L'incontro
di L. Cannas
Non ho mai pensato che Calvino o Fenoglio, nati negli anni 20’ potessero avere lo stesso curriculum vitae di un loro coetaneo villagrandese, che invece di impegnarsi nelle lotte partigiane si preparava a viver sotto il freddo il gelo e la canicola, ora in montagna ora in pianura, al seguito di un gregge più o meno numeroso di pecore o capre. Eppure in comune con loro, il villagrandese aveva la patria e il governo. La madre di Calvino, Evelina Mameli era pure originaria della nostra Sardegna dove però, “la popolazione rifuggiva da forme violente nella lotta politica”.
Nel ventennio fascista i bambini villagrandesi erano certo diversi dai loro contemporanei delle Simpatiche canaglie, (allora il termine non scatenava guerre!), che si arrampicavano al volante di una Ford… Insomma anche i nati nello stesso periodo non fanno parte dello stesso “fascio” e, come nel nostro caso, della stessa cultura. Ho sempre pensato che la cultura sia ciò che ti consentono e ti permettono di acquisire nel luogo in cui sei nato in un determinato ordine costituito. Quando si teme che tale ordine sia leso, i governi si danno da fare perché ciò non succeda. Non a caso in una lettera del 1942, Martin Borman, il segretario del partito nazista, scriveva: “ ogni persona istruita è un nostro futuro nemico”.
I nemici a Villagrande per quell’ordine costituito dal governo Mussolini non erano tanti, anzi, era rarissimo che qualcuno del paese riuscisse a proseguire gli studi. Il contatto con il mondo della natura, che potrebbe piacere tanto a Fulco Pratesi, non era una scelta, ma l’unica via per andare avanti. Ma anche un bambino di Villagrande sul finire degli anni 20’, poteva a suo modo sognare, non perché andasse al cinema, non perché avesse il tempo o l’opportunità di leggere favole, ma compiendo azioni da uomo e mostrando magari coraggio nell’affrontare un viaggio nella notte, per rendersi utile alla famiglia. Secondo ritmi e dimensioni culturali proprie di un luogo e di un mestiere, ma anche di uno stato e di un governo, un bambino di Villagrande si accingeva a vivere una bella avventura che avrebbe assunto concretezza e valore come tale, soltanto qualche anno più tardi.
Lo spazio e il tempo nella memoria di un pastore spesso si possono “ricomporre” con gli spostamenti del gregge. Infatti l’uomo che mi racconta questa storia pur dicendomi di non ricordare la stagione, riesce a ricostruirla perché stavano per portare le capre “giù” verso una zona meglio nota col nome di Piscina ‘e Jana. Quindi era estate, ed il territorio di Villagrande, ricco di boschi e anfratti era un possibile rifugio per i latitanti. Era il periodo di Samuele Stocchino, un giovanotto arzanese che indispettiva non poco il regime fascista, che aveva istituito per la sua cattura una taglia di duecento mila lire. Ma si trattava solo di chiacchiere e distintivo, dal momento che il regime fece passare la morte di Samuele, avvenuta per malattia, per un atto eroico dei Carabinieri esimendosi così dal pagare la taglia… Insomma questa era l’aria che tirava nel periodo in cui il nostro piccolo villagrandese viveva i suoi primi anni di vita e le sue prime avventure.
Partì dunque all’alba, con la sorellina più grande di lui di qualche anno, che lo redarguiva spesso. In realtà faceva questo per darsi delle arie e non perché avesse la saggezza per farlo, dal momento che aveva solo alcuni anni in più di lui, che invece non andava ancora a scuola. Non ricorda gli abiti, ma dice ridendo: “erano sicuramente poco eleganti”. Dovevano raggiungere il padre che teneva il bestiame a Piri Martini, una località all’interno del bosco di Santa Barbara, prendere il latte della mungitura e portarlo a casa nel paese. A Piri Martini non c’era un vero e proprio ovile ma un orto che la famiglia coltivava, ed una grande pianta che serviva da “riparo” alle capre.
Oggi “l’ex bambino” racconta questo ridendo, pensando all’entusiasmo che ricorda di avere provato quando seppe di questo incarico da adulto. La strada che percorrevano i due bambini aveva grossomodo il tracciato che percorriamo oggi per arrivare a Santa Barbara. Allora però non c’era l’asfalto, ma una polvere giallastra e sottile che invogliava il piccolo villagrandese a tracciare solchi col piede per sollevarla da terra e tuffarsi dentro le nuvole che si formavano. Un signore che percorreva la stessa strada lo riprende proprio per questo gioco, e avendo alterato non poco la voce, più di una persona si girò a guardarli, facendo arrossire la sorellina per la rabbia, lui per l’offesa. Continuava comunque a camminare risentito, ma anche perplesso, perché la strada era percorsa, oltre che da loro, da carri e uomini a cavallo che non sembravano preoccuparsi del polverone che sollevavano.
Arrivarono a Piri Martini quando il sole era ormai sorto da un pezzo, percorrendo l’ultimo tratto di strada che attraversava il bosco, con un uomo amico del padre che era andato ad incontrarli. Non ricorda le smancerie del babbo felice di vedere come i suoi due bimbetti fossero giunti illesi a destinazione, ma un andirivieni di uomini adulti che parlavano piano. Le capre erano in “s’ameriagu”, dove si riparavano dalla calura. I bimbi vennero lasciati in disparte e anzi, proprio non vennero più considerati perché arrivò un uomo intorno al quale si affaccendavano tutti. Gli venne dato del latte appena munto, e solo dopo il latte venne versato nei contenitori che chiamavano gavette. Il signore sembrava molto rispettato e temuto, e non rivolse ai bambini la minima occhiata o parola, tanto meno un buffetto. Si accavallavano discorsi incomprensibili e si respirava nell’aria una certa fretta. Ma i bambini capivano che non era il momento di dire o fare niente senza nuovo ordine. Il signore che scatenò tanto tripudio, bevuto il latte, scambiò qualche parola con il padrone delle capre, il padre, che teneva le gavette in mano ormai riempite e che aspettavano solo i bambini per portarle a casa. Mentre stavano lì impazienti e coscienti della severità del genitore, ecco che finalmente questo si ricorda dei pargoli e fa loro cenno di seguirlo e li accompagna fino alla strada. Raccomanda loro di stare attenti come si fa sempre coi bambini, e li ammonisce di proseguire senza soste fino al paese stando attenti a che il contenuto giunga integro. Al bambino che provò a porre qualche domanda sull’identità dello sconosciuto, oltre ad uno spintone della sorella bastò lo sguardo del “patriarca” per non insistere. Il metodo Montessori ancora non era contemplato!
Qualche tempo dopo seppe che quell’uomo dissetatosi col latte di capra era il famigerato Samuele Stocchino, meglio noto come tigre d’Ogliastra. “La Sardegna liberata da un pericolo e da una vergogna con l’uccisione del feroce brigante Stocchino” scriveva il Popolo d’Italia. Forse non era poi così feroce e pericoloso …
Chissà se il metodo Montessori contempla che in Sardegna fare la domanda non era neppure lecito, rispondere era addirittura follia!