IL DILEMMA DELL’INESTRICABILE.
A CUCCATA DI SALVO BASSO, TRA QUOTIDIANITÀ E TOTALITÀ

di Massimiliano Magnano


Qualche volta la Poesia è anche consuntivo, resoconto parossistico e onnicomprensivo delle esperienze personali del Poeta, che questi elabora per sé. La creazione rimane perciò un atto liberamente dovuto nei confronti del proprio essere: il Poeta riconosce e rivela la propria presenza nel mondo, con modalità del tutto particolari. Poi, in un momento successivo, questo atto di presenza del Poeta diviene anche comunicazione: verità svelata o più esattamente, disvelata. La rivelazione guadagnata per il tramite poetico ama nascondersi, e non si rivela mai del tutto nelle sue significazioni originarie. Ogni tentativo riuscito presuppone però un distacco, uno scollamento dell’integrità della persona umana del Poeta stesso. La poesia, come ogni forma d’arte, è per sua intima costituzione menzogna, e tuttavia è menzogna che dice la verità, o quantomeno è la massima aspirazione a farlo. E come tale, possiede (se veramente di poesia si tratta) i mezzi per superare questa profonda divaricazione, questa sorta di dimorfismo esistenziale insito nell’atto creativo stesso. Il Poeta e la sua poesia: sic et simpliciter! Il dubbio — per una volta autenticamente amletico — sta tutto nei risvolti di questa alternanza; una alternanza, certo, che non riguarda la comunicazione nella sua pur fondamentale destinazione quotidiana, ma che da questa non può prescindere. Essere, dunque, e aderire con formula piena ai richiami del Vero, oppure rinunciare a siffatta adesione: non essere, e arretrare in un limbo in cui il dire e il non dire coincidono e sono perciò stesso la medesima cosa? Il fatto creativo è vocazione ed è missione. E come l’uomo di fede, il Poeta è chiamato a rendere testimonianza alla propria vocazione: una testimonianza laica e appassionata, la cui origine risiede nell’essere il poeta lucida presenza nel mondo.

E Salvo Basso è effettivamente in contraddittorio con la dimensione temporale e quotidiana, nella quale egli è tuttavia significativamente immerso. E anzi poche personalità nel campo della cultura possono vantare un impatto sociale tanto ampio quanto quello riscontrato per Basso, che pur nell’assoluta assenza di reclame pubblicitarie, continua a catalizzare attorno al proprio operato un così largo consenso. La sua esperienza, intimamente umana e poetica, vive con vasta coscienza questa drammatica vicenda. Basso interroga se stesso, acconsente ad una meditazione essenziale e priva di infingimenti. Il suo dire può giungere così alle estreme conseguenze e individuare il luogo in cui la parola è, il Poeta e la sua poesia sono. E ce li indica. A cuccata — che è al tempo stesso emblema, chiave escatologica e compendio della poetica di Basso — diviene pertanto quel luogo della creatività in cui il dire poetico ricerca le sue significazioni originarie. A cuccata è altresì quel luogo impervio in cui il fallimento incombe. Fallimento sul piano umano e fallimento sul piano creativo. Luogo fisico e fisicamente accessibile, metafora, pensatoio, e causa finale. “A cuccata è”, e verrebbe da dire, non può non essere. Con modalità analoghe, Parmenide poteva pensare il suo Essere: senza ulteriori determinazioni, totale e totalizzante, ancorché avulso dalla quotidianità; quotidianità che è invece centrale e “pensiero dominante” lungo il tortuoso percorso delle riflessioni di Basso. Il verso, che dà l’abbrivo alla lirica: “A cuccata è”, appunto, sorprende il lettore, lo scuote, tanto da fargli desiderare che questa prima unità ritmica si riversi tutta nella seconda: “sempri a cuccata”, dando finalmente compimento ad una proposizione altrimenti ellittica, priva di senso compiuto. Il punto fermo, non lascerebbe poi alcun dubbio, ponendo formalmente fine al concetto. Sennonché la poesia è più che sintassi. E quel che rimane di fronte ad una luminosa scoperta, è meraviglia. La poesia, d’altra parte, come la filosofia, nasce proprio dalla meraviglia. Tháuma è il termine greco con cui Aristotele esprimeva questo concetto — a proposito della filosofia e per nulla riferendosi al fatto poetico in sé, com’è noto —; concetto che è in verità assai più ampio di quanto non lasci presagire il sostantivo meraviglia, dovendosi piuttosto imputare lo sgomento. Ma la poesia è anche più che flusso ritmico, musicalità, sonorità. Se poi Basso avverte l’esigenza di insistere più volte per statuire che “A cuccata è…”, ciò non vuol dire attribuisca a questa locuzione sempre e comunque lo stesso senso. È vero, anzi, il contrario. Il