposta. Forse non ha compreso il significato, visto che è in buona fede. Sicuramente non in quel senso che penso io, poiché continua a tributarmi segnali di affetto. “Le assicuro che se dovesse capitare di sdebitarmi… se dovesse… se per disgrazia dovesse succedere… la tratterei con riguardo, come si conviene a una persona distinta come lei. Le farei un ottimo prezzo!”.
A questo punto devo confessare che anch’io, immediatamente, con un gesto istintivo, porto la mano giù in cerca di protezione. Io che pensavo di essere superiore a queste sciocche superstizioni. Evidentemente siamo tutti meno eroi di quanto crediamo. “Venga, le offro una birra” dico per tenermelo buono. Appoggiati al bancone del bar, lo invito a rilassarsi e a brindare alla salute.
“Alla salute?”.
“Beh, cosa c’è di strano?”.
“Non ho mai brindato alla salute di nessuno. E’ una questione di principio, cerchi di capire; sarebbe di cattivo auspicio per il mio lavoro”.
Santo cielo! Non vorrei che portasse jella davvero. Sarà la tensione, sarà la foga, fatto sta che la birra mi và di traverso. “Ouff ! ouff !”. Rischio di soffocare.
“Si sente male?”.
“Ouff ! Mi sto riprendendo. “Ouff !”.
“Sa che ha proprio una brutta cera? Ha una faccia che sembra un cadavere”.
“Io!?”.
“Soffre d’ulcera?”.
“No”.
“Mal di fegato?”.
“Nemmeno”.
“Emicranie? Dolori reumatici? Capogiri?”.
“Neanche per sogno”.
“Oh bé, allora potrebbero essere i primi sintomi di una broncopolmonite fulminante”.
“Mi è solo andata la birra di traverso”.
Prova a battermi una mano sulle spalle.
“Non mi tocchi! Non mi tocchi!”.
Da allora, quando lo incontro, anch’io, come tutti, cerco una barra metallica a cui afferrarmi.
Però s’è messo su bene il ragazzo. L’altro giorno mi ha confidato che sta ultimando la villetta in campagna. “Mi mancano gli ultimi quaranta clienti e poi è bella e completa”.
Gli raccomando di essere più diplomatico e soprattutto di evitare gli eccessi. “Ragazzo mio, va bene gli affari, va bene l’attaccamento al lavoro ma eviti di fare affiggere quegli orribili manifesti sui muri”.
Una mattina mi era capitato di leggere: “La ditta di pompe funebri di Caronte Vincenzo è felice di annunciare alla propria clientela che nel periodo pasquale sarà applicato lo sconto del trenta per cento su tutti i funerali di prima e seconda classe. Approfittatene! Inoltre saranno offerte tariffe particolarmente vantaggiose per decessi di gruppo, in caso di stragi o cataclismi naturali”.
“Caronte sia più moderato” lo redarguisco.
“Dice,dottò? Forse ha ragione, ma devo completare la villetta”.
Benedetto ragazzo, è irriducibile.
Salvo Zappulla