Trasfigurazione ed evoluzione nella pittura di Kali Jones

di Massimiliano Magnano


Kali Jones si è da qualche tempo stabilita a Ortigia, a due passi dal mare e dal sole. Stabilita si fa per dire, perché la pittrice canadese sembra bensì fluttuare nello spazio. E dal momento che a librarsi è lo spirito, il corpo si mantiene rigorosamente su posizioni terragne. A eseguire di prima intenzione e di proprio pugno sulla materia (su uno spazio cioè esso stesso in fuga) sinuose e inquietanti figure. È una questione di tempi. Ascoltare, annusare, tastare i flussi della propria capacità intuitiva, emotiva, è esperienza che si pone ben aldilà di ogni consuetudine. Raramente si ha a che fare con personaggi che sappiano godere appieno del loro sentire, che sappiano avvertire in anticipo il pericolo, quando questo incombe. Per sconfiggere la paura, emanciparsi, accostando ogni fibra della loro esistenza alla vita, con “spirito di finezza” (il pascaliano esprit de finesse).
La pittura di Kali Jones impatta con singolare forza evocativa sulla coscienza di chi voglia con essa instaurare un dialogo; è anzi estrema apertura al dialogo, poiché si rivolge a ciascuno in particolare. La modernità, che pure ne è la cifra emblematica, non viene esibita in alcun caso. Né tanto meno viene inseguita: è piuttosto il risultato di un lungo e impegnativo lavoro di ricerca, costantemente esposto al fallimento. È scoperta. Molti itinerari vengono indicati, tracciati, sospesi, lacerati, abbandonati. Con leggerezza estrema. Nel turbinio dei sensi, celebrato nei dipinti di Kali Jones, domina il movimento, la trasmigrazione di essenze, la trasfigurazione, la trasformazione, l’intercambiabilità, la reciprocità, la coabitazione di cento e una forma di umanità. I primordi, specialmente. E le ambigue sembianze trasumanate (ma che tuttavia esulano dalla Grazia di Dio). Le parvenze umane di donne e di uomini costituiscono il perno attorno a cui ruota l’esperienza creativa della Jones. Parvenze, appunto, perché queste figure umane, appena accennate, sono percosse dal flusso perenne della vita, squassate dalle laceranti forze dell’evoluzione. Sessualità e razionalità, particolarmente. Ma quale sessualità e quale razionalità?
Il linguaggio pittorico di Kali Jones assume perciò l’aspetto di rappresentazioni che si spingono sempre al limite dell’umanità, per eccesso oppure per difetto. La bestialità primitiva coabita e coesiste con l’essere artificiale dell’uomo moderno (o post-moderno), genera furibonde e insanabili contraddizioni. E se artificiale può certamente apparire l’uomo moderno (tendenzialmente propenso a negare le proprie origini ferine), non può però dirsi posticcio. Impossibile sarebbe diversamente ogni tentativo di confronto con una realtà altrimenti assolutamente irrimediabile, perduta per sempre. Il Cuore ha ragioni profonde, imprescindibili. Tutta l’umanità elaborata dalla Jones passa attraverso le Ragioni del Cuore, vi rimane impigliata, intrappolata. Anche quando queste vengono negate, annerite a tal punto da fare sprofondare l’uomo in una sorta di buco nero. Pure se questi dovesse trovarsi suo malgrado impegnato a pilotare pericolose picchiate in circostanze di vuoto, e a testa in giù.


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