dettato lirico della poesia affonda le sue radici nella varietà di significati che su di sé assume la coricata; da questo impianto polisemico viene dipanandosi, facendo nuovo ogni pur minimo indizio di poesia. La creazione, come tale, è oltrepassamento, tendenza alla costituzione di metalinguaggi; ciascun poeta ne possiede di propri, ed esiste una sottile linea di confine, che separa ciò che è lecito fare da ciò che non lo è, il nefasto. “A cuccata” si configura esattamente come il luogo del confine, in cui la coscienza chiama in causa se stessa, senza reticenze, e perciò fino alle conseguenze più estreme. Il lettore, è avvertito: “Ora / mi scumparunu / l’occhi / e mm’arriva / tutta a confusioni / do tettu”. Tanto basta per far cenno al ruolo della coscienza, per ora. Detto questo, come assecondare le continue variazioni di stati d'animo: le impennate d’umore e i repentini abbassamenti? dal momento sembra configurarsi uno strutturale sfalsamento dei tempi del Poeta e della sua poesia rispetto ai normali ritmi della quotidianità; sfalsamento per di più legato a fatti imprevisti. Imprevisti e sempre a carico della soggettività del Poeta, soprattutto quando si tratta di eventi che presumono una volontà: “a polviri / sutt’asciddi / dumani / a livamu tutta / nun servi / livalla / a pocu a pocu / facemula / ccucchiari. Decisioni, atteggiamenti, stanchezze procedono con caratteristiche proprie e un sentire che deliberatamente mostra volersi discostare da una affettività che non abbia alcun rapporto con un viscerale senso del possesso e con un altrettanto profondo senso d’appartenenza. Perciò, differire nel tempo, rinviare — in un tempo, poi, di cui non si dà certezza — diviene, questa sì, prassi quotidiana, speranza laica per un futuro migliore, alla ricerca di una riconciliazione ancora possibile. In cui a una spiccata soggettività intellettuale ed emotiva del Poeta possa effettivamente corrispondere altrettanto mondo. Al traguardo della seconda occorrenza, “a cuccata” cessa ormai di suscitare stupore per sé. Basso guadagna ulteriori consapevolezze, e le rimette subito in discussione. Quasi di soppiatto, scrutando stati d’animo e reticenze, vissute nell’atto di apparecchiare per la coricata, osserva: “A mmia / a notti / mi mangia.”. Mangiare è in questo caso sinonimo di uccidere, mortificare (che è però cosa diversa rispetto al dare propriamente la morte). La notte, quando il livello di coscienza è debole, il Poeta avverte forte il pericolo dello smacco; la vigilanza si allenta, il tempo scorre senza misura e senza alcuna regola umanamente condivisibile. La batteria del telefonino, quella certo non dorme (“…idda / a notti nun dormi”), ma è pur vero che questa sia obiettivamente priva di vita, che non abbia coscienza: non c’è mostro in grado d’insediarne lo stato d’integrità. Salvo Basso ha invece occhi per vedere (“Ma senza occhi / l’occhi / cchi vidissuru?”), constatare che egli in quanto uomo viva una vita che non smette mai di essere tale: “c’è u tempu / ppì pinsari / ca dumani / u stissu iornu / è nuatru iornu.”. Il giorno della vita, pur nella sostanziale unità e permanenza, è soggetto alle ciclicità della natura. Ma la coscienza non ammette intromissioni; la coscienza, ancorché istituisca nessi e opponga differenze, fluisce per sé, di moto proprio. L’uomo rimane il depositario di una dignità superiore, le sue fragilità nonostante. E merita perciò grande rispetto. Ci troviamo di fronte ad un concetto di onorabilità legato alle facoltà cogitative, come nella migliore tradizione filosofica. Vi è però un sentite più propriamente poetico, crudamente ironico, che tutto rimette in discussione, tutto capovolge, tutto sfigura. Non sembra, d’altra parte, Basso abbia voluto elaborare effettivamente un proprio pensiero. Convinzioni filosofiche possono emergere qua e là, a suggello di una attività noetica sempre operosa, le cui ragioni vengono pienamente messe a frutto. È appena il caso, in questa sede, di istituire accostamenti filosofici. Leggiamo in proposito una breve traccia dal libro Essere e tempo di Martin Heidegger: “…l’Esserci, potendo-essere fin che esiste, ha sempre ancora qualcosa da essere. L’ente, la cui essenza è costituita dall’esistenza, contraddice in linea essenziale alla sua possibile determinazione come ente totale.” (trad. it. a cura di Pietro Chiodi, Milano, Longanesi, 1976, pag. 285). E se la coricata per Salvo Basso è costante aspirazione alla totalità, l’evento definitivo, la morte non può che esserne l’unica rappresentazione possibile, l’unico essenziale compimento, benché contestualmente ne costituisca la più considerevole negazione, come d’altro canto avviene nella filosofia di Heidegger, che noi qui abbiamo volutamente riferito, citandone un importante frammento, emblematico compendio del pensiero dello stesso filosofo tedesco. Pur nell’apparente semplicità dell’impianto descrittivo della lirica, emerge dunque, come si è potuto fin qui chiarire, l’enorme complessità di temi e vastità di vedute. Basti pensare ai diversi significati che vengono attribuiti ad alcune parole-chiave: tempu, occhi, cuccata, ecc. E basti osservare che a siffatta proliferazione di significati, corrisponde una parallela stratificazione in piani di lettura e livelli di comprensione del testo. Non v’è all’apparenza uno specifico impegno da parte dell’Autore sul crinale della ricerca linguistica (in questa come in altre prove); sembra, piuttosto, che Basso faccia costantemente ricorso ad un lessico semplice, attinto dalla quotidianità. E tuttavia la resa linguistica della sua poesia è notevole. Eccone  immediatamente un esempio, che significativamente irrompe con grande energia nel climax lessicale, senza che il lettore quasi se ne avveda: “Ccussì / aspettu / ncoppu di sonnu / putenti / di chiddu / ca nun t’avverta / nun ti sciuscià / nall’occhi  a ppicca / a ppicca nun fa / guerra cche stiddi / ma vena / accussì di bottu ggià / ti pigghia / — di bottu / nun ti lassa.”. Qualche volta la poesia è anche inganno; e la coricata, vigilia. Ma cosa ci si potrebbe attendere dalla coricata, se non che senso e intelletto vengano infine sedati? Il sonno viene atteso con trepidazione, e si vuole che sopravvenga tutto d’un colpo. Ciò nondimeno si vuole giunga inaspettato. Analogamente all’imminenza di una tremenda randellata sul capo, questo genera inevitabilmente apprensione, paura, sgomento (tháuma). Sembra paradossalmente che dallo shock, da un evento volutamente traumatico possa derivarne un conforto; come se il sonno potesse sbarrare definitivamente gli occhi — cioè la coscienza — al Poeta; ma anche lingua, naso, orecchie. L’orizzonte di riferimento rimane pur sempre la totalità, quel profondo desiderio di dare il massimo compimento al proprio essere. Il sonno è tangibile anticipazione dell’evento definitivo. La coricata si configura allora vigilia in senso proprio. Ed ecco che il letto del Poeta assume le sembianze di una culla: luogo d’origine e di beatitudine. Il contesto della coricata si arricchisce e assimila nuovi contenuti semantici, se ne chiariscono meglio contorni e prospettive: “Dumani scanciu / iornu e notti — / ncucchiu poesii, / i mmiscu i cunfunnu ma / nun mi susu.”. Se peculiare di una certa età della vita è cadere in simili confusioni, nessun bambino, nessun neonato possiede tuttavia sufficiente autonomia per decidere con volontà propria. E soprattutto, a nessun bambino è dato mescolare una poesia e un pensiero in grado di prevenire la vita stessa, e che anzi ad essa voglia e possa sostituirsi: “…Na / vita si ccia pinsari sempri / prima — macari prima / da stissa vita.”. Il giorno fa il paio con la notte, così come la vita fa il paio con la morte. Questi due piani (giorno/notte; vita/morte) finiscono per confondersi, senza in realtà generare alcuna confusione. In questo alterno rimestare, tra millesimali distinguo e adesione praticamente incondizionata alla parola-tutto, ciò che incessantemente e con grande forza e coraggio viene suscitato ed evocato, per quanto incomprensibile possa risultare, è vita: “l’omu finche campa / nvacanza nun ci va mai”. L’uomo ha il dovere e l’opportunità di vivere, opportunità unica e non replicabile. Rimane inestricabile un dilemma: “…Forsi / ca a cuccata / nunn’è sempri a cuccata?”. La coricata: evento intrinsecamente umano, fatto eccezionale e che pure quotidianamente si ripropone, viene colta da Salvo Basso con rinnovata meraviglia, in tutto il suo prorompente vigore. Nella coricata l’uomo è solo senza tuttavia isolarsi, di fronte al fastidio che talvolta viene avvertito al cospetto di certe piccolezze tutte umane. La dialettica della testimonianza cui l’Autore si è volontariamente sottoposto, svolge le sue vitali funzioni istituendo confronti, misurando col metro della coscienza e dell’ironia lo spessore di una umanità sempre in bilico. Quotidianità e totalità sono i due elementi legati da reciproca correlazione, le due estremità dialettiche: antitesi, l’uno, rispetto alle vicende dell’altro. Due mondi paralleli, come paralleli sono l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande.


